lunedì 31 gennaio 2011

Diamo all'Italia una Strategia Digitale. E basta!


Ho appena aderito all'iniziativa "Diamo all'Italia una Strategia Digitale" perchè ne condivido - mi viene da dire: ovviamente! - gli obiettivi.

Si legge nelle pagine del sito dei promotori:

Siamo convinti che affrontare con incisività questo ritardo, eliminare i digital divide, sviluppare la cultura digitale con l’obiettivo di conquistare la leadership nello sviluppo ed applicazione delle potenzialità di Internet e delle tecnologie, costituisca la principale opportunità di sviluppo, con benefici economici e sociali per l’intero Paese.

E le faccio mie. Completamente!

Come non farsi forti dei dati mostrati nella pagina degli approfondimenti?
  • A livello globale la “internet economy” supera i 10.000 miliardi di dollari. (presentazione NSTIC)
  • Il Commissario per la Società dell’Informazione della Commissione Europea, Neelie Kroes, considera l’agenda digitale elemento base della sostenibilità socieconomica
  • Nel Regno Unito vale già oggi il 7,2% del PIL, più del settore sanitario, e il governo ha sviluppato il piano “Digital Britain” per garantire alla Gran Bretagna un futuro tra le maggiori economie del sapere digitale.
  • Il Giappone e la Corea del Sud sono stati tra i primi Paesi a darsi una strategia digitale
  • Il governo tedesco ha un redatto il progetto “Digital Deutschland 2015”, nel quale, tra le altre cose, si stima che la banda ultralarga genererà 1 milione di nuovi posti di lavoro in Europa.
  • In Francia il Presidente Sarkozy ha assegnato allo sviluppo delle infrastrutture ICT 4,5 miliardi di euro, 500 milioni in più di quanto raccomandato dal rapporto strategico “Investir pour l’avenir”.
  • La Spagna si è data come obiettivo di investire in innovazione il 4% del PIL entro il 2015 ed arrivare a 150 brevetti annui per milione di abitanti.
  • In USA il Presidente Obama ha nominato per la prima volta un direttore dell’informatica e delle telecomunicazioni, un “Chief Information Officer” federale.

Come non pensare di poter fare qualcosa in uno scenario Globale in cui l'Italia è terribilmente indietro come mostra questa triste immagine?


In un periodo in cui umilmente, dalle mie pagine, raccomando gli interventi dello Stato per la fornitura di infrastrutture in grado di mettere le Persone nelle condizioni di fruire dei servizi di informazione online, non posso non fare mio questo appello.

C'è oltretutto, come dimostrano i numeri, una mera convenienza economica oltre che una vera e propria urgenza sociale.

Ed è proprio per la passione che ho, e per delusioni già ricevute, che raccomando "coloro che, in questo Paese, operano in prima linea su questo tema" di lavorare bene per il bene di tutti!

Perchè, per questa iniziativa, mi sento rappresentato anch'io!

Update, ore 10.50
Segnalo questa discussione su FriendFeed che, insomma, mi inquieta un po' :(

sabato 29 gennaio 2011

propONGOno Browsing e Microearning


Due sono le indicazioni che si possono trarre dalle intenzioni di Ongo [via, via], un servizio news che darebbe agli abbonati il privilegio di leggere le notizie senza il fastidio delle inserzioni pubblicitarie [in basso il video di presentazione]:

  • si tratta di un'applicazione, di un Browser che [forse impropriamente] definirei leggermente avanzato;
  • viene incentivata la condivisione e riconosciuto un guadagno [un mese di abbonamento gratuito] in caso di una nuova procurata sottoscrizione.

Non so fino a che punto la cosa possa funzionare e i commenti su Mashable non fanno che confermare i dubbi. Forse il Browser dovrebbe essere di ben altra fattura, ma mi sorprende favorevolmente il ricorso al microearning!


venerdì 28 gennaio 2011

Editoria: riflessioni su Valore, Costi Fissi e Costi Variabili



La terra, così come l’acqua, fornisce l’uomo, fin dall’inizio, viveri già pronti. Non nel senso di un’eccedenza ma piuttosto nel senso di un anticipo gratuito per un investimento, di una piccola somma per cominciare: “Le produzioni spontanee della terra si offrono in piccola quantità e del tutto indipendentemente dall’uomo. Si direbbe che siano fornite dalla natura allo stesso modo in cui viene data a un giovane una piccola somma di denaro per metterlo in condizione di aprirsi una strada nell’industria e di fare fortuna”.

