domenica 27 febbraio 2011

[Filtrare?] La Ridondanza


Nella teoria dell'informazione, il tasso di informazione di un flusso di simboli (pensiamo ad esempio ai bit, quelli che circolano nei cavi e nell'etere quando scriviamo un post o cinguettiamo, o discutiamo nei vari social network) è definito come il rapporto tra i simboli che effettivamente portano l'informazione e quelli totali impiegati per veicolare il messaggio.

I simboli che portano l'informazione equivalgono a quelli totali impiegati per veicolare il messaggio diminuiti dei cosiddetti simboli ridondanti (cioè inessenziali ai fini del contenuto informativo). La teoria dell'informazione ci dice, però, che i simboli ridondanti sono essenziali per poter rendere il messaggio stesso più robusto rispetto ai disturbi presenti nel mezzo che lo veicola.

Riassumendo: per poter veicolare un messaggio su un mezzo occorre trasmettere, insieme al messaggio stesso, anche dei simboli per evitare degli effetti distorsivi. Tali simboli, però, non contribuiscono all'informazione.

Il problema nasce quando si utilizzano troppi simboli ridondanti: il mezzo non ce la fa a sostenerli ed è costretto a filtrarli. Fisicamente. Accade quindi che si perdano per strada anche quelli che portano informazione.

Portando il ragionamento su un piano, come dire, più umanamente percettibile, non si può non pensare alla ridondanza di tante parole e contenuti da cui siamo sopraffatti quotidianamente in Rete nelle discussioni [nei Social Media]. Entrando in una metafora si direbbe, quindi, che i contenuti apparentemente ridondanti e inutili, contribuiscono ad irrobustire il nucleo informativo, a dargli in qualche modo un significato, un senso.

Il rischio del ragionamento è quello di entrare in un paradosso. Il problema di fondo, che comunque resta, è quello della ridondanza e delle possibili soluzioni per poterla eliminare [il più possibile].

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Clay Shirky, nel suo contributo all'Agenda 2011 dell'Harward Business Review, dice che la questione è puramente tecnologica ([...] But dismal online conversations aren't part of the state of nature; everything online takes place in a constructed environment. That means bad discourse isn't a behaviour problem, it's a design problem. [...]). E che, quindi, è tecnologicamente che va risolto il problema abilitando opportunamente le piattaforme.

Non credo di essere d'accordo (se ho bene inteso il ragionamento) perchè vedo in questa analisi una visione assoluta di qualcosa che invece è necessariamente da relativizzare: le cattive conversazioni cui si riferisce Shirky, molto probabilmente, cattive lo sono anche per me. Ma eliminarle tecnologicamente significherebbe negare la possibilità di connessione a chi invece le ritiene sensate.

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Stamattina Valeria Maltoni segnalava un articolo in cui viene posto l'accento sulla natura delle informazioni nei Social Media: il sistema delle informazioni non è soltanto alfabetico ma è anche fatto di foto, di semplici toni e di messaggi in una ridondanza che contribuisce a dare significato alle informazioni stesse. Con una visione diversa tale ridondanza è destinata ad essere percepita soltanto come rumore (noise).

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Ritorniamo quindi al punto di partenza: ammessa l'esistenza del problema della ridondanza, la soluzione deve essere tecnologica oppure "umana"? Bisogna tagliare ciò che è ridondante tranciando il cavo che connette gli agenti che se ne fanno promotori o apprezzarne il valore (semplicemente evitando ciò che non si ritiene abbia senso)?

Per utilizzatori esperti la seconda soluzione è già in atto.

Per i tanti che esperti non sono occorre una politica di indirizzo, che investa in tecnologia e piattaforme, da parte di attori che acquisiscano prima e divulghino poi un'autentica Cultura Digitale.


sabato 26 febbraio 2011

(iper)locale. Il successo di Tindle Newspapers in Gran Bretagna

«Il lettore medio non è interessato ai grandi temi ma lo è molto a ciò che accade nelle immediate vicinanze. Se si potesse avere un giornale per ogni strada venderebbe. Di certo si può vendere un giornale in ogni città. La gente vuole leggere il suo nome, o quello dei suoi cari, sulla carta stampata. E vuole che anche gli altri lo vedano»

Questa è la voce di Sir Ray Tindle, proprietario di oltre 200 testate giornalistiche locali in Gran Bretagna che non sembra stia vivendo la crisi della carta stampata, come sintetizza Mattia Bernardo Bagnoli su La Stampa. Sono andato a curiosare per capire un pò meglio il fenomeno anche alla ricerca di qualche indicazione su un Business Model evidentemente di successo.


