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domenica 26 maggio 2013

#1news2cents raccontato agli amici (e poi @ultimabooks e @amazon)

Se un amico curioso mi incontrasse per la strada e mi chiedesse quali sono gli argomenti trattati nel mio eBook "#1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online)", mi divertirei a dirgli più o meno le stesse parole con cui ho presentato il mio lavoro la scorsa settimana a Torino, durante il dibattito al Salone OFF organizzato da Erica Vagliengo.

Eccole in questi due brevi video (grazie a Lia e Letizia per avermi registrato e fotografato!). Sono dieci minuti che potrebbero convincervi a rinunciare all'acquisto; quindi altamente consigliati!


Un paio di informazioni di servizio.
La prima è che potete approfittare della promozione di UltimaBooks per avere gratis #1news2cents (a chi si registra, infatti, UltimaBooks regala 3€ spendibili per l'acquisto dei titoli dello store).
La seconda è che, finalmente, #1news2cents è anche su Amazon: Amazon.it e Amazon.com con il Look Inside per guardare l'indice dettagliato dei contenuti.

Ah, dimenticavo, il concorso è ancora valido: nel libro ho seminato un "errore intenzionale": chi riesce a scovarlo per primo twittando "#1news2cents l'errore è xxx @marcodalpozzo" avrà in regalo un libro della bibliografia a scelta che, a meno che non sia disponibile in formato elettronico, provvederò personalmente a spedire. Ve ne consiglio qualcuno: "Marketing dell'Informazione e della Conoscenza", di Michele Rosco, da cui tutto è cominciato; Il Reddito di Cittadinanza, di Giuseppe Bronzini, un testo illuminante (non soltanto per le mie ricerche); Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza, di Bellucci e Cini; La società dei beni comuni, una rassegna di Paolo Cacciari che ha ispirato uno dei passaggi chiave della mia teoria. E qui mi fermo perchè rischio davvero di elencarli tutti!

sabato 11 maggio 2013

#1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online) di @marcodalpozzo


Dopo quattro anni di studi, alla fine, credo di avercela fatta a raggiungere il terzo degli obiettivi che mi ero posto nel Marzo del 2009: #1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online) è il titolo del mio eBook (non ci credo ancora!) che sintetizza le mie ricerche sull'Editoria.

Sento di dover dire un paio di cose: ho scelto di metterlo in vendita perchè dietro c'è un lavoro molto faticoso, quasi da artigiano (le figure, "ricamate a mano", sono lì a ricordarlo); il prezzo, però, testimonia la fortissima volontà che ho di fare arrivare le mie idee il più lontano possibile.

Il titolo, che è un tweet, dovrebbe aiutare a discuterne online (altri tweet di sintesi li troverete alla fine di ogni paragrafo). Una parte del libro esplode conclusioni già condivise nel mio laboratorio; gli ultimi capitoli, invece, sono una novità perchè danno forma a delle intuizioni che avevo soltanto accennato.

Nel libro (che ho iniziato a tradurre per una edizione, oppurtunamente rivista, in lingua inglese) ho seminato un "errore intenzionale": chi riesce a scovarlo per primo twittando "#1news2cents l'errore è xxx @marcodalpozzo" avrà in regalo un libro della bibliografia a scelta che, a meno che non sia disponibile in formato elettronico, provvederò personalmente a spedire. Ve ne consiglio qualcuno: "Marketing dell'Informazione e della Conoscenza", di Michele Rosco, da cui tutto è cominciato; Il Reddito di Cittadinanza, di Giuseppe Bronzini, un testo illuminante (non soltanto per le mie ricerche); Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza, di Bellucci e Cini; La società dei beni comuni, una rassegna di Paolo Cacciari che ha ispirato uno dei passaggi chiave della mia teoria. E qui mi fermo perchè rischio davvero di elencarli tutti!

Sono contentissimo di dirvi della presentazione del libro che farò a Torino, Domenica 19 Maggio al Complesso Sportivo Trecate di Torino, a partire dalle 14.30, allo Spazio Open del Salone Off, l'insieme di eventi che porta il Salone del Libro fuori dal Salone. Se siete da quelle parti mi farebbe piacere vedervi! Ringrazio Erica Vagliengo per avermi invitato e per la sua tenacia.

Intanto voglio ringraziare di cuore gli autori dei libri che ho letto e dei blog e siti che ho consultato in questa lunga traversata. Ringrazio anche gli amici Carlo, Massimiliano, Alberto, Paolo e Matteo, per avermi aiutato nella revisione e per l'interesse dimostrato per il mio lavoro.

