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lunedì 11 febbraio 2008

il Capitale Sociale, Facebook e qualche Riflessione

Avvertenza: può essere utile smaltire questo lungo post utilizzando la versione in pdf (spero gradita!)
il Capitale Sociale, Facebook e qualche Riflessione (la versione in pdf)

Quelli che vi presento di seguito sono la parte introduttiva ed i successivi più rilevanti esiti di uno studio del Journal of Computer-Mediated Communication's (via Gerry McKiernan) fatto per cercare di dimostrare delle ipotesi sul beneficio che i Friends su Facebook riescono a trarre dall'appartenenza a gruppi. Uno studio interessantissimo sul Capitale Sociale e sulla pratica del Social Networking condotto su un campione di studenti dell'Università del Michigan. Ho voluto riprendere su questo post alcuni passi del lunghissimo articolo pubblicato (tentandone di fare una traduzione la più possibile fedele) avendo individuato in questo sforzo il miglior mezzo per interiorizzare di più i concetti (che toccano un campo nel quale prima d'ora non mi ero mai addentrato ma che mi ha parecchio interessato e affascinato) e soprattutto per rendere più agevole la fruizione di un tema sul quale mi piacerebbe che diceste la vostra.

Mettendo da parte, qualora l'aveste, ogni tipo di pregiudizio sull'utilizzo dei Social Network.

Social Capital: Online and Offline

Il concetto di Capitale Sociale si riferisce in linea di massima a quelle risorse che si riescono ad accumulare grazie ai rapporti tra le persone (Coleman, 1988). Il termine Capitale Sociale ha una gran numero di definizioni a seconda dei campi di applicazione e descrive una causa ed un effetto allo stesso tempo (Resnik, 2001, William, 2006). Bordieu e Wacquant (1992) definiscono il capitale sociale come "la somma delle risorse, reali o virtuali, di cui possono beneficiare individui e gruppi di persone per il loro esser parte di una rete di relazioni durature più o meno formali di mutue conoscenze e coscienze". E' poi in base a queste relazioni che tali risorse possono differire sia nella forma sia nelle funzioni.

Il concetto di Capitale Sociale è stato da sempre legato ad una grande varietà di risultati positivi in campo sociale: il miglioramento della salute pubblica, il minor tasso di criminosità e l'incremento dell'efficienza dei mercati finanziari (Adler & Kwon, 2002) per dirne qualcuno. Gli studiosi dicono che quando il Capitale Sociale è in declino (un effetto notato da Putnam nel 2000 dal suo osservatorio sugli Stati Uniti d'America) nella comunità si sperimenta disordine sociale, si avverte la riduzione di partecipazione nelle iniziative di carattere civico e si accusa una diminuzione della mutua fiducia tra gli individui che formano la comunità stessa. Di contro, quando il Capitale Sociale aumenta, si verifica un aumento dell'impegno sociale all'interno della comunità e delle azioni collettive. In buona sostanza, sebbene il Capitale Sociale possa essere investito anche per progetti dannosi per la Società, di esso sono in generale riconosciuti gli effetti positivi soprattutto per i membri che fanno parte di una rete Sociale di relazioni (Helliwell & Putnam, 2004).

Il meccanismo connesso al Capitale Sociale permette alle persone di attingere alle risorse degli altri membri delle reti di relazioni alle quali si appartiene. Queste risorse possono prendere la forma di informazioni utili, di relazioni personali o della semplice capacità di organizzazione di gruppi di persone (Paxton, 1999). Quando le persone entrano in altre reti di conoscenze si sperimenta automaticamente l'accesso a informazioni non ridondanti con degli effetti; l'acquisizione di connessioni vantaggiose per il proprio lavoro è un esempio (Granovetter, 1973). In più i ricercatori hanno scoperto che a varie forme di Capitale Sociale, inclusi i legami con amici e vicini, è legato anche un benessere psicologico (l'autostima e la soddisfazione della vita che si conduce sono due casi evidenziati da Bargh & McKenna e da Helliwell & Putnam nel 2004).

Putnam (2000) fa la distinzione tra Capitale Sociale Bridging e Bonding. Il Bridging Social Capital è quello dei legami deboli ovvero quello delle connessioni esistenti tra gli individui; connessioni che, pur essendo in grado di procurare informazioni utili e nuove prospettive a chi le stabilisce, non sono supportate dalle emozioni (Granovetter, 1982). Il Bonding Social Capital, invece, è quello degli individui che sono legati anche da emozioni come familiari ed amici stretti.


Il Capitale Sociale e Internet

L'Internet è stato considerato come causa sia di incremento sia di decremento del Capitale Sociale. Nie (2001) sosteneva che l'utilizzo di Internet porta le persone a dedicare meno tempo agli incontri face-to-face con un effetto che potenzialmente diminuisce il Capitale Sociale. Questo tipo di analisi ha però ricevuto delle pesanti critiche (Bargh & McKenna, 2004) basate, si può dire, su osservazioni dirette del fenomeno; alcuni ricercatori, infatti, hanno evidenziato che le interazioni online possono supplire, quando non addirittura rimpiazzare del tutto, i rapporti interpersonali con una attenuazione del negativo effetto del troppo tempo trascorso online (Wellman, Haase, Witte, & Hampton, 2001). In effetti studi sulle cosidette "comunità fisiche" supportate da network online (per esempio le comunità geografiche) hanno dimostrato che le interazioni mediate dai computer hanno effetti positivi nelle interazioni che hanno luogo in quelle stesse comunità, nel coinvolgimento delle persone che lo componevano e nello stesso Capitale Sociale (Hampton & Wellman, 2003; Kavanaugh, Carroll, Rosson, Zin, & Reese, 2005).

Recentemente dei ricercatori hanno rimarcato l'importanza dell'Internet per la formazione dei legami deboli su cui si fonda la teoria del Bridging Social Capital. Dato che le relazioni online possono essere supportate dalla tecnologia come le distribution list, le directory di condivisione di foto e le funzioni di ricerca, è possibile che nuove forme di Capitale Sociale e di relazioni si possano creare nei Siti Internet di Social Networking. Il Capitale Sociale di tipo Bridging può essere cementato da questo tipo di Siti Internet permettendo così ai suoi utenti di creare prima e di mantenere poi delle reti di conoscenza più ampie da cui poter trarre risorse (Donath & boyd, 2004; Resnick, 2001; Wellman et al., 2001). Donath e Boyd (2004) ipotizzano che i Social Network potrebbero incrementare in modo importante il numero di legami deboli che si possono creare dato che questo meccanismo è proprio della tecnologia che abilita tale tipo di connessioni così come proprio di questa tecnologia è il rendere il successivo mantenimento di tali connessioni un processo semplice oltreché ottenibile con sforzi ridotti.


Risultati

Di seguito voglio presentarvi le maggiori evidenze dello studio e vi rimando all'interessante articolo per gli approfondimenti del caso. L'approccio utilizzato è altamente professionale ed ha fatto ricorso a tecniche di sondaggio di cui è possibile, per chi è curioso, trovare la descrizione in questa pagina di Wikipedia.

Credo sia utile dare, per riuscire meglio a leggere i numeri, la definizione di un parametro creato per misurare l'utilizzo di Facebook in modo più affidabile di quanto non si riesca a fare considerando le semplici frequenza e durata di utilizzo: la Facebook Intensity.

La misura con la Facebook Intensity tiene infatti conto del numero di Friends e della quantità di tempo dedicata giornalmente a Facebook. La scala è stata inoltre costruita tenendo conto delle risposte alle questioni poste nell'indagine per quantificare il livello di coinvolgimento emotivo nell'uso di Facebook e la quota di tempo, rispetto a quello totale speso nelle attività giornaliere, dedicata al Social Network Americano.

Una ulteriore avvertenza per la lettura delle tabelle che di seguito riporto: i punteggi per ogni domanda andavano da un minimo di 1 (strongly disagree) ad un massimo di 5 (strongly agree). La prima colonna dei numeri mostra la media ottenuta nelle risposte mentre la seconda colonna mostra un indice (S.D. sta per Standard Deviation, deviazione standard) di quanto le risposte date si discostino da quella media: avere un basso valore nella seconda colonna dimostra un certo allineamento nelle risposte date (cioè hanno più o meno tutti risposto allo stesso modo) mentre un alto valore è indice di un orientamento più vario.