Quello che mi ha colpito, sia sfogliando le versioni digitalizzate del cartaceo sia clickando nelle versioni Web, è la totale assenza di notizie di interesse nazionale e internazionale.

Due prime indicazioni, per altro ampiamente prevedibili:

  1. Le versioni sul Web delle testate non offrono molto. Direi praticamente nulla. Le notizie sono di cronaca e sport; le più dettagliate non superano le 2000 battute mentre alcune sono poco più di un tweet (c'è però da dire che l'analisi che ho fatto - per ovvie ragioni di tempi - non è rappresentativa del fenomeno). Vi risparmio, a tal proposito, alcune considerazioni fatte sul confronto web/cartaceo per le testate (iper)locali.
  2. Alcune testate sono proprio per inserzionisti (ecco due esempi: The Enfield Advertiser e North Cornwall Advertiser in cui la parola Advertiser compare nel nome); in quelle che non si dichiarano tali, le inserzioni in ogni caso sono ovunque e a volte arrivano letteralmente a sovrastare le notizie. Provate a sfogliare The Ross Gazette o The Forrester of Dean and Wye Walley Review. C'è da dire che non una bellissima esperienza per il lettore.

Per le considerazioni sul Modello di Business segnalo praticamente l'evidenza:

  1. advertising (Cartaceo e Web);
  2. free (Web)
  3. payment (Cartaceo)

Quanto ai prezzi, ho trovato 25p, 32p, 35p e 40p; alcuni sono gratuiti (ad esempio il North Cornwall Advertiser).

La periodicità delle testate è variabile: si passa dai quotidiani, ai settimanali per arrivare anche ai mensili.

Dal sito viene offerta la possibilità della sottoscrizione con sconti per abbonamenti trimestrali e annuali (prendo a caso un paio di esempi: il Farnham Herald Today e il Dawlish Gazette).

Una ulteriore chiave di lettura del successo di questo fenomeno è in queste altre parole di Sir Tindle:

«Noi non dobbiamo soldi a nessuno, tutti i miei giornali sono gestiti in modo indipendente, hanno il loro conto in banca», prosegue. «Se sono in crescita o in perdita non è dovuto alla recessione o alla crescita del web, ma alla bravura dei loro amministratori»

Per quanto mi riguarda, considerato anche quello che accade a casa nostra, le conclusioni sono scontate!

martedì 22 febbraio 2011

Si scende. Ma i locali scendono molto meno!

Dopo aver dimostrato, seppure sulla base di indici di definizione assolutamente opinabile, che "più locali sono le Testate Giornalistiche, più valore ha la versione su carta e meno ha senso avventurarsi sul Web", sulla base dei dati segnalati oggi da Vittorio vi propongo un'altra considerazione. Si tratta dei dati diffusi da ads (ringrazio PierLuca per avermi dato la dritta per interpretarli meglio), via AffariItaliani.

Nello Spreadsheet che trovate di seguito, in cui ho elencato le stesse testate dell'analisi di Gennaio, ho voluto evidenziare un aspetto che tenderebbe a dimostrare ulteriormente l'appetibilità del prodotto locale rispetto a quello globale. I dati specifici di ogni testata sono nello Spreadsheet di ads; io mi sono limitato a raggrupparli per classi di indice di concentrazione.



Per le due testate locali di cui ho disponibilità di tutti gli indici (il Giornale di Vicenza e l'Arena) le flessioni sono al di sotto del punto percentuale sia per il dato di Diffusione sia per il dato di Vendita.

Un risultato di un ordine di grandezza migliore delle testate a concentrazione più bassa (cioè con bacino di utenza più ampio) che hanno prestazioni praticamente identiche (ad eccezione della diffusione dei quotidiani più importanti in calo dell'8%).

Non è poco!