Nell'attesa di leggervi online intorno all'hashtag #1news2cents, vi lascio con la quarta di copertina che descrive il libro nelle piattaforme che lo metteranno in vendita:

Questo libro arriva alla fine di un percorso di ricerca durato quattro anni e iniziato con un obiettivo molto ambizioso: individuare una soluzione per recuperare il ruolo del giornalismo in Italia e, quindi, risollevare le sorti di un comparto in crisi. L’osservazione dell’evoluzione del mercato editoriale e lo studio di alcuni argomenti specifici (la teoria dei bisogni di Maslow, i principi del Capitalismo Sociale e del Reddito di Cittadinanza, le teorie della Conoscenza e dell’Informazione) hanno portato a scartare l’ipotesi dei quotidiani cartacei (almeno quelli con un ampio bacino di utenza; i quotidiani che chiameremmo nazionali) per promuovere quella dei quotidiani online e a sostenere una via decisamente politica: la revisione del finanziamento pubblico all'editoria. 

In questo libro è proposta una soluzione forse ai limiti dell’utopia: il Modello Fotovoltaico. Esso prevede che i fondi pubblici non siano distribuiti direttamente agli editori, ma transitino attraverso le mani dei Cittadini che, quindi, tornerebbero a svolgere un ruolo centrale nel percorso verso la Conoscenza e che, per tale ragione, avrebbero diritto ad una forma di ricompensa. 

Quanto deve costare un articolo online? Tutti gli articoli online hanno diritto al finanziamento pubblico? Queste le domande alle quali era necessario rispondere per elaborare una base teorica consistente. 

L’hashtag nel titolo del libro contiene la risposta alla prima domanda e, sebbene non in modo intuitivo, anche l’entità annuale di un eventuale finanziamento pubblico. La risposta alla seconda domanda, invece, passa attraverso un'indagine sulla questione della qualità dei contenuti; tale indagine ha portato alla formulazione di un meccanismo di "punteggi a soglia" in grado di stabilire, per l’appunto, il livello di qualità di un contenuto. L’auspicio è che ci sia qualche forza politica che si faccia promotrice di una legge che recepisca i principi del Modello Fotovoltaico. Il valore economico del contenuto online e il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai contenuti sono, però, dei risultati immediatamente utilizzabili: il primo, come prezzo da praticare nella distribuzione online degli articoli da parte delle testate giornalistiche; il secondo, come metodo promosso dalle testate stesse o usato in autonomia dai lettori, come percorso di consapevolezza di ciò che si sta leggendo. 

Il titolo di questo lavoro è un tweet che, insieme con gli altri proposti alla fine di ogni paragrafo, è un invito alla conversazione e alla discussione, per criticare o incoraggiare i risultati, forse ingenui e sfrontati, di una ricerca, se si vuole, un po' fuori dai canoni.

mercoledì 9 gennaio 2013

Economia del Comunicare. Qualche Appunto

Qualche tempo fa, Luca De Biase ha segnalato un volume "Del cooperare. Manifesto per una nuova economia". Ho letto la sezione scritta dallo stesso De Biase, intitolata Economia del Comunicare; ne riporto qualche brano, e condivido qualche appunto desideroso, come sempre, di discuterci su.


"Elinir Ostrom ha dimostrato che le società sanno autorganizzarsi per gestire le risorse comuni e nella comunicazione trovano grandi e crescenti motivazioni per farlo. Anche in questo settore, il denaro è una forma di informazione: sebbene le idee non abbiano prezzo, la scarsità, quindi il costo monetario, si concentra sugli strumenti che le trasportano, le elaborano e le registrano, oppure sul tempo e l'attenzione delle persone che se ne occupano. Il mercato dei beni che valgono in quanto contengono idee si sviluppa per le vie più diverse. Tra queste c'è l'Editoria."
Qui, credo, Luca De Biase, ci mostra la realtà, che, vista e descritta così, ha qualche cosa di inquietante. Per due ragioni.
La prima: se l'informazione è ciò che le azioni umana e tecnologica possono trasformare in conoscenza e se l'informazione è denaro, allora si starebbe ammettendo che il denaro si può trasformare in conoscenza. Da un lato questo è anche "giusto" perchè, per quanto la conoscenza sia un bene comune, non è sostenibile che sia prodotta in modo gratuito; da un altro lato, però, è sufficientemente indicativo del saccheggio di un Bene Comune da parte del Capitale (se c'è il denaro di mezzo, a meno di una implementazione equa dei meccanismi con i quali esso viene scambiato, c'è, per l'appunto, anche un saccheggio).
La seconda: perchè a trarre beneficio dai mercati che contengono idee devono essere soltanto gli editori? Tenendo conto del loro fondamentale apporto al processo di produzione di senso (i.e. conoscenza a partire dagli elementi informativi, vedi schema WIKiD), anche per i lettori dovrebbe esserci un meccanismo di ricompensa.

