sabato 31 dicembre 2011

2011 e 2012 #ilsabatodimdplab #8

Dopo aver letto il libro di Lee Siegel, Homo Interneticus, ho preso l'abitudine di avere un atteggiamento diffidente rispetto a ciò che Siegel ha definito tecnoentusiasmo.

Ho imparato, cioè, a fare la tara a tutti quelli che vendono, affascinando ed entusiasmando con una idea e con le parole che la raccontano, ciò che poi si rivela solo un particulare. Mi fa quindi sorridere Riccardo Luna che parla di Doni e di Passione, del Natale della Rete.

E' stato quindi inevitabile, per me, fare la tara anche a tutte le previsioni per il nuovo anno.


Un pò stucchevole, mi si perdoni questo aggettivo, il gran parlare della rinascita dei blog. Si sono pronunciati in parecchi sull'argomento; io mi limito, con dello snobismo digitale, a condividere con voi l'augurio che nel 2012 il blog non diventi troppo una moda: sopportare più di 140 caratteri di accattonaggio sarebbe davvero complicato. Dalla mia ristrettissima visuale, comunque, l'equilibrio che c'è ora mi sta più che bene!

Fin troppo facile la previsione su cnetNews sui Social Network: ci racconteranno la storia delle elezioni presidenziali del 2012. E' stato così già nel 2008 quando il risultato, guardando quello che accadeva sul Web, appariva scontato già dalle prime battute. Penso che, però, dopo la sonora lezione del 2008, stavolta i Repubblicani, in quanto a strumenti, vorranno combattere ad armi pari con i Democratici. A decidere saranno, fra un anno più che mai, i contenuti!
The content is king, isn't it?

I Candidati alle Presidenziali non avranno certo bisogno di piattaforme alternative nè la necessità di utilizzare [Web]tecnologie abilitanti diverse da quelle ormai diventate mainstream oltreoceano. Una scelta diversa, probabilmente, sarà fatta, sempre al di là dell'Atlantico, dai 99% di Zoccotti Park con l'adozione di meccanismi che, pur continuando ovviamene a mantenersi di Social Networking, sarebbero in grado di replicare in Rete le dinamiche delle Assemblee Generali. Anche perchè, di Facebook, c'è poco da fidarsi!

E' ovvio che gli obiettivi sono diversi. I Candidati dovranno parlare ed ascoltare; i 99% dovranno, invece, parlarSI ed ascoltarSI. E la necessità di farlo, per questi ultimi, con modalità non convenzionali, sono quasi una conferma della teoria che Gladwell esponeva, già ad inizio anno, a proposito della scarsa efficacia di Twitter nell'organizzare una rivoluzione. Un pensiero riproposto, ad inizio settimana su Wired in opposizione al tecnoentusiasmo (ci risiamo!) di Clay Shirky.

C'è da chiedersi cosa succederà in Italia. Il 2011 è stato significativo per l'aggregazione che le piattaforme social hanno permesso in occasione non tanto delle Amministrative quanto dei Referendum. E' molto probabile che Monti reggerà per tutto il 2012 e, quindi, per vedere quanto il Web avrà potuto e saputo raccontare delle Elezioni Politiche, dovremo aspettare il 2013.

Non si dimentichi, però, Monti in primis, che - per mezzo del Web - un ruolo imprescindibile nel racconto della politica è quello dei giornalisti e dei giornali. Non lasci, quindi, Monti, inascoltato l'appello di Iacopino (giornalista, dal mio punto di vista, prima che presidente dell'Ordine). Molto, come dice lo stesso Iacopino, dipenderà dalle scelte che il Governo avrà fatto.

Buon 2012 a tutti!

i Libri del 2011

Il 2011, per me, è stato l'anno dei libri, prevalentemente offline, i.e. cartacei. Quasi cinquanta saggi che hanno ispirato, insieme con le tante segnalazioni e riflessioni lette, condivise e fatte online, il mio Modello Fotovoltaico, presentato poi a Settembre al RomagnaCamp, indiscutibilmente la più bella esperienza dell'anno legata alla mia vita in Rete.

Ispirato da Caterina, voglio quindi proporvi i libri letti in questo 2011. La soluzione non è elegante quanto quella utilizzata dalla prof ma, mi auguro, sufficientemente efficace.


