lunedì 27 giugno 2011

Questione di Baricentro [o del travisamento delle parole di Luca De Biase]

Sembra che al Kultur Convivio si sia parlato di principalmente di Qualità. E sembra anche che, alla fine dei lavori, non si sia ben capito come far crescere il sistema dell'informazione sul Web in termini qualitativi.

Il problema, come ci riassume Luca De Biase nel filmato che [ri]propongo di seguito (via il Giornalaio), è che la qualità e la quantità del contenuto (giornalistico) sono quasi sempre caratteristiche mutuamente esclusive: per dirla come Bellucci e Cini, la generazione di senso ha davvero poco a che vedere con la produzione di consenso al consumo.



Considerando i risultati poco incoraggianti delle sperimentazioni di modelli che prevedono il pagamento, l'unica soluzione sembra essere nella pubblicità che, però, (aggiungo io) porta con se una potenziale distorsione del messaggio (cioè un abbassamento drastico della qualità anche nei termini in cui è stata intesa in questo spazio). Luca De Biase si augura che si sviluppino dinamiche che favoriscano la qualità ed è per me interessante notare che tra i metodi da usare egli citi il design; anche ai quotidiani, insomma, si dovrebbero applicare tutti i principi che i Web (Marketing) Designer utilizzano per le Imprese per le quali quotidianamente lavorano. Tanto scontata come idea di metodo quanto poco o niente utilizzato nella pratica (i quotidiani online, analizzati come Siti Internet tout court, sono spesso la negazione dell'usabilità).




Incuriosisce parecchio la definizione di "Informazione come parte di un flusso culturale che parte dalla grande educazione e arriva alla notizia dell'ultimo momento"
; con un pensiero di cui evidentemente mi sfugge il senso più completo, a mio parere, viene spostato il baricentro del problema; un conto è la scelta complessiva di un Editore (offerta "multimediale" - libri/dvd - e "politematica" - scuola/master affiancata ai giornali), un altro è la scelta relativa alla sola informazione quotidiana; un discorso è - cioè- l'offerta complessiva di prodotti culturali ed educativi intesi in senso lato, un altro è l'offerta di informazione attraverso un notiziario giornaliero.
Il baricentro del problema è come fare i quotidiani (online) e riuscire a venderli e parlare dell'offerta complessiva di un Editore rischia, a mio modestissimo parere, di diluirne (farne scomparire?) l'importanza.

Da un punto di vista sociale non credo ci si possa permettere il rischio che un Editore può correre (socialmente, cioè, si perde se l'Impresa Editoriale è in perdita). Inoltre, sempre da un punto di vista sociale, non si può nemmeno accettare il sacrificio della qualità sull'altare dei volumi di traffico (socialmente, quindi, si perde anche se l'Impresa Editoriale è in attivo).

Qualità, quindi, e non quantità. Generazione di senso, non numero di visite e vendita di spazi pubblicitari. L'economia della conoscenza si concentra sull'immateriale, come conclude lo stesso Luca De Biase, e non si può pensare che per un Imprenditore esso possa rappresentare soltanto una voce di attivo/passivo (trovate voi i termini più azzeccati). E', deve essere, molto molto di più!

Sia chiaro, però, a scanzo di ogni tipo di equivoco, che dire che la Conoscenza sia un Bene Comune non significa dire che essa è gratis! Il problema è creare un nuovo ecosistema in cui se ne riconosca il valore sia da un punto di vista sociale sia da un punto di vista economico. In un tale ecosistema (per la cui abilitazione, ormai è chiaro, riconosco nello Stato, nel Pubblico l'unico possibile abilitatore) diverrebbe addirittura pleonastico parlare di "valore qualitativo".

Avvertenza: il mio non è un messaggio anti-Impresa. Incoraggianti sono state infatti le prime pagine di Giornalismi di Angelo Agostini che, a proposito di Repubblica, parla di un mirabile (forse l'unico) esempio di Giornalismo/Impresa.

venerdì 24 giugno 2011

La Trappola di Twitter. Bill, ma fammi il piacere!