***

"[...] i beni ambientali, culturali e relazionali, impoveriti in Occidente nel corso dell'industrializzazione, sono oggi al centro dell'attenzione tra le élite intellettuali e nelle società, mentre le istituzioni e le grandi narrazioni continuano a dimenticarsene."
Qui c'è almeno un po' del pensiero di Zygmunt Bauman: il Capitalismo ha fallito clamorosamente il suo obiettivo e la sua degenerazione ha prodotto una paurosa disparità nella distribuzione della ricchezza e avviato la reiterazione di scoperte e successivi prosciugamenti di "virgin land" (tradotto nel suo testo "Capitalismo Parassitario" in "pascoli vergini"). I pascoli vergini sono i Beni Comuni, tra questi la cultura, le idee, la Conoscenza. Ciò che Luca De Biase aggiunge è l'implicito riferimento a delle istituzioni complici di questo prosciugamento; credo sia scontato riflettere sul fatto che, ora, è proprio dalle istituzioni che dovremmo aspettarci una spinta propulsiva. Come? Con le leggi, facendone di nuove a favore dei Beni Comuni. Se già un referendum in Italia ha detto che l'Acqua è un Bene Comune, non vedo quale tipo di ostacolo potrebbe esserci nel farsi dire, al di là di ogni teorema, che anche la Conoscenza lo è.

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"Andando a fondo in queste considerazioni ci si accorge che l'intera economia è immersa in un oceano di fenomeni fondamentalmente legati all'ecosistema della comunicazione".
Questione: non sarebbe meglio avere un ecosistema dell'informazione? Voglio dire: se è vero, come è vero, come lo stesso Luca De Biase ci ricordava qualche anno fa (qui le mie slide riassuntive di sei anni fa; questo il link - attualmente rotto - al Paper di Luca De Biase), che l'informazione serve il pubblico (il destinatario) e la comunicazione serve chi comunica (la sorgente), non sarebbe meglio servire i cittadini e, quindi, un ecosistema in cui regni l'informazione? Se la comunicazione è così deleteria perchè asservita ad una Istituzione, ad un Organizzazione, perchè non cercare di percorrere la strada del Bene Comune? cercando di evitare che il Bene Comune sia vittima degli strumenti comunicativi? A meno che la Comunicazione non venga intesa come il metodo attraverso il quale ogni cittadino può farsi capire dall'altro.

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"La personalizzazione algoritmica di Facebook e Google provoca un'ipertrofia della comunicazione di idee all'interno delle cerchie di persone che le condividono a priori: questo è un freno all'innovazione."
Nessuna questione in questo caso, nessun dubbio ma soltanto una mirabile sintesi dei ragionamenti che spesso faccio sulla necessità di stare on the Edges: nello schema WIKiD il passaggio cruciale, infatti, si consuma nella realizzazione dell'innovazione proprio quando le persone entrano in contatto ai bordi della propria rete (nuvola) sociale attivando i legami deboli.

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"La condivisione non del contenuto di un messaggio quanto del metodo con il quale è stato generato, conduce a un salto di qualità della comunicazione" e poi "Una piattaforma che richiami a ogni passaggio non solo la possibilità di approvare un messaggio e rilanciarlo nella propria cerchia ma anche di conoscere e criticare consapevolmente il metodo con il quale è generato può rilanciare la funzione innovativa della comunicazione" e infine "Si scopre che l'economia del comunicare sviluppa una quantità di opportunità per i servizi collaborativi. E dunque genera opportunità per la riduzione delle distorsioni connesse all'iperconsumismo e alle produzioni non sostenibili."
Mi rendo conto che la riflessione ha un campo di applicazione immenso. Io mi limito agli ambiti delle mie personali indagini: per metodo con cui viene generato il contenuto di un messaggio si intende, ad esempio, anche il metodo con cui viene scritto e distribuito un articolo di giornale (online)? Quella di affrontare il problema della insostenibilità è una questione riferita anche al modello di business per l'Editoria (digitale)? Potrebbe, quindi, essere risolutivo un modello (non di business, ma sociale) che condivida il metodo di generazione della Conoscenza tra tutte le parti in causa (chi scrive e chi legge, neutralizzando il più possibile il ruolo dell'Editore)? Se la risposta alle prime due domande è affermativa, credo lo sia ancora di più per l'ultima: il Modello Fotovoltaico, in effetti, è proprio questo: condivisione e relativa ricompensa, per tutti quelli che partecipano alla produzione di Innovazione e Benessere a partire da una semina di dati informativi.

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"La crescita dei commons culturali sostenuta da Internet, che ne fa parte integrante, sembra contenere un messaggio implicito a favore della rigenerazione del ruolo dei commons nelle società colpite dalle crisi parellele del mercato e dello Stato. E, di riflesso, si nota che l'economia del comunicare si rilancia oggi se è capace di ricostruire tessuto sociale, fiducia, reputazione.
Tutto questo richiede innovazione. Un messaggio incoraggiante, per le persone di buona volontà"
Rimane sempre in me il dubbio: comunicazione o informazione? Ma forse questo ultimo passaggio lo risolve.

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Io dico che, considerato che c'è molta gente che è consapevole della questione, occorre mettersi in contatto, perchè la buona volontà dei singoli non basta se non è condivisa, è inutile se ad essa non fa seguito un'azione concreta. Non basta che io legga un libro, non basta che ne discuta e/o condivida i principi per fare innovazione.  In primo luogo, d'accordissimo con le istanze raccomandate da Luca De Biase, serve condividere un metodo. Con un'avvertenza: chiunque dica che occorre condividere il metodo di generazione del messaggio, deve poi condividere il metodo di geneazione del messaggio e agire come il metodo comanda! Se non si fa questo sforzo, l'ipotesi di lavoro viene negata nella sua essenza e, quindi, non è più credibile.

