Cito e riprendo l'interessante post di Carlo per fare qualche riflessione.
Dan Zambonini, su BoxUK, ha presentato lo scorso Febbraio una serie di Modelli di Business per il Web individuando due macro-categorie: gli Immediate Revenue (I) e i Long Term Revenue (L). Vi invito ad andare a dare uno sguardo allo schema pubblicato nel post.
Forte di questo schema, Dan ha analizzato le migliori 100 Web Application del 2008 e, assegnando a ciascuna di esse una delle individuate categorie, ha rilevato che 94 applicazioni sulle 100 totali [in percentuale, quindi, il 94%] hanno un modello di Business di tipo Immediate, soltanto 6 hanno un Modello di tipo Long Term [6%].
In particolare, il modello Immediate Revenue più redditizio è quello basato sull'Advertising [34%]; gli unici due Long Term Revenue che premiano [con percentuali, però, veramente molto basse] sono, secondo la classificazione di Dan, quelli che fanno Branding [1%] e implementano Piattaforme [5%].
Che dire?
Come sempre bisogna fare attenzione alla rappresentatività del campione ma personalmente mi sarei aspettato dei numeri più alti per l'Advertising. Considerando poi che il campione si riferisce solo alle 100 migliori Web Application del 2008, credo che, se tale indagine fosse condotta sul Tutto, verrebbero fuori dei numeri ancora più bassi. Si potrebbe dedurre, quindi, che i Contenuti Online non siano di qualità così tanto elevata da giustificare investimenti da parte degli inserzionisti [stamattina, tra le altre cose, leggevo dalla rassegna stampa di RaiNet un articolo di Mariangela Modaferri su Italia Oggi di un previsto rallentamento delle crescita degli investimenti pubblicitari in Internet per il corrente 2009; a dir la verità questa è una cosa già nota].
Che fare, quindi? Come orientarsi nella scelta di un Business Model vincente sul Web? Cosa succederà [o, forse meglio, cosa dovrebbe succedere] per i Quotidiani?
La Carta Stampata è in crisi; e fin qui ci siamo! Da quel che ho capito, a top level, il Business Model prevede la migrazione sul Web. Resterebbe semplicemente da scegliere, entrando un po' nel dettaglio, quale dei Business Model prevedere. Secondo la statistica di BoxUK la questione non dovrebbe essere nemmeno in discussione: l'Advertising! Ma un primo dubbio che mi viene è: riuscirebbero [anche e soprattutto per quanto la Modaferri ci riporta su ItaliaOggi] le semplici inserzioni a sostenere un servizio di qualità? Che poi, questa qualità, cosa sarà mai? Può essere quella decisa solo ed esclusivamente dai lettori? In un'ottica di vendita di spazi pubblicitari probabilmente si; per poi, però, correre il rischio di trasferire sul Web quanto già da qualche anno accade per i Canali Televisivi. Ma questo è un altro discorso, per altro anche abbastanza antico.
Un passo avanti: Murdoch, poco più di un mese fa, annunciava l'intezione di far diventare a pagamento i suoi giornali online. Questa dichiarazione non faceva altro che mettere sale ad una discussione già avviata da tempo sull'opportunità o meno di applicare micropagamenti anche ai Quotidiani online così come si fa per la musica. Anche Gaspar Torriero [un anno e mezzo prima di Murdoch] parlava del Soldo per una Notizia che Nessun'Altro mi Dà. Ma, tornando per un attimo all'analisi di Dan, scopro che il Pay-per-Use [questa è secondo me la categoria in cui rientrerebbe il Modello di Business dei Quotidiani Online a pagamento] ha un modesto 8% di possibilità di successo. Anche se tra le 100 Web Application censite non mi sembra ci siano Newspaper Online, credo questa sia comunque una indicazione interessante. Torna quindi la domanda: che fare?

Per fare un ultimo step prendo in prestito le sei categorie in cui Chris Anderson suddivideva, in un articolo di Wired del 2008 a proposito della opportunità crescenti [almeno quelle che si avevano a quei tempi] di adottare un Free Business Model, la cosiddetta Priceless Economy.
(1) "Freemium"
What's free: Web software and services, some content. Free to whom: users of the basic version.
(2) Advertising
What's free: content, services, software, and more. Free to whom: everyone.
(3) Cross-subsidies
What's free: any product that entices you to pay for something else. Free to whom: everyone willing to pay eventually, one way or another.
(4) Zero marginal cost
What's free: things that can be distributed without an appreciable cost to anyone. Free to whom: everyone.
(5) Labor exchange
What's free: Web sites and services. Free to whom: all users, since the act of using these sites and services actually creates something of value.
(6) Gift economy
What's free: the whole enchilada, be it open source software or user-generated content. Free to whom: everyone.
In quale di queste categorie rientra il Pay-per-Use? O meglio: in quale categoria rientrerebbe il Modello di Business dei Quotidiani Online a pagamento? Direi che la cosa dipende da come il Modello viene declinato. Penso che, se si dovesse permettere la lettura del Titolo dell'articolo e di un suo piccolo sunto e lasciare che sia a pagamento l'articolo intero e/o un approfondimento, il Business Model è quello che Anderson chiama Freemium; a proposito del quale dice che tipicamente i Siti Internet seguono la regola dell'1%: per ogni Utente che paga la versione Premium, gli altri 99 prendono la versione Basic. Con qualche conto matematico, che ovviamente tenga in considerazione tutte le variabili in gioco, si potrebbe a questo punto anche valutare il
prezzo di una notizia!Concludo dicendo che l'
Economia del Dono è, a sensazione, il Modello che più mi piace e che, probabilmente, sul Web funziona di più. L'esempio di Wikipedia parla da se, così come formidabili sono gli esempi dei Blog: non si rilasciano contenuti pretendendo qualcosa indietro, non è il denaro l'unico motivatore [come dice lo stesso Anderson]. Ciò che anima questo tipo di economia è il benessere di cui si gode dalla
condivisione che, tiene a dire Anderson, sembra sia diventata una vera e propria industria ora che la distribuzione è arrivata ad avere un costo praticamente nullo.
Anche se credo che
non è in un'Economia del Dono che rientrerà il Business Model dell'Editoria Online.