Nell'ultimo numero di Internazionale ho trovato un articolo, la Trappola di Twitter, di Bill Keller, il direttore del New York Times. L'ho letto più di una volta per capire se, oltre a quello esplicito delle parole, ci fosse qualche messaggio in più da captare. Ma l'unica cosa che sono riuscito a trovare è una visione davvero ristretta di ciò che Twitter e i Social Network siano; a dir poco curioso per chi dovrebbe sapere quanto tali strumenti siano utili anche da un punto di vista giornalistico.

La sua è una condanna a Twitter (ma è un discorso generico che riguarda tutti i Social Network) colpevole di:

  1. alleggerire la memoria delle persone;
  2. erodere la capacità di concentrazione delle persone e
  3. essere una fonte di distrazione aggressiva (Twitter è nemico della contemplazione).

Personalmente ritengo che:

  1. I Social Network e, prima ancora, il Web sicuramente contribuiscono a delegare quello che prima non si poteva delegare se non alla memoria. Ma questo è un bene, non un male. Ciascuno di noi ha le sue fonti, ha la sua Rete Sociale da cui rifornirsi di informazioni e riferimenti che, al momento opportuno, sono pronti ad essere tirati fuori per una disamina critica in un post, o per un commento veloce su Twitter o FriendFeed per originare una nuova discussione. E le discussioni sono quelle che poi aiutano la contestualizzazione, la "significazione" ed una "interiorizzazione" (non "memorizzazione"). Senza i Social Network l'accesso ad informazioni e a persona sarebbe notevolmente ridotto e ben venga una delega!
  2. I Social Network non erodono la capacità di concentrazione. Tenendo ovviamente fuori dal discorso lo scambio giornaliero di battute fatto di #giao e di #piastrelle, sono estremamente convinto che la concentrazione venga addirittura stimolata. Gli stimoli sono le parole di persone con le quali siamo in contatto (e che difficilmente si sarebbero potute contattare senza le tecnologie di cui ora disponiamo). Tali stimoli, se degni della nostra attenzione, sono potenzialmente in grado di evolvere in un percorso che "solo" delle limitazioni (a volte infrastrutturali, altre volte culturali, altre volte "di sistema") impediscono si trasformino in Saggezza.
  3. I Social Network non sono, nella maniera più assoluta, nemici della contemplazione. Anche qui, al netto dei #giao e delle #piastrelle, ogni cinguettio è un potenziale abilitatore di significati e sensi perchè avviano una riflessione, una contemplazione. Perchè nello spazio di un sms non manca mai un link e poi...sappiamo tutti come funziona Internet, la Rete delle Reti.

E' ovvio che ragiono considerando la mia personale esperienza (fatta anche di "cazzeggio"); è, quindi, altrettanto ovvio che la Rete e i Social Network non sono vissuti da tutti come cerco di viverli io. Ma trovo profondamente sbagliato demonizzarne l'uso in un articolo che mi pare addirittura superficiale. Ci sarebbero altri spunti criticabili nel pezzo di Bill Keller (vi rimando al all'articolo originale sul sito della testata americana) e sono contento che Internazionale abbia scelto di ribattere al Direttore con un pezzo di Nick Bilton, uno degli autori del blog di tecnologia del New York Times.

C'è poco da fare, bisogna diffidare da chi dice "Every time my TweetDeck shoots a new tweet to my desktop, I experience a little dopamine spritz that takes me away from . . . from . . . wait, what was I saying?"

domenica 19 giugno 2011

Twitter e le rivoluzioni. Un documento di qualità!

"Non esiste alcuna prova che le proteste in piazza a Teheran, a Tunisi e al Cairo non ci sarebbero mai state senza internet. Il determinismo tecnologico è pericoloso perchè porta a sottovalutare le vere ragioni del cambiamento sociale e quindi ad adeguarsi all'illusoria equazione secondo la quale basta più tecnologia per ottenere più democrazia.
In realtà internet e i social network sono usati ancora più efficacemente dai regimi dispotici, per reprimere, censurare e sorvegliare."

