lunedì 29 novembre 2010

Una risata tra sperare e credere

Non voglio aggiungere troppo a quanto in queste ore si sta dicendo ovunque [TV, Radio e Web in attesa dei Quotidiani di domani] a proposito della diffusione di documenti sensibili da parte di Wikileaks.


Finivo proprio stasera di leggere il Capitolo 6 - La politica e Internet II, privacy e libertà nel cyberspazio - di Galassia Internet di Manuel Castells che, in chiusura, dieci anni fa, scriveva [dopo aver descritto uno scenario noto, si, ma non per questo non inquietante]:

E tuttavia, la storia potrebbe essere diversa. Si potrebbe ipotizzare una strategia di disarmo reciprocamente garantito, di restaurazione della fiducia reciproca.

[...] In effetti Internet potrebbe essere usata dai cittadini per tenere sotto osservazione il proprio governo, anzichè dai governi per tenere sotto osservazione i propri cittadini. Potrebbe diventare uno strumento di controllo, informazione, partecipazione e persino di decisione,dal basso verso l’alto. I cittadini potrebbero avere accesso ai file di dati del governo, come in effetti sarebbe loro diritto.


[...] Se i governi non smetteranno di avere di avere timore del proprio popolo, e di conseguenza di Internet, la società ritornerà ancora una volta sulle barricate per difendere la libertà e questo segnerà una stupefacente continuità storica.

Non so se Castells immaginasse una trasparenza così...trasparente!

Nel mio piccolo, sebbene non riesca bene a capire se sia o meno opportuno divulgare tutto quanto viene diffuso da Wikileaks, non riesco a non sperare che questo tipo di operazioni svegli le coscienze di chi ha in mano le sorti delle Nazioni del Mondo.

Vorrei crederlo, oltre che sperarlo. Se non fosse che, almeno a casa nostra, per qualcuno, sembra che questo problema non esista!

sabato 27 novembre 2010

Sviluppo Economico e del Capitale Sociale. Appunti e Riflessioni [Scontate]

Negli Stati Uniti vanno di pari passo la disponibilità economica e l’attitudine ad informarsi online. Lo dice uno studio di Pew segnalato da Luca De Biase che poi sostiene, con una osservazione in cui mi ritrovo, che la richiesta di gratuità dei contenuti Online non sembra essere, quindi, una questione di reddito.

Considerando che non ci si potrebbe concedere questo lusso [informazione online] se non si disponesse dell’infrastruttura necessaria alla connessione ai server [e del denaro per poterla acquistare], è ovvio trovare nello stesso studio un altro dato: maggiore è la disponibilità economica e maggiore è la frequenza di utilizzo di internet [io proseguo: perchè si ha denaro per poter stipulare un contratto con un Provider].


L’ accesso alle informazioni online e, prima ancora, la connessione alla rete e [quindi] alle persone, contribuiscono allo sviluppo economico e, allo stesso tempo, all’aumento del tasso di felicità [che tradurrei in Capitale Sociale] delle popolazioni. Evidenza di questo ce la dà una ricerca presentata qualche mese fa.


Si potrebbe riassumere [come proprio Pew faceva già una decina di anni fa in uno studio citato da Castells in Galassia Internet]: Internet abilita le connessioni deboli e favorisce l’aumento del Capitale Sociale [già con il semplice stabilirsi di tali connessioni] e Materiale [attraverso gli accessi facilitati a informazione e conoscenza che migliorano le prestazioni delle Imprese sui mercati] delle persone.

Le variabili in gioco [almeno alcune] sono quindi: disponibilità economica di ciascuno, connessione alla rete, attitudine ad informarsi online e felicità. Quali di queste sono da considerarsi un input di un processo di sviluppo sociale ed economico? Quali gli output?

In altre parole lo Sviluppo Economico e del Capitale Sociale sono cause oppure effetto delle connessioni agevolate da Internet?