Per me, purtroppo: (a) non sono più credibili forze politiche come PD e SEL (che hanno, si!, condiviso il metodo delle primarie; il problema è che poi le cose non sono andate esattamente come era stato detto); (b) non è mai stato credibile il Movimento 5 Stelle (il metodo che Grillo dice di usare, non è quello che realmente usa); (c) non sarà credibile per troppo tempo ancora chi si chiude in una stanza per scrivere le regole della Democrazia 2.0, esortando a condividere dei metodi, con un metodo che non prevede la completa condivisione; (d) è ancora indigesta la delusione del RItaliaCamp di Milano, sei anni fa, in cui, chi diceva di condividere proposte, non fece nessuna proposta e chiuse il progetto.

Immagine: Università Popolare di Trieste

venerdì 28 dicembre 2012

il Futuro dei Quotidiani

Con la mia personale sfera di plastica e la linea tracciata da un anno di riflessioni - alla fine ci sono i link a quelle proposte nell'ultimo paio di mesi, ecco il mio futuro dei Quotidiani




- Tecnologie: non è detto che le soluzioni in mobilità siano quelle vincenti (vedi la disfatta del Daily); stesso discorso vale per le applicazioni: quelle basate sul frictionless sharing sono tutt'altro che una certezza (vedi il ritiro del Guardian).

- Contenuti: paga sicuramente la nicchia e, considerato che ci facciamo ancora influenzare dalle pubblicità, volendola distribuire eticamente, vedo bene il branding journalism.

- Linguaggi: occorre parlare con semplicità. Una scelta che, oltretutto, potrebbe rivelarsi funzionale alla condivisione anche di tipologie di argomento non popolari (di nicchia, per l'appunto) e, quindi, alla discussione.

- Modelli: non fare filantropia, ma creare - e rendere degne di finanziamento pubblico - solo le Imprese Editoriali con Finalità Sociali.

- Conversazioni e Relazioni: recuperare la dimensione delle edicole fisiche, qualificando - quindi - non soltanto l'informazione e il cammino verso la conoscenza, ma anche il Capitale Sociale delle relazioni delle conversazioni.

- Territori: sarebbe bene che i locali (intendendo più una ultralocalità) continuassereo sulla strada del cartaceo. Questo sarebbe il modo di perseguire una missione sociale; motivazione, quella sociale, che, invece, insieme alle note ragioni di sostenibilità economica, dovrebbe spingere i nazionali, a puntare esclusivamente sull'online.

- Valori: occorre educare i Cittadini, secondo piani politici, non tecnici, alla fruizione dei contenuti, ad essere parte attiva e consapevole dell'ecosistema informativo per non rimanere vittime di strategie comunicative; occorre diffondere/premiare tutte le iniziative che che fanno questo tipo di sensibilizzazione. Occorre educare i Cittadini anche al riconoscimento del valore dei giornali e del lavoro giornalistico e prepararli al momento in cui sarà necessario pagare i contenuti, magari dicendo chiaramente che "altrimenti si chiude".

***

martedì 25 dicembre 2012

Edicola Italiana


Pensando alle edicole, vengono in mente il rapporto con il giornalaio, i commenti sulle prime pagine con gli amici, gli sfottò del Lunedì e le conversazioni che si prolungano fino a sera nei bar.
Pensando alle edicole viene in mente, cioè, almeno a me, più che il mondo fatto di bit, quello fatto di carta. Un mondo in cui sembra più palpabile il crescere del Capitale Sociale delle relazioni; relazioni che, anche disponendo di una guida opportuna - il giornalista, l'autore - si fanno mezzo per percorrere la strada che porta dall'informazione alla conoscenza.

Non riesco a dire se stiamo correndo davvero il rischio che il il giornalismo tradizionale non funzioni più. Ma, mi chiedo: qualcuno si è davvero mai posto la questione delle relazioni e delle relative conversazioni intorno all'unità giornalistica? Qualcuno ha mai pensato che queste relazioni, sensificando le notizie verso la conoscenza, accrescono anche il Capitale Sociale, quello buono?
L'ecosistema informativo migliora non soltanto - ma già sarebbe tanto, c'è da dirlo -  quando migliora l'informazione, ma anche quando mette in relazione le persone, le fa conversare e fa crescere il Capitale Sociale. Proprio come succede nelle edicole e nei bar.

Se l'Edicola Italiana sarà soltanto il negozio italiano delle notizie, fallirà miseramente l'obiettivo sociale. Se, non ispirata (solo) alla logica del Content MarketPlace, si farà stimolo di relazioni, conversazioni e conoscenza, allora sarà stato fatto un discreto passo in avanti.