Ho soltanto lavorato un pochino lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. Trovate il titolo del libro, l'autore e il mio commento. Ho voluto evidenziare in blu i saggi di carattere politico/sociologico. In arancio quelli legati all'editoria e in viola quelli legati ad un altro importantissimo tema trattato quest'anno nel mio laboratorio, lo schema WIKiD (questo il link alla mia presentazione al ParmaCamp, altra tappa importante di questo 2011, in cui ho cercato di spiegarne il senso e il funzionamento).

Spero possa essere di qualche aiuto. Da domani si comincia una nuova sfida con l'obiettivo di fare meglio; sia nelle letture sia nella scrittura.

giovedì 29 dicembre 2011

Mezzo, Interfaccia e Contenuto. Cosa vale di più?

Qualche giorno fa, al parcheggio lunga sosta di Fiumicino, mentre aspettavo la navetta per arrivare al Terminal, ho visto - abbandonata sulla panchina d'attesa - una cover nera con un simbolo inconfondibile. Mentre pensavo "no, non può essere!", il peso di quell'oggetto mi diceva quello che poi gli occhi mi avrebbero confermato: "un iPad!!!". Incredibile: qualcuno aveva lasciato l'iPad sulla panchina!


"E ora?", mi sono detto. Si, per un istante ho pensato di inquattarmelo, di farlo mio. Ma poi no, non ce l'ho fatta. E' scattata così la seconda fase dell'operazione: la restituzione. Un pò di spionaggio e poi l'indirizzo gmail mi ha salvato. E, soprattutto, ha salvato Mister X.

La storia ha avuto il suo lieto fine: un paio di giorni fa Mister X mi ha fatto recapitare a casa quattro bottiglie di pregiatissima birra e sei bicchieri da degustazione. Ah, a Mister X avevo dato il mio indirizzo, dopo l'incontro a Fiumicino, avvenuto al mio rientro, per la restituzione del gioiellino. 

E se avessi trovato un libro? L'avrei molto probabilmente tenuto per me.
Perchè? Perchè avrei avuto meno sensi di colpa nell'appropriarmi di un bene di valore sicuramente inferiore in termini di euri. Oppure, boh!, forse perchè con un libro mi sarei fatto un regalo più bello [io c'ho già il Kindle!].

Mi fermo un attimo e penso a quanto sconclusionato sia il ragionamento.
In effetti ho messo sullo stesso piano il valore di un tool e il valore di un contenuto.
E poi, facendo una evidente confusione tra [soggettivo] valore materiale e [soggettivo] valore "spirituale", ho creduto di poter fare meno male al legittimo proprietario di un libro (e più bene a me stesso), sottraendoglielo, per la sola ragione che costasse pochi euro, molti di meno di quanti invece Mister X ne sborsati per l'iPad.

Certo, rintracciare il proprietario di uno strumento è forse più semplice che rintracciare il proprietario di un contenuto, un libro. Altra piccola riflessione: trovati un libro e le informazioni sul proprietario, partirebbe l'operazione restituzione? Si, probabilmente si.

Ma, alla fine della fiera: quale insegnamento è possibile trarre da questa esperienza?

Forse che lo strumento [il mezzo] è più importante del contenuto [messaggio]?  
Oppure che il mezzo ha più valore del messaggio?
Oppure che il messaggio è di tutti e la proprietà è riferibile solo al mezzo?

Mi fermo ancora un pò e vado in crisi rendendomi conto - scoprendo l'acqua calda - che, in effetti, l'iPad è una interfaccia di accesso al mezzo. E che, quindi, col mezzo ha poco a che vedere.

La questione è, comunque, relativa al valore. E a cosa, tra mezzo, interfaccia e contenuto, valga di più. Dovendo fare una scala, metterei all'ultimo posto l'interfaccia (è vero, ci sono delle categorie di persone per le quali, invece, l'interfaccia è discriminante!). Sul mezzo e [certi] contenuti sapete come la penso!

Voi come la vedete?

Aggiornamento delle ore 14.00. Una interessante chiacchierata...


sabato 24 dicembre 2011

Buon 2012! Lavorare di Fino e No al Risultato Facile!

Nell'anno della Gamification, vi presento, come ormai di conseuetudine, il Giochino per l'augurio di Buone Feste. Si chiama "3 slices" e per andare avanti bisogna lavorare di fino. Questo è il primo augurio per me e per tutti quelli che hanno avuto la pazienza di seguirmi nel 2011 in questo laboratorio [ma anche per gli altri!].