Ammesso che abbia posto bene la questione, il mio limitato background mi rende quantomeno tortuosa la strada verso le risposte. Le cose, poi, mi si complicano quando sintetizzo i risultati degli studi e delle ricerche: se non ci fosse denaro non si potrebbe avere accesso alle informazioni; se non ci fosse sviluppo economico, sarebbe difficile aumentare la disponibilità di denaro delle persone per poter poi accedere alla rete...

Alla fine, quindi, mi viene facile pensare che il processo di sviluppo sia un circolo virtuoso in cui ciascun elemento può in qualche modo alimentarsi e crescere grazie all’altro. Con un equilibrio delicato da mantenere con attenzione perchè da virtuoso non diventi vizioso.

Un circolo che dovrebbe essere avviato da un innesco del quale sono convinto debba assumersi la responsabilità il Pubblico, lo Stato.

Come? Per esempio dotando i territori di infrastrutture e, successivamente, incentivando la popolazione all’acquisto di servizi di accesso ad esse e dei contentui da esse veicolati.

Un atto di fiducia come investimento in cui sia garantito [i garanti saremmo noi!] un adeguato e funzionale livello di qualità. Sia dell’infrastruttura sia dei contenuti.


martedì 23 novembre 2010

l'Essenziale

Uno degli improbi compiti che vengono delegati ai lettori dei quotidiani, indipendentemente dal supporto con il quale se ne distribuiscono i contenuti, è rappresentato dal filtraggio/selezione delle notizie.

L'essenziale, quindi, può candidarsi ad essere un elemento discriminante qualora si voglia valutarne la qualità.

Voglio dire che l'informazione di qualità può essere anche quella fatta solo di ciò che serve. Niente di più niente di meno. Certo, il problema è chi decide ciò che serve; a volte, se ci si fida, ci si può permettere il lusso di lasciare ad altri scegliere per noi. Almeno se si sta parlando di pura cronaca [so bene che non si può generalizzare. Purtroppo!]

Quello che vi mostro di seguito è un esempio di informazione fatta di essenziale e che personalmente giudico di qualità. Si tratta del foglio notizie distribuito la mattina in alcuni Hotel europei. Un servizio curato da Headland Media, un content provider che, nella sua pagina di presentazione, ci dice:

The company’s success in delivering newspapers and news services for clients relies on having a highly experienced team of international journalists who are skilled in identifying the best emerging stories from each country and region, prior to producing compelling news articles.



È ovvio che, in casi come questo, si porge fiducia a chi fa la selezione delle notizie per nostro conto.

Una fiducia che, considerando il poco tempo che si ha a disposizione [lo spazio di una fugace colazione] e rilevando la totale imparzialità con cui le notizie sono riportate, accorderei molto volentieri.

Attenzione: il foglio che viene distribuito non è assolutamente gratuito!

domenica 21 novembre 2010

Parola d'Ordine: Fiducia!


Ho finito di leggere in questi giorni il libro Homo Oeconomicus? Dinamiche Imprenditoriali in Laboratorio, curato da Giuseppe Garofalo e Fabio Sabatini.

Un trattato davvero interessante che mette sulla buona strada chi, come me, è alla ricerca di un'equivalenza [oserei dire matematica] tra Capitale Sociale e Capitale Materiale (i.e. Euri). La risposta precisa nel libro non c'è ma sicuramente tanto la trattazione teorica quanto quella pratica [esperimenti di laboratorio con la Teoria dei Giochi] portano sulla buona strada o almeno confortano alcune mie convinzioni.

Non si parla di Web, non ci si riferisce ai contatti online, ma ogni qualvolta ho letto le parole rete, network, connessione, è stato per me immediato pensare a Internet come possibile tecnologia abilitante. La mancanza di riferimenti al mondo che tanto amiamo non ha rappresentato assolutamente un limite; anzi mi permette, ora, di avere una visione generale e per nulla polarizzata su posizioni che, altrimenti, apparirebbero a chi sceglie ancora di starne fuori [da questo mondo] di parte.