 ***

Come promemoria ho messo i link a qualche articolo di presentazione dell'Edicola Italiana.


- Futuro dei Periodici - Non solo l'edicola italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali
L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore, è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto). L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria.
L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.

- il Sole 24 Ore - I big lanciano Edicola Italiana (ripreso da Pasteris: Ecco il paywall made in Italy: i vecchi oligarchi dell’informazione FIEG pensano che la festa non sia finita, ma si salveranno in 3 o 4 su 6)
Sei grandi gruppi di editoria d'informazione - Caltagirone Editore, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e Rcs Mediagroup - hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. L'iniziativa - la prima che vede insieme fin dall'esordio i principali editori nazionali - ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un'interfaccia che ne semplifichi la scelta, l'acquisto e la fruizione. 
Gli editori intendono, grazie all'Edicola Italiana, costruire un rapporto diretto e trasparente con i propri clienti e presidiare la filiera commerciale, dalla definizione dei prezzi ai metodi di pagamento.

- LSDI - Notizie online gratis addio, con Edicola italiana arrivano i paywall
Con Edicola Italiana è cominciato il conto alla rovescia verso i paywall, cioè sistemi di pagamento delle news online. Il progetto è stato avviato a marzo, ma ci sono voluti sei mesi per arrivare alla firma dell’accordo. Gli editori italiani si sono ispirati ai colleghi francesi per dare vita all’Edicola Italiana.
Curiosità: da pochi giorni La Repubblica è entrata a far parte dell’Edicola di Apple Store. La app del quotidiano, dopo l’ultimo aggiornamento, non è più autonoma e si è spostata in Edicola. Significa che il gruppo \Espresso ha fatto un accordo con Apple e dunque ha accettato di pagare le Royalty alla multinazionale americana. Domanda: Edicola Italiana finirà nell’Edicola di App Store oppure La Repubblica ha scelto di far parte di entrambi i contenitori? Inutile cercare risposte nei comunicati.

- LaStampa - Nasce “Edicola italiana” interfaccia unica per tablet, mobile e pc (via)
I principali gruppi editoriali alleati per un e-commerce trasparente, con la più completa offerta a pagamento in italiano dei prodotti editoriali digitali.

lunedì 17 dicembre 2012

pesa di più il 99% di Internet o il 99% di una Intranet?

Non so davvero da che lato prendere l'articolo di stamattina nella sezione Economia e Finanza di Repubblica:  Dall’impresa alla società il grande contagio della rivoluzione digitale.

Non so, potrei esclamare: "alla buon'ora!". La storia del 99% è vecchia più di un anno (almeno): Zuccotti Park e #occupywallstreet risalgono al 17 Settembre del 2011. È dal 17 Settembre 2011 che "il popolo dei non ricchi usa le comunità web per alzare la voce contro le iniquità"; anzi, da prima. Ed è, quindi, da più di un anno che ci si occupa di questo fenomeno.

Oppure, magari, potrei esultare: "bene!" perchè condivido  l'auspicio di vedere quel 99% entrare dentro le mura dell'impresa per partecipare all'iter decisionale. Putroppo, però, dentro le imprese, almeno quelle italiane, conta ancora molto (esclusivamente?) quel cavolo di 1%.

Ma anche un "cosa?" ci starebbe bene. Cosa vuol dire che il "Social Capitalism" si annuncia dirompente? Sappiamo davvero cos'è il Capitale Sociale?

A Marco Camisani Calzolari, grazie al quale sono giunto, da Facebook, a questo articolo, quando dice che «Il trend è segnato, di fatto già in atto, ma perché possa veramente diventare “democratizzante” la tecnologia dovrà essere accessibile a tutti: solo con una effettiva distribuzione della tecnologia potremo avere una distribuzione e condivisione delle conoscenze e della partecipazione», vorrei dire che questo, prima ancora che per le imprese, dovrebbe valere in un ecosistema molto piu' vasto (di cui spesso le imprese sono metafora, almeno in Italia); questo ecosistema si chiama Stato. Poi, soltanto poi, le Imprese. O no?
Voglio dire: quando ho cominciato a leggere di Social Capital and Information Technology, ho sempre pensato all'Internet, non all'Intranet.




Va bene, c'è da ragionare con calma. Perchè l'argomento è delicato: di mezzo c'è una questione culturale.
È ovvio che, quando parlo di metafora, mi riferisco al fatto che quel 99% tanto non è ascoltato dai Governi, quanto non entra nei processi decisionali delle Imprese.
Ora: in che relazione sono questi due fenomeni? Il 99% come la combatte la sua battaglia culturale? La inizia cercando di entrare nelle decisioni dell'Impresa in cui lavora (quindi, tecnologicamente, agendo a livello di Intranet) oppure cerca di fare massa per farsi ascoltare dai Governi, fuori dalle Imprese (agendo, tecnologicamente, a livello di Internet)?
Quale 99% pesa di più: il 99% in una Impresa o il 99% in una intera Nazione? il 99% di Intranet o il 99% di una Internet? Numericamente, ovviamente, il secondo. Ma se, invece, dovessimo considerare l'efficacia? E cosa ci sarebbe da dire se guardassimo anche all'efficienza? Forse l'azione Intranet-based è piu' efficiente perchè, per le ridotte dimensioni, riesce a raccogliere meglio e piu' velocemente le istanze; d'altra parte, però, che efficacia può avere, se l'obiettivo è globale? Così viene da pensare alle azioni Internet-based (anche se, poi: il divario digitale? e le infrastrutture per tutti?).
Qui, tra grilli e santori, tra chi, solo per fare un esempio, fa di piattaforme come LiquidFeedback una merce di scambio per ottenere voti e audience, non è che tiri aria fresca.