Facebook Intensity

La tabella in basso mostra proprio la misura della Facebook Intensity ed è costituita dal riepilogo delle risposte ad una prima serie di domande da cui è anche possibile farsi un'idea generale del campione coinvolto nel sondaggio.

Facebook Intensity

le Motivazioni per l'uso di Facebook

La seconda tabella che riporto dimostra invece quanto la motivazione del campione intervistato all'utilizzo di Facebook sia data più dal voler mantenere dei contatti già stabiliti offline che dal voler incontrare nuove persone online.



Grado di Autostima e Qualità di Vita percepita dal Campione

Questo terzo grafico mostra il grado di autostima e quella della qualità di vita percepita nella MSU (Michigan State University) da parte degli individui facenti parte del campione utilizzato per lo studio.



Misura del Capitale Sociale

L'ultima tabella invece mostra le misure fatte del Capitale Sociale.



Risultati Finali

L'analisi dei ricercatori è poi proseguita mettendo in relazione le misure effettuate con i metodi che la statistica rende disponibili: l'obiettivo (che poi era quello principale dell'indagine condotta) è stato quello di vedere come varia l'interazione tra l'utilizzo di Facebook ed il Capitale Sociale nelle sue due declinazioni (Brindging e Bonding) al variare della quantità di autostima e della qualità di vita percepita da parte del campione.


I grafici mostrano i risultati dello studio in modo molto intuitivo ed immediato: gli studenti che percepiscono una bassa qualità della vita e con poca autostima sembrano beneficiare del Capitale Sociale delle connessioni deboli instaurate su Facebook in misura crescente al crescere dell'intensità con cui il Social Network è utilizzato.


Conclusioni e Riflessioni

Questi sono i numeri che mi hanno più interessato e che stanno a dimostrare l'utilità della partecipazione e della attiva presenza nei gruppi che si creano su Facebook (non so se il discorso si possa poi estendere anche ad latri Social Network) almeno in ambito universitario. Credo che siano sufficienti i grafici e le figure che ho riportato in questo post ma, per i dovuti approfondimenti, vi rimando ancora una volta all'articolo citato.

Sono stato catturato da questo studio perchè la sensazione che ho sempre avuto, da quando ho registrato il mio profilo su qualche Social Network (Facebook in primis), è stata sempre quella di ricavarne beneficio. Grazie al trattato pubblicato dal Journal of Computer-Mediated Communication's ora so dare un nome a tali benefici e so dare anche forma alle dinamiche nelle quali mi sono trovato ad agire: Capitale Sociale e i meccanismi atti ad aumentarlo.

Credo che questi numeri servano (e mi auguro servano anche a voi) a dimostrare, a quanti continuano a manifestare scetticismo sul ruolo dei Social Network e della Rete in genere, che proprio grazie al Web possono essere messi in moto dei circoli virtuosi capaci di arricchire chi da tali circoli viene travolto anche se, in tutta sincerità, non sarei così sicuro che i risultati di un simile sondaggio condotto nei paesi europei possa portare agli stessi risultati!

Osservo anche che lo studio è limitato alla popolazione (giovani e meno giovani) di una Università e, quindi, ha riguardato quel mondo per il quale Facebook è stato creato. Mark Zuckerberg, pur se giovanissimo, si sarà fatto i suoi conti quando decise di imbarcarsi nell'avventura che lo portò alla realizzazione di questa piattaforma; non deve quindi meravigliarci più di tanto lo scoprire che Facebook ha effetti positivi sugli studenti che lo utilizzano. Insomma è fatto per loro, sarebbe strano scoprire il contrario, imho!

Dove voglio arrivare?

In tempi in cui si fa forse ancora un po' fatica ad individuare il benefico effetto della partecipazione alle Reti Sociali Online per le Aziende sarebbe davvero molto interessante condurre uno studio simile ma rivolto esclusivamente al mondo dell'impresa.

Probabilmente con Facebook è facilitata l'azione di quanti vogliano trovare lavoro proprio grazie alle connessioni che si stabiliscono (con meccanismi tipo LinkedIn) ma, ribaltando il ragionamento, la domanda è: quanto è utile Facebook per vendere un lavoro? Quanto facilitata è l'azione di quelli che intendono utilizzare Facebook per un Business che si è deciso di promuovere online? Finora, su tali argomenti, ho letto solo sensazioni e non numeri e quindi ribadisco: sarebbe davvero interessante redigere una indagine simile a quella presentata in questo post orientata a scoprire la relazione tra l'intensità di utilizzo delle Imprese di Facebook e il loro Business.

Sapreste segnalare degli studi fatti a riguardo che mostrino dei numeri?

Mi rendo conto che sto parlando di cose troppo diverse: non si può pretendere di paragonare il grado di soddisfazione provato dagli individui e quello provato da un'Azienda o, almeno, dalla persona che nel Social Network la rappresenta: credo sia infatti molto più facile misurare una sensazione personale (perchè la si sperimenta direttamente e la si riesce, quindi, poichè la si sente sulla propria pelle, anche a quantificare) che un valore che di personale ha ben poco (stiamo parlando in questo caso di numeri misurati in Euro di cui non si conosce molto bene l'origine o, per meglio dire, la causa).

Mi fermo qui ansioso di conoscere anche la vostra opinione e magari di poter lavorare insieme a un sondaggio simile! In un periodo in cui s'è risvegliato l'interesse e la curiosità per questo affascinante argomento...

Che ne dite?

il Capitale Sociale, Facebook e qualche Riflessione (la versione in pdf)

lunedì 1 novembre 2010

una Possibile Traduzione del Capitale Sociale nel Modello MicroPayment/MicroEarning

Credo che la partecipazione alla discussione su un contenuto, una notizia, sia, al tempo stesso, valore aggiunto e misura del valore. Penso anche che questo sia tanto più vero quanto più il mezzo che veicola il contenuto riesce ad abilitare le connessioni o, per meglio dire, a facilitare la discussione stessa.

Valore aggiunto perchè ne riesce a sviscerare il significato, ad approfondirne il senso magari arricchendolo di nuove fonti e nuovi pareri.

Misura del valore perchè, ovviamente, un volume elevato della discussione [non solo in termini quantitativi] ne denota la qualità o [utilizzando un termine/parametro a mio parere meno indicativo ma forse più importante] il gradimento.

Come ho più volte sottolineato nel mio modestissimo laboratorio, è pacifico che la partecipazione e la discussione siano la causa dell'aumento del Capitale Sociale della [e nella] rete di persone coinvolte [gli agenti come dicono i sociologi]. Ed è altrettando pacifico che tanto più il fenomeno interessa agenti tra di loro non legati da stretti vincoli affettivi, quanto più si accresce il Capitale Sociale di tipo Bridging. E se cresce il Bridging cresce il Capitale della Società allargata.

Sono convinto che questo accrescimento di Capitale Sociale sia "la moneta" con cui ciascuna persona viene ripagata partecipando ad una discussione che, soprattutto in un mondo in cui i contenuti cominceranno ad essere tutti pagati [direi praticamente per necessità di sostenibilità del Sistema], non può avere inizio e luogo se non con un esborso, per quanto minimo, di tipo monetario/materiale.

All'atto pratico: acquisto con qualche centesimo un articolo di quotidiano online e, partecipando alla discussione di quanti hanno [per comune interesse] effettuato la mia stessa transazione, ricevo Capitale Sociale.

Può, un sistema siffatto [o modello che dir si voglia], essere sostenibile in una logica di lungo periodo? Probabilmente no. Almeno perchèla transazione avviene tra valute differenti [i.e Euro contro Capitale Sociale].




Un passo in avanti può essere compiuto considerando un modello cosiddetto modificato [segnalato da Fabio Cavallotti qualche tempo fa] che preveda, cioè, oltre che micropagamenti, anche dei microguadagni. Un modello in grado di essere attuato proprio grazie al Web Sociale.

