martedì 13 marzo 2012

Questione di Ampiezza


[...] Così se Internet non è stato la sola causa del declino dei giornali probabilmente, non può essere nemmeno di per sé l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradignmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa  fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo. «I quotidiani, gli organi di informazione oggi, possono fare molti passi in avanti per dare alle persone un senso di appartenenza e partecipazione nel loro giornalismo» dice Robinson in chiusura del suo articolo. In quel “molto” ci sono, probabilmente, gran parte delle sfide da mettere in campo per dare un futuro ai giornali (qualunque sia il supporto sul quale siano pubblicati).

Queste sono le parole con cui Lelio Simi conclude un pezzo tanto interessante quanto stimolante: Quotidiani e senso di comunità.

PierLuca Santoro, invece, trovando sostegno nella copertina di "IL", ribadisce il paradigma della convergenza editoriale: Il futuro dei quotidiani, anche in termini di sostenibilità economica, si gioca sulla capacità di realizzare sinergie, convergenza, tra le versioni digitali e quelle tradizionali, utilizzando ciascun mezzo, ciascuna versione a supporto dell’altra.  Le attese, i proclami apocalittici di scomparsa della carta si confermano essere eccessivi ed enormemente amplificati rispetto alla realtà (da “guru pour cause”?) con stampa e digitale, media tradizionali e digitali, a costituire le due facce della stessa medaglia, entrambi importanti nell’attualità e per il futuro.


Il disegno delle caratteristiche di un prodotto [informativo] sono, evidentemente, una complicata partita da giocare sul campo dell'Etica. Sia per l'esigenza di rispondere ai desiderata degli azionisti sia per la contestuale ed ossessionante ricerca di soddisfare un bisogno piuttosto che crearne uno nuovo.

Il cambiamento culturale di cui Lelio parla credo debba riguardare l'ecosistema informativo nelle sue due parti (i cittadini/lettori e i cittadini/editori) e ogni Modello di Business scaturito da un percorso unilaterale, sarà destinato al fallimento. È probabile che in un percorso "bilaterale" si troverà la soluzione migliore; ed è probabile che la soluzione migliore sia proprio la convergenza alla quale si riferisce sempre PierLuca. Staremo a vedere.

Personalmente ritengo che la sfida di chi fa informazione nella ricostruzione di una comunità - che metta, cioè, le persone al centro - sia un discorso da declinare tenendo conto dell'ampiezza della comunità di riferimento. Ed ogni Modello di Business, perchè sia anche un Modello Sociale, dovrebbe tenerne conto.

3 commenti:

Luigi Bertuzzi ha detto...

Ciao Marco,
faccio una premessa al commento che questo post mi stimola a fare.

Le impressioni che ne ricavo sono quelle di un "pensionato", che non ha ancora avuto la possibilità di mettere a frutto il processo di acquisizione di conoscenza associato alla sua trascorsa "vita attiva".
Nascono quindi da "esperienze fatte" in situazioni reali gestite con approcci "pratici" ["non teorici" e quindi "senza modelli"].

Fatta la premessa commenterei evidenziando il bisogno di "riconciliazione" tra processi di domanda e di offerta.

Al punto in cui siamo credo che quel bisogno debba essere affrontato come "problema di comunicazione interpersonale".

Mi piaceREBBE - andando [improponibilmente?] "contro" le pratiche "feisbucchiane" d'uso del web - condividere un intento di recupero del significato dell'espressione "fare sistema", come l'ho vissuto in diversi ambienti di calcolo scientifico [precedenti un'esperienza di "vita aziendale" in una morente Olivetti votata al sacrificio sull'altare del Venture Capital].

Credo che senza quel recupero si rischi di vanificare qualunque buon proposito di "fare rete".

Nel mio profilo Google Plus c'è un abbozzo d'intenzione d'uso del Web, in attesa della cooperazione necessaria ad esprimerla in termini che la rendano realizzabile [sul piano comunicativo prima che su quello strumentale].

Cosa cerco di dire, in netto contrasto con quello che dice questo post? Cerco di dire che il "senso di appartenenza" non può essere "dato" alle persone da chi è mosso dall'ansia di trovare un nuovo paradigma [o un nuovo modello di business] ... e allora come possiamo affrontare il "cambiamento culturale" in modo "paritetico"??

Se il cambiamento lo propone e lo pilota l'operatore dell'offerta c'è da fidarsi? Io non mi fiderei! E come facciamo a immaginare una situazione "equa", sapendo che l'operatore della domanda non esiste? Se io cerco di comportarmi come uno che vuole crearsi un senso di ... "appartenenza alla condivisione di un bisogno" ... chi cavolo posso trovare come interlocutore paritetico?

Scusa il tono apparentemente polemico ... ormai dovresti sapere che non sono mosso da intenti polemici.

Ti lascio le domande come stimolo a proseguire la tua ricerca di esperienze "riconcilianti" :)

Luigi

Marco Dal Pozzo ha detto...

Luigi,
credo tu non abbia capito lo spirito di cio' che ho scritto. Quando parlo di "percorso bilaterale" mi riferisco ad un percorso condiviso tra tutti gli attori: sia quelli della domanda sia quelli dell'offerta proprio perche' "non mi fido" solo di chi fa l'offerta.

Insomma penso siamo sulla stessa lunghezza d'onda anche se, evidentemente, non sono riuscito a dirlo bene...

Luigi Bertuzzi ha detto...

Non è che non ho capito; cerco di esprimere il senso di urgenza di uno che RISCHIA di non riuscire a [d avere la consolazione di poter] passare dal DIRE al FARE :(