sabato 20 ottobre 2012

una Grande Comunità #ilsabatodimdplab #42

I Social Media nati all'inizio del nuovo millennio non hanno dato vita a una rete sociale, l'hanno solo strutturata. Così Alexis C. Madrigal, del The Atlantic, argomenta in un articolo intitolato "Dark Social: We Have the Whole History of the Web Wrong" e ripreso su Internazionale di questa settimana con un titolo meno duro: "Passaparola Digitale".

Lo scambio di informazioni avveniva già prima, attraverso questo Dark Social; ciò che il Social Web ha aggiunto è la pubblicazione e l'archiviazione della condivisione. Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto l'impatto epocale che il Social Web  ha avuto nel processo di crescita di ognuno di noi.
[Come mi ha suggerito Luigi nei commenti, forse sarebbe meglio dire: Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto il potenziale epocale che il Social Web può offrire ai processi cognitivi di ognuno di noi].

È ovvio che, senza l'azione umana di significazione e attribuzione di senso, nessun passo in avanti può essere fatto nel percorso che - partendo dai dati disponibili dell'ecosistema informativo in cui siamo immersi - porta all'innovazione e al benessere di una società; tale percorso, però, sarebbe molto più complicato se - insieme con l'azione umana - non si potesse contare anche su un'azione tecnologica, un supporto che favorisca l'organizzazione dei dati (lo schema WIKiD dice proprio questo).
[Non si dimentichi la crescita di Capitale Sociale]

Oltre che garantire un supporto di archiviazione (penso al Social Bookmarking), il Social Web, proprio per la possibilità di "pubblicare ciò che si condivide" (qui siamo già a Facebook e Twitter), ha reso possibile la crescita anche attraverso la discussione.


Non che nel Dark Social non si discutesse/discuta, anzi! Lo scambio e la circolazione di link via e-mail o in chat ne sono una testimonianza. Il fatto è che immagino questo Dark Social come una somma di una miriade di Comunità (in senso "Tonniesiano", via) che, per quanto fondamentali per continuare a garantire - in contrasto alla liquidità descritta da Bauman - un pò di solidità al mondo che abitiamo, non sono - a mio modesto parere - la soluzione migliore perchè, lo stesso mondo che abitiamo, cresca e si rinnovi.
C'è bisogno, insomma, di connessioni deboli e, senza guardare almeno un pò ciò che l'altro condivide (perchè lo ha pubblicato grazie al Social Web), non si va troppo lontano. Bauman mi perdonerà se, sempre Tonniesianamente parlando, dico che c'è anche bisogno di Società. D'altra parte: non è forse questa la meta del viaggio di cui lo stesso Bauman parlava giusto un anno fa? Almeno se si intende Società come Grande Comunità (una Grande Intranet, più o meno)?

Ma, c'è da dirlo, bisogna metterci molto di proprio. Il Social Web, in questo senso, è soltanto uno strumento.

sabato 6 ottobre 2012

Crescita 2.0 e il Bene Comune #ilsabatodimdplab #40


Pare che il Consiglio dei Ministri abbia approvato il Decreto Legge Crescita 2.0 (ma davvero si chiama così?). Primaonline ne ha pubblicato una sintesi mentre Michele Ficara Manganelli ha condiviso su Slideshare il testo completo (lo propongo di seguito).



Più dell'introduzione dell'abusatissimo termine startup nell'ordinamento italiano (ma perchè ho l'impressione che a beneficiare di tale legge saranno anche imprese già esistenti? Come non pensar male e credere che sia una legge fatta - dico "anche" per non sembrare troppo cattivo - per qualcuno?), mi interessa dei buoni propositi sul digitale e dei potenziali risvolti nel comparto editoriale.