Il MicroEarning [inteso, nel modello modificato, come il guadagno per ogni contenuto ceduto grazie a segnalazioni nell'ambito di una rete sociale] riesco a vederlo, in questa fase ancora non avanzata dei miei studi del fenomeno, come una valorizzazione del Capitale Sociale. Vedo cioè il MicroGuadagno come la ricompensa [Capitale Sociale] che si traduce anche in materia [Euro o valuta equivalente]; in questo modo la transazione può avere luogo e rendere maggiormente consapevoli gli agenti coinvolti. Agenti che, a questo punto, vedrei come parte integrante e [per l'appunto] consapevole della Filiera Editoriale.

Tutto funzionerebbe a meraviglia se non si calcolasse il rischio dovuto all'aver introdotto, in uno scenario che definirei puro, una logica commerciale. Il rischio, cioè, sarebbe quello di falsare le dinamiche con una corsa non naturale verso la compravendita di contenuti, di notizie. La risultante sarebbe uno scenario non più puro ma del tutto artificiale e, quindi, all'estremo, privato di valori [mi riferisco a quelli squisitamente Sociali] reali.

Personalmente il rischio lo correrei, fiducioso che, alla lunga, sarebbero destinate a venire fuori comunque logiche guidate dalla ricerca della qualità e dal soddisfacimento di un interesse.

Sarebbe bello e interessante sperimentare ed ho scoperto che esistono piattaforme che potrebbero permetterlo!

lunedì 20 dicembre 2010

Social Currency. Studio e Sviluppo del Modello WIKiD

Social Currency è il nome dato alla valuta circolante nell'economia delle Imprese Sociali da Dan Robles che, in una serie di interessanti articoli, cerca di presentare un modello di previsione di creazione e successiva monetizzazione della Social Currency stessa.

[Social Currency penso sia anche il nome da dare alla moneta guadagnata dal lettore in seguito ad una condivisione sfociante in un ulteriore acquisto della notizia - condivisa nello spazio pensato e costruito allo scopo].

Queste sono le assunzioni della teoria espressa negli articoli di Dan Robles:

[a] Per creare beni [e servizi], nell'economia classica gli imprenditori, utilizzano capitale umano e finanziario;

[b] Per creare "elementi", nell'economia sociale, gli imprenditori [sociali] utilizzano capitale sociale, creativo ed intellettuale.

Gli elementi del Capitalismo Sociale sono, secondo Dan Robles: Wisdom, Innovation, Knowledge, Information e Data. Vi propongo di seguito il video che spiega il modello.




Tra questi elementi c'è interdipendenza e connessione bidirezionale. Ciascuno di essi, inoltre, secondo il modello di Dan Robles, si ottiene dall'elemento storicamente creatosi prima [integrando matematicamente nel mezzo in cui si è creato]. E, nel passaggio da un elemento all'altro, in dipendenza dalla velocità con cui questo passaggio si consuma, viene creato valore. Capitale Sociale, Social Currency, verissimo!, ma che genera, come vedremo, crescita economica e aumento di Capitali Finanziari.




Risparmiando i passi precedenti l'Econmia dei Dati, i passi, storici e matematici allo stesso tempo sono più o meno questi: i Dati hanno trovato spazio nei circuiti integrati dei computer e si sono trasformati in Informazione; l'Informazione si è trasformata in Conoscenza dopo che l'utilizzo del Computer si è diffuso.

La domanda ora è: applicando il modello di previsione WIKiD, cosa si avrà dopo l'economia della Conoscenza?

Le persone, negli spazi abilitati dai Social Media, riescono a trasformare Dati in Informazione e, successivamente, Informazione in Conoscenza. Ma proprio grazie ai Social Media succede qualcosa di più: la condivisione della Conoscenza [da leggersi matematicamente come l'integrazione della Conoscenza stessa nei Social Media] permette agli attori di tali dinamiche di creare nuove idee [Innovazione] che possono rendere più produttivo un business [o, aggiungo io, anche semplicemente una condotta nella Società] già esistente o addirittura crearne uno nuovo [o, aggiungo io, una nuova azione di carattere prettamente Sociale che non coinvolge, quanto meno direttamente, un Capitale Finanziario].

Procedendo ulteriormente, la pratica [o anche la semplice osservazione] delle nuove idee, dei nuovi business, delle nuove condotte sociali, produce Saggezza: si impara dagli errori altrui o dai propri per cercare di non commetterne più [in una iniziativa di tipo imprenditoriale o puramente sociale].

Come detto, in questi passaggi si crea valore e, a detta di Dan Robles, se ne crea in quantità tanto maggiore quanto più veloce è la trasformazione.

Scopo dell'Imprenditore è quello di osservare le dinamiche nelle Reti Sociali abilitate dai Social Media: ci saranno buone basi di creazione di profitto [Sociale e, quindi, Economico] quando si osserverà la trasformazione di Informazione in Conoscenza e si presidierà lo spazio in cui tale trasformazione ha luogo. Si avranno poi maggiori probabilità di creazione di profitto quando, tra gruppi di persone, verrà osservata la condivisione di Conoscenza e la conseguente creazione di Innovazione [e, anche qui, ci si attrezzerà per un opportuno presidio].

Grazie a tale modello sono riuscito a dare dei nomi a delle mie personali impressioni. In altre occasioni sono tornato indietro e non avrò problemi a farlo ancora; nell'attesa, sul modello WIKiD, osservo che:

  1. Sembra che le trasformazioni dai Dati alla Conoscenza [attraverso l'Informazione] avvengano in un gruppo ristretto nell'ambito di un ecosistema molto vasto [mi verrebbe da dire la Rete Intera]. Un gruppo in cui i legami tra le persone che lo compongono sono molto forti; per tale ragione, a questo livello, immagino circolare soltanto Capitale Sociale di tipo Bonding.
  2. Il passaggio cruciale si esplicita nella Trasformazione da Conoscenza a Innovazione [e poi anche a Saggezza] che ha luogo soltanto quando si verificano delle contaminazioni tra più gruppi. In questo caso il Capitale Sociale che circola è quello Bridging che è quello che verosimilmente riesce poi a trasformarsi in Capitale Finanziario.
  3. Il modello WIKiD manca, a mio parere, di un elemento essenziale. Mi permetto quindi di completarlo introducendo l'elemento esterno dato dall'agente che attiva in primo luogo i Social Media e, in secondo luogo, le trasformazioni. Nel primo caso occorre un intervento utilizzante Capitale Finanziario tradotto in infrastruttura; nel secondo caso occorre un intervento atto a seminare i dati e favorirne la successiva condivisione.

Ho cercato di creare le basi per sviluppare ulteriormente il Modello WIKiD che, opportunamente sovrapposto a quello di Filiera Editoriale, mi potrebbe portare finalmente a delle prime [e formali] conclusioni.

domenica 19 dicembre 2010

il Punto della Situazione [sono solo Appunti!]

Quei pochi sventurati che mi seguono su questo blog ne avranno piene le scatole dei riferimenti che spesso faccio al Pubblico, allo Stato e alla notevole responsabilità di cui a mio parere è investito: quella di attivare un circolo virtuoso in cui tutti gli stakeholder avrebbero da guadagnare. Questo è vero in ogni campo, in ogni ambito ma mi limito a confinare il discorso all'Editoria.

Ciò che rende virtuoso il circolo credo sia la diretta connessione [equivalenza!?] tra Capitale Sociale e Capitale Finanziario: il primo sfocia [o deve sfociare] nel secondo. Come ho più volte detto, credo che per attivare un meccanismo che trasformi Capitale Sociale in Capitale Finanziario sia necessaria un'iniezione di denaro per creare le piattaforme indispensabili a che questa trasformazione possa avere luogo. L'iniezione di denaro è quanto, credo, ci si debba aspettare dalla Cosa Pubblica.