Queste sono le tesi di Evgeny Morozov, giornalista bielorusso di Foreign Policy riportate nel bellissimo ed interessantissimo documento giornalistico "Twitter e le rivoluzioni" presentato ieri alla Feltrinelli di Pescara; così, alla fine della lettura, mi piace etichettare il lavoro di Giovanna Loccatelli (gentile nel "lasciarmi il suo nick a penna"), collaboratrice de "il Fatto" e con esperienze di ufficio stampa per alcuni politici e nelle sedi di Londra dell'Agenzia Reuters.

Le tesi di Morozov sono evidentemente accolte da Malcom Gladwell (citato nel penultimo capitolo) che, come riportato anche in questo spazio, non vede nei social network un abilitatore delle rivoluzioni in quanto non riesce ad organizzare una leadership e pianificare una strategia e non permette la militanza politica.

Nell'ultimo capitolo, "Twitter revolution?" ci sono due interviste che, a mio parere, contengono un po' tutto il senso del del volume.

La prima è allo stesso Morozov che, argomentando meglio le sue tesi dice che "i movimenti d'agitazione sono iniziati molti anni fa, non ora" dichiarando, poi, il suo disaccordo con quanti "vogliono far passare l'idea che tutto è successo al'improvviso" perchè basterebbe "fare un passo indietro e ricostruire la storia".
Personalmente, di fronte a tali parole, non posso che trovarmi in accordo facendo un parziale passo indietro rispetto a quanto a Febbraio scrivevo a proposito delle posizioni di Gladwell (i fuochi di cui parlavo erano stati già accesi molto tempo prima...).

Non penso però, come ancora Morozov dice a Giovanna Loccatelli, che Internet non sia il giornalismo. E' vero, anche i regimi lo utilizzano (emblematico il caso riportato del Sudan e gli altri esempi citati nella sezione relativa del volume) ma non si può negare quello che è il vero messaggio: i social network sono stati un mezzo senza il quale il lavoro giornalistico sarebbe stato molto più complicato da portare a termine quando non addirittura impossibile.

Questa non è un'opinione; è essa stessa un fatto e i tre capitoli "Tweet-to-Tunisia", "Tweet-to-Egitto" e "Tweet-to-Libia" lo dimostrano. Vengono riportati i tweet di quelle che sono state ritenute le fonti autorevoli (e con una verificata reputazione ) dalle scene della rivoluzione e dal cuore dei gruppi manifestanti. I paragrafi introduttivi, poi, sono un eccellente lavoro di contestualizzazione.

Nell'ottica dello schema WIKiD a me così caro, direi che siamo di fronte ad una informazione "spinta" perchè, oltre che ad una collocazione nello spazio e nella storia dei fatti, ci sono più che abbondanti elementi per una loro "significazione". I documenti presentati dall'autrice forniscono, cioè, vera e propria conoscenza.

A sostegno del valore dei social network (anche da da un punto di vista giornalistico) ci sono le parole della seconda intervista, fatta a Federica Bianchi che ha seguito per l'Espresso sia la rivolta in Egitto sia quella in Tunisia: "le rivoluzioni ci sarebbero state comunque. Ma senza i Social Media esse sarebbero state molto più sanguinose e probabilmente più lunghe. [...] i Social Network hanno senza dubbio accelerato il processo e coinvolto più velocemente il mondo esterno. In tre settimane non sarebbe mai stato possibile tutto quello che poi è accaduto in Egitto." Twitter (più di Facebook utilizzato in Egitto principalmente per scambio di informazioni interno ai gruppi dei rivoltosi) è stato un vero e proprio strumento giornalistico; del resto è stato proprio questo l'obiettivo dei cittadini: far sapere al mondo ciò che stava succedendo.

Il lavoro di Giovanna Loccatelli credo si rivolga ad un pubblico molto variegato.