Certo, il divario digitale italiano non è soltanto la difficoltà di connessione alla Rete; ma, guidato dall'utopia tutta mia di vedere realizzato un nuovo Modello per l'Editoria, è per me molto positivo sapere di uno Stato che si impegna a realizzare infrastrutture per la banda larga (Art. 14): senza Internet per tutti è impossibile seminare il Bene Comune che è la conoscenza (veicolato da un Bene altrettanto Comune che è il Quotidiano Online. Badate bene: ho detto Comune, non Gratuito!).
L'interpretazione dell'Art. 19 (Grandi progetti di ricerca e innovazione e appalti precommerciali) è per gli esperti: cos'è il bene pubblico rilevante di cui l'Agenzia per l'Italia Digitale si impegna a favorire la produzione in conformità al programma europeo Horizon2020? Se è vero che (semplifico tantissimo ciò che ho capito dalla lettura di un interessante Quaderno della Claudiana) il bene pubblico è qualcosa di materiale mentre il bene comune è un criterio di valuatazione (Capitale Sociale), direi che raggiungere l'obiettivo di favorire la produzione del bene pubblico è senza dubbio necessario, ma non è sufficiente. Il Bene Pubblico, l'infrastruttura, è "solo" uno degli elementi per mettere in moto circoli virtuosi. Il Modello per l'Editoria  che sto proponendo indica quali potrebbero essere gli altri.



Dopo una discreta legge per il finanziamento all'Editoria, credo che questo Decreto sia un ulteriore passo in avanti. Ma manca ancora qualcosa e, soprattutto, qualcuno: un Governo Tecnico mette il Bene Pubblico, la materia, e fa benissimo. Il Bene Comune, ne sono convinto, è invece una questione Politica!

sabato 14 luglio 2012

il Mercato #ilsabatodimdplab #36


Mi affaccio alla finestra di Sabato mattina e, mescolati ai colori della frutta e della verdura, noto anche colori in movimento: sgargianti copricostume, improbabili infradito, fasce per capelli e magliette inopportune, delle donne e degli uomini che vanno alla ricerca dell'affare migliore.

Chi è a piedi e chi cerca di infilarsi in bici. Le auto sono distanti, magari a cercar posto sul lungomare, all'avventura.

I colori che si mescolano sono anche le parole di chi compra e chi vende: uno scambio alla pari, che si chiude col sorriso: non un grido, non una gara. Alla fine della giornata ognuno avrà avuto il suo, ciascuno sarà stato contento. E poi arrivederci a sabato prossimo.

Credo che quando scrissero il Cluetrain Manifesto, gli autori avessero in mente poprio questo: trasferire online le dinamiche di piazza in una logica orizzontale che, in ossequio alle più classiche definizioni di Marketing, producessero valore e bene per tutte le parti in causa: chi compra e chi vende, le Persone, i Cittadini. Proprio come le Persone (chi compra frutta e chi la vende) che in questo momento, sotto i miei occhi sorridenti affacciati al balcone, con il loro vociare, mi tengono compagnia.

Marketing is the activity, set of institutions, and processes for creating, communicating, delivering, and exchanging offerings that have value for customers, clients, partners, and society at large.
Così viene definito il Marketing dall'AMA, l'American Marketing Association.

Non riesco a non vedere in questa definizione la Mission Sociale che ogni Impresa dovrebbe avere. E credo si sia abbastanza svegli per capire che la Social Responsibility che tante Aziende sbandierano, nulla ha a che vedere con un'autentica Mission Sociale ed è, in tanti casi, poco più del lavarsi la coscienza raccomandando, col footer in calce all'e-mail, di non stamparne il contenuto.

Muhammad Yunus, il Banchiere dei Poveri, qualche hanno fa ci ha detto che Si Può Fare, si può avere un Mondo senza Povertà, si può avere un'intera economia basata sull'Impresa con Finalità Sociali, ispirandosi a dei principi:

1. L’obiettivo dell’azienda è il superamento della povertà o la risoluzione di uno o più problemi sociali importanti come istruzione, sanità, accesso alle tecnologie, ambiente e non la massimizzazione dei profitti

2. L’azienda deve raggiungere e mantenere l’autosufficienza economica e finanziaria

3. Gli investitori hanno diritto alla sola restituzione del capitale inizialmente investito senza alcun dividendo

4. Quando una quota di capitale viene restituita, i profitti relativi restano di proprietà dell’azienda che li impiega nell’espansione e nel miglioramento della propria attività

5. L’azienda si impegna ad adotttare una linea di condotta sostenibile dal punto di vista ambientale

6. I dipendenti dell’azienda oercepiranno salari allineati alla media di mercato e godranno condizioni di lavoro superiori alla media

7. E’ importante che tutto questo venga fatto con gioia

Fortunatamente in Italia non viviamo la situazione che ha spinto Yunus a sperimentare un tale tipo di impresa ma, mi chiedo, è davvero assurdo immaginare che ogni Impresa lavori solo per risolvere problemi sociali senza rincorrere il profitto? È così difficile riconoscere che, spesso, questa rincorsa produce danni ancora maggiori per la società?
[Che poi, la povertà contemplata da Yunus, non necessariemente e non solo è quella materiale; c'è anche quella di spirito, no?]