Il lavoro separa le cose (foresta, acqua, sottosuolo) dalla loro connessione immediata con la terra: esse diventano così degli oggetti del lavoro e, quando si consideri il lavoro per prepararli, delle materie prime. Il lavoratore si serve di un insieme di cose interposte tra sé e l’oggetto del lavoro: sono gli strumenti del lavoro. Si servirà quindi delle proprietà fisiche, meccaniche, chimiche di alcune cose per farle agire conformemente al suo intento.


Questa è la citazione del pensiero di Marx che l’autore di Gratis!, Francine Markovits, colloca nel Capitolo dedicato alla storia della Gratuità. Dallo studio delle teorie economiche, che, nell’ambito della mia ricerca sul futuro dell’Editoria (e non solo), reputo fondamentali, traggo un’altra importante premessa alle riflessioni che poi voglio condividere: la misura del valore è strettamente connessa al lavoro (quello svolto per la produzione del bene e quello necessario per poterne beneficiare).

A questo punto, riprendendo il pensiero di Marx, faccio un parallelismo con il mondo dell’Editoria e del Giornalismo:

Quadro 1
  • Le cose che la natura concede sono le “notizie nude”;
  • Il lavoro che separa le cose è l’opera del giornalista in termini di scelta e di argomentazioni di approfondimento anche sulla base della linea editoriale;
  • Gli strumenti del lavoro sono, per i giornali, i giornalisti stessi, le redazioni, le competenze.

Inquadrando così le cose, giungo ad una prima conclusione: le notizie nude devono essere gratuite così come gratuita è la cosa che la natura concede.

Un passo avanti: Michele Polo, nel suo Notizie S.p.A., sintetizza così i costi a carico di un quotidiano:

Quadro 2
  • Assemblaggio Contenuti: costi fissi endogeni (dimensione delle redazioni, qualità e competenza dei giornalisti)
  • Riproduzione dei Contenuti: costi variabili di stampa
  • Distribuzione dei Contenuti: costi variabili di distribuzione

Non sono certo io a scoprire l’incidenza (tanto negativa da essere ritenuta responsabile di un imminente fallimento) dei costi variabili nella Filiera Editoriale ma mettendo insieme le equivalenze delle teorie di Marx e il Giornalismo (Quadro 1) e la struttura del costo di un Quotidiano (Quadro 2), appare ancora più evidente quanto i costi variabili contribuiscano poco o niente al valore (Nota).


Sembra chiaro, continuando il ragionamento, che ciò che va pagato (perché ha valore, almeno su un piano oggettivo) siano gli strumenti del lavoro che separa le cose (includendo in questa voce unica anche la competenza del giornalista).

Sono anche queste le ragioni per cui il Cartaceo ha poco futuro, almeno su base nazionale.

Ora, assumendo come vera l’ipotesi che la “notizia nuda” debba essere gratuita, sembrerebbe giustificata la posizione del lettore che non è disposto a pagare la notizia online. Una posizione di chi dichiara: “voglio il fatto e lo voglio gratis!”. E ci sarebbe da capire se, di fronte a tale (giustificato davvero?) atteggiamento, un approfondimento (che le ipotesi precedenti portano ad inquadrare in una logica di valore da ricompensare, da pagare – costo fisso) sia davvero oggetto del desiderio, sia davvero qualcosa che le Persone richiedono o meno. In altre parole, ha senso rendere disponibile un approfondimento ed un’occasione di discussione a pagamento? C’è reale domanda?

Considerato il successo di programmi televisivi di approfondimento (mi vengono in mente Italia Annozero, Ballarò, l’Infedele) si potrebbe rispondere che la domanda di approfondimento esiste. Del resto è anche vero che la relativa offerta non è esente da un esborso economico. Ma forse questo sfugge ai telespettatori che, presumibilmente, sono anche i potenziali fruitori di contenuti su mezzo stampa.