Non mi sono, quindi, per niente meravigliato nel ritrovare un punto di fondo che Castells evidenziava già qualche anno fa nel suo Galassia Internet:

Utilizzando Internet come mezzo fondamentale di comunicazione ed elaborazione delle informazioni, l'azienda adotta il network come propria forma organizzativa. Questa trasformazione sociotecnologica permea l'intero sistema economico e influenza tutti i processi di creazione, scambio e distribuzione di valore.

E non credo di distorcere il senso del discorso se lo completo riferendomi nuovamente ad alcuni passi del libro di Rosco, Il Marketing dell'Informazione e della Conoscenza, che individuava [ai tempi in cui Castells scriveva il suo Galassia Internet] nelle Biblioteche [meglio se sul Web] l'abilitatore di tali dinamiche di accesso alla conoscenza come base per decisioni di carattere imprenditoriale.

In Homo Oeconomicus, infatti, si dice anche:

Un’efficiente rete di relazioni tra unità produttive locali può così costituire elemento di slancio per l’economia di un territorio e fornire una valida spiegazione alle migliori performance delle imprese in essa inserite, rispetto a quelle esterne alla rete stessa.

Mi verrebbe da parlare quindi, riassumendo [la terminologia - di sicuro impropria - è mia], di: Connessioni Verticali [quelle tra Impresa e Conoscenza servendosi, eventualmente, di una Biblioteca Online] e Orizzontali [quelle tra Colleghi all'Interno di un'Impresa e, meglio ancora, tra Imprenditori di Aziende diverse].

Una cosa è certa: la presenza di Capitale Sociale [opportunamente abilitato] migliora le performance del sistema economico. Definirlo come un circolo virtuoso che, in un certo senso riesce ad alimentare se’ stesso, non mi sembra sbagliato [e credo che questa affermazione non sia in contrasto con la raccomandazione degli autori di non considerare il Capitale Sociale come la sua misura.].

Un circolo virtuoso fatto di connessioni, di rete, di scambio di comunicazioni, di accesso alle informazioni, alla conoscenza e, soprattutto, di fiducia reciproca.

Ed è proprio quello della fiducia il tema maggiormente trattato nel libro; un tema poi sviscerato - come anticipavo all’inizio - anche tramite esperimenti di laboratorio condotti nel mondo imprenditoriale e non, della Tuscia Viterbese.

Mafe, nel suo World Wide We ha già presentato alla perfezione il potenziale effetto benefico delle Reti Sociali Online per le Imprese introducendo un elemento ulteriore, quello che poi in effetti fa la differenza: la connessione con i Clienti [odio questo termine ma se avessi detto Persone forse avrei generato - ulteriore!? - confusione].

Un diverso o complementare punto di vista mi ha permesso di ritrovare in Homo Oeconomicus anche degli elementi che possono tornare utili nella questione dell’Editoria.


Uno su tutti: la fiducia! La fiducia è quella che, nell’ambito del modello micropagamenti/microguadagni, oltre a stabilirsi tra Giornalista/Autore [non a caso non parlo di Editore], si dovrebbe stabilire tra lettori. Un elemento che, in qualche modo, dovrebbe tenere il sistema lontano dal pericolo potenziale di predominio di logiche commerciali di compravendita di contenuti e notizie. Della serie: io lettore mi fido di te (lettore come me); non mi stai soltanto vendendo una notizia ma il piacere di discuterla con me! [discussione è da leggersi come processo di generazione di senso]

E la fiducia potrebbe rivelarsi il cardine di un altro meccanismo. L’innesco del processo di generazione di senso potrebbe/dovrebbe essere visto come un atto di fiducia di un responsabile del Pubblico nei confronti sia dell’Autore sia del Lettore. E la traduzione di questo meccanismo non è, a mio parere, la mera sovvenzione all’Editoria da parte dello Stato. Vedrei bene, ad esempio, un credito regalato dallo Stato al Lettore [in questo caso non in valuta sociale ma valuta materiale - i.e. Euri per acquistare un contenuto].