E, quindi, ancora una volta: se si riconosce alla connessione alla Rete [e, quindi, alla connessione che, proprio attraverso la Rete, si realizza tra Persone] un ruolo importante per la Crescita del Capitale Sociale; e se alla connessione alla Rete fa seguito, contestualmente all'aumento di Capitale Sociale, anche un aumento del Benessere Economico delle Persone e delle Organizzazioni insistenti sul Territorio; beh, non si può non chiedere allo Stato che vengano create le basi per la connessione alla Rete e il minimo necessario per esserne poi una parte pensante e critica.

E, riconoscendo nella semina di Dati un passo imprescindibile per la Creazione di Valore [Sociale nei Rapporti tra Persone e Istituzioni ed Economico nelle Imprese - complessivamente Benessere della Nazione], ci sarebbe da chiedere allo Stato anche una quota spendibile nell'acquisto dei Dati. Quando parlo di Dati mi riferisco a Notizie di qualsiasi genere [Cronaca, Politica, Scienza, Tecnologia, Ecologia, etc...].


Non credo si sarebbe fuori dal mondo:

  1. se si dovesse richiedere allo Stato la garanzia delle Connessione alla Rete per tutti e a titolo gratuito;
  2. se si chiedesse di rivedere le modalità di finanziamento dell'Editoria: invece di finanziare direttamente gli Editori, dare fiducia ai cittadini [alle famiglie]. Con un microreddito/microincentivo riconosciuto giornalmente si potrebbe concedere l'acquisto di una Notizia per avviare un processo di circolazione di commenti/giudizi/idee a tutto vantaggio della Comunità. Il meccanismo del Microearning aumenterebbe poi la probabilità di connessioni e di circolazione della Notizia stessa.

Sono appunti che devono essere sviluppati/confutati/cestinati/rivisti in modo critico in un percorso che si preannuncia avvincente durante il quale non posso fare a meno delle vostre osservazioni.

domenica 21 novembre 2010

Parola d'Ordine: Fiducia!


Ho finito di leggere in questi giorni il libro Homo Oeconomicus? Dinamiche Imprenditoriali in Laboratorio, curato da Giuseppe Garofalo e Fabio Sabatini.

Un trattato davvero interessante che mette sulla buona strada chi, come me, è alla ricerca di un'equivalenza [oserei dire matematica] tra Capitale Sociale e Capitale Materiale (i.e. Euri). La risposta precisa nel libro non c'è ma sicuramente tanto la trattazione teorica quanto quella pratica [esperimenti di laboratorio con la Teoria dei Giochi] portano sulla buona strada o almeno confortano alcune mie convinzioni.

Non si parla di Web, non ci si riferisce ai contatti online, ma ogni qualvolta ho letto le parole rete, network, connessione, è stato per me immediato pensare a Internet come possibile tecnologia abilitante. La mancanza di riferimenti al mondo che tanto amiamo non ha rappresentato assolutamente un limite; anzi mi permette, ora, di avere una visione generale e per nulla polarizzata su posizioni che, altrimenti, apparirebbero a chi sceglie ancora di starne fuori [da questo mondo] di parte.

Non mi sono, quindi, per niente meravigliato nel ritrovare un punto di fondo che Castells evidenziava già qualche anno fa nel suo Galassia Internet:

Utilizzando Internet come mezzo fondamentale di comunicazione ed elaborazione delle informazioni, l'azienda adotta il network come propria forma organizzativa. Questa trasformazione sociotecnologica permea l'intero sistema economico e influenza tutti i processi di creazione, scambio e distribuzione di valore.

E non credo di distorcere il senso del discorso se lo completo riferendomi nuovamente ad alcuni passi del libro di Rosco, Il Marketing dell'Informazione e della Conoscenza, che individuava [ai tempi in cui Castells scriveva il suo Galassia Internet] nelle Biblioteche [meglio se sul Web] l'abilitatore di tali dinamiche di accesso alla conoscenza come base per decisioni di carattere imprenditoriale.

In Homo Oeconomicus, infatti, si dice anche:

Un’efficiente rete di relazioni tra unità produttive locali può così costituire elemento di slancio per l’economia di un territorio e fornire una valida spiegazione alle migliori performance delle imprese in essa inserite, rispetto a quelle esterne alla rete stessa.

Mi verrebbe da parlare quindi, riassumendo [la terminologia - di sicuro impropria - è mia], di: Connessioni Verticali [quelle tra Impresa e Conoscenza servendosi, eventualmente, di una Biblioteca Online] e Orizzontali [quelle tra Colleghi all'Interno di un'Impresa e, meglio ancora, tra Imprenditori di Aziende diverse].

Una cosa è certa: la presenza di Capitale Sociale [opportunamente abilitato] migliora le performance del sistema economico. Definirlo come un circolo virtuoso che, in un certo senso riesce ad alimentare se’ stesso, non mi sembra sbagliato [e credo che questa affermazione non sia in contrasto con la raccomandazione degli autori di non considerare il Capitale Sociale come la sua misura.].

Un circolo virtuoso fatto di connessioni, di rete, di scambio di comunicazioni, di accesso alle informazioni, alla conoscenza e, soprattutto, di fiducia reciproca.

Ed è proprio quello della fiducia il tema maggiormente trattato nel libro; un tema poi sviscerato - come anticipavo all’inizio - anche tramite esperimenti di laboratorio condotti nel mondo imprenditoriale e non, della Tuscia Viterbese.

Mafe, nel suo World Wide We ha già presentato alla perfezione il potenziale effetto benefico delle Reti Sociali Online per le Imprese introducendo un elemento ulteriore, quello che poi in effetti fa la differenza: la connessione con i Clienti [odio questo termine ma se avessi detto Persone forse avrei generato - ulteriore!? - confusione].

Un diverso o complementare punto di vista mi ha permesso di ritrovare in Homo Oeconomicus anche degli elementi che possono tornare utili nella questione dell’Editoria.


Uno su tutti: la fiducia! La fiducia è quella che, nell’ambito del modello micropagamenti/microguadagni, oltre a stabilirsi tra Giornalista/Autore [non a caso non parlo di Editore], si dovrebbe stabilire tra lettori. Un elemento che, in qualche modo, dovrebbe tenere il sistema lontano dal pericolo potenziale di predominio di logiche commerciali di compravendita di contenuti e notizie. Della serie: io lettore mi fido di te (lettore come me); non mi stai soltanto vendendo una notizia ma il piacere di discuterla con me! [discussione è da leggersi come processo di generazione di senso]

E la fiducia potrebbe rivelarsi il cardine di un altro meccanismo. L’innesco del processo di generazione di senso potrebbe/dovrebbe essere visto come un atto di fiducia di un responsabile del Pubblico nei confronti sia dell’Autore sia del Lettore. E la traduzione di questo meccanismo non è, a mio parere, la mera sovvenzione all’Editoria da parte dello Stato. Vedrei bene, ad esempio, un credito regalato dallo Stato al Lettore [in questo caso non in valuta sociale ma valuta materiale - i.e. Euri per acquistare un contenuto].

Uno studio del modello che includa il Capitale Sociale credo lo si possa affrontare anche inserendo, nel gioco affascinante di equazioni di cui il libro è ricco, alcune variabili specifiche che descrivano le azioni [quelle già in essere e quelle potenziali] tutti gli stakeholder e l’ecosistema nel quale essi si muovono.

Spero di trovare tempo per farlo. Mi fermo qui ansioso, come al solito, di ascoltare il vostro parere.

sabato 27 novembre 2010

Sviluppo Economico e del Capitale Sociale. Appunti e Riflessioni [Scontate]

Negli Stati Uniti vanno di pari passo la disponibilità economica e l’attitudine ad informarsi online. Lo dice uno studio di Pew segnalato da Luca De Biase che poi sostiene, con una osservazione in cui mi ritrovo, che la richiesta di gratuità dei contenuti Online non sembra essere, quindi, una questione di reddito.

Considerando che non ci si potrebbe concedere questo lusso [informazione online] se non si disponesse dell’infrastruttura necessaria alla connessione ai server [e del denaro per poterla acquistare], è ovvio trovare nello stesso studio un altro dato: maggiore è la disponibilità economica e maggiore è la frequenza di utilizzo di internet [io proseguo: perchè si ha denaro per poter stipulare un contratto con un Provider].


