sabato 4 febbraio 2012

la Piramide #ilsabatodimdplab #13

Maslow, nel costruire la sua piramide, aveva anche individuato dei prerequisiti per il soddisfacimento dei bisogni primari: libertà di espressione e quella di informarsi ne sono un paio.


Cos'è la Rete se non la piattaforma in grado, in potenza, di rendere liberi di esprimersi e di informarsi? Il problema è il superamento del divario digitale: il rischio è di strozzare queste libertà o, quanto meno, di non abilitarle in spazi che sono infinitamente più grandi del circolo privato o del bar.

Ma c'è anche un altro rischio: che quella della libertà sia soltanto un'illusione. Tutto sarebbe perfetto se funzionasse Wikitalia (Riccardo Luna arriva un paio di anni dopo Alberto Cottica, autore di Wikicrazia); ma come può funzionare se non sono garantiti i due prerequisiti di Maslow prima richiamati.

C'è davvero la libertà di informarsi? Esiste davvero e ovunque quella di esprimersi?

Sapere che in Europa soltanto la metà dei navigatori visita i siti dei quotidiani non è confortante. Il risicato 10% dei visitatori che proviene da Facebook è, credo, comunque da leggere positivamente poichè parla di un potenziale [quasi] totalmente inespresso. Sta ora alle testate giornalistiche il compito di veicolare diversamente i propri contenuti attraverso un coinvolgimento negli ambienti social della Rete. Alle testate giornalistiche, però, prima di tutto, l'onere di recuperarsi allo spirito di servizio al quale sono richiamate dai principi deontologici che esse stesse hanno deciso di darsi. Buonissima l'idea di un difensore civico dell'informazione (da intendersi come funzione esterna) ma senza un'azione che parte da dentro (come quella del Guardian), credo non si riesca ad andare molto lontano.

Sono preoccupanti, poi, le azioni di Twitter e Blogger (i.e. Google) che si stanno attrezzando per assecondare i desiderata dei regimi totalitari: pare che renderanno possibile un filtraggio su base geografica dei contenuti. Poco importa se la cosa non riguarda l'Italia; poco importa perchè, come fa notare Massimo Mantellini, il confine geografico nella Rete non ha motivo di esistere. Dico l'ovvio, ma l'esistenza di apparati governativi non propriamente democratici e le conseguenti azioni di Società (Twitter e Google) che stravolgono la propria mission inchinandosi a logiche di puro mercato (mai come adesso è il caso di dirlo) sono cose che riguardano tutti. Sono aspetti che, su scala globale, quella della Rete, rappresentano un colpo mortale alla buona riuscita di azioni Wiki-based orientate al soddisfacimento dei prerequisiti di Maslow, propedeutici alla scalata della sua piramide.


Al vertice della piramide c'è l'autorealizzazione, cioè il benessere. Che, fermandosi un attimo, passa anche attraverso (seguendo) la natura.

sabato 28 gennaio 2012

il Valore di una Guida #ilsabatodimdplab #12

Pare che rimanere anonimi per Google sarà sempre più difficile stando a quanto viene dichiarato sul Wall Street Journal. Una delle più prolifiche macchine da soldi degli ultimi anni, Google per l'appunto, dovrebbe cominciare a combinare i dati che noi lasciamo con le nostre sottoscrizioni, e il successivo loro utilizzo, nei vari servizi: Gmail e YouTube ad esempio. L'obiettivo? Quello di migliorare la nostra esperienza di ricerca. Lo scenario è abbastanza inquietante: è forte, infatti, la sensazione che, quello che ci si sta preparando davanti, sia uno spazio (grande, immenso quanto si vuole) destinato a rimanere uguale a se stesso; uno spazio - l'universo Google - in cui si rafforzeranno sempre più le connessioni forti (Capitale Sociale Bonding) indebolendo quelle deboli (Capitale Sociale Bridging). Nessuno se ne accorgerà (perchè lo considerazioni sul Capitale Sociale sono di chi ha tempo da perdere!), ma alla fine ci renderemo conto di essere cresciuti un pò di meno di quello che la tecnologia permetterebbe (Eli Pariser direbbe che rimarremo intrappolati in una Filter Bubble). Ben vengano, quindi, tutti gli altri universi e tutte le pratiche che la Rete ci abilita per sfuggire all'effetto database (o della Torre di Cuntz).