Update [Riflessioni della sera]: considerando come fortemente indicativo il dato relativo alle Vendite Totali, mi colpisce molto l'incremento della Stampa filo-governativa. Tra chi scende di più, invece, troviamo l'Unità e il Secolo XIX che filo-governativi non lo sono affatto (chi da sempre, chi da un pò). Ora: non ho mai dato giudizi di tipo politico in questi spazi ma non riesco a tenere per me un pensiero: ho come la sensazione che da una parte ci si affidi completamente ad una autentica Propaganda; da un'altra (invece) si dimostra la capacità di approvigionarsi anche altrove (per esempio sul Web!).

sabato 19 febbraio 2011

dai Corantos a Twitter

Leggete qui:

  • Tempestività e dimensione continentale delle notizie stampate;
  • Stile impersonale, ricerca di un tono ufficiale;
  • Importanza del contenuto;
  • Professionalità;
  • Le lettere al Direttore alle quali rispondere con tono confidenziale

"Ma sappiamo benissimo quali sono le caratteristiche del successo di una pubblicazione su carta!". Già sento le vostre lamentele di fronte a questa nuova shopping list!. Che nuova non è!

Siamo infatti nel XVII secolo, in Inghilterra, quando iniziarono a tradurre le prime pubblicazioni settimanali nate in Olanda, i corantos (dall'olandese Krant, "giornale"). L'impresa giornalistica sembrava appetibile anche perchè quanto da essa prodotto poteva attecchire su un tessuto sociale culturalmente incline alla notizia; e che alla notizia era interessato anche per ragioni economiche e politiche (c'era l'interesse a sapere cosa avveniva lontano da casa e come erano messe le vie di comunicazione dove avrebbero poi viaggiato i propri prodotti).




I costi di produzione erano di mezzo penny, la tiratura era intorno alle 500 copie e i lettori ne acquistavano una con una spesa che andava dai 2 ai 4 penny.

Cos'è cambiato?

Ora è cambiato che, con Twitter, si riesce a dare (almeno): tempestività prima di tutto; i 140 caratteri, poi, assicurano stile impersonale e mettono al centro il contenuto. Tutto questo gratis, per il lettore.

La differenza sta, oggi, nel garantire la professionalità e predisposizione al dialogo! E nel dover migrare su una piattaforma completamente diversa.

Fonte: Storia del Giornalismo

venerdì 18 febbraio 2011

Giovani, Internet e altri Numeri


Nel numero della scorsa settimana di Internazionale, ho trovato una tabella molto interessante che evidenzia in alcuni indici lo stato dei Paesi in agitazione. Il confronto viene fatto con gli Stati Uniti.

A tale tabella, con le fonti che indico in calce, ho voluto inserire anche l'Italia. Ve la propongo di seguito soltanto con un sottoinsieme delle Nazioni contemplate nell'originale (compaiono anche Libia e Bahrein li ho inseriti all'ultimo momento visto quanto sta accadendo in queste ore).



Cosa colpisce in questo quadro?

Cosa, ad esempio, ha contato di più per far fuori Moubarak?
Quello che mi ha sorpreso dell'Egitto è l'età media della popolazione (appena 24 anni). Sono stati quindi i giovani a fare la rivoluzione con mezzi evidentemente aggiuntivi e complementari al Web, vista la scarsa percentuale di connessioni a Internet sul totale degli Egiziani. Un'agito, quello dei giovani egiziani, evidentemente in reazione ad una situazione giudicata insostenibile ma, stando ai numeri (curioso notarlo!), meno intollerabile di quella dell'Iran (messo peggio come tasso di disoccupazione, disparità di reddito e livello di democrazia). Per l'Iran evidentemente pesa moltissimo, a dispetto di un tasso di popolazione connessa a Internet paragonabile a quella dell'Italia, la libertà di stampa che, forse impropriamente e superficialmente, traduco in censura.

Ha ragione quindi Shirky quando dice che la visione di Internet non deve limitarsi ad aspetti puramente tecnologici, strumentali ma deve valutare anche degli altri (indicazioni prontamente recepite dal Segretario di Stato Americano, Clinton).

Con questi numeri, considerando la storia di queste ultime settimane, si direbbe che la Libia rischia grosso.

Sempre con un occhio alla tabella, e con una consapevolezza (ahimè!) per forza di cosa maggiore dell'indole delle persone, chi non rischia affatto è proprio l'Italia, ormai anestetizzata, incredibilmente soddisfatta ed incapace di reagire e guardare in avanti. Una cosa che, forse, ci differenzia dall'Egitto (oltre al fatto evidente che siamo il doppio più vecchi di loro) è il non sentire - ancora - direttamente sulla pelle gli effetti di un sistema in prospettiva molto molto distante da una democrazia!