Si rivolge al cittadino che, anche senza alcuna nozione e conoscenza di cosa un Social Newtork sia, credo venga messo nelle condizioni di capire cosa realmente sia successo nel nordafrica e perchè. E' vero, ci sono numerosi riferimenti tecnici al mezzo utilizzato, ma le tre sezioni citate in precedenza sono davvero dei documenti fruibili da "chiunque" e che, se di interesse, "chiunque" dovrebbe essere disposto a ricompensare con il soldo di Gaspariana memoria. Si parla, quindi, di contenuti che, nello spazio tridimensionale sarebbero collocati in zona rossa; contenuti di qualità, insomma.

Sono convinto, inoltre, che, proprio perchè penso che i fatti vengono raccontati e documentati per persone per le quali non è necessario avere esperienze di Social Media, il lavoro rappresenti anche una lezione di giornalismo; soprattutto per quella categoria di professionisti che ancora vede come un affronto azioni come quelle della Markel che qualche tempo fa aveva utilizzato il suo canale Twitter per dire del suo viaggio negli USA (per citare un esempio riportato nel penultimo capitolo).

Devo dire che un lavoro simile, durante i fatti di inizio anno, è stato svolto altrettanto egregiamente da PierLuca e da Roberto (quest'ultimo con un utilizzo di Storify - citato dall'autrice - altrettanto "educativo"); spesso sono arrivati molto prima delle testate online italiane (almeno quelle dalle quali quotidianamente mi rifornisco) fornendo un servizio altrettanto degno del soldo.

La posizione di Giovanna Loccatelli, da me condivisa in toto, è espressa nelle prime pagine: e, con quanto è avvenuto in Magreb "non è più possibile, per chi fa informazione, ignorare questi strumenti". "Twitter ha per la sua natura conquistato un posto indiscusso nell'economia dell'informazione".

Un'ultima riflessione a proposito dell'appendice, vera chicca del volume: il manifesto organizzativo dei giovani egiziani. Si tratta del documento segreto dei rivoluzionari egiziani scritto in lingua araba fatto circolare via e-mail per pianificare la rivoluzione. Il fatto che non sia stato divulgato sui Social Network, quindi alla mercè dei Regimi, dimostra che, in effetti, la parte strategica (per usare i termini di Malcom Gladwell) è stata fatta dai legami forti (contatto e-mail solitamente condiviso tra persone reciprocamente responsabili) e non da quelli deboli, che sono poi quelli che contraddistinguono le piattaforme sociali sul Web.

domenica 12 giugno 2011

Like! #mktgriglia2011


Più mi ficcavo dentro la giornata di oggi, più ascoltavo in silenzio le discussioni, più ogni tanto cercavo l'ombra (perchè quando il sole usciva fuori picchiava forte in testa) e più mi sembrava di stare qui, sul Web, in questi "maledetti" SocialCosi.

Perchè alla fine oggi ho preso tantissimo da queste discussioni ma ad esse ho restituito poco. Sono fatto così. Un po' troppo così, direi! E' stato come mettere tanti like su FriendFeed ma poi non commentare. Anche perchè starci dentro non è sempre facile: questione di competenze!

Ecco, oltre ai sorrisi e alla meravigliosa compagnia, la giornata di oggi a Ferrara mi ha dato anche questa riflessione. Era inevitabile che io la condividessi con voi!

Grazie a PierLuca e a tutti. Magari ci si rivede prima del prossimo Marketing alla Griglia!

La foto è di gluca.

sabato 11 giugno 2011

gli Artifici del Diritto al Servizio della Conoscenza

I bisogni di bene comune non sono paganti se il diritto non li rende artificialmente tali. Infatti (salvo nel caso di un intervento del diritto sotto forma di ratifica e formalizzazione dell'occupazione esclusiva) il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c'è più.

La consapevolezza del valore dei beni comuni può essere creata soltanto attraverso uno specifico investimento sul fronte della domanda lavorando sulla consapevolezza del nostro rapporto con il contesto in cui essi producono i loro servizi.

I beni comuni sono entità di cui sussiste un bisogno pubblico e privato che non è pagante a causa di tale mancanza di consapeInserisci linkvolezza.


Questo è l'incipit del contributo di Ugo Mattei, intitolato "La nozione del comune", nella rassegna curata da Paolo Cacciari "La società dei beni comuni".