Uno studio del modello che includa il Capitale Sociale credo lo si possa affrontare anche inserendo, nel gioco affascinante di equazioni di cui il libro è ricco, alcune variabili specifiche che descrivano le azioni [quelle già in essere e quelle potenziali] tutti gli stakeholder e l’ecosistema nel quale essi si muovono.

Spero di trovare tempo per farlo. Mi fermo qui ansioso, come al solito, di ascoltare il vostro parere.

sabato 20 novembre 2010

(iper)locale. Avanti con lo zoom!

La settimana scorsa a Roma, al Digilab dell'Università La Sapienza, c'è stato un incotro sui temi del Giornalismo (iper)locale.

Sono andato lì con un obiettivo: cercare di capire qualcosa di più sulla questione dei Modelli di Business.

Avevo, ed ho tuttora, la mia convinzione: per il giornalismo (iper)locale la strada da praticare non è quella dei supporti digitali ma quella della carta. Venduta nelle edicole e consumata nei Bar e nelle Piazze di Paese in cui il processo di generazione di senso si declina nelle modalità classiche; delle quali, il commento o una discussione sul Web di un articolo di interesse Globale [su testata Nazionale], sono soltanto una utile e [ovviamente] inevitabile riproduzione.

A sostegno di quanto dico, oltre alle mie più che opinabili convinzioni [Slide 18], ci sono i dati che qualche tempo fa [con un fare sicuramente non professionale, lo riconosco], ho raccolto e mostrato in questi spazi.

Con questo non nego l'utilità dell'(iper)località online della diffusione delle notizie, ma non riesco a schiodarmi dallo scetticismo.

Eppure di casi di successo ce ne sono; d'altra parte, però, sia per i prodotti di casa nostra, sia per quelli d'oltre oceano, non posso fare a meno di osservare che ci si sta riferendo a bacini di utenza notevolmente più grandi di quelli che, personalmente, immagino quando, nelle discussioni, si utilizza il prefisso "iper".

(iper)locale è, per me, il giornalismo che soddisfa un bacino d'utenza molto ristretto: una cittadina al massimo quando non addirittura un rione, un piccolo quartiere.

Ci sarebbe, insomma, da andare parecchio avanti con lo zoom...



Andiamo ai Modelli di Business. Vittorio Pasteris ha portato un elenco. Tra questi ho colto un elemento di novità: i servizi al contorno. Servizi erogati come supplemento alle notizie. Di servizi per il terzo settore ci ha parlato Nicola Rabbi di bandieragialla.it; di più generici servizi informativi [da affiancare alle news] ci ha parlato, invece, Sherry Skalko di Patch [molto abbottonata nel rispondere alle curiose domande sul Modello da loro utilizzato]. I dubbi che mi sono riportato a casa sono relativi alla sostenibilità economica dell'impresa: deve, cioè, comunque esserci qualcuno che sia disposto a pagarli! I servizi, intendo. Parlo di uno qualsiasi degli stakeholder di questo sistema ed ho come la sensazione che si ritorni punto e a capo.

L'augurio è comunque di trovare delle strade che continuino a garantire che, quello del giornalismo, dei giornali e dei giornalisti, sia un Servizio PER qualcuno e non DI qualcuno [a dispetto del pericolo dal quale Daniele Cheffi di Unicredit, con un fare ad alcuni risultato discutibile, ha messo in guardia].

giovedì 11 novembre 2010

Articolo o Post? Non è questo il problema!

Nell’ultimo numero di Internazionale, relegato in una delle ultime pagine, ho trovato un articolo di Farhad Manjoo, columnist di Slate con una lunga disquisizione su una querelle che, a mio parere, non ha nessun senso di esistere.

Viene richiamato il caso di Gawker, il blog che pubblica Gossip e notizie di celebrità che molto presto, si dice, non sarà più un blog. Le struttura del sito, cioè, non sarà più quella di un blog ma richiamerà quella di una rivista online.

Nell’immagine in basso ecco come dovrebbe modificarsi gawker.com.

[Il prima lo trovate qui; il dopo qui]

L’inutile querelle, che occupa la restante [buona parte] dell’articolo è questa: post o articolo?