Twitter, ma non ne sono poi così sicuro, è uno di questi universi-altri. A detta del co-fondatore Jack Dorsey, quella social - di Twitter - rappresenta soltanto un aspetto. Twitter è anche un servizio di news personale tanto quanto un social network. "You don't have to tweet at all. The biggest value is finding out what's happening in your world in real time.", dice Dorsey riferendosi, evidentemente anche a ciò che Twitter ha saputo diventare durante le rivoluzioni arabe. Trascura, forse, il necessario ruolo di figure (professionali a tutti gli effetti) che filtrino il buono dal cattivo, il rilevante dal rumore, il senso dal trending topic; figure che orientino nella giungla di ciò che non sempre è informazione o conoscenza. Una conoscenza che, dice Benedetto XVI, può anche essere conoscenza di sè. Perchè anche i Tweet, ha dichiarato il Papa, possono comunicare un messaggio profondo. Almeno fino a quando - aggiungo io - non ci si impegni troppo: quel che si vuole appaia profondo, in 140 caratteri (per fortuna non ne sono di più), a volte - proprio alla ricerca del TT - diventa penosamente banale!
Il problema è che Twitter, proprio come Google, è un'Azienda e deve far soldi; e per far soldi deve conquistare altri territori. Pare che, nella sua espansione, vorrà (dovrà?) permettere la cancellazione di messaggi vietati nei Paesi in cui è per legge ristretta la libertà di espressione. Come dice Claudia nell'articolo su la Stampa: "Twitter non fa le rivoluzioni, ma se i tweet su #ows non fossero visibili in Usa la storia sarebbe stata molto diversa". Staremo a vedere; di mezzo c'è, oltre che la libertà di espressione, anche quella di salvaguardare l'ecosistema informativo.

Certo, senza la materia prima (le informazioni, le espressioni delle persone, e.g. i tweet), il banco salterebbe. Ma, assumendo che tale materia prima esiste, avendo riconosciuto - come dicevo prima - la necessità di un ruolo professionale di filtro, la domanda è sempre la stessa: quale il miglior modello di business? Un modo complicato per dire: come riconoscere il valore delle informazioni distribuite? Quale deve essere tale valore? Ma, soprattutto, come far capire che un valore va riconosciuto? Luca De Biase, a proposito dell'economia dell'informazione, si è spinto ai "confini della realtà" parlando un linguaggio che non sono riuscito a comprendere: il denaro è una forma di informazione. Sono diversi giorni che ci penso ma - in mancanza di feedback - non riesco a venirne a capo: a mio parere il denaro è solo un mezzo (forse Luca De Biase mi direbbe che è proprio questa, interpretando alla McLuhan, la ragione per cui il denaro può essere informazione) per ripagare, oltre che il valore dell'informazione, anche quello delle connessioni sociali che ci aiutano a darle senso.

La risposta alle domande che sono sul tappeto devono ovviamente tener conto dello scenario di riferimento. Per l'Italia sappiamo, dall'ISTAT (via), che nell'ultimo anno c'è stato un calo delle sottoscrizioni di abbonamenti alle news (-1,5%). Sappiamo poi dal rapporto Edelman (via) che è aumentato il tasso di fiducia nei media (dal 45% al 57%); il fatto è che sono le fonti di informazione tradizionale a farla ancora da padrone. Sono quindi incuriosito dagli esiti dell'esperimento de il Fatto Quotidiano. Sono sicuro, intanto, che un ruolo importante sia quello delle testate che si candidano, in nome della trasparenza, a guida per i cittadini in questa giungla informativa con un forte impegno nella riqualificazione dell'informazione in senso etico. Una guida che, in uno scenario come quello rappresentato dalla ricerca condotta dal Gruppo di lavoro su Qualità dell’ informazione e pubblicità del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti insieme all’ Università di Urbino Carlo Bo, dall’équipe di ricerca guidata da Giovanni Boccia Artieri; una guida, dicevo, quanto mai opportuna.



Ci vuole una guida, quindi. Come quando visitiamo un posto nuovo, in cui non capiamo la lingua e non conosciamo le tradizioni. E bisogna anche riconoscerne il valore. Ecco perchè voglio chiudere con una argomento a me molto caro: il portale italiano del turismo, italia.it: pare che il nuovo ministro abbia buone intenzioni. Gli dobbiamo credere?

martedì 24 gennaio 2012

Il Fatto è che manca qualcosa!

Mi ha incuriosito l'esperimento de Il Fatto Quotidiano che permette l'acquisto del quotidiano su Facebook grazie ai crediti-Facebook. Una utile spiegazione del meccanismo la trovate su socialmediamarketing.it (da qui ho prelevato l'immagine). 