Dando per scontata, almeno per ora, la validità della dimostrazione del teorema secondo cui la Conoscenza è un Bene Comune (magari troverò articolate conferme in un testo appena acquistato), si potrebbe declinare il pensiero di Mattei dicendo che, anche per la Conoscenza - in quanto Bene Comune, cioè progetto di società - dovrebbe esserci un diritto che ne crei artificialmente la caratteristica pagante.

[Per la questione della consapevolezza tornano utili gli argomenti sull'educazione]

Come sa chi segue i ragionamenti in questo spazio, la Conoscenza può essere vista come output di un percorso [che non può prescindere dalla tecnologia che lo veicola] che, originato da un dato, arriva ad una informazione su una specifica materia (definita finora come "tipologia di contenuto" sull'asse orizzontale dello schema della Qualità 3D). La Conoscenza, in tale visione, è a sua volta input per la seconda fase di tale percorso, quello che porta alla Saggezza e al Benessere delle Persone/Cittadini e, quindi, dell'ecosistema-Stato.

Come si potrebbe creare una base giuridica che assegni artificialmente alla Conoscenza la caratteristica di un bene pagante?

Un primo passo è senza dubbio la proposta di modifica dell'articolo 21 della Costituzione che, secondo la proposta del suo primo firmatario, Roberto Di Giovan Paolo, prevede l'inserimento nella nostra Carta di un articolo 21-bis:

Tutti hanno uguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni dei diritti di cui al Titolo I parte I.


Il Modello Fotovoltaico, però, per la sua attuazione, avrebbe la necessità (almeno) di un ulteriore "artificio giuridico" che sancisca la garanzia del contenuto per i cittadini: la garanzia della Conoscenza.

Tralasciando il passaggio, fondamentale, della misura del Valore in Euro (la definizione di Qualità potrebbe aiutare in tal senso), lo Stato dovrebbe elargire ai Cittadini una congrua quantità di moneta (misura del Valore, per l'appunto) per l'accesso al Contenuto (su Quotidiano).

Per ora intravedo almeno due modi (alternativi) di vedere la questione:

  1. la moneta per l'acquisto del Contenuto/Conoscenza è un finanziamento dell'Ente Centrale (lo Stato) al Cittadino e che il Cittadino poi è in grado di ritornare indietro sottoforma di crescita (personale e, quindi, anche globale) economica e sociale;
  2. la moneta per l'acquisto del Contenuto/Conoscenza andrebbe vista come un Reddito di Cittadinanza posti in circolazione non dalla Banca Centrale ma da un Ente pubblico (lo Stato).

Nel primo caso dovrebbero in qualche modo essere applicati i criteri della Finanza Etica; nel secondo, magari opportunamente rivisti, i principi della Proprietà Popolare della Moneta (portati alla ribalta nazionale ed internazionale del mio compianto concittatino Giacinto Auriti) di cui andrebbero approfondite le dinamiche.

martedì 7 giugno 2011

Luca De Biase e il Passo del Gambero

Non so se ho trovato amarezza nelle parole di Luca De Biase o se, invece, amaro era il mio stato d'animo nel leggerle.

Il dato di fatto è che va via un Direttore curioso e innovativo e che aveva con se una schiera di persone preparate e capaci di suscitare interesse e stimolare approfondimenti. Queste stesse persone avranno, come dice Luca De Biase, meno spazio nella nuova Nova; un inserto che si rivolgerà ad un pubblico diverso, "forse più numeroso".

Sono quasi incredulo e vi rimando al ManteBlog per un'analisi appassionata e, al tempo stesso, sufficientemente lucida.

Dispiace davvero tanto constatare che si stia percorrendo il tracciato che ci unisce alla Saggezza con il passo del gambero.


Vorrei essere fiducioso e pensare che il potenziale allargamento del bacino di utenza di Nova sia strumentale ad una maggiore diffusione di determinati temi; una missione che mi appare irragiungibile se, come detto, verrà ridotto lo spazio agli autori che questa missione hanno sempre incarnato.