Dobbiamo augurarci di non arrivare, tra qualche anno, a renderci conto soltanto dai numeri di una tabella del disastro in cui, se continua così, inevitabilmente ci ritroveremo (su Internet la nostra Agenda Politica è immobile e sulla Libertà di Stampa siamo già da terzo mondo).

Elenco delle fonti dei dati relaviti all'Italia:
  • Eta' media - Comuni Italiani
  • Tasso di disoccupazione - Google Public Data
  • Indice di Gini - Deiricchi (ho preso questa fonte perche' le altre portavano, per gli USA, dei valori troppo diversi da quelli della tabella di Internazionale. Comunque segnalo anche quest'altra fonte)
  • Spesa per il cibo - Universita' degli Studi di Parma
  • Livello di Democrazia - Visti da Lontano (che riprende l'Economist Intelligence Unit utilizzato da Internazionale)
  • Tipo di Regime - La Costituzione della Repubblica Italiana (last release!)
  • Uso di Internet - Istat
Per la classifica della Liberta' di Stampa, la fonte è il Report di Reporters Sans Frontieres

giovedì 17 febbraio 2011

Hillary Clinton: from Instrumental to Environmental!

Internet freedom is a long game, to be conceived of and supported not as a separate agenda but marely as an important input to the more fundamental politica freedom

Non si tratta della conclusione del discorso della Clinton dello scorso 15 Febbraio ma la riflessione che Clay Shirky faceva nel già citato articolo su Foreign Affairs (nel numero di Gennaio/Febbraio 2011).

Nello stesso articolo Shirky criticava l'approccio che la Clinton aveva tenuto nelle sue uscite sull'Internet Freedom. Egli imputava al Segretario di Stato Americano un "Instrumental Approach" alla questione. Un approccio che portava a sopravvalutare alcuni aspetti (l'importanza dei Media Broadcast, dell'Accesso alle Informazioni e dei Computer) e a sottovalutarne degli altri (i mezzi che permettono ai cittandini di comunicare in privato, quelli che i cittadini usano per coordinarsi localmente, i telefoni cellulari).

La critica di Shirky era diretta alla promozione di un "Environmental Approach" che prevede di includere nel ragionamento non solo la semplice infrastruttura, ma anche e soprattutto la società, le connessioni tra le persone, le discussioni.

Mi sono messo ad ascoltare l'intero intervento della Clinton e, in alcuni passi, mi è sembrato davvero di sentire Shirky. Anche nel riferimenti al Dictator Dilemma cui il sociologo/tecnologo/economista americano aveva dedicato spazio. Per chi ha tempo e voglia...



Dimostrando anche attenzione alla voce degli esperti di casa, questo speech sancisce probabilmente un ulteriore passo in avanti per gli USA (e mi sento ingenuamente in accordo anche con quanto la Clinton dice a proposito di Wikileaks) rispetto a delle posizioni che, purtroppo, da noi, sono ancora molto lontane dall'Agenda Politica.

lunedì 14 febbraio 2011

Consapevolezza Condivisa. Si, ma... Piazza Vittorio?


Gladwell si sbaglia quando dice che Twitter non fa la rivoluzione. Dopo quanto è successo in Egitto non serve fare teoria per doverlo smentire. Quello che, però, a Gladwell si deve riconoscere è l’aver evidenziato un limite dei Social Network online: la totale mancanza di organizzazione gerarchica.

Come diceva Ezekiel qualche giorno fa, nella discussione che pubblico qui di seguito, Gladwell è sostanzialmente un detrattore e questo credo sia vero. Ma, per quanto essenziale sia il loro ruolo dei Social Network online, penso sia difficile aspettarsi da essi qualcosa di più.



Il cambiamento dello stato delle cose richiede una disponibilità totale, una strategia e una gerarchia e Internet non può più che sostenere i movimenti. Non è poco, anzi. Ma, purtroppo, non è tutto!

Ci sarebbe da chiedersi se, in assenza delle connessioni online, quello che è successo in Egitto sarebbe stato possibile o no. Oppure se i Social Media Online sono una condizione necessaria [sufficiente sicuramente no] per una rivoluzione.