Giungo quindi a conclusioni non nuove ma che, viste anche da questa ulteriore angolazione, continuano a non sembrarmi assurde. Ci sarebbe da dare alle Persone l’opportunità di accedere alla rete (sarebbe davvero troppo distribuire gratuitamente le copie dei quotidiani; e, infatti, nessuno lo chiede!), incentivare in qualche modo l’acquisto della notizia (rivendendo magari le modalità di erogazione dei contributi statali all’Editoria) e del relativo approfondimento e, inoltre, innescare e cercare di alimentare il circolo virtuoso con un modello di microearning.

Questo darebbe alle Persone, una volta immesse in tale circolo, anche la possibilità di capire che il costo fisso (che va, cioè, oltre la gratuità della “notizia nuda”) non è una pretesa priva di ragioni ma il corrispettivo di un lavoro carico di enorme valore. (E il microearning sarebbe il modo di bilanciare il meccanismo perché riconoscerebbe anche il valore della discussione e di chi se è protagonista!)

A voi la parola.

Nota 1: la lacuna di questo ragionamento sta nel non riconoscere il valore, che andrebbe molto oltre il costo variabile, della distribuzione; una lacuna, però, tanto meno profonda quanto più ci si allontana da un mezzo (la Carta Stampata) per avvicinarsi ad un altro (la Rete).

sabato 22 gennaio 2011

ITA vs USA tra Senior e Junior [e altri appunti]

I dati dell'utilizzo di Internet in Italia [anno 2010, via LSDI], soprattutto se comparati con quelli analoghi degli Stati Uniti [via eMarketer su Facebook], sono davvero interessanti [fare click per ingrandire, in basso ne pubblico una versione eventualmente editabile].


Leggendoli si scopre, ad esempio, che lo scambio e-mail rappresenta la maggiore attività tanto negli Stati Uniti quanto in Italia anche se le percentuali sono nettamente a favore degli USA.

Basti notare, infatti, che la percentuale di Italiani che si scambiano e-mail è praticamente identica a quella degli Statunitensi che si informano su Internet. Una differenza di abitudini davvero impressionante.

Noi, per le news online, siamo ad un più modesto 44%.

Rimanendo in ambito news, se si guarda la fascia Senior [quella dai 50/60 in su], si nota una differenza: mentre negli Stati Uniti al crescere dell'età si va anche parecchio sotto la media [dai 65 anni in su si è sempre sotto il 75% totale], in Italia sembra che invece proprio la fascia Senior contribuisca ad innalzare la media nazionale [il discorso credo rimanga valido nonostante la media ISTAT tenga conto anche di una fascia di giovanissimi che, quindi, inevitabilmente tende ad abbassarla].

Come dire: la fascia Senior, per l'industria delle Notizie Online, è più promettente in Italia di quanto non lo sia oltreoceano. Per quanto, c'è da dirlo, il raggiungimento delle quote americane sembra abbastanza lontano da venire per responsabilità che non mi sentirei di imputare esclusivamente al lato dell'offerta.

Un dato interessante è la voce delle sottoscrizioni di abbonamenti per le news [un confronto con gli USA non è possibile per la mancanza del dato relativo].

L'intensa attività dei Senior italiani, appena evidenziata nella ricerca delle news online, sembra arrestarsi a favore dei più giovani quando si tratta di effettuare dei pagamenti [sebbene in abbonamento]. Ritengo che, più che una questione di mancato riconoscimento di un valore e della connessa utilità, sia un fenomeno di carattere puramente tecnologico legato alle barriere all'acquisto dei sistemi di pagamento online; sistemi che, in Italia, risultano evidentemene maggiormente accessibili per i giovani.

Tre almeno le indicazioni, quindi, per l'Editoria online italiana [già sviscerate altrove]:

  1. destinare sforzi e investimenti al settore trasversalmente alla demografia del mercato per l'esistenza di notevoli margini di miglioramento [possiamo porci l'obiettivo di acquisizione delle quote americane? Personalmente credo di si];
  2. non perdere di vista i Senior;
  3. snellire le modalità di pagamento.




Quello che colpisce dei dati è l'assenza, per l'analisi italiana, di voci analoghe a quelle USA relative al rating di prodotti/servizi/persone e alla cura di un blog personale. Questo, oltre ad un colpo d'occhio su alcune altre voci italiane [Cercare Informazioni su Merci, Ascoltare Radio, Guardare Programmi sul Web, Scaricare Software, Vendere Merci] mi fa pensare ad una logica domestica più all'insegna del predere che del dare.

