domenica 15 novembre 2009

Crisi del Giornalismo - soluzioni da Giornalisti e Pubblicitari!

Riporto di seguito alcuni passi di un'intervista a Kevin Roberts pubblicata a fine Settembre in un articolo di Affari & Finanza di Repubblica.

I giornali cartacei non scompariranno. Però devono integrare sempre di più le redazioni con quelle Web, e poi adeguarsi ai nuovi strumenti come l'e-book con format appositi e opzioni specifiche.

Non è mai successo che un nuovo medium abbia causato la scomparsa di un altro. Esiste ancora la radio malgrado la TV, il cinema malgrado il DVD.

In occidente prevarrà un modello misto: internet, tv, blackberry. L'importante è che ci sia uno schermo, dove leggere le news e guardare i filmati, e ora si sta aggiungendo come dicevo pure lo schermo dell'e-book. Così le reti televisive e i giornali finiranno con l'ingaggiare una gara a chi avrà saputo meglio cogliere le possibilità sinergiche e le interazioni fra questi media.

Anche le campagne pubblicitarie dovranno adeguarsi.

Servono campagne innovative, aggressive, in grado di spaziare fra tutti gli schermi attraverso i quali passiamo la nostra giornata.

E poi c'è da considerare il cambiamento dei consumatori.

Noi pubblicitari potremmo aspirare a far parte di coloro che costruiscono un mondo migliore. Cosa significa per un pubblicitario? Beh, una risposta potrebbe essere: imitare Obama. Con un mix fra scelta dei media, vecchi e nuovi, e contenuti convincenti, è riuscito a trasmettere emozioni al punto da vincere le elezioni. Si tratta di creare diversamente i messaggi, di elabolarli con più attenzione alle vere necessità dei cittadini. Basta con gli inviti ai consumi inituli, supeflui.


Ho ripreso l'intervista, collezionata nel mio "archivio cartaceo", e adesso le parole del CEO della Saatchi & Saatchi, una delle più importanti Agenzie Pubblicitaria del Mondo, mi sembrano un completamento [delle] e una risposta [alle] questioni poste da Luca De Biase nella sua analisi su "Problemi dell'Informazione", disponibile su l'Espresso qui insieme con un altro pezzo di Giua. Dei due articoli su lsdi c'è una utilissima sintesi [via].

Nel suo pezzo, intitolato Il Giornale non è la sua Carta, Luca De Biase, nel paragrafo La crossmedialità, sostiene che

non è il mezzo a definire il genere giornalistico: è l'argomento e il metodo di lavoro. [...] i nuovi media non vanno necessariamente visti come una negazione del giornalismo ma come una modalità in più per esprimerlo. [...]

E poi, ne I dilemmi degli editori:

A ben vedere, in effetti, gli editori (a parte le agenzie giornalistiche) non hanno mai venduto le notizie. Hanno venduto l'attenzione da esse generata agli inserzionisti pubblicitari e hanno venduto il supporto che conteneva le notizie e le rendeva accessibili. [...] Quindi per gli editori si tratta di modernizzare il loro business innovando nelle piattaforme, nei prodotti, nella raccolta pubblicitaria.

Nelle parole lette e condivise con voi trovo sia il porre la questione sia una indicazione delle soluzioni. Curioso che a parlare della soluzione non sia un Editore [certo, De Benedetti e Murdoch nei mesi scorsi ci hanno deliziato con le loro riflessioni ma mai con un'analisi approfondita]. A parlare, infatti, sono un Giornalista e un Pubblicitario e, da quel che vedo, sembrano anche, di massima, essere d'accordo: crossmedialità, per usare il termine di Luca.

Quel che vedo, a dispetto delle rassicurazioni di Kevin Roberts, è l'assenza dei quotidiani cartacei in queste analisi. Non vedo, cioè, la carta contemplata nel concetto di crossmedialità. Anche quando Roberts parla di sinergie, si riferisce a tv, blackberry e e-book.

Dove sono i quotidiani? Che fine faranno?

Osservo che i media facenti parte di questo virtuoso mix sono accomunati dalla forte intereazione che riescono ad abilitare tra produttore e fruitore dei contenuti. Una interazione che, forse, nel caso del quotidiano cartaceo, è quanto meno molto più difficile da ottenere. Che non sia anche questo il motivo della crisi?

Come si diceva nella discussione in edicola da PierLuca, il cliente si sta spostando da stupido a medio a evoluto forse anche perchè, a questo punto aggiungo, abituato dalle nuove piattaforme di condivisione. Cerca interazione e, stimolato ad esempio dal poter commentare, si pone ad un livello più elevato che gli permette, per l'appunto, di esigere di più. Il discorso, io credo, valga almeno al livello di mezzo di fruizione. Quanto alla qualità dei contenuti, il discorso lo vedo apertissimo.

Per i contenuti, infatti, si pone [ne sono convinto], un problema culturale. Anche con la crossmedialità il rischio è quello di spalmare sulle piattaforme e, quindi, propinare contenuti di scarsa qualità. Ripropongo qui una riflessione ormai vecchia di quasi due anni [e fatta a proposito di un fenomeno diverso da quello di cui si discute] ma che vedo applicabile anche in questo contesto [chiedo scusa per l'autocitazione]

Quale sarà il compromesso tra produzione di contenuti di qualità e la loro attitudine a calamitare le masse in una misura tale da giustificare un investimento pubblicitario? Quanto di qualità dovrà essere il nuovo contenuto sul Web perchè il relativo contenitore riesca ad attrarre visitatori e, quindi, capitali in advertising? E poi: siamo sicuri che la presenza di advertising continuerà a garantire qualità e conseguente audience a tali contenitori?

Una prima risposta prova a darla proprio Kevin Roberts nell'ultimo degli statement riportati.

A voi la parola!

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