Declinando nel caso citato: con questo cambio di struttura di Gawker, quelli che finora sono stati post potranno definirsi articoli? [da notare che il cambio non riguarderà la linea editoriale]

E generalizzando: qual è la linea di confine tra post e articolo? I contenuti di un Blog sono post e quelli di un Quotidiano/Rivista sono articoli? Oppure anche per un Blog si può parlare di articoli? Vi risparmio le altre combinazioni!

Come dice Manjoo, uno dei problemi potrebbe essere la coscienza di classe dei Giornalisti che, a mio avviso a torto, in alcuni casi possono vedere sminuito il proprio lavoro sol perchè ad esso ci si riferisce con il termine post invece che con quello di articolo.

Nessuno vuole offendere l’altrui sensibilità ma mi chiedo: è davvero questo il problema?

Siamo davvero sicuri che occorre discriminare un post [che viene pubblicato su un blog] da un articolo [che viene pubblicato su un Quotidiano/Rivista] quando in ogni caso [si spera] si sta facendo informazione fornendo notizie e soddisfacendo un bisogno/necessità delle persone?

Cosa è sempre stato [prima ancora dell’avvento della Rete] un Quotidiano/Rivista se non un log di accadimenti?
[Mi verrebbe quasi da dire che, quindi, gli articoli sono post da sempre...]

E se poi la tecnologia Web ha permesso l’abilitazione di un elemento oggi, a mio parere, discriminante che è lo scambio di opinioni [i.e. commenti], dando quindi ad un contenuto i caratteri di un post su un blog [almeno per come la cultura impone di intendere un blog], che problema c’è a chiamare un articolo Post?

Perchè piuttosto non si cerca di dare un utile contributo alla causa esprimendosi su un’altra questione: editoria/giornalismo online o su carta?

L’obiettivo mi sembra sia comunque quello di salvare il giornalismo e, contestualmente, il ruolo che ricopre o, per meglio dire, che dovrebbe ricoprire. C’è chi dice che il Giornalismo non è la sua Carta, bene! A maggior ragione non è il nome che viene dato al messaggio.

L'importante è che si continui a garantirne la distribuzione.

Quindi vediamo di andare oltre! Di sicuro oltre si andrà sabato prossimo a Roma in cui mi preparo a veder demolito quanto da qualche tempo vado dicendo in questo spazio.

P.S. Interessante notare che il titolo originale dell’articolo in lingua è This is not a blog post. A me ha ricordato qualcosa e qualcuno :)

lunedì 8 novembre 2010

Editoria Online tra Genitori e Figli

Mi è capitato tra le mani l'ultimo numero del Journal of Social, Political and Economic Studies, un trimestrale statunitense. Sfogliandolo ho trovato un articolo: "Marketing Senior Citizens: Challanges and Opportunities".

Un articolo ricco di riferimenti e dati statistici su un argomento, quello della segmentazione del mercato per demografia, al quale personalmente non ho mai dato troppo spazio nei miei studi.

Le definizioni fornite del mercato Senior sono molteplici. La maggior parte delle fonti riportate dice mi porta a dire che, in termini anagrafici, esso sia formato dalle persone che hanno dai 50/60 anni in su. Considerando la scarsa crescita demografica, tale mercato è, quindi, molto promettente.

A livello mondiale, proprio per questioni demografiche, quello Cinese rappresenterà in futuro il più ampio mercato Senior. Attualmente, in Europa a farla da padrona è la Germania che ha la seconda popolazione più anziana del pianeta (la prima nazione è il Giappone).

Quello dei Senior è un segmento demografico che, dal punto di vista economico, ha un elevatissimo potere d'acquisto contro quello giovanile drasticamente e tristemente più basso.