Lavorare di fino significa filtrare nella raccolta e limare nella sintesi. Direte che è un lavoro che mi riesce poco, considerando quanto scrivo ma vi assicuro che ogni pezzo è frutto di un certosino e ragionato lavoro di filtro e di lima.

Zac! Zac! Zac!

Divertitevi e, soprattutto, Buon 2012!


Ah, i Maya mi sembra non parlassero di fine del mondo ma, forse, piuttosto di un grosso cambiamento. Spero che tutti ne diventeremo parte attiva e l'augurio (il secondo) è quello di non cadere nella tentazione del risultato facile.


Io vi tento con i video delle soluzioni.
Ma non guardateli: lavorare di fino e no al risultato facile!









Al prossimo anno :)

Crowd #ilsabatodimdplab #7

Twitter ci racconta il passato e predice il futuro. Questa la sintesi del pezzo di Riccardo Luna su R2 di Repubblica di ieri segnalato all'online da Vincenzo Cosenza, ormai punto di riferimento insostituibile per tutto ciò che riguarda i fenomeni del Web e la loro affascinante traduzione in grafici e numeri.
L'analisi presenta il nostro come un Paese, nonostante tutto, felice [attacca proprio così Luna]. Ci sarebbe, in effetti da capire, se il dato rispecchia una reale condizione o, piuttosto, "solo" la speranza di una Nazione. Sperare non è poca cosa ma è un sentimento che, in qualche modo, mi sa tanto di delega ad altri [a chi?] della responsabilità di uscire fuori da una situazione evidentemente non buona.

Cosa si può prevedere dagli stati che ogni persona riporta sui Social Network? Gli indici di borsa e i risultati elettorali. Basteranno queste due variabili osservate per poter dire quanto saremo felici? Non ne sono convinto. Per capirlo, però, se ci si pensa un pò, basterebbe monitorare la crescita delle Persone, dei Cittadini connessi alla Rete e, soprattutto, tra loro attraverso le Piattaforme Sociali. Ancora una volta ci aiuta Vincenzo Cosenza nel suo osservatorio Facebook. E' questione di Capitale Sociale; del Bridging soprattutto.

Perchè [solo] Facebook? Perchè pare che, almeno negli Stati Uniti, il 95% del tempo trascorso online sia dedicato proprio alla creatura [?] di Mark Zuckerberg. E se è vero per gli USA, ho motivo di credere che questo sia ancora più vero per l'Italia.
Perchè non anche Twitter? Perchè ho l'impressione che qui da noi sia ancora un fenomeno di nicchia e che, dalla nicchia, cerchi penosamente (almeno per il momento) di uscire con delle dinamiche che, brillantemente, sono state definite di accattonaggio digitale. Questo, credo, anche grazie al proliferare della tecnologia mobile. E sono fermamente convinto che l'accattonaggio sia dovuto ad una spasmodica ricerca di visibilità, di vendere qualcosa di se. [Se in TV si può/deve comprare, sul Web si può/deve guadagnare]. A differenza di quanto dice Luca De Biase che, analizzando il fenomeno delle maggiori vendite di strumenti mobili di accesso alla rete rispetto a quelli fissi, teme invece una Rete vissuta più da consumatori che da produttori.

Detto delle Persone Fisiche, cosa accade nel mondo delle Persone Giuridiche?


Sembra che il fenomeno dei Social Network stia iniziando ad essere monitorato con maggiore attenzione. Più del 50% delle Imprese che lavorano nel B2C e B2B in America ritengono, ora, infatti, importante la misurazione delle campagne condotte sui Social. E sembra anche che il Like sia il criterio maggiormente utilizzato. Non c'è quindi da scandalizzarsi di fronte a chi propone un indice, l'LPM (numero di like per ogni milione di revenue), di popolarità del Brand. Non si tratta, ovviamente, di un vero ROI; non credo abbia nemmeno molto a che vedere con la quota di felicità che quel Brand può creare; ma questi tentativi testimoniano una sempre più crescente sensibilità rispetto ad un fenomeno ormai consolidato e, se è vero - come è vero - che le Aziende ritengono il Like anche una richiesta di attenzione da parte del Consumatore/Cittadino, c'è da aspettarsi anche un miglioramento di performance in termini di qualità dei prodotti e dei servizi offerti. E, quindi, anche di felicità.