Siamo realmente pronti qui in Italia ad un'autentica socialità? E, contestualmente, a stare dentro piattaforme che ne abilitino le dinamiche [ivi compresa l'Editoria]? Abbiamo le capacità di muoversi dentro un gruppo?

Siamo alle solite: il problema, prima di ogni cosa, è di carattere culturale. E il dubbio è: quanto l'abilitazione delle tecnologie potrebbe influenzare la [nostra] cultura?

La raccomandazione è comunque di superare il primo ostacolo: offrire tecnicamente l'opportunità!

Update 4 Marzo 2011
Una ricerca eMarketer: Increasing Digital Exposure for America’s Biggest Spenders: Grandparents

Grandparents are a large and influential consumer segment

Grandparents are a powerful force in the US economy. According to Nielsen, grandparent households spend 4.4% more each year than all other households. And, it’s no secret they love to spend on their grandkids. Almost 40% of grandparents in the Nielsen data said they provided support such as clothing or food for their grandchildren. During the next few years, grandparents are set to become an even more powerful consumer segment. Nielsen reports the population of 69.6 million grandparents currently in the US will rise 11% by 2015.

One effect of the recession has been a rise in the number of grandparents living with younger family members. According to a March 2010 Pew Research Center study, the number of Americans living in multigenerational households rose to 49 million in 2008, representing 16.1% of the population. Those are households with at least two adult generations or grandparents and another generation. This trend had been in motion ever since the proportion of multigenerational households hit a low of 12% in 1980, though economic conditions have certainly contributed to recent rises.

Additionally, Pew reported in September 2010 a sharp rise in the number of children being raised by their grandparents since the start of the recession, to 2.9 million in 2008. Overall, one in 10 children, or 7.1 million, live with a grandparent.

These trends, while unfortunately due in part to a poor economy, may also be helping expose grandparents to more digital media. Traditionally, older adults and seniors have been laggards of internet use. With computers now in most households, and children and teens highly immersed online, grandparents will learn by proximity. Baby boomers, soon to be the next generation of grandparents, also show a more general proclivity for computers than their predecessors.

According to Nielsen, “expecting” grandparents were involved in a variety of online activities. Four out of five were exchanging email, while nearly a third or more were accessing health info, visiting social networks, or getting weather and directions on the web. One-half were paying bills online.




Pew also reported that social networking usage had doubled from 2009 to 2010 among boomer and senior internet users overall. eMarketer estimates that 49% of 55- to-64-year-old internet users will use social networks in 2011 and forecasts that boomers and seniors will continue to be among the fastest-growing segments in terms of social network usage.




Youth marketers should be aware of the growing grandparent population and their proclivity to make purchases on behalf of the younger set, while marketers targeting older adults should note the growing role digital plays in their lives, boosted by the increased numbers of grandparents living with children.

venerdì 21 gennaio 2011

E Sono Quattro!

Oggi mdplab compie quattro anni.

All'inizio era prevalentemente Web Marketing [in particolar modo Turistico] e SEO: acquisizione di fonti, revisione di articoli e pensieri da condividere e discutere. E lo si faceva in una piattaforma diffusa nel senso che si discuteva un po' a casa di tutti: il blog di questo o di quell'altro e il thread iniziava da un post ricco di contenuti. Erano scoperte continue ed entusiasmanti. Erano i periodi del mio primo Camp, quello di Milano sulla versione Rutelli di italia.it, e delle gite a Treviso e del corso di Posizionamento per Motori di Ricerca a Roma.

Poi un progetto, Marketing Agorà dell'amico PierLuca e il mio sforzo di star dentro un gruppo di lavoro. Con una idea da sviluppare, una proposta. Ma poi non se n'è fatto nulla, purtroppo. Ma il lavoro fatto intorno a quell'idea mi ha aperto un nuovo mondo.

Poi ancora il Social Bookmarking, Facebook e il Capitale Sociale. Ecco, una nuova pietra miliare del mio percorso: questo post proprio su Facebook e il Capitale Sociale!. Fin dal principio c'è comunque sempre stato un occhio molto attento ai fenomeni della Comunicazione e dell'Informazione.

Poi una pausa di riflessione, diciamo pure di totale cazzeggio, che mi ha preparato ad una nuova fase fatta di ricerche anche intorno ad un nuovo argomento, l'Editoria. Unacavalcata, quella dell'ultimo anno, con delle soste importanti: Perugia, Roma, Lanciano. E anche Siena!