Si venderanno più copie e più spazi pubblicitari, forse. Ma siamo davvero sicuri che questo sia un ragionevole prezzo da pagare per tornare indietro?

Business Felicità e Ricerca Scientifica (una declinazione del WIKiD e del Modello Fotovoltaico)


Il Benessere Interno Lordo (BIL) è l'indice statistico, basato su parametri come gli spazi abitativi, la salute e l'ambiente, presentato recentemente dall'OCSE per misurare lo stato di salute delle Nazioni. Nella classifica stilata su 34 paesi monitorati, l'Italia si pone al 24° posto.

La misura del Benessere (e il contestuale e auspicabile potere della stessa di orientare le decisioni politiche) è senza dubbio un passo importante in un percorso che può portare a delle azioni precise (non solo politiche di indirizzo, insomma, ma investimenti) volte a migliorare le condizioni di una nazione.

Come ci dice Stefano Vergine in un articolo sull'ultimo numero de l'Espresso (Business Felicità), il Premier Britannico Cameron ha recentemente richiesto ai suoi Uffici di tener conto di un indicatore di felicità nelle statistiche, per l'appunto, sulla salute della nazione. Cameron sembra inoltre essere passato all'azione con un investimento di 800 milioni di euro per un programma di formazione di 10 mila psicoterapeuti per trattare 800 mila persone; un'innovazione che ha l'obiettivo di ridurre il costo sociale della depressione: oltre che una spesa dello Stato per le cure, da considerare è anche una perdita di produttività delle imprese che, tradotte in euro, fa la cifra speventosa di 24 miliardi l'anno (una manovra economica per noi italiani!).

Action for Happiness (un'organizzazione no profit di cui vi propongo il video di presentazione, un inno alle connessioni! E trovo inutile ormai rimarcare come meglio ci si connette con la Rete!) ha utilizzato questi argomenti (la traduzione in Euro del malessere sociale) per convincere il governo inglese ad uno stanziamento così cospicuo.



Trovo in questo fenomeno un'ulteriore declinazione dello schema WIKiD (qui la solita figura che contempla il contenuto di cronaca/politica): l'organizzazione no profit non ha fatto altro che far emergere dei Dati statistici, delle Informazioni e, quindi, portato alla Conoscenza delle istituzioni di un problema. Ne è risultata un'Innovazione (gli 800 milioni di euro investiti in formazione) che, in una logica di medio/lungo periodo, dovrebbe produrre il Benessere (è l'altro nome che ho sempre dato alla Saggezza del WIKiD).

La materia della conoscenza, in questo caso, è stata la Scienza (indagini statistiche, sociologiche e sanitarie) e, considerando gli effetti che deriveranno delle azioni intraprese dal Governo Britannico, si potrebbe concludere che anche quella scientifica è una tipologia di dato/notizia in grado di rientrare nella definizione di contenuto di Qualità Orizzontale (la definizione fornita in questo spazio collocava nell'asse orizzontale, manco a dirlo, la Scienza vicino alla Politica).

Il Modello Fotovoltaico (la cui realizzazione dovrebbe attivare il percorso previsto nello schema WIKiD) andrebbe in questo caso leggermente rivisto perchè, oltre a prevedere il sistema di garanzie per la diffusione dei contenuti (dati/notizia), dovrebbe anche contemplare la presenza di incentivi per la loro produzione.

Si noti che, assegnando il Modello Fotovoltaico allo Stato delle precise responsabilità, dire che il Modello deve prevedere un sistema di incentivi per produzione di contenuti (dati/notizia) di tipo scientifico significa implicitamente dire che lo Stato deve assumersi la precisa responsabilità di incentivare la Ricerca Scientifica.