Il loro ruolo è senza dubbio determinanteIl loro ruolo è abilitante a produrre la consapevolezza condivisa che può determinare l'abbattimento delle barriere gerarchiche alla capacità di "fare sistema". e questo la sa bene chi (*) Questo lo sa bene chi, vittima di quello che Shirky ha definito the "conservative dilemma" [la responsabilità di spiegare in pubblico di chi, avendo avuto sempre il monopolio delle comunicazioni - broadcast, aggiungo io - non aveva mai avuto la necessità - e la convenienza, aggiungo ancora una volta - di farlo], si trova costretto a censurare i contenuti e le relative conversazioni o addirittura a spegnere l’infrastruttura che li veicola [con costi non trascurabili non soltanto per le ovvie conseguenze dello shutting down ma, ancora prima, per la non banale esecuzione dello shutting down stesso]. O, per citare ancora Shirky, ad aumentare ancora di più il peso della propaganda.

Tutte armi contro ciò che effettivamente la Rete riesce a cementare [ancora Shirky]: la Consapevolezza Condivisa. Ecco, se è vero che la Responsabilità Condivisa non abita la Rete, la Consapevolezza Condivisa è un’arma davvero - meravigliosamente - temibile che la Rete dà. E per la quale bisogna essere disposti a combattere, magari ambendo a tecnologie e protocolli diversi da quelli abitualmente utilizzati.

E la condivisione è frutto delle connessioni, forti o deboli che siano. Alle quali tendiamo sia per natura sia per i caratteri dell’epoca che viviamo. Ma il passo verso qualcosa di “realmente reale” costruito in Rete ritengo sia ancora lontano dal compiersi.

Oggi ci siamo ritrovati tutti in Piazza San Carlo a Torino, uniti da una consapevolezza e dall'urgenza di rappresentarla [#senonoraquando]; e da gomitoli srotolati di lana colorata, giusta rappresentazione della Rete: legami forti [Lia e Eta] vicino a me. Lontano da me legami deboli, ancora più in là debolissimi. C’era, dicevo, una consapevolezza condivisa ma per tanto tempo siamo stati fermi. Perchè non sapevamo bene che direzione prendere per raggiungere Piazza Vittorio!

(*) Revisione della frase a cura di Luigi, che ringrazio per l'attenzione che sempre dedica alle mie riflessioni.

domenica 6 febbraio 2011

Abilitatori Tecnologici e Abilitatori Sociali


Ho appena terminato la lettura de Il Dono al Tempo di Internet di Marco Aime e Anna Cossetta, un saggio che reputo il migliore tra tutti quelli che da poco più di un anno mi accompagnano e condiscono la maggior parte dei miei post.

Ho chiarito diverse cose e riempito qualche casella di un puzzle che pian piano va componendosi in un percorso che confesso essere davvero entusiasmante.

Con la rivoluzione industriale le Persone si spostano dalle Campagne alle Città sviluppando, praticamente per forza di cose, una indole individualistica. I valori intorno ai quali si erano cementate le famiglie patriarcali, quindi, si sfaldano insieme alle famiglie stesse in un processo di liquefazione della Società (Bauman). Liquefazione che coinvolge anche e soprattutto le Istituzioni.

A questo punto, continua Bauman,
le Persone vanno alla ricerca di legami; legami che, però, per l'assenza di valori tradizionali e abitudini comuni, non si può ambire siano troppo stretti, duraturi, stabili.

Ed è qui che la Rete è riuscita ad incarnare le aspettavive
. Perchè la Rete, fondamentalmente, crea delle semplici connessioni, dei contatti. Dice ancora Bauman: la Rete non riesce a creare una vera e propria collettività.

A questo punto il bicchiere mezzo vuoto è la visione di Malcolm Gladwell [la Rete non può fare la rivoluzione in grado di cambiare lo stato delle cose perchè non facilita la militanza politica ad alto rischio]; ma il bicchiere mezzo pieno è che, se la Rete non ci fosse stata, probabilmente - mi pare un pensiero logico - la società (ed ogni suo singolo membro) sarebbe rimasta schiacciata dal peso dell'individualismo con un conseguente stallo.

In un tale quadro, come si fa a non riconoscere alla Rete il suo Ruolo Sociale? E, proprio per il ruolo sociale che ha, come può lo Stato non farsi, lasciatemi dire, provider (Internet Service Provider)?

Un passo fondamentale perchè poi la Società progredisca per merito di abilitatori che, da tecnologici, si facciano, per l'appunto, anche sociali.

E chi sono gli abilitatori sociali?