Dice Kashen, su GigaOm, a proposito della startup: In the startup world, thousands of entrepreneurs focus their ingenuity on finding ways to make millions of dollars. They look for market inefficiencies and focus on questions like: "Will consumers pay for this?" without asking "Will this make people’s lives meaningfully better?" It’s not that we shouldn’t try to make money, it’s just that money should be merely one of many factors we strive for, and it’s played far too central a role for far too long.

Dovrà però valere, nella dinamica di dentro-fuori, quello che Keith Ferrazzi, intervistato su inc.com, dice a proposito della dinamica dentro-dentro, della collaborazione; e, quindi, prima ancora di gestire una community fuori, sarà forse megli attrezzarsi per gestirne una dentro [magari Giacomo, magari!].

La parola d'ordine è, dunque, Collaborazione e siccome collaborazione significa felicità (di TUTTE le parti coinvolte) mi piacerebbe diventasse superfluo connotare con il termine "Sociale" una Iniziativa [Imprenditoriale] perchè ogni Iniziativa [Imprenditoriale] dovrebbe avere il risvolto sociale (dentro e fuori).

Non manco, quindi, di riferirmi anche oggi all'Editoria Sociale, al Modello intorno al quale ruotano gran parte dei miei ragionamenti.

Una previsione del Center for Digital future della Annenberg School dice che entro 5 anni la gran parte dei quotidiani cartacei scomparirà. A sopravvivere, secondo Jeffrey I. Cole, insieme alle quattro maggiori testate americane (New York Times, USA Today,  Washington Post  e Wall Street Journal), saranno anche le testate ultralocali [forse questo è il migliore aggettivo da contrapporre a "(iper)locale" con il quale ci si continua ostinatamente a riferire a testate che localizzate e destinate ad un ristretto bacino di utenza proprio non sono]. Non so quale tipo di analisi si basi questa previsione; posso dire, però, che non smentisce le conclusioni alle quali, con una ardita aggregazione di dati offline/online, giunsi qualche mese fa.

Cosa fare quindi, visto che tra - pare - poco "saremo tutti online"? L'azione, di indubbia ispirazione sociale, di stimolo dei Cittadini alla crescita, prevista dal Modello Fotovoltaico non si esaurisce soltanto nella richiesta di garanzia dell'infrastruttura di connessione, ma prevende anche la ricompensa ai Cittadini che si fanno parte attiva di tale crescita. Il nome tecnico è microguadagno; una sua possibile implementazione potrebbe chiamarsi Pointification e Badgification. La logica è di premio per chi ha IL ruolo fondamentale in un ecosistema in cui i guadagni sembrano essere ancora concentrati nelle mani del carrier. Una redistribuzione dei redditi può iniziare proprio da qui.

Come potrebbe altrimenti essere riconosciuto il merito ad iniziative come Year in Hashtag? E a tutta la folla che ne ha permesso la realizzazione?

domenica 18 dicembre 2011

l'Oceano tra ITA e USA

Sembra che negli Stati Uniti il Governo, lo Stato, non finanzi i quotidiani come invece avviene in Italia. Ha quindi un po' turbato l'irruzione che ho fatto in una discussione su LinkedIn: complice anche il mio inglese approssimativo, ma il microcredito/microguadagno del Modello Fotovoltaico, che conta sul finanziamento statale, è stato letteralmente abbattuto: se il Governo potesse stanziare fondi per l'Editoria, il Governo sarebbe nelle condizioni di controllare i media, questo il succo dello scambio di battute.

Voi avete avuto il fascismo, mi è stato detto, sapete quindi bene che è possibile controllare i mezzi di informazione. Beh, se è per questo, molto più recentemente, abbiamo avuto Berlusconi, ho risposto io.


Quello che mi separa tantissimo dal ragionamento degli americani oltreoceano con cui ho "parlato" è il loro escludere totalmente un altro pericolo: eliminati i fondi pubblici, e quindi l'influenza del Governo sui media, come si fa a non pensare che l'influenza possa essere esercitata dagli Inserzionisti? Senza voler dire delle pressioni delle stesse Imprese Editrici e della loro Proprietà (inserzionisti "mascherati", ma nemmeno tanto!)

Anche per questo, comunque, esiste una soluzione: si chiama Impresa Editoriale con Finalità Sociali, IMHO.

sabato 17 dicembre 2011

Leggere per Capire #ilsabatodimdplab #6

"Questo processo di progressiva analfabetizzazione cui sono vittime gli italiani non rischia di  penalizzare pesantemente i contenuti veicolati dalla rete in particolare quella in lingua italiana?"