Un modo forse contorto per dire qualcosa di scontato; o che, almeno, scontato, dovrebbe essere.

domenica 5 giugno 2011

Teorema: la Conoscenza è un Bene Comune


  • I beni comuni sono l'insieme dei principi, delle istituzioni, delle risorse, dei mezzi e delle pratiche che permettono ad un gruppo di individui di costiuire una comunità umana capace di assicurare il diritto ad una vita degna a tutti (Unimondo)

  • I beni comuni sono una serie di beni e servizi materiali e immateriali che rispondono a bisogni individuali vitali e che posseggono due caratteristiche: essenzialità e insosituibilità (Petrella)

  • I beni comuni possono essere classificati su tre liste: beni e servizi comuni naturali tangibili, esauribili; beni e servizi comuni immateriali, cognitivi, illimitati; beni e servizi pubblici, naturali e artificiali, come le infrastrutture fisiche o digitali, la conoscenza, il welfare, Internet (Ricoveri)

  • I beni comuni sono, nell'ambito delle comunità virtuali che praticano la sfera digitale, tutti quegli elementi materiali e immateriali, naturali e sociali che ognuno di noi può condividere e che nessuno può possedere in esclusiva se non a discapito della loro stessa funzionalità, utilità e potenza (Officina delle idee Rete@Sinistra)

Ho trovato queste definizioni di Bene Comune nel capitolo introduttivo della rassegna "La società dei beni comuni" curata da Paolo Cacciari.

Forse perchè raggruppa le precedenti, o forse perchè è quella che più si avvicina al mio pensiero (e che, quindi, maggiormente si presta all'enunciazione del teorema che vorrei proporvi), ma credo che questa sia la definizione più azzeccata:

Il bene comune è il progetto di società che ci si da' in un determinato paese ed i beni comuni sono gli strumenti strategici che ne consentono e realizzano l'attuazione.


Utilizzando quest'ultima definizione come ipotesi di partenza, l'enunciato del teorema è:

TEOREMA: la Conoscenza è un Bene Comune.

La dimostrazione, a mio parere, è dettata da un altro paio di ipotesi. La prima: la conoscenza è un passo fondamentale del percorso della Società verso la Saggezza/Benessere; la seconda: lo Stato, il Pubblico (la Società, quindi), deve farsi promotore ed abilitatore di tale percorso attraverso la fornitura delle opportune tecnologie (qui intese in senso lato).

Se è vero (o almeno dovrebbe esserlo) che ciascun progetto - di qualsiasi natura esso sia - di una Società mira al Benessere della Società stessa e che la Società ha necessità di dotarsi di strumenti per poterlo mettere in pratica, la Conoscenza non può che essere un bene comune se ad essa si riconosce (ecco l'ultima ipotesi) il ruolo di Strumento Strategico [i.e. se non si passa attraverso la Conoscenza, non si arriva alla Saggezza/Benessere].

Non sono sicuro di avervi convinto; sono sicuro, però, di avervi fornito una serie di elementi che dovrebbero permettervi - anche con una certa facilità - di confutare il teorema.

Come per ogni Bene Comune, se il Teorema è valido, anche per la Conoscenza dovrebbe quindi valere il principio che nega la riduzione dei beni Comuni ad una merce da scambiare sul Mercato facendone una categoria ecologica-qualitativa e non economico-quantitativa e affermandone la valenza autenticamente relazionale fatta di rapporti fra individui, comunità, contesti e ambiente (si veda il contributo di Ugo Mattei - La nozione del comune nel saggio segnalato di Cacciari).

Il riferimento all'economia relazionale è evidente in questa rassegna tanto quanto lo era nel saggio di Bellucci e Cini sull'Economia della Conoscenza quando citavano Jacques Attali che, nella sua Breve Storia del futuro, dice (ho riassunto il passo e lo riporto perchè ritengo completi il ragionamento): "Istituzioni, mondiali e continentali, organizzeranno la vita collettiva grazie alle nuove tecnologie. Porranno limiti all'artefatto commerciale e favoriranno la gratuità, la responsabilità, l'accesso al sapere. Si svilupperà una nuova economia, detta 'relazionale', producendo servizi senza cercare di trarre profitti, in concorrenza con il mercato".

Una trasformazione di paradigma, quindi, che non può non passare attraverso un approccio diverso anche da un punto di vista educativo perchè, come dice Mattei (ed in conclusione io):

L'investimento necessario per creare domanda di Beni Comuni si chiama Cultura Critica.