E arrivo ad oggi con un bagaglio che non pensavo mai di poter acquisire, fatto anche di [altre] entusiasmanti letture.

E sono quattro insomma, con impegno e passione anche per cercare di restituire qualcosa a chi mi ha dato già tantissimo.


domenica 16 gennaio 2011

Giornalismo (iper)locale su Carta [i numeri sono un'opinione!?]

Notizie S.p.A. è un libro molto interessante di Michele Polo che affronta il tema del pluralismo dell'informazione e della concentrazione del Mercato dei Media.

Nella sezione in cui viene fornito al lettore il necessario background prima di entrare nel cuore del problema, Polo presenta dei dati molto interessanti. Uno di questi è la concentrazione territoriale delle Vendite dei Quotidiani.

In una tabella viene riportata, per l'appunto, la concentrazione delle varie testate utilizzando come indice, l'HHI [Herfindahl-Hirschman Index] un parametro che può assumere, agli estremi, i valori 0 o 10000. La concentrazione che Polo ci fa vedere è di carattere geografico; questo vuol dire che maggiore è l'HHI, più piccolo è il bacino di utenza. Credo quindi di poter dire che l'HHI sia un indice di (iper)località.




Incrociando [arditamente] questo parametro con i dati relativi alle versioni online [Utenti Unici] e cartacea [Diffusione] dei quotidiani nazionali prelevati da Audiweb e da Wikipedia ho definito tre personalissimi indici:


DH: Diffusione/HHI
Indice di gradimento complessivo della testata [se una testata riesce a diffondere più copie "di quante gliene permetterebbe la concentrazione" vuol dire che è un buon prodotto]. Più alto è il DH e più hanno senso i costi affrontati per la versione su Carta.

UD: Utenti_Unici_Web/Diffusione
È un indice strano poichè mescola due segmenti diversi [il Carteceo e il Web]. Tale rapporto può servire a dare una misura dell'utilità del Web rispetto alla Carta. Mi spiego: un rapporto UD basso [dovuto ad un basso numero di utenti unici giornalieri oppure ad un'alta diffusione] indica che la versione Web aggiunge poco a quello che già la Carta riesce a dare.

UH: Utenti_Unici_Web/HHI
È un indice simile al precedente che tiene, però, conto delle dimensioni del bacino di utenza del cartaceo [e, quindi, probabilmente, anche della versione online della Testata in esame]. Un rapporto basso [dovuto ad un basso numero di utenti unici oppure ad un alto HHI - bassa concentrazione territoriale] indica uno scarso valore aggiunto della versione online nello specifico territorio.


L'obiettivo dell'analisi è: quanto è efficace la versione Online di una testata [indice UD]? Quanto è seguita la versione Online dagli abitanti del territorio rispetto a quella su Carta [indice UH]? E quanto la questione [che per semplicità definisco questione di gradimento - indice DH] è legata alla localizzazione territoriale [indice HHI]?

Di seguito vi presento il foglio di calcolo che riassume i numeri. Per l'indice HHI ho considerato la tabella 12 del citato libro di Polo; per i dati delle versioni Online ho utilizzato il rapporto del mese di Novembre 2010 di Audiweb e per i dati del cartaceo ho fatto riferimento a Wikipedia.


Potete divertirvi anche voi [allo scopo ho predispoto uno sheet di Lavoro - vi chiedo di lasciare intatto l'Originale].

Ecco alcune considerazioni:

  • Non sempre, al contrario di quanto mi sarei aspettato, a indice di (iper)località maggiore [testata fortemente concentrata] corrisponde una bassa diffusione. Ci sono testate, come il Tempo, il Giorno e il Mattino che hanno indici di gradimento [DH] molto più bassi di quelli di Repubblica o il Corriere; il tutto a dispetto di costi fissi che non penso siano trascurabili. In questa classifica si posizionano ai primi posti la Repubblica, il Sole 24 Ore e il Corriere. Gli ultimi due posti sono, invece, per L'Arena e il Giornale di Vicenza, i più (iper)locali della lista. Se dovessimo basarci solo sul parametro DH, ci sarebbe da decretare il fallimento delle edizioni su Carta de il Tempo, il Giorno e il Mattino e delle edizioni su Web de L'Arena e il Giornale di Vicenza.