L’ accesso alle informazioni online e, prima ancora, la connessione alla rete e [quindi] alle persone, contribuiscono allo sviluppo economico e, allo stesso tempo, all’aumento del tasso di felicità [che tradurrei in Capitale Sociale] delle popolazioni. Evidenza di questo ce la dà una ricerca presentata qualche mese fa.


Si potrebbe riassumere [come proprio Pew faceva già una decina di anni fa in uno studio citato da Castells in Galassia Internet]: Internet abilita le connessioni deboli e favorisce l’aumento del Capitale Sociale [già con il semplice stabilirsi di tali connessioni] e Materiale [attraverso gli accessi facilitati a informazione e conoscenza che migliorano le prestazioni delle Imprese sui mercati] delle persone.

Le variabili in gioco [almeno alcune] sono quindi: disponibilità economica di ciascuno, connessione alla rete, attitudine ad informarsi online e felicità. Quali di queste sono da considerarsi un input di un processo di sviluppo sociale ed economico? Quali gli output?

In altre parole lo Sviluppo Economico e del Capitale Sociale sono cause oppure effetto delle connessioni agevolate da Internet?

Ammesso che abbia posto bene la questione, il mio limitato background mi rende quantomeno tortuosa la strada verso le risposte. Le cose, poi, mi si complicano quando sintetizzo i risultati degli studi e delle ricerche: se non ci fosse denaro non si potrebbe avere accesso alle informazioni; se non ci fosse sviluppo economico, sarebbe difficile aumentare la disponibilità di denaro delle persone per poter poi accedere alla rete...

Alla fine, quindi, mi viene facile pensare che il processo di sviluppo sia un circolo virtuoso in cui ciascun elemento può in qualche modo alimentarsi e crescere grazie all’altro. Con un equilibrio delicato da mantenere con attenzione perchè da virtuoso non diventi vizioso.

Un circolo che dovrebbe essere avviato da un innesco del quale sono convinto debba assumersi la responsabilità il Pubblico, lo Stato.

Come? Per esempio dotando i territori di infrastrutture e, successivamente, incentivando la popolazione all’acquisto di servizi di accesso ad esse e dei contentui da esse veicolati.

Un atto di fiducia come investimento in cui sia garantito [i garanti saremmo noi!] un adeguato e funzionale livello di qualità. Sia dell’infrastruttura sia dei contenuti.


martedì 25 dicembre 2012

Edicola Italiana


Pensando alle edicole, vengono in mente il rapporto con il giornalaio, i commenti sulle prime pagine con gli amici, gli sfottò del Lunedì e le conversazioni che si prolungano fino a sera nei bar.
Pensando alle edicole viene in mente, cioè, almeno a me, più che il mondo fatto di bit, quello fatto di carta. Un mondo in cui sembra più palpabile il crescere del Capitale Sociale delle relazioni; relazioni che, anche disponendo di una guida opportuna - il giornalista, l'autore - si fanno mezzo per percorrere la strada che porta dall'informazione alla conoscenza.

Non riesco a dire se stiamo correndo davvero il rischio che il il giornalismo tradizionale non funzioni più. Ma, mi chiedo: qualcuno si è davvero mai posto la questione delle relazioni e delle relative conversazioni intorno all'unità giornalistica? Qualcuno ha mai pensato che queste relazioni, sensificando le notizie verso la conoscenza, accrescono anche il Capitale Sociale, quello buono?
L'ecosistema informativo migliora non soltanto - ma già sarebbe tanto, c'è da dirlo -  quando migliora l'informazione, ma anche quando mette in relazione le persone, le fa conversare e fa crescere il Capitale Sociale. Proprio come succede nelle edicole e nei bar.

Se l'Edicola Italiana sarà soltanto il negozio italiano delle notizie, fallirà miseramente l'obiettivo sociale. Se, non ispirata (solo) alla logica del Content MarketPlace, si farà stimolo di relazioni, conversazioni e conoscenza, allora sarà stato fatto un discreto passo in avanti.

 ***

Come promemoria ho messo i link a qualche articolo di presentazione dell'Edicola Italiana.


- Futuro dei Periodici - Non solo l'edicola italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali
L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore, è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto). L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria.
L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.

- il Sole 24 Ore - I big lanciano Edicola Italiana (ripreso da Pasteris: Ecco il paywall made in Italy: i vecchi oligarchi dell’informazione FIEG pensano che la festa non sia finita, ma si salveranno in 3 o 4 su 6)
Sei grandi gruppi di editoria d'informazione - Caltagirone Editore, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e Rcs Mediagroup - hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. L'iniziativa - la prima che vede insieme fin dall'esordio i principali editori nazionali - ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un'interfaccia che ne semplifichi la scelta, l'acquisto e la fruizione. 
Gli editori intendono, grazie all'Edicola Italiana, costruire un rapporto diretto e trasparente con i propri clienti e presidiare la filiera commerciale, dalla definizione dei prezzi ai metodi di pagamento.

- LSDI - Notizie online gratis addio, con Edicola italiana arrivano i paywall
Con Edicola Italiana è cominciato il conto alla rovescia verso i paywall, cioè sistemi di pagamento delle news online. Il progetto è stato avviato a marzo, ma ci sono voluti sei mesi per arrivare alla firma dell’accordo. Gli editori italiani si sono ispirati ai colleghi francesi per dare vita all’Edicola Italiana.
Curiosità: da pochi giorni La Repubblica è entrata a far parte dell’Edicola di Apple Store. La app del quotidiano, dopo l’ultimo aggiornamento, non è più autonoma e si è spostata in Edicola. Significa che il gruppo \Espresso ha fatto un accordo con Apple e dunque ha accettato di pagare le Royalty alla multinazionale americana. Domanda: Edicola Italiana finirà nell’Edicola di App Store oppure La Repubblica ha scelto di far parte di entrambi i contenitori? Inutile cercare risposte nei comunicati.

- LaStampa - Nasce “Edicola italiana” interfaccia unica per tablet, mobile e pc (via)
I principali gruppi editoriali alleati per un e-commerce trasparente, con la più completa offerta a pagamento in italiano dei prodotti editoriali digitali.

domenica 9 maggio 2010

dal MediaCamp al BarCamp InnovatoriPA. Si passa per le Biblioteche?


Visualizza dal MediaCamp al BarCamp InnovatoriPA in una mappa di dimensioni maggiori


Quando un anno fa mi sono deciso a riaprire mdplab, mi ero dato tre obiettivi da raggiungere. Riporto qui di seguito il terzo ripescandolo dalle note di appoggio che spesso hanno sostenuto ed aiutato la generazione dei miei deliri.

Studio del [Web] Marketing dell'informazione e della conoscenza da inquadrare nel dibattito sulla fine che si appresta a consumarsi [stando ad autorevoli fonti anche italiane] della Informazione stampata.

Sull'informazione, sui quotidiani online e cartacei mi sono divertito a dire qualcosa in questo anno rielaborando le mie fonti. In questa opera è stata preziosissima [e continuerà ad esserlo] l'Edicola di PierLuca, risorsa davvero insostituibile. Sono arrivato, dopo confronti molto stimolanti, ad una prima conclusione con le slides portate a Perugia in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo. In esse ho espresso delle possibili future evoluzioni dell'Editoria in un lavoro di sintesi di quanto ascoltato, scritto e detto dagli attori principali in un dibattito che mi sembra ancora lontano dall'epilogo e nel quale con piacere rimarrò immerso.

Una nuova fuga mi è ora imposta dall'avvicinarsi della data di un evento al quale non voglio mancare: il BarCamp Innovatori PA 2010 che si terrà a Roma il prossimo 19 Maggio. Questo post, per le persone che si prendono la briga di leggere ogni tanto questo blog, vuole essere un punto di transito verso il mio personale Obiettivo 3. Dal MediaCamp di Perugia al BarCamp di Roma con in testa quello che avevo, in testa, anche nel Marzo 2009:

Opportune azioni per la Pubblica Amministrazione rappresentata dalle Biblioteche, possono, oltre che favorire un miglior funzionamento della stessa Istituzione-Biblioteca [sia in termini di prodotto sia in termini di processo], anche servire a risollevare le sorti delle Pubblicazioni [Online e Cartaceo] che non siano ovviamente solo Libro.