Per chiarirmi le idee ho proceduto all'acquisto avendo in pop-up un articolo di mio interesse. Con 5 crediti, al costo di un euro (mezzo dollaro su account USA), ho acquistato una intera copia, non il solo articolo che avevo in evidenza.

Sicuramente la strada intrapresa è buona; per quanto, come dice PierLuca Santoro, forse la soluzione migliore sarebbe quella di una piattaforma social embedded nel sito del quotidiano [ma - chiedo - quanto deve essere già fedele il lettore a quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un marchio per potersi affidare completamente al sito che ne distribuisce i contenuti?]

Credo, però, che molto meglio sarebbe prevedere l'acquisto (ed il contestuale "Like!") anche di un singolo articolo. Come si può, infatti, pensare di generare una discussione su un intero quotidiano? Che senso ha, su una piattaforma digitale, obbligare l'acquisto dell'intero quotidiano quando "la tecnologia" permette facilmente di segmentare l'offerta ed il conseguente pagamento?

Perfetto sarebbe, poi, integrare un meccanismo di microcredito: riconoscimento di crediti (o frazioni di essi) a chi, attraverso la segnalazione (un "Like!") di un articolo, ne favorisce un ulteriore acquisto da parte di un "Friend".

Ma non è detto che quelli de ilFatto non ci stiano già pensando!

ETicaNews.it


Qualche tempo fa ho segnalato tre iniziative etiche chiedendo contestualmente ai responsabili uno sforzo per imprimere una svolta etica nell'eco-sistema informativo (Impronta Etica, Etinomia e ETicaNews.it). La mia proposta, infatti, come sa chi frequenta mdplab, è di fare, di quella Editoriale, una Impresa con Finalità Sociali ed inquadrare poi le testate in un sistema in cui il finanziamento pubblico passi attraverso le mani dei lettori/cittadini.

Dopo averne parlato in questo spazio, per approfondire ulteriormente, ho avuto contatti con le varie persone coinvolte. Quelli con Luca Testoni, che dirige ETicaNews.it, e Marco Ratti, che ne completa la redazione, si sono concretizzati in una collaborazione. Questo è il mio primo articolo.

ETicaNews nasce già come progetto editoriale per diffondere notizie in maniera indipendente, senza sottostare ad alcuna pressione esterna, senza aver bisogno di pubblicità per sopravvivere. Il modello è quello della Fondazione. Farne parte è per me, oltre che opportunità di crescita, motivo di orgoglio.

lunedì 23 gennaio 2012

Panopticon, la Torre di Cuntz e il Dilemma del Prigioniero

Partiamo con tre ipotesi/premesse.

La prima: nel 1785 Jeremy Bentham progettò un modello di prigione, il Panopticon. Esso prevedeva una torre al centro ed una costruzione circolare intorno; dalla torre era previsto si potesse guardare dentro ogni cella. Questo schema, nelle intenzioni del progettista, avrebbe dovuto incutere nei reclusi il senso del potere - del controllo - derivante dalla sensazione di essere costantemente osservati. Bentham, inoltre, sosteneva che una simile struttura avrebbe potuto cambiare - in meglio, ovviamente - il comportamento dei reclusi.

La seconda: nel 1934, il libero pensatore e pacifista, Erwin Cuntz scrisse ad Hitler per esporgli l'idea che aveva avuto per l'immagazzinamento, e il facile recupero, di tutti i bio-data del popolo tedesco. Tale modello è noto con il nome di Torre di Cuntz, un enorme registro fisico in cui i dati sono suddivisi per giorno, mese e anno di nascita, genere e ordine alfabetico. L'idea di Cuntz era, oltretutto, quella di tracciare in ciascun file ogni singolo movimento dei cittadini tedeschi. In questo caso l'esercizio di controllo, del potere, è invisibile alle persone.

La terza: nella teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero, è la scelta (tra il tradire il compagno o meno) di fronte alla quale si trovano due prigionieri che hanno l'obiettivo di minimizzare la pena, in dipendenza dalla strategia utilizzata dal compagno.


Il Panopticon e la Torre di Cuntz sono due metafore considerate da Josef Teboho Ansorge, dell'Università di Cambridge, in un articolo pubblicato nel volume 40 di Millennium (Ottobre 2011), una rivista di Studi Internazionali, dal titolo Digital Power in World Politics, per modellare il potere digitale abilitato dai database. Nell'articolo sono frequentissimi i riferimenti all'immensa base di dati utilizzata dallo staff di Obama nella leggendaria campagna elettorale per le presidenziali di quattro anni fa.