Una conclusione che, se il Teorema e la sua dimostrazione fossero veri, si riscriverebbe più o meno così:

L'investimento necessario per creare domanda di Conoscenza si chiama Cultura Critica.

[Ed un tale investimento non può che essere che a carico dello Stato].

mercoledì 1 giugno 2011

Un Ragionamento di Parte


Il voto delle elezioni Amministrative ha mostrato una clamorosa inversione di una tendenza tutta italiana (mi riferisco almeno a quella da me osservata in alcune precedenti occasioni di voto politico ed amministrativo su base sia locale sia nazionale).

Nelle precedenti occasioni di voto (devo ripetermi: parlo di quelle da me personalmente analizzate) c'era sempre stata una netta discordanza tra l'intenzione manifestata dal popolo della Rete e il risultato delle urne [prezioso sarebbe il vostro contributo per capire se l'ipotesi ha una applicabilità più globale]

Questa volta no. Chi ha vinto offline, aveva vinto già sul Web (attraverso i Blog e i Social Network); ma c'è di più: chi ha perso offline, aveva già clamorosamente perso sul Web. E un boccone, che prima si mandava giù tranquillamente (perchè sarebbe stato addolcito dalla conquista della poltrona di Sindaco o di un seggio in un Parlamento) in questa occasione si è dimostrato grottescamente indigesto.

Che indicazione si può ricavare?

Mi auguro di trovare la vostra approvazione se dico che, almeno in questa occasione, il popolo della rete possa essere considerato come un più affidabile campione dell'intero corpo elettorale.

Probabilmente il mio è un ragionamento di parte (sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista, come dire, culturale), ma l'impressione che ho è che chi si è recato alle urne (e anche chi non c'è andato) è un popolo ormai più critico e appassionato; che ha saputo fare delle valutazioni sulla base di messaggi non più provenienti (solo) dal sistema broadcast. Si è recata, cioè, al voto (il discorso vale anche per chi non c'è andato) gente che ha discusso, anche animatamente, sulle piattaforme sociali del Web. O che, almeno, dal Web ha saputo riprendere e considerare messaggi diversi da quelli abitualmente "subiti".

Le discussioni hanno portato evidentemente ad una conoscenza contestualizzata, meglio inquadrata e ragionata; esse sono state, poi, anche in grado di spostare un risultato fino a qualche mese fa impensabile.

Questo è vero, ribadisco, non soltanto se si prende in considerazione chi ha vinto, ma anche tenendo conto di chi ha perso e di come ha perso. E' evidente che la "diserzione" dell'elettorato di centro-destra è maturato sulla base di una informazione complementare a quella sulla quale tale elettorato aveva sempre fatto affidamento. Una informazione che, anche nei periodi peggiori, ha "trasmesso" messaggi apparsi - credo non soltanto a me - del tutto scollati dalla realtà e, proprio per questo, sempre meno credibili e appetibili per un pubblico desideroso di "capire meglio". Ovviamente, se quella informazione avesse ancora una volta avuto successo, la mia analisi sarebbe stata completamente differente.

C'è stata Innovazione quindi! Un segno di discontinuità. Un nuovo di cui i Sindaci eletti sono la declinazione.

Il passo successivo, per rifarmi al WIKiD, è la Saggezza.

Una Saggezza che toccherà a tutte le parti in causa (eletti ed elettori) esprimere non appena si sarà passati all'azione (fatta di decisioni per i primi, di valutazione per i secondi).

Una Saggezza alla quale mai si potrebbe ambire se non si avesse la percezione (e la percezione credo ci sia) che il punto di partenza del percorso sta cambiando (conoscenza più pertinente anche perchè acquisita su piattaforme bidirezionali).

Una Saggezza che, quindi, sarebbe oggi più lontana se non ci trovassimo a vivere (come credo sia) un [o, almeno, un tentativo di] cambiamento di paradigma.

E' davvero un... Ragionamento di Parte?