Nel modello del MediaCamp proponevo, per il Web, una estensione del Browsing alla distribuzione di un contenuto esclusivo al quale riconoscere, in Euro, il valore proprio di un generatore di senso; un valore materiale [Euro, per l'appunto] ricambiato con un altro valore costituito dal Capitale Sociale [non materiale ma, direi, spirituale]. Lo stesso Capitale Sociale che potrebbe sostenere anche il cartaceo in pubblicazioni iper-locali.

È della parte Web vorrei provare a dire qualcosa a Roma in un discorso che, a mio parere, ha [credo e spero di averlo appena dimostrato] una sua logica.

Vi propongo di seguito la trascrizione del podcast che mi è stato richiesto dai ragazzi di Formez che [insieme con l'instancabile Gigi] stanno organizzando l'evento.

Serve il Web! Questa è la risposta che darei se qualcuno mi chiedesse cosa serve davvero per aprire ed innovare la Pubblica Amministrazione italiana. Tema questo, l'idea guida, del Barcamp Innovatori PA che si terrà a Roma il prossimo 19 Maggio.

Non è solo la mia passione per la Rete [con la R maiuscola] che mi da la licenza di rispondere in modo così netto. Con il Web si può guardare fuori con un duplice obiettivo: condividere e migliorare. La condivisione equivale all'apertura; l'essenziale contributo di chi abita la Rete costituisce invece l'ingrediente fondamentale per l'innovazione. Dal Web, infatti, nascono idee, si sviluppano pensieri, vengono suggerimenti. In un processo che probabilmente ha bisogno di essere sistematizzato [per evitare che il Popolo della Rete non sia soltanto sviluppatore ma anche filtro e decisore] ma che in ogni caso va assecondato e aiutato.

La Pubblica Amministrazione dovrebbe in qualche modo elevarsi al ruolo di chi affianca e, allo stesso tempo, guida questa Folla inarrestabile e così meravigliosamente produttiva diventando, quindi, responsabile del raccolto di frutti di cui beneficerebbero gli abitanti di un territorio, i membri di una comunità in un circolo virtuoso che, in qualche modo, sarebbe in grado di autoalimentarsi producendo benessere. Mi riferisco sia al benessere proveniente dal fatto stesso di sentirsi maggiormente partecipi delle vicende del microcosmo cui si appartiene, sia a quello derivante dalla fruizione dell'output di un processo migliorato. Per semplificare il discorso, nel primo caso mi riferirei ad un valore spirituale [cioè Capitale Sociale]; nel secondo caso invece ad un valore materiale.

Se si pensa che ogni cosa che riguarda e soprattutto muove il nostro vivere quotidiano parte almeno da una conoscenza e da una competenza, una delle prime responsabilità del Pubblico [e, quindi, delle Pubbliche Amministrazioni] dovrebbe essere la facilitazione dell'acquisizione per ognuno di conoscenze e competenze.

Il tema che mi piacerebbe affrontare è proprio quello del miglioramento del processo di acquisizione di conoscenze e competenze che penso sia una precisa responsabilità del Pubblico. Ed invidivuo nell'Ente Pubblico Biblioteca, lasciatemi dire, la tecnologia abilitante.

Le Biblioteche hanno, per il territorio che intendono servire, il ruolo [a questo punto io direi istituzionale!!] di fare circolare le informazioni a sostegno delle decisioni delle imprese e della ricostruzione dello spirito di appartenenza alla comunità. A questo punto la domanda che pongo è: può o no essere il Web lo strumento per migliorare i servizi di una Biblioteca e, allo stesso tempo, promuoverli? In primo luogo sarebbe interessante rispondere insieme a questa domanda. Quello che poi sarebbe utile fare è individuare delle linee guida sul come poter sfruttare il Web anche per permettere la fruizione dei servizi erogati da una Biblioteca.

In buona sostanza, proporrei che la discussione fosse centrata sulla perseguibilità o meno di un obiettivo: parlo dell'obiettivo costituito dallo stimolo [per mezzo del Web] per la comunità a migliorare il sistema Bibliotecario sfruttandone, nel circolo virtuoso a cui prima mi riferivo, i servizi.

Il fine ultimo sarebbe, quindi [e qui mi ripeto]: l'accrescimento di valore sia spirituale sia materiale per la comunità e nella comunità!

sabato 28 gennaio 2012

il Valore di una Guida #ilsabatodimdplab #12

Pare che rimanere anonimi per Google sarà sempre più difficile stando a quanto viene dichiarato sul Wall Street Journal. Una delle più prolifiche macchine da soldi degli ultimi anni, Google per l'appunto, dovrebbe cominciare a combinare i dati che noi lasciamo con le nostre sottoscrizioni, e il successivo loro utilizzo, nei vari servizi: Gmail e YouTube ad esempio. L'obiettivo? Quello di migliorare la nostra esperienza di ricerca. Lo scenario è abbastanza inquietante: è forte, infatti, la sensazione che, quello che ci si sta preparando davanti, sia uno spazio (grande, immenso quanto si vuole) destinato a rimanere uguale a se stesso; uno spazio - l'universo Google - in cui si rafforzeranno sempre più le connessioni forti (Capitale Sociale Bonding) indebolendo quelle deboli (Capitale Sociale Bridging). Nessuno se ne accorgerà (perchè lo considerazioni sul Capitale Sociale sono di chi ha tempo da perdere!), ma alla fine ci renderemo conto di essere cresciuti un pò di meno di quello che la tecnologia permetterebbe (Eli Pariser direbbe che rimarremo intrappolati in una Filter Bubble). Ben vengano, quindi, tutti gli altri universi e tutte le pratiche che la Rete ci abilita per sfuggire all'effetto database (o della Torre di Cuntz).




Twitter, ma non ne sono poi così sicuro, è uno di questi universi-altri. A detta del co-fondatore Jack Dorsey, quella social - di Twitter - rappresenta soltanto un aspetto. Twitter è anche un servizio di news personale tanto quanto un social network. "You don't have to tweet at all. The biggest value is finding out what's happening in your world in real time.", dice Dorsey riferendosi, evidentemente anche a ciò che Twitter ha saputo diventare durante le rivoluzioni arabe. Trascura, forse, il necessario ruolo di figure (professionali a tutti gli effetti) che filtrino il buono dal cattivo, il rilevante dal rumore, il senso dal trending topic; figure che orientino nella giungla di ciò che non sempre è informazione o conoscenza. Una conoscenza che, dice Benedetto XVI, può anche essere conoscenza di sè. Perchè anche i Tweet, ha dichiarato il Papa, possono comunicare un messaggio profondo. Almeno fino a quando - aggiungo io - non ci si impegni troppo: quel che si vuole appaia profondo, in 140 caratteri (per fortuna non ne sono di più), a volte - proprio alla ricerca del TT - diventa penosamente banale!
Il problema è che Twitter, proprio come Google, è un'Azienda e deve far soldi; e per far soldi deve conquistare altri territori. Pare che, nella sua espansione, vorrà (dovrà?) permettere la cancellazione di messaggi vietati nei Paesi in cui è per legge ristretta la libertà di espressione. Come dice Claudia nell'articolo su la Stampa: "Twitter non fa le rivoluzioni, ma se i tweet su #ows non fossero visibili in Usa la storia sarebbe stata molto diversa". Staremo a vedere; di mezzo c'è, oltre che la libertà di espressione, anche quella di salvaguardare l'ecosistema informativo.

