mercoledì 9 gennaio 2008

Per una pillola in più...

Le industrie farmaceutiche statunitensi nel 2004 hanno speso 57.5 miliardi di dollari per la promozione dei loro medicinali contro i 31.5 miliardi spesi per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti. Questo è quanto evidenziato in un articolo della rivista Public Library of Science Medicine citato nell'approfondimento R2 di Repubblica di ieri.

L'Università di Montreal ha effettuato a tal proposito uno studio dal quale infatti si evince che, per fare pubblicità ad un prodotto farmaceutico, si spende più di quanto occorra per produrlo; il tutto, volendo riassumenre l'articolo di R2, per favorire un vero e proprio conflitto di interessi nella professione di ogni medico.

I medici sono in effetti invitati dalle Aziende Farmaceutiche in luoghi esotici per convegni, ricevono regali a seconda del numero di ordinazioni prescritte e campioni omaggio da parte delle case Farmaceutiche. Come potrebbero, quindi, i medici, di fronte ad una cosi variegata e gratuita offerta negare una prescrizione ai propri pazienti per medicinali prodotti da tali Aziende?

Quali sono gli impatti? Il mio ancora scarso background culturale non mi permette di effettuare un'analisi approfondita della questione ma voglio almeno concedermi il lusso di fare qualche osservazione:

(1) non era vero che, in media, la quota spesa in pubblicità (o marketing?) per ciascun prodotto sul mercato è una percentuale molto più bassa di questo esagerato 65% del caso dei medicinali (almeno negli Stati Uniti)? C'è qualcuno che mi sa dare dei riferimenti in cui ritrovare questo valore percentuale? Pier Luca, ci dai una mano a capire?

(2) e se invece una parte dei soldi spesi in pubblicità fosse (stata) destinata alla ricerca?

A questa seconda domanda risponde Marco Bobbio, autore di Medici e Industria parlando del caso italiano: esiste in Italia un meccanismo per cui una quota delle risorse impiegate dalla industrie farmaceutiche in pubblicità viene investita, per mezzo dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), nella ricerca. Una bella notizia!

Quanto al caso Statunitense, mi viene da dire che, se si pensasse più alle reali esigenze sanitarie della popolazione, forse non sarebbe necessario far ricorso ad una tale esagerata (e quindi costosissima) pubblicità. Un medico probabilmente valuterebbe in altro modo l'efficacia di un farmaco che, se questo circolo virtuoso fosse davvero in atto, costerebbe sicuramente di meno.

E farebbe meno male alle tasche di chi ne ha bisogno!

Ma questo circolo virtuoso non è forse il Marketing che ha nell'esigenza delle persone il proprio motore?

3 commenti:

Piero Viscardi ha detto...

Marco... tu ti/ci domandi:

"Ma questo circolo virtuoso non è forse il Marketing che ha nell'esigenza delle persone il proprio motore?".

Forse lo è... ma non lo è certo più il "marketing dei numeri".

Pier Luca ha detto...

Caro Marco,

Le pratiche che tu descrivi si riferiscono ai prodotti prescrivibili dal Servizio Sanitario Nazionale ed in tal caso hanno una definizione ben precisa: comparaggio.

Tale pratica è vietata per legge in Italia e nel tempo le maglie legislative si sono strette sempre più rendendo estremamente difficile [il che non vuol dire impossibile]questa pratica.

Ultimamente anche il finanziamento di partecipazione ai congressi per i medici da parte delle aziende è stato vietato inibendo ulteriormente viaggi con moglie e/o amante al seguito in esotiche località da parte dei medici.

Questa pratica trova applicazione in maniera di gran lunga inferiore anche per alcuni prodotti dietetici dove la comunicazione di prodotto passa attraverso il medico [oltreche il farmacista, non dimentichiamolo!] invece che sui media tradizionali.

I margini dei prodotti farmaceutici sono molto elevati per tutta la filiera e non è raro trovare prodotti con un margine di contribuzione lordo del 70%; non credo però sia realistico attribuire il 65% dei costi alla pubblicità, o meglio alla promozione [visto che la pubblicità e vietata o, comunque, disciplinata] di questi prodotti.

Spero di aver dato un contributo minimo......se hai ancora bisogno........

Un abbraccio.

Pier Luca Santoro

Marco Dal Pozzo ha detto...

Piero,
forse hai ragione e credo che la negazione del "Marketing dei Numeri" sia poprio l'esaltazione di quell'auspicabile circolo virtuoso di cui parlo nel post!

Pier Luca,
grazie per le precisazioni :) I numeri che riporto non si riferiscono all'Italia (dove, come tu hai confermato, c'e' la legge che vieta le pratiche descritte dall'articolo di R2). Quanto al 65% di cui parlo, ho fatto il conticino in base ai numeri [57.5/(57.5+31.5)] :-/

La mia domanda riguardava, poi, quel che accade in media cioe' per i prodotti sul mercato (ad esempio quelli tecnologici): quant'e' l'entita' dei costi in marketing e pubblicita'? in che misura incidono sul prezzo?