Sarò noioso ma come si fa a non riconoscere all'Impresa Editoriale un ruolo Sociale? Come si fa a non vedere che un tale (eventuale) ruolo risulta inesorabilmente distorto dalla rincorsa al profitto? Come si fa ad accettare di finanziare (le modalità sono un dettaglio in questo ragionamento) un'Impresa diversa da quella che si pone come esclusivo obiettivo la risoluzione di una problema sociale?
Come la vogliamo chiamare la deriva politica che abbiamo in Italia, amplificata da tanti mezzi di informazione, se non un problema sociale? Che riguarda tutti?

sabato 30 giugno 2012

on the Edges #ilsabatodimdplab #34

La Vertigine non è paura di cadere ma Voglia di Volare [Mi Fido di Te - Jovanotti]


Dice Joi Ito, Director del MIT Media Lab, che l'innovazione is on the Edges, ai bordi, nelle regioni periferiche del nostro campo visivo, nascosta da ciò che il nostro cervello, spesso sbagliandosi, crede invece ci sia. Ito dice anche che quello che è realmente importante per il futuro della scienza e della tecnologia, per la società, è che le persone hanno bisogno di avere la libertà di avere la visione periferica.

Cosa c'è alla periferia? Cosa si può trovare alla periferia quando ci si allontanta dal centro? Penso ci siano, innanzi tutto, delle persone con le quali dialogare, mettersi in contatto per creare contaminazioni: nuova semenza per un nuovo raccolto. È un pò anche questo che, credo, vogliono dire i teorici del Capitale Sociale, quando sostengono che la Società cresce quando si coltivano i legami deboli (il cosiddetto Bridging Social Capital). È sicuramente questo il messaggio dello schema WIKiD, quello che disegna il percorso verso l'innovazione attraverso il superamento dei confini del proprio Bonding Social Capital (quello dei legami forti).

Bauman a questo punto potrebbe obiettare con i principi della teoria della società Liquida e degli effetti deleteri dovuti allo sgretolarsi dei valori forti, solidi, della famiglia.

Ma lo stesso Bauman offre, in qualche modo, la via d'uscita a questo dilemma lasciando intendere che la Rete, pur non contribuendo a rinsaldare i rapporti con la propria ristretta cerchia sociale, offre la possibilità di un viaggio in cui incontrare una nuova solidarietà. Mi perdonerete l'improbabile accostamento, ma mi piace citare Lorenzo Cherubini Jovanotti che, al desiderio di rimanere collegato, sul bordo che non da vertigine ma prepara al volo, associa la fiducia (Mi fido di te).


Non a caso penso che Ito si riferisca, oltre che alla scienza e alla tecnologia, proprio alla società. L'innovazione, in effetti, prima ancora che tecnologica, è sociale e culturale. E farei della solidarietà di Bauman e della fiducia dichiarata da Lorenzo Cherubini, le vere tecnologie abilitanti dell'innovazione.

Non è forse incontrando nuove persone in periferia che si può sperare di cambiare l'attuale classe dirigente? Non è forse connettendosi in rete ed uscendo dalle vecchie e polverose sezioni di partito che si può ambire a rinnovare un sistema politico: che è quello che poi deciderà (dovrebbe decidere) il nostro futuro?

Per usare ancora le parole di Ito, l'importante è avere una visione di network, non individualistica. Ci si sarà anche allontanati dal nodo che ci ha messo al mondo ma, mi chiedo, non è forse per onorare  l'impegno che ognuno di noi ha nei confronti della Natura e della Terra che abitiamo (c'è chi la chiama Dio) che bisogna trovare il modo di migliorare il mondo in cui tutti viviamo? Avrà anche stufato Benigni quando dice che noi abbiamo il Mondo in prestito dai nostri figli, ma quant'è vera questa cosa! Come glielo potremo mai restituire questo Mondo senza aver nemmeno provato a cambiarlo? Considerando che, cosi com'è, non ci piace?

Diventiamo sicuramente complici dello stato (e, c'è da dirlo, anche Stato, con la maiuscola. Purtroppo!) quando, con una visione individualistica che per niente si sposta alla periferia (perchè quella visione diventi "on the edges"), non riconosciamo i problemi. Il popolo deve essere informato, ammoniva Luca Sofri nel suo "Un grande paese" (e ammonisce di nuovo questa settimana). Il fatto è che il sistema informativo, prerogativa imprescindibile di una democrazia, è nelle mani di chi vuole che le cose restino così come sono e che fa appello alla volontà popolare investendo deliberatamente sulla disinformazione dei cittadini (ancora da Luca Sofri).

D'altra parte, però, se abbiamo noi stessi la tendenza a rimanere centrati su noi stessi, come possiamo pretendere che i politici e le politiche riescano a guardare oltre, alla periferia?


Occorrono coraggio e nuove idee. Essendo noi lo Stato, noi la Storia, nessuno deve sentirsi escluso. Perchè se dal centro della Rete non ci sentono, è forse anche perchè dobbiamo alzare il volume e cominciare a parlare con gli stessi toni di chi esercita la violenza (Davide Mattiello, ne "La mossa del riccio") senza aspettare che quella violenza diventi fisica (anche se per qualcuno, purtroppo, forse è già così).

Altrimenti non è vero che, così com'è, non ci piace!