La conclusione alla quale Ansorge giunge è che il miglior modo per modellare il Potere Digitale [abilitato dai database] è la torre di Cuntz, più che il Panopticon. La torre di Cuntz riuscirebbe, secondo lo studioso, a rendere meglio l'idea della mancanza totale nelle persone della sensazione del potere (del controllo) subito; oltretutto il Panopticon permette una esclusiva analisi visiva che niente può dire, invece, sulla provenienza e sulle abitudini (dati, questi ultimi, tenuti sotto costante osservazione nella torre di Cuntz) delle persone schedate.



Ecco il mio ragionamento: consideriamo ora i Social Network, per semplicità Facebook.

Siamo in un Panopticon quando facciamo parte di un gruppo (in cui, in effetti, ciascuno può guardare l'altro), consapevoli del controllo degli altri su di noi; e ci regoliamo di conseguenza magari modificando i nostri naturali atteggiamenti soltanto per compiacere.

Siamo invece nella Torre di Cuntz quando, come indistinguibili numeri, da un punto di vista esterno al gruppo di cui siamo parte, riempiamo un seplice database: di una Azienda, di uno Staff elettorale, di un occhio indiscreto che - per nostra imperizia - si è infiltrato nella nostra vita digitale.

In altre parole: siamo in entrambe le strutture; quello che cambia è il punto di vista.

Cosa c'entra il dilemma del prigioniero?

In un gruppo, abilitato dalla piattaforma sociale, possiamo/dobbiamo cooperare per superarlo. Per quale ragione? Forse per sfuggire al potere del controllo esercitato per mezzo dei database. Come? Collaborando, per l'appunto, e cercando di ritrovare una struttura gerarchica. In questo modo si può anche superare la visione denunciata da Ansorge nel suo articolo: con i database, dice Ansorge, non si è più visti come gruppi e relative - classiche - gerachie, bensì come individui ordinati in una gerarchia nuova poiché basata esclusivamente su punteggi.

I link servono per confutare la tesi e/o per le vostre osservazioni.


Le prime due le faccio io.
Per iniziare: nella metafora della Torre di Cuntz, riconosco qualcosa del pensiero di Evgeny Morozov. Nella metafora del Panopticon ci trovo qualcosa, invece, di Clay Shirky.
E poi: nel talk che ho linkato di TED, ad un certo punto Howard Rheingold dice che i prigionieri si sentono tali soltanto perchè pensano di esserlo. Da qui il ragionamento si sviluppa in una raccomandazione che, per usare le metafore di queste mie riflessioni, suonerebbe più o meno così: usciamo dal database per dimostrare che non siamo un numero e  per...sfuggire al controllo!

sabato 21 gennaio 2012

Cinque anni. E cominciarli a sentire!

Oggi mdplab compie il suo quinto compleanno!


La sensazione è strana: da un lato la gioia e l'orgoglio di aver tenuto in piedi uno spazio per un numero discreto di anni (in un mondo in cui tutto viene dismesso a velocità vertiginose, si tratta di un grande successo personale); dall'altro i tanti dubbi che ho sulla sua efficacia (e il conseguente pensare di praticare altre strade).

In cinque anni, grazie agli infiniti stimoli raccolti, ho collezionato 501 post (questo è il numero 502!) rielaborando i vostri pensieri e tante altre letture: un insieme di pensieri, stavolta i miei, che hanno fatto di mdplab - oltre che luogo di aggregazione di un paio di iniziative di cui vado fiero - la culla di un Modello per l'Editoria. Ecco, in una delle strade che vorrò sperimentare, spero di poterne sintetizzare i passaggi finali.

Intanto mi godo il regalo che mi sono fatto :)

Più piccolo è più veloce! #ilsabatodimdplab #11

"Più piccolo è più veloce!" mi diceva la Prof nel corso di Calcolatori Elettronici all'Università parlando della velocità di accesso nelle memorie dei dispositivi: minori sono le dimensioni delle memorie, minore è la velocità con cui si può accedere ad esse.


Nella sua banalità, questo concetto è di applicabilità assolutamente trasversale. Se, quindi, l'esigenza dei cittadini è quella di essere informati in velocità (sia di ciò che accade per il mondo, sia di nuovi prodotti messi sul mercato), di sicuro non fa bene la mole impressionante di informazioni dalla quale quotidianamente siamo bombardati. Non soltanto attraverso la Rete [Questo, ovviamente, non significa auspicarne la riduzione del potenziale]
Io non penso che ogni richiesta vada assecondata; e, considerato che il buon senso non è proprio del Fornitore (almeno non sempre), occorre fare da sè. Con una opportuna dieta informativa. Sono d'accordo, infatti, con Clay Johnson, quando - presentando il suo The Information Diet - dice che "A healthy information diet isn't just about tools to use on your computer, it's about habits and healthy choices."