Certo, senza la materia prima (le informazioni, le espressioni delle persone, e.g. i tweet), il banco salterebbe. Ma, assumendo che tale materia prima esiste, avendo riconosciuto - come dicevo prima - la necessità di un ruolo professionale di filtro, la domanda è sempre la stessa: quale il miglior modello di business? Un modo complicato per dire: come riconoscere il valore delle informazioni distribuite? Quale deve essere tale valore? Ma, soprattutto, come far capire che un valore va riconosciuto? Luca De Biase, a proposito dell'economia dell'informazione, si è spinto ai "confini della realtà" parlando un linguaggio che non sono riuscito a comprendere: il denaro è una forma di informazione. Sono diversi giorni che ci penso ma - in mancanza di feedback - non riesco a venirne a capo: a mio parere il denaro è solo un mezzo (forse Luca De Biase mi direbbe che è proprio questa, interpretando alla McLuhan, la ragione per cui il denaro può essere informazione) per ripagare, oltre che il valore dell'informazione, anche quello delle connessioni sociali che ci aiutano a darle senso.

La risposta alle domande che sono sul tappeto devono ovviamente tener conto dello scenario di riferimento. Per l'Italia sappiamo, dall'ISTAT (via), che nell'ultimo anno c'è stato un calo delle sottoscrizioni di abbonamenti alle news (-1,5%). Sappiamo poi dal rapporto Edelman (via) che è aumentato il tasso di fiducia nei media (dal 45% al 57%); il fatto è che sono le fonti di informazione tradizionale a farla ancora da padrone. Sono quindi incuriosito dagli esiti dell'esperimento de il Fatto Quotidiano. Sono sicuro, intanto, che un ruolo importante sia quello delle testate che si candidano, in nome della trasparenza, a guida per i cittadini in questa giungla informativa con un forte impegno nella riqualificazione dell'informazione in senso etico. Una guida che, in uno scenario come quello rappresentato dalla ricerca condotta dal Gruppo di lavoro su Qualità dell’ informazione e pubblicità del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti insieme all’ Università di Urbino Carlo Bo, dall’équipe di ricerca guidata da Giovanni Boccia Artieri; una guida, dicevo, quanto mai opportuna.



Ci vuole una guida, quindi. Come quando visitiamo un posto nuovo, in cui non capiamo la lingua e non conosciamo le tradizioni. E bisogna anche riconoscerne il valore. Ecco perchè voglio chiudere con una argomento a me molto caro: il portale italiano del turismo, italia.it: pare che il nuovo ministro abbia buone intenzioni. Gli dobbiamo credere?

domenica 1 maggio 2011

Capitale Sociale e Web. a Parole Mie!



Ritengo le parole che accompagnano le slide presentate al ParmaCamp (ve le ripropongo alla fine) molto importanti per (cercare di) farne comprendere meglio il significato, il senso. Non è solo per vanità, quindi, che pubblico il video messo in questi giorni a disposizione dall'organizzazione (che ringrazio).

Come ho avuto modo di puntualizzare in qualche spazio social, alle domande e alle osservazioni che hanno seguito la presentazione, con maggiore calma e freddezza, avrei risposto formulando meglio il pensiero. Vi rimando, per un discorso ragionato (opinabilissimo, ovvio!, ma ragionato!), alle note sulla mia personale Definizione di Contenuto di Qualità condivise in questi ultimi giorni.




A margine, e per rafforzare alcuni degli argomenti trattati, segnalo poi:

  1. Uno degli ultimi studi pubblicati dalla Paris School of Economics che ribadisce la positiva relazione esistente tra capitale sociale (in termini di trust, concetto sviscerato nell'interessante Homo Oeconomicus? di Fabio Sabatini) e sviluppo economico.
  2. La maggiore influenza di WikiLeaks rispetto al Wall Street Journal (secondo la ricerca di PierLuca Santoro). Questo mi permette di stressare uno dei concetti che cercavo di esprimere in una delle slide: WikiLeaks può contribuire alla saggezza degli Agenti in un ecosistema-Stato (slide 16): le Persone sanno di più di quello che sapevano prima e i Politici, eletti da persone diventate più sagge, non possono permettersi di sbagliare!

Al solito, disposto a rivedere ogni mia riflessione sull'argomento, aspetto le vostre osservazioni.

mercoledì 4 gennaio 2012

Sociale e Social

Riprendo dalle parole con cui ho concluso le riflessioni sull'indagine della NNA (National Newspaper Association, in USA):

[...] il perseguimento di obiettivi sociali riesce [riuscirebbe] a fare, in modo quasi automatico, di quella implementata, una soluzione anche economicamente sostenibile. E in grado anche - aggiungo ora - di rendere l'iniziativa imprenditoriale maggiormente competitiva sul mercato.

A chi usa frequentare il mio laboratorio dovrebbe essere chiaro che il Modello Fotovoltaico, inteso come piattaforma di distribuzione dei contenuti giornalistici, e la caratteristica Sociale dell'Impresa Editoriale (intesa alla Yunus: restituzione completa del capitale investito e profitto re-impiegato in miglioramento del servizio e abbassamento del prezzo di mercato per chi se ne serve) che su tale piattaforma distribuirebbe informazione, sono una combinazione che non nega nel modo più assoluto il mercato stesso.

Si tratterebbe, ovviamente, di modificare, quantomeno, il paradigma dell'eco-sistema informativo (i.e. dello Stato e del vivere la Cittadinanza) perchè sia ispirato a valori che, riducendo molto -  per opportune esigenze di brevità - ad un concetto noto, mi piace definire semplicemente Slow, in cui i parametri di competitività arrivano a contemplare la qualità "sia lato Supplier sia lato Purchaser".

Segnalo, in tema, tre iniziative, magari a voi già note che prendono come riferimento, come dire, il "senso etico delle cose".



Impronta Etica è un'associazione di Imprese che sviluppano una strategia di Responsabilità Sociale e che, di tale Responsabilità Sociale, fanno una leva di innovazione e competitività, non uno strumento di marketing. Dalla pagina di presentazione si legge:

Lo scopo dell'associazione è favorire lo sviluppo sostenibile, creando un network tra imprese e organizzazioni che intendono l’impegno sociale come parte essenziale della propria missione e si attivano in pratiche di responsabilità sociale.

Obiettivo prioritario è mantenere collegati gli associati tra essi, metterli in relazione con analoghe istituzioni nazionali, farli partecipare attivamente ai network internazionali sovranazionali che trattano di business ethics e accountability.



Etinomia è un'associazione nata nella Valsusa che ha costruito, intorno alla filosofia notav, il proprio manifesto di cui riporto i brani iniziali:
L’Etinomia prende corpo in Valsusa nel corso della profonda crisi economica e finanziaria che caratterizza con evidenza la seconda parte dell’anno 2011. Per opera di un centinaio di realtà imprenditoriali non solo Valsusine, Etinomia assurge a concetto concreto con l’obiettivo di superare la storica contrapposizione tra Etica ed Economia, valorizzando la centralità dell’uomo nel contesto territoriale in cui vive e lavora. Accanto agli imprenditori, ai commercianti, ai professionisti, agli agricoltori e agli artigiani operano comuni cittadini nella volontà di affermare che la ricerca di trasparenza, onestà e rispetto sia in grado di superare qualsiasi distinzione di classe.

La Valle di Susa, per conformazione geografica, è da sempre interessata da fenomeni di traffico che l’hanno resa via privilegiata di transito verso i territori francesi oltralpe. Nel corso degli ultimi decenni la concentrazione di opere infrastrutturali straordinarie per dimensione ed impatto ha invitato la popolazione ad un confronto critico e preparato con chi propone attività ed azioni in grado di ledere potenzialmente il benessere e la stabilità degli abitanti. Questa vocazione critica si è tradotta in un impegno civile diffuso e radicato, un vero laboratorio sociale in grado di fornire risposte concrete alle domande che la profonda crisi economica ci pone innanzi: con tali riferimenti, rivendicando la origine territoriale della costituenda Associazione (Made in Valsusa), si intende ispirare la diffusione di tale ricchezza su tutto il territorio regionale e nazionale, nella speranza che tramite lo scambio di conoscenza ed esperienza si promuovano analoghe iniziative e vocazioni.



