sabato 25 febbraio 2012

People First! e un Patto Strategico #ilsabatodimdplab #16


Maslow, nella trattazione sulla gerarchia dei bisogni diceva anche che, per attrezzarsi alla scalata della piramide, occorrono dei prerequisiti. Tra questi la libertà di investigare e di informarsi, visti più come desideri che come reali bisogni. Maslow, poi, puntellava la sua teoria dicendo che, nel momento in cui si postula il desiderio di informarsi, si deve necessariamente postulare anche il desiderio di capire e attribuire significato alle cose.
Al centro c'è ovviamente la Persona e, conseguentemente, ogni mezzo (lecito, s'intende) che possa contribuire al raggiungimento del vertice della piramide in cui Maslow aveva collocato l'autorealizzazione.

L'idea di ritrovare la gerarchia maslowiana nei social media che quotidianamente utilizziamo è di per sè interessante; tuttavia, a differenza di quanto fatto da ticsyformacion.com, avrei affrontato la sfida in modo totalmente differente. Non penso infatti si possa attribuire ad ogni strato una tipologia di piattaforma; credo, invece, che ciascuna piattaforma, a seconda di come la si utilizzi, contempli potenzialmente tutti i passi del viaggio che Maslow modellava verso la cima. Non è automatico, ad esempio, che un Blog rinforzi l'autorealizzazione; non capisco nemmeno come all'autorealizzazione non contribuisca la creazione di una buona rete di contatti su LinkedIn.
Di sicuro i social media, soprattutto nella costituzione dei prerequisiti di informazione e contestualizzazione delle informazioni, svolgono un ruolo essenziale.


Per Maslow, quindi, si diceva, la Persona è al centro: tanto nel costruirsi il background (i prerequisiti) quanto, poi, nell'affrontare il viaggio. Con una chiave di lettura "piramidale", si può forse anche meglio comprendere il pensiero di Bauman che, aspicando il viaggio (verso l'autorealizzazione, direi), metteva in guardia dal disastro della deriva in cui ci siamo ritrovati. In quale altro modo si può leggere questa deriva se non, per esempio, nelle forti lacune che oggi registriamo negli strati maslowiani del bisogno di sicurezza e di appartenenza (intesi, in questo caso, in un senso più lato)? Come colmare tali lacune, senza cedere alla seduzione dei beni materiali che possono produrre un'appagamento soltanto momentaneo? Lo sforzo, probabilmente, è da dirigere verso la ricostruzione dei prerequisiti di cui Maslow parlava: appagare il desiderio di capire e attribuire senso alle cose. Il viaggio che, in questo modo, si preparerebbe tanto mi richiama quello schematizzato nel WIKiD.

È fondamentale, quindi, organizzare nel migliore dei modi l'ecosistema informativo; per quanto detto, infatti, esso rappresenta il background, il tool, che ci abilita alla scalata della piramide. E il mainframe (un abilitatore che abilita, un abilitatore di primo livello; non mi viene in mente un altro nome) esiste già e si chiama Internet.

Il tema del "people first" è stato affrontato da Pier Luca Santoro che ha fatto [ri]emergere la parole di Clay Shirky. Alla domanda che Pier Luca si pone io risponderei che questo è il punto di partenza ed ogni sua etica declinazione [ri]eleverà, ne sono convinto, l'ecosistema informativo al ruolo che ha sempre avuto (sarebbe forse meglio dire: avrebbe dovuto avere!) e che deve continuare ad avere. Non mi sembra quindi di essere fuori tempo se segnalo la presentazione che, quasi due anni fa, feci al MediaCamp del Festival Internazionale del Giornalismo: il Modello OSE che utilizzai era (ed è) una metafora sociale che mette al centro, per usare un linguaggio informatico (ma che è facile declinare nei termini in cui si sta ponendo il problema), i requisiti dell'Utente. La Piattaforma Eskup di El Pais mi sembra incarni alla perfezione l'application platform dell'OSE; la possibilità di condividere in essa le notizie acquistate online sono, poi, un buon punto di partenza verso l'implementazione del fulcro del [mio] Modello Fotovoltaico che riconosce il valore delle azioni della Persona con un microguadagno (People First we said, don't we?).