Va in questa direzione l'iniziativa social di Repubblica? Dopo una prima positiva impressione, a freddo, mi sono detto: ma è davvero utile una personalizzazione così spinta? Il rischio Filter Bubble è davvero grosso: interessanti senza dubbio i "Consigliati per te", "I tuoi argomenti" e "Cosa leggono i tuoi amici di Facebook", ma alla fine il pericolo di rimanere solo nella propria cerchia e di agevolare il processo di separazione delle persone e delle isole culturali (come dice Luca De Biase presentando il libro di Eli Pariser) è molto molto grande. Forse, come dice Fabio Cavallotti, si va alla ricerca disperata di fare un business che premi di più dell'advertising. E non è, questa, una bella notizia. La dieta informativa deve, quindi, lasciare uno spiraglio, una via di fuga che favorisca la serendipity.

Tanti consigli per una buona dieta informativa si possono trovare anche nel libro, più volte citato in questi spazi, di Peter Laufer, "Slow News - Manifesto per un consumo critico dell'informazione": il motto è "le notizie di ieri, domani!". Con una tale linea guida, i cittadini/lettori, consapevolmente voraci (e sottolineo "consapevolmente"), si sarebbero potuti risparmiare il video fake del drammatico fatto della Costa Concordia. Interessanti, a tal proposito, sono le considerazioni su lavoce.info che riflette sul modello di turismo italiano criticando la crescita smisurata delle dimensioni di navi e porti pagati, oltre che - purtroppo - con l'incapacità di un Comandante, anche con il reclutamento di forza lavoro a basso costo, con un impatto ambientale elevato ed un risibile contributo alle mete di destinazione. Dall'analisi ne viene fuori un modello evidentemente insostenibile, un pò come il Cheesburger, da un punto di vista sociale, economico e ambientale. Bauman, come non citarlo ancora?, parlava dei pascoli vergini da conquistare evidenziando la crisi di un modello, quello capitalistico, che ormai ha esaurito il suo compito e che, pian piano, sta inesorabilmente distruggendo se stesso. Nel campo informativo, come nel turismo, sta succedendo qualcosa di simile.

Non credo sia necessario, almeno per il momento, leggere delle teorie della decrescita per capire che sia opportuno darsi una calmata, ridimensionarsi un pò per evitare di ritrovarci in una terra incapace di dare frutti. Delle buone pratiche potrebbero evitarci di diventare semplici performer, schiavi del giudizio degli altri e ciechi ai vantaggi che potrebbero derivare dalla quiete (e invece siamo attratti dalla possibilità di diventare Web Celebrity. Chi è senza peccato scagli la prima pietra!); altre, invece, saprebbero condurci ad un ragionato raggiungimento del ROI senza passare attraverso l'apertura di (troppi) account sui Social Network col solo scopo di aumentare dei misuratori (da mostrare ai propri Clienti o al proprio CEO), magari anche inutili.

Ma il fatto è che il messaggio di questo mezzo è troppo seducente.

I numeri di Internet, infatti, aumentano (via) e con essa le proposte che, presumibilmente, mirano ad aumentarli ancora di più. Una novità per me positiva è la collaborazione tra Politico e Facebook per il monitoraggio della campagna elettorale per le Presidenziali Americane; un'altra è l'introduzione, in Facebook, di nuove azioni oltre al "Mi piace!": con i nuovi "Ho comprato!" o "Sto cucinando!" vedo la strada verso la creazione di gruppi più coesi di persone ma anche - c'è da scommeterci - un nuovo e più strisciante modo per vendere pubblicità!

Innovare non è tanto soddisfare un bisogno ma crearlo, dicono.
Non sono d'accordo perchè, a parte le opere di pochi illuminati, davvero non ci serve tutto quello che si crea. Serve solo ad aumentare l'entropia [devo ancora terminare il suo saggio ma, per il punto in cui sono, mi chiedo: il prezzo dell'empatia è davvero sempre l'aumento dell'entropia?].

"Più piccolo" significa anche "di Meno".
"Più veloce" significa anche "Meglio".


Lo scugnizzo che vedete nell'immagine è Lorenzo Insigne, attaccante del Pescara. Un fenomeno, ne sentirete sicuramente parlare. Il suo segreto? Eccolo: classe 1991, altezza 163 cm, peso 59 Kg, piccolissimo ma velocissimo!