Questa la domanda rivolta, sul sito di lsdi, a diversi "liberi pensatori della rete" a proposito dell'analfabetismo di ritorno.

Probabilmente la domanda di lsdi è mal posta. A mio parere la questione non è la penalizzazione pesante dei contenuti distribuiti su piattaforme digitali; quanto piuttosto la modalità di fruizione degli stessi. Mi spiego meglio.

Una minuscola premessa: posso ritenermi un utente sufficientemente esperto della Rete ma ho un passato da studente sui libri, sulla Rete ci sono solo da cinque anni. Credo che il problema risieda soprattutto sul percorso verso la conoscenza che non sa più essere come quello che abbiamo utilizzato noi nella scuole. Io ho riprodotto sulla Rete l'approccio che seguivo quando studiavo: Leggere per Capire era il titolo di un testo di italiano che utilizzavo a scuola.
Penso, invece, che ora si cerchi soltanto di leggere (o semplicemente prelevare), dalla Rete, per copiaincollare una ricerca. Nei quaderni che vedo dei figli di amici, dalle elementari ai licei, faccio fatica a trovare un tratto a penna: solo fogli stampati e incollati. La scrittura era lo strumento tecnologico che ci serviva per organizzare le informazioni che avevamo, per ragionare su di esse, per sistematizzarle e per conoscerne meglio il senso (i famosi schemetti!); ci saranno, adesso, pure metodi didattici diversi, ma nessuno finora mi ha allontanato dall'idea che senza la scrittura si può capire e conoscere allo stesso modo di come capivo e conoscevo io 25 anni fa!

Ora c'è Google; che non è una miniera di informazioni. Nella miniera bisogna scavare, sporcarsi le mani ed avere poi il piacere (spesso pagato a caro prezzo) di riportare alla luce il metallo prezioso. Google, invece, induce a fare a meno di questo sacrifio; è solo utile per muoversi in velocità (non è poca cosa, d'accordo, ma non può bastare). E il copiaincolla non fa ragionare. Certo, poi c'è Matt Cutts che ci dice che non serve più fare ottimizzazione perchè il nuovo algoritmo Panda premia la qualità.  Ma...voi ci credete?




Come si può risolvere il problema? E' inevitabile parlare di questione culturale. Tornando, così, alla rassegna di lsdi, PierLuca Santoro parte dal presupposto giusto: La Rete non è di per se stessa in grado di invertire il processo. Sia per l’infobesità che spinge a letture sempre meno attente, come dimostrano i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online, sia perchè si tratta per la maggioranza degli utenti di un processo di fruizione passiva, del passaggio, o meglio della sovrapposizione, di schermi, da quello tv a quello del pc. E la sua ricetta, manco a dirlo, è la gamification.

La mia non è una critica alla Rete, ci mancherebbe altro. Ma una esortazione ad insegnarne un utilizzo consapevole.

Come dice infatti Sergio Maistrello: È necessario promuovere a tutti i livelli un accesso sano, consapevole e sereno alle culture digitali, considerandolo il volano di un processo che avrà ripercussioni a cascata in tutti i campi. Non è la rete che ci salva, ma la rete – se usata bene e in modo consapevole – è un opportunità per lavorare su noi stessi, sul nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con la lingua, con la società che ha tutte le carte in regola per invertire la tendenza. In sostanza l’esatto contrario di quello che si fa tutti i giorni in tutti gli ambiti in Italia, oggi.
Luca De Biase stressa ancora di più: Una persona diventa analfabeta funzionale se non ha stimoli sufficienti a leggere e a mantenere viva la sua capacità di farlo. Se tutte le informazioni di cui ritiene di avere bisogno arrivano dal passaparola e dalla televisione, la lettura è inutile. È evidente che la rete può essere un grande stimolo a concedere attenzione alla lettura. L’attrattiva di partecipare a Facebook è probabilmente uno stimolo utile per molti giovani che altrimenti abbandonerebbero la lettura. Ma è chiaro che un’innovazione radicale nel pensiero che disegna il sistema educativo potrebbe usare la rete per conquistare attenzione e tempo delle persone ad attività che ne coltivino la curiosità e l’interesse per ciò che si può fare sapendo leggere.

Cultura, quindi. Cultura Digitale. Quella che ci porterebbe ad un ecosistema, la