Continuo a ritenere che sia un accanimento terapeutico ogni azione destinata a mantenere in vita la carta a meno che, ancora una volta in logica "people first", non si parli di un giornalismo (iper)locale; concordo sulla raccolta crossmediale e distribuzione multimediale ma, quando il bacino di utenza della notizia va oltre le 10000 persone (tanto per avere un ordine di grandezza), includere anche la carta nel set dei media, sono convinto sia un clamoroso errore strategico.
Mi piace tantissimo la schematizzazione fatta da Mario Tedeschini Lalli quando parla delle molecole di significato e degli atomi informativi che devono contribuire a formarle; ed è importantissimo, io credo, che alle Persone passi il messaggio che questo è "il lavoro giornalistico per eccellenza" (contestualizzare gli elementi informativi, le notizie). Importantissimo perchè soltanto in questo modo si capirà che, prima o poi, la notizia, benchè online, va pagata. Ma, ancora, credo la carta sia fuori da questo ecosistema globale fatto di un bacino di utenza che, solo se si vuole rimanere nei nostri confini, conta potenzialmente 60 milioni di persone. Un fattore 6000 che fa, evidentemente, la differenza.

Se gli investimenti pubblicitari nel 2011 sono calati (via), per la "Free Press", del 42,9% ci sarà pure una ragione. È vero, non si può paragonare questo tipo di medium a quello di un quotidiano "vero e proprio" (che pure perde il 5,8%); ma è un dato, questo, che non si può trascurare: la Free Press chiude (anche) perchè evidentemente che ci si rifornisce altrove. Magari dalla concorrenza (e in Italia, sembra, nel comparto ce ne sia tanta).

Guardo, invece, con interesse alle piattaforme distributive del Long Form Journalism (, dopo averle scoperte all'eBookCamp); Amazon già lo fa con i suoi Singles. Ed è evidente che quelli di inform-ant (via) non ne abbiano temuto la concorrenza se hanno deciso di avviare la loro impresa. Quello del Long Form Journalism penso sia una buonissima soluzione: l'approfondimento diventa la chiave per contestualizzare gli elementi informativi e le notizie (per ripetere le parole di Tedeschini Lalli) e, in quanto frutto di un lavoro professionale, va opportunamente ripagato. È un lavoro di filtro essenziale che, tenendoci lontani anche dall'infobesità dilagante e dal rumore di fondo dei Trending Topic, si espliciterà tanto più quanto più e meglio saranno state coinvolte le persone in quello che, a tutti gli effetti, potrebbe essere definito "patto strategico": tra i giornalisti e i lettori o, più semplicemente, tra Persone.

Come vedete, le letture di questa settimana mi hanno permesso di riportare in superficie grossa parte degli studi condivisi, nei mesi, in questo spazio. Ne è venuta fuori una riflessione che rappresenta un punto di [ri]partenza per un lavoro che, mi auguro, si possa concretizzare entro l'anno in una proposta (con dei numeri, con degli euro) che possano rendere le parole più fisiche e meno impalpabili di quanto non lo siano state nell'ultimo paio di anni.

3 commenti:

Luigi Bertuzzi ha detto...

Perfetto. Il mainframe ce l'ho. La smetto di cercare interlocutori disponibili a passare dal "dire" al "fare". La smetto di "seguire" quei già pochi che seguo. Mi faccio la mia strategia. Comincio a realizzare una Comunità di Acquisizione Solidale di Conoscenze Operative, [CASCO] nel settore del Turismo, per proteggermi dai rischi di scelte fatte da interessi diversi dal mio.
Gli esempi illustri che ho contribuito a rendere operativi, partiti da mainframe di altri tempi, sono ancora tutti alive, kicking and "progressing" ... What else?? :-))
Have a jolly good week-end grandson; you made my day!

Marco Dal Pozzo ha detto...

Che fai Lui', mi sfotti?

Quando parli di interessi diversi dal mio potrei ampliare e generalizzare dicendo interessi diversi dal nostro. Quando parlo di declinazione etica parlo proprio del bene comune che, almeno nella teoria, sono lontani da interessi privati.

Luigi Bertuzzi ha detto...

Ma no. Uso un io comunitario in divenire.