  • Il più basso valore aggiunto su Web [UD] è dato da Il Resto del Carlino, il più alto da Libero seguito da Repubblica seguito da l'Unità Online. Le testate (iper)locali non sono messe benissimo e si posizionano al penultimo e al sestultimo posto [su un totale di 21 testate analizzate].

  • L'indice UH è quello che più fedelmente ribatte l'indice di (iper)località: più la testata è localizzata sul territorio [alto HHI] e meno sono i lettori online. Anche se è curioso notare che il Giornale di Vicenza riesce a fare comunque quasi 12 minuti di tempo sul sito online per utente.

È ovvio che l'analisi condotta tende a mettere insieme dei dati non propriamente omogenei [ad esempio gli intervalli di osservazione non sono gli stessi]. Considerandone comunque il valore indicativo, osservo che esistono dei numeri che tendono a confermare le mie convinzioni [basate su questioni, come dire, più emozionali e teoriche]: più locali sono le Testate Giornalistiche, più valore ha la versione su carta e meno ha senso avventurarsi sul Web.

Sono pronto, come sempre, a confutare tutto e per questo, al solito, chiedo il vostro supporto.




Aggiornamento del 30 Marzo 2011
In vista dell'International Journalism Festival, PierLuca comincia la raccolta del materiale di cui discutere nel suo panel. Segnalo, quindi, il suo articolo di oggi e la relativa discussione su friendfeed.





Aggiornamento dell'11 Novembre 2011
PierLuca propone oggi un'analisi che incrocia i dati delle testate online con quelli delle edizioni cartacee. simile: Forse il dato più interessante che emerge dall’analisi realizzata è relativo a come, complessivamente, l’informazione online sia decisamente più concentrata rispetto a quella cartacea con le prime 4 testate che raccolgono il 65% degli utenti contro il 49% delle vendite. Una concentrazione che contribuisce a spiegare ulteriormente la difficoltà di emergere da parte delle nuove iniziative editoriali, dei cosidetti “superblog”. Sotto questo profilo sembrerebbe dunque che la vantata pluralità della Rete sia distante dalla realtà delle cose. Aspetto che, evidentemente, impatta direttamente non solo sulla qualità dell’informazione ma anche sulle prospettive di ottenere ricavi dall’online da parte degli “outsider”.

giovedì 13 gennaio 2011

[De] Benedetti Giornali!

Eccolo allora il ruolo fondamentale dei giornalisti e delle grandi imprese editoriali, che gli entusiasti dell'open source hanno condannato alla scomparsa prima del tempo. Partendo da un fatto, che scorre nudo su internet, il bravo giornalista, il sito affidabile, il giornale lo organizza restituendo al lettore un paesaggio complessivo di comprensione e di riferimento. Crea quindi un vero e proprio sistema informativo che offre al cittadino-lettore la possibilità di farsi una mappa della vicenda, che lo porterà attraverso la lettura ad un autonomo e compiuto giudizio finale.

Questo passaggio è lo scarto tra conoscere e sapere, tra essere informati ed essere consapevoli, tra essere popolo bue e cittadini.


Ho estratto le parole che mi sembrano più interessanti tra quelle pronunciate da De Benedetti nel suo intervento dal titolo "Editori e giornalisti tenuto al XXVI Congresso nazionale della Stampa Italiana di Bergamo.

Detto che il riferimento, da me ampiamente condiviso, alla costruzione di senso [per colmare il gap tra conoscere e sapere] cui deve contribuire il giornalista intorno al fatto, mi viene un dubbio, che poi è una domanda.

Il paesaggio complessivo, il sistema informativo cui De Benedetti fa riferimento, non vi suggerisce l'idea di un'applicazione piuttosto che quella di un prodotto? Non vi sembra che si stia parlando più di un servizio di orientamento [browser] che - mi ripeto - di un prodotto [la notizia in sè]?

Un browser che dovrebbe lasciare che il lettore si muova in un contesto comunque limitato o, se vediamo la cosa da un altro punto di vista, in uno spazio architettato per una permanenza in esso più lunga possibile.

Ammetto che l'ipotesi di un "contesto limitato" mi turba un pò soprattutto se penso a quanto sia chiusa la versione online di Repubblica a link verso sorgenti esterne. Ma è probabile io abbia frainteso...