ETicaNews.it è invece una iniziativa editoriale che si avvicina moltissimo alla pratica dell'Editoria Sociale alla Yunus. La differenza sta nel fare affidamento ad una Fondazione per il finanziamento. E' un ottimo inizio, però, dato che il proposito di diventare Wikileaks italiano, per quanto ambizioso, riflette perfettamente lo spirito [così si legge dal Chi Siamo]:
diffusione di notizie in maniera indipendente, senza sottostare ad alcuna pressione esterna.

Sono queste le Imprese/Iniziative/Associazioni alle quali chiedere uno sforzo (ETicaNews.it in effetti già è proiettata in questa direzione) per dare, nella pratica, un senso etico anche al mondo dell'Informazione; per imprimere una svolta Sociale (non Social, intesa come Social Media) divenuta ormai imprescindibile per chi deve/dovrebbe avere l'alta responsabilità [per l'appunto] sociale di rendere al cittadino gli strumenti per Leggere e Capire lo Stato in cui vive. 
[Altro che Repubblica.it! - e non sono solo io a fare polemica]

giovedì 29 aprile 2010

Pubblicazioni Iper-Locali. Qualche numero

Pubblico dei numeri [alcuni dei quali non noti poichè riferiti al mio territorio] a completamento di quanto sostenuto nella presentazione fatta al Media Camp [slide 18] su una delle possibili future evoluzioni delle pubblicazioni su Carta dei Giornali.

Essendo immersa in una nuvola [quella formata dai Generatori e dai Fruitori delle Notizie], la pubblicazione iper-locale riuscirebbe a garantire al Cartaceo ciò che rende il Web il modello che meglio soddisfa le esigenze delle persone: bidirezionalità, condivisione e velocità della [e nella] fruizione. Oltre alal certezza di cementare il Capitale Sociale Bonding [quello che si ritrova nel rapporto all'interno di un gruppo fatto di anime tra loro omogenee] e alla possibilità di costruire a livello locale anche un Capitale Sociale Bridging [quello proprio dei gruppi di anime tra loro eterogenee], i numeri che vi propongo dimostrerebbero anche la maggiore convenienza/sostenibilità economica [cioè sostenibilità materiale] di una tale impresa.

Utilizzando come fonte Wikipedia [diciamo che, per quanto intendo mostrare, non sono essenziali i dati precisi], ho considerato i numeri di tiratura e diffusione dei maggiori quotidiani italiani, del quotidiano locale Abruzzese [ilCentro] e del mensile di Guardiagrele, la mia città in provincia di Chieti [Aelion].





E' vidente che man mano che ci si spinge alla localizzazione della pubblicazione si alza la percentuale di diffusione rispetto al bacino potenziale, intendendo come bacino potenziale il numero di abitanti il territorio in cui la pubblicazione viene distribuita. Migliorano anche le percentuali della diffusione rispetto alla tiratura [che si può leggere anche come: più si pubblica localmente e più si vende rispetto a quanto si produce]. Da notare anche che la somma dei numeri percentuali dei quotidiani nazionali viene superato [e di parecchio] da quelli del Giornale locale [a Guardiagrele siamo molto meno di 20000 abitanti ma ho esagerato dovendo tener conto dei numerosi abbonamenti degli emigrati]. Il tutto viene evidenziato nel grafico che pubblico di seguito [fare click per ingrandire].




Probabilmente questa analisi comparativa è stata già fatta in altre occasioni ma credo sia comunque utile ribadirne il messaggio! Mi auguro sia da stimolo a qualche utile e condivisa riflessione.

martedì 17 gennaio 2012

l'Analisi di Shirky e il Mio Lavoro

  • Per comprendere questi 15 anni di attaccamento dei giornali ai paywall, bisogna comprendere che “Tutti debbono pagare!” non è solo un principio economico, ma un paradigma culturale.

  • Cosa vuole la maggior parte dei lettori abituali? E cosa può trasformare i lettori frequenti in lettori abituali? Queste alcune cose che non vogliono: più pubblicità. Più gossip. Più notizie d’agenzia. Questa è una nuova scommessa per i giornali mainstream, che hanno sempre contato i visitatori piuttosto che coinvolgerli, come principale metrica del loro business.

  • Bisogna dare spazio a motivazioni non-finanziare e non-commerciali, come la lealtà, la gratitudine, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.

  • Non vi è mai stato un mercato di massa per il buon giornalismo in questo paese. Quello che è stato creato è un mercato di massa per la pubblicità, insieme con un mercato di massa per l’intrattenimento, l’opinione e l’informazione; questi erano legati ad un impegno istituzionale di fornire una modica quantità di vero giornalismo. In quel mercato di massa, le opinioni dei lettori coinvolti politicamente non avevano molta influenza, essendo in inferiorità numerica rispetto a quelli che leggevano solo gli oroscopi.

  • [...] questo potrà essere l’anno in cui vedremo in che modo i giornali premieranno le persone più impegnate per la loro sopravvivenza a lungo termine.

Questi, a mio parere, i cinque brani che riassumono l'analisi di Clay Shirky fatta qualche giorno fa a proposito dei Modelli di Business per l'Editoria e riproposta - tradotta - da LSDI.

E' un'analisi che rilancia dei concetti che, da quasi due anni, studio, riarrangio e presento in questo spazio, ora più che mai autentico laboratorio.

Colgo così l'occasione per fare un punto della situazione richiamando le tappe fondamentali del mio percorso sulla questione-Editoria. Vi invito a ripercorrerle insieme a me [a vostro risparmio di tempo saltate pure le slide e le immagini. Utilizzatele, se volete, solo per approfondimento].  

[Seguendo i grassetti arriverete alla fine in 30 secondi]

Nelle slide presentate a Perugia, basandomi su un modello di derivazione informatica, la conclusione era scontata: il coinvolgimento del lettore (tanto con il giornalista, quanto con gli altri lettori) è una potenzialità che il Web abilita, per sua stessa natura, da un punto di vista tecnologico; una potenzialità da sfruttare anche per cementare e/o costruire ex-novo Capitale Sociale.

 


Il Modello Fotovoltaico, presentato la prima volta a Parma e poi approfondito al RomagnaCamp, propone poi l'acquisto consapevole dell'informazione: oltre alla rivisitazione delle modalità di finanziamento all'Editoria, esso, infatti, contemplerebbe anche la trasformazione delle Imprese Editoriali in Imprese con Finalità Sociali per avviare un circuito simile a quello del Commercio Equo e Solidale (ispirato, si sa, all'acquisto consapevole dei Prodotti). Tale Modello implica una completa modifica del paradigma culturale attualmente dominante nell'ecosistema informativo.

 


Il nuovo paradigma metterebbe al centro le notizie di qualità: notizie prodotte con professionalità, in uno scenario ad elevato pluralismo (meglio ancora se interno) e di una ben determinata tipologia.




Ed è proprio dalle considerazioni sulla qualità del contenuto che sono venute le mie proposte per la definizione del codice di comportamento di chi fa informazione: NoGossip, ioRispondo e W3C da aggiungere al Timu proposto da Luca De Biase.




Sono questi i capisaldi e, al tempo stesso, le azioni che dovrebbero essere intraprese per realizzare, agire, implementare il percorso WIKiD, il diagramma che schematizza il percorso che i Cittadini possono/devono/dovrebbero fare (anche qui: con contestuale crescita di Capitale Sociale) per una crescita che - passando per la conoscenza e l'innovazione - porta al benessere, attraverso un lavoro fatto sugli elementi informativi (le notizie di un quotidiano, per esempio); un lavoro abilitato tanto dall'azione umana (fatta di organizzazione e significazione) quanto da quella tecnologica (fatta di sistematizzazione e ricercabilità).





Nei prossimi mesi prevedo di andare avanti in questa ricerca con l'obiettivo di sintetizzare un Social Business Plan per l'Editoria. Non so ancora quali saranno le modalità migliori per presentarvene i risultati; posso garantirvi che ce la sto mettendo tutta e sto impegnandomi parecchio per renderli presentabili con l'augurio che, al tempo stesso, siano anche credibili.