Cerco ora di riassumere in un sintetico elenco le caratteristiche principali del mercato Senior che spingono gli autori dell'articolo a raccomandarne l'aggressione:

  1. Non è detto che quello dei Senior sia un segmento di persone sagge;
  2. I Senior hanno molto tempo per le loro decisioni d'acquisto;
  3. Si tratta di persone finanziariamente indipendenti e solitamente bene informate;
  4. Si aspettano comfort, competenza e semplicità;
  5. I Senior cercano autenticità;
  6. I Senior hanno una grandissima esperienza nei consumi;
  7. I Senior vogliono essere presi sul serio e rifiutano ogni tipo di pregiudizio e/o clichè [prendano appunti i comunicatori];
  8. Sono molto critici e sicuri di sè e diffidano dalle promesse;
  9. I Senior preferiscono il Brand e la Qualità rispetto agli sconti;
  10. I Senior solitamente coinvolgono altre persone nel loro processo di decisione di acquisto [quantomeno per il fatto che non acquistano soltanto per loro ma anche per figli/nipoti et sim.]

Sempre più, poi, sono i Senior che navigano su Internet [le maggiori attività su Internet sono quelle di ricerca sui motori, comunicazioni con altri attraverso e-mail e chiamate e di download di musica]; soprendentemente [almeno per me] sono sempre di più i Senior che procedono all'acquisto online [libri, vestiti, vacanze, scarpe, accessori per computer, elettronica, profumi, regali].

Volendo riassumere questa ricerca, direi che

i Senior hanno scoperto i benefici della piattaforma Web che i giovani conoscono da sempre; quello che differenzia i Senior dai giovani sono il potere d'acquisto e il tempo a disposizione. Affidandosi soprattutto ai Brand e alla Qualità, i Senior hanno anche iniziato ad effettuare acquisti online.

Una volta comprese le caratteristiche e le potenzialità di questo segmento di popolazione, la sfida, oltre che ovviamente sulla qualità dei Prodotti/Servizi [la creazione del valore e il modello di business saranno cruciali], è tutta nell'individuare i canali migliori sia di comunicazione sia di distribuzione.

L'online non sembra, a tal proposito, essere più un territorio off limits.




Utilizzando una chiave di lettura forse un pò forzata, ho cercato di ragionare anche sull'Editoria. Tante discussioni mi sono perso sull'argomento e di sicuro da qualche parte qualcuno avrà pensato, come me adesso, alla segmentazione del mercato delle notizie online per demografia.


Per i Senior, come detto, tra i primi posti delle attività online non viene citata la lettura dei quotidiani ma, per quanto riguarda gli acquisti, ai primi posti ci sono i libri. Questo a me dice che una propensione all'acquisto di un prodotto culturale/informativo c'è. Un buon articolo, insomma, potrebbe essere di sicuro un appetibile prodotto per un Senior connesso alla rete.

Mi si dirà che i Senior sono quelli che acquistano ancora il giornale cartaceo, vero. Ma è anche vero che l'articolo del Journal descrive questa categoria come anziana soltanto dal punto di vista anagrafico; per il resto sembrerebbe moltissimo al passo coi tempi!

Forzando ulteriormente, rifletto sul fatto che la grande attenzione al Brand rappresenta un vantaggio e uno svantaggio. Il vantaggio sarebbe per le testate giornalistiche più conosciute [attraverso il canale abituale/classico] che, ovviamente, dovrebbero comunque cimentarsi su questo terreno [non ho gli strumenti per capire se questo avviene già; lo svantaggio invece sarebbe per quelli che si affacciano al mercato online delle notizie soltanto adesso e che non possono godere della rendita di posizione dell'essere già stati su carta.

Ho imparato a leggere il giornale su carta grazie al mio Papà che lo acquista ancora oggi regolarmente; se non fossi stato abituato a questo, probabilmente ora non mi interesserebbe [come invece mi interessa] nemmeno leggerlo online. Voglio dire: cimentarsi oggi [online] con il target dei genitori, potrebbe fare, domani, dell'online il canale distributivo a pagamento delle notizie anche per i figli.

E, dal mio punto di vista, il profitto dell'Editore sarebbe soltanto un effetto collaterale!