Forse, però, l'ambizione [e la soluzione] di De Benedetti è più semplicemente quella di fornire un contenuto articolato che svisceri il fatto, la notizia con un approfondimento degno di essere pagato. Niente di nuovo, purchè finalmente ci si attrezzi!


martedì 11 gennaio 2011

[Intanto] Fateci Pagare! [Poi si vedrà!]

Nell'ultimo numero di Internazionale, ho trovato la traduzione di un lunghissimo articolo di John Lanchester, scrittore e giornalista britannico. Il titolo originale è Let Us Pay, tradotto poi in Italiano in "Fateci Pagare".




L'argomento, manco a dirlo, è quello dei quotidiani. Per chi volesse sviscerarne i contenuti vi segnalo l'originale in lingua pubblicato sulla London Review of Books.

Ecco il quadro sintetico degli aspetti che mi hanno interessato di più:

La produzione e la distribuzione dei giornali e straordinariamente costosa. Le spese più importanti di un giornale sono quelle non correlate al lavoro editoriale, come la produzione, la manutenzione, l'amministrazione, la promozione, la pubblicità e la distribuzione. Questi enormi costi fissi rendono le organizzazioni più vulnerabili alla recessione e meno agili nel reagire alle loro concorrenti online. Il rapporto OCSE segnalato dall'autore [OECD report, The Evolution of News and the Internet] evidenzia che il costo di stampa di un quotidiano medio è il 28% delle spese e quello di vendita e di distribuzione è pari al 24%. Sommano un 52% dei costi totali in produzione fisica del giornale. A questo si devono aggiungere altri costi quali quelli di amministrazione. Se il New York Times [per il quale si stima che i costi di produzione fisica ammontino a 664 milioni di dollari/anno] smettesse di stampare l'edizione su carta, potrebbe permettersi di regalare un Kindle/anno ad ogni abbonato!

Prevarrà, quindi, la logica economica: si smetteranno di stampare le edizioni cartacee [e si creeranno giornali soltanto per supporti digitali].

Fin qui nulla di nuovo, sapevamo tutto. Quello che sorprende sono le cifre in gioco! È ovvio che l'indirizzarsi verso i supporti digitali sia dettato, oltre che da condivisibili e ragionevoli ragioni economiche, anche da motivazioni di carattere, come dire, sociale. Anche in questo caso, infatti, non faccio nessuna eclatante rivelazione nel dire che il supporto digitale [e la contestuale capability di connessione] favoriscono la selezione/condivisione/discussione in una logica che riporta al centro le Persone permettendo loro di soddisfare dei propri personali criteri. Murdoch ci dirà se la creazione di un contenuto esclusivo a pagamento funziona o se non sarà necessario inventarsi qualcosa di diverso/integrativo.

I giornali devono trovare un nuovo meccanismo di pagamento per la lettura online che permetta di leggere tutto ciò che si vuole e ovunque sia stato pubblicato. Il processo deve essere invisibile e, al tempo stesso, trasparente: invisibile al momento dell'utilizzo, trasparente quando sivoglia vedere ciò che si è effettivamente pagato.

Il già ricordato rapporto OCSE dice che una percentuale significativa di giovani non legge affatto i giornali tradizionali, o lo fa in modo irregolare. Una ricerca condotta in Gran Bretagna dimostra che, anche se i giovani mostrano un'apparente familiarità con i computer, fanno molto affidamento sui motori di ricerca, guardano piuttosto che leggere e a volte non hanno la capacità critica di valutare le informazioni trovate sul Web. Secondo Lanchester questa è una buona notizia perchè - dice - quei giovani lettori sono proprio quelli più allergici a pagare su Internet. Ma se i lettori dei Giornali sono più anziani, saranno più disposti a pagare.

Effettivamente, qualora dovessero snellirsi e rendersi maggiormente accessibili i meccanismi di pagamento, oltre che risolversi un problema di carattere prettamente tecnologico, si andrebbe incontro ad un target demografico che, evidentemente [come Lanchester dice], ha maggiore propensione culturale all'acquisto [per averlo fatto sempre offline].

Ma, mi chiedo, in futuro? Quando le generazioni si avvicenderanno, basterà davvero una procedura di pagamento invisibile e trasparente?