Almeno un paio:

  1. ancora una volta lo Stato a garanzia dei livelli minimi di circolazione di notizie e informazioni come spunto di un percorso che, attraverso conoscenza e innovazione, porti alla saggezza [cioè ad una "Società migliore"]
  2. le Imprese quando diventino, con un Marketing come Mafe lo intende nel suo World Wide We, davvero socialmente responsabili.

Mi piacerebbe proseguire con voi il ragionamento pronto, come al solito, a tornare indietro e ad accogliere pareri e correzioni di chi ha le mie stesse passioni e titoli che io non ho!

sabato 5 febbraio 2011

Dove si Accendono Fuochi [Senza Bruciarsi?]


I legami forti sono quelli tra parenti o comunque tra persone che sono molto vicine, anche fisicamente, e condividono delle idee e degli obiettivi.
Riprendendo un'espressione a me cara [non mia ma ripresa dall'articolo La Disciplina dei Team riproposta in questa collana da ilSole24Ore meno di due anni fa] e che, ogni qualvolta si parla di gruppi mi piace ripetere, mi viene da dire che i gruppi di legami forti sono quelli in cui si esercita, senza nemmeno troppa fatica, la Responsabilità Reciproca. Ingrediente essenziale perchè, poi, di quel gruppo, gli obiettivi stessi, siano più facilmente raggiungibili.

Nei gruppi fatti di legami deboli, quelli delle Reti Sociali allargate - e, quindi, quelli che si creano Online - questa Responsabilità Reciproca credo sia un elemento mancante o, al massimo, esercitato parzialmente; e ciò (anche perchè l'online non permette l'incontro vis-à-vis) rende gli obiettivi (seppur condivisi) più difficili da acquisire.

Sicuro di non scoprire nulla di nuovo, credo che la Responsabilità Reciproca, elemento essenziale perchè un Gruppo possa cavalcare spedito verso un traguardo, sia ciò che supera la prova del guardarsi negli occhi. E' più semplice dirsi di no via e-mail che a parole. D'altra parte non si può negare che un si su una Piattaforma Online non può essere detto alla leggera.

Ricavo questo pensiero da un articolo di Malcolm Gladwell del New Yorker letto stamattina su Internazionale intitolato: Twitter non fa la rivoluzione pubblicato a pagina 32; dopo che, a pagina 31 Manuel Castells, in apparente antitesi, elogia le comunicazioni del futuro (fatte di mix tra tv, internet, radio e mobile) come strumenti giàusati da chi fa le rivoluzioni del presente.

Cosa fa dire a Gladwell che Twitter non fa la rivoluzione? Dove finisce la spinta emotiva di una rivoluzione fatta nei gruppi Online? Cosa serve perchè poi una Rivoluzione possa dare i frutti sperati (quando intorno ad esso si uniscono persone, si cementa un popolo)?

Come anche Castells evidenzia nel suo articolo, Gladwell imputa alle comunità online la totale assenza di leadership e strategia.

Gladwell, poi, aggiunge che ciò che manca a Twitter o Facebook sono i legami forti, la conoscenza diretta delle persone che non favorisce una militanza politica ad alto rischio (perchè è di obiettivi politici che si parla in questo caso).

Gladwell smentisce quanto affermato dalla professoressa Jennifer Aaker e dal consulente aziendale Andy Smith, autori di The dragonfly effect ["I Social Network sono particolarmente efficaci per creare la motivazione"] dicendo che i Social Network sono efficaci per creare partecipazione, e favoriscono la partecipazione abbassando il livello di motivazione che la partecipazione richiede (mi aiutate a capire meglio questo passaggio logico?).
Lo stringersi intorno ad una causa sui Social Network Online, aggiunge, non richiede di mettere in discussione norme e pratiche sociali profondamente radicate ma favorisce un impegno dal quale si ottengono solo [il corsivo è mio] riconoscimento sociale e ringraziamenti.

E' il premio alle motivazioni intrinseche di cui Shirky parla nel suo Surplus Cognitivo ma che, stando a Godwell, non sono tali da far rischiare per obiettivi che prevedano un reale impatto sullo stato delle cose.

La mia piccola esperienza personale mi ha insegnato che la Responsabilità Reciproca online è un bene molto raro se non del tutto assente (quando non c'è fisicità che la possa sostenere).

Posso però anche dire che, senza Internet, tanti fuochi sarebbe [stato] davvero difficile accenderli.