Update 4 Marzo 2011
Una ricerca eMarketer: Increasing Digital Exposure for America’s Biggest Spenders: Grandparents

Grandparents are a large and influential consumer segment

Grandparents are a powerful force in the US economy. According to Nielsen, grandparent households spend 4.4% more each year than all other households. And, it’s no secret they love to spend on their grandkids. Almost 40% of grandparents in the Nielsen data said they provided support such as clothing or food for their grandchildren. During the next few years, grandparents are set to become an even more powerful consumer segment. Nielsen reports the population of 69.6 million grandparents currently in the US will rise 11% by 2015.

One effect of the recession has been a rise in the number of grandparents living with younger family members. According to a March 2010 Pew Research Center study, the number of Americans living in multigenerational households rose to 49 million in 2008, representing 16.1% of the population. Those are households with at least two adult generations or grandparents and another generation. This trend had been in motion ever since the proportion of multigenerational households hit a low of 12% in 1980, though economic conditions have certainly contributed to recent rises.

Additionally, Pew reported in September 2010 a sharp rise in the number of children being raised by their grandparents since the start of the recession, to 2.9 million in 2008. Overall, one in 10 children, or 7.1 million, live with a grandparent.

These trends, while unfortunately due in part to a poor economy, may also be helping expose grandparents to more digital media. Traditionally, older adults and seniors have been laggards of internet use. With computers now in most households, and children and teens highly immersed online, grandparents will learn by proximity. Baby boomers, soon to be the next generation of grandparents, also show a more general proclivity for computers than their predecessors.

According to Nielsen, “expecting” grandparents were involved in a variety of online activities. Four out of five were exchanging email, while nearly a third or more were accessing health info, visiting social networks, or getting weather and directions on the web. One-half were paying bills online.




Pew also reported that social networking usage had doubled from 2009 to 2010 among boomer and senior internet users overall. eMarketer estimates that 49% of 55- to-64-year-old internet users will use social networks in 2011 and forecasts that boomers and seniors will continue to be among the fastest-growing segments in terms of social network usage.




Youth marketers should be aware of the growing grandparent population and their proclivity to make purchases on behalf of the younger set, while marketers targeting older adults should note the growing role digital plays in their lives, boosted by the increased numbers of grandparents living with children.

mercoledì 3 novembre 2010

Questione di Volontà. Condivisa! #opengovitalia

Eh si, perchè non basta soltanto avere la volontà. Il lavoro di gruppo funziona solo se questa volontà è condivisa. Con la condivisione e la responsabilità reciproca il lavoro di gruppo funziona.

Nei poco meno di quattro anni di esperienza in rete ho creduto e scommesso in varie iniziative online e, purtroppo, sono state praticamente tutte fallimentari. Le ragioni?

Forse le idee di fondo non erano tanto forti o, almeno, non erano percepite come tali da tutti. Forse la distanza fisica non aiutava ad alimentare la responsabilità reciproca, elemento imprescindibile per chi aspira a lavorare in gruppo. Ma è andata così!


Questo è il modo che, molto modestamente, ho di presentare il frutto di una idea molto forte intorno alla quale passioni e competenze hanno saputo cementarsi e fare tutto il resto: datagov.it.

Ecco un estratto del Manifesto per l'Open Government [ecco la pagina su Facebook] che appoggio:

L’Open Government (letteralmente “Governo Aperto”) è innanzitutto una dottrina secondo cui l’amministrazione deve essere trasparente a tutti i livelli e consentire un controllo continuo del proprio operato mediante l’uso delle nuove tecnologie. Non è un’idea nuova: un’amministrazione che intavola una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire, e che prende decisioni basate sulle loro necessità.

Tutto questo, che era già auspicabile per un’amministrazione tradizionale, oggi diventa possibile grazie alle tecnologie e agli strumenti di partecipazione della Rete.

Nell’attuale periodo di crisi e cambiamenti tecnologici, l’Open Government rappresenta un’incredibile occasione per rendere l’Amministrazione trasparente ed efficiente, dare impulso all’economia e migliorare la qualità della vita delle persone.


Faccio un in bocca al lupo a Gigi [dal cui blog ho prelevato l'immagine] e al resto della cricca [come scherzosamente si sono definiti promotori].

I numeri ci sono tutti!

lunedì 1 novembre 2010

una Possibile Traduzione del Capitale Sociale nel Modello MicroPayment/MicroEarning

Credo che la partecipazione alla discussione su un contenuto, una notizia, sia, al tempo stesso, valore aggiunto e misura del valore. Penso anche che questo sia tanto più vero quanto più il mezzo che veicola il contenuto riesce ad abilitare le connessioni o, per meglio dire, a facilitare la discussione stessa.

Valore aggiunto perchè ne riesce a sviscerare il significato, ad approfondirne il senso magari arricchendolo di nuove fonti e nuovi pareri.

Misura del valore perchè, ovviamente, un volume elevato della discussione [non solo in termini quantitativi] ne denota la qualità o [utilizzando un termine/parametro a mio parere meno indicativo ma forse più importante] il gradimento.

Come ho più volte sottolineato nel mio modestissimo laboratorio, è pacifico che la partecipazione e la discussione siano la causa dell'aumento del Capitale Sociale della [e nella] rete di persone coinvolte [gli agenti come dicono i sociologi]. Ed è altrettando pacifico che tanto più il fenomeno interessa agenti tra di loro non legati da stretti vincoli affettivi, quanto più si accresce il Capitale Sociale di tipo Bridging. E se cresce il Bridging cresce il Capitale della Società allargata.

Sono convinto che questo accrescimento di Capitale Sociale sia "la moneta" con cui ciascuna persona viene ripagata partecipando ad una discussione che, soprattutto in un mondo in cui i contenuti cominceranno ad essere tutti pagati [direi praticamente per necessità di sostenibilità del Sistema], non può avere inizio e luogo se non con un esborso, per quanto minimo, di tipo monetario/materiale.

All'atto pratico: acquisto con qualche centesimo un articolo di quotidiano online e, partecipando alla discussione di quanti hanno [per comune interesse] effettuato la mia stessa transazione, ricevo Capitale Sociale.

Può, un sistema siffatto [o modello che dir si voglia], essere sostenibile in una logica di lungo periodo? Probabilmente no. Almeno perchèla transazione avviene tra valute differenti [i.e Euro contro Capitale Sociale].




Un passo in avanti può essere compiuto considerando un modello cosiddetto modificato [segnalato da Fabio Cavallotti qualche tempo fa] che preveda, cioè, oltre che micropagamenti, anche dei microguadagni. Un modello in grado di essere attuato proprio grazie al Web Sociale.

Il MicroEarning [inteso, nel modello modificato, come il guadagno per ogni contenuto ceduto grazie a segnalazioni nell'ambito di una rete sociale] riesco a vederlo, in questa fase ancora non avanzata dei miei studi del fenomeno, come una valorizzazione del Capitale Sociale. Vedo cioè il MicroGuadagno come la ricompensa [Capitale Sociale] che si traduce anche in materia [Euro o valuta equivalente]; in questo modo la transazione può avere luogo e rendere maggiormente consapevoli gli agenti coinvolti. Agenti che, a questo punto, vedrei come parte integrante e [per l'appunto] consapevole della Filiera Editoriale.

Tutto funzionerebbe a meraviglia se non si calcolasse il rischio dovuto all'aver introdotto, in uno scenario che definirei puro, una logica commerciale. Il rischio, cioè, sarebbe quello di falsare le dinamiche con una corsa non naturale verso la compravendita di contenuti, di notizie. La risultante sarebbe uno scenario non più puro ma del tutto artificiale e, quindi, all'estremo, privato di valori [mi riferisco a quelli squisitamente Sociali] reali.

Personalmente il rischio lo correrei, fiducioso che, alla lunga, sarebbero destinate a venire fuori comunque logiche guidate dalla ricerca della qualità e dal soddisfacimento di un interesse.

Sarebbe bello e interessante sperimentare ed ho scoperto che esistono piattaforme che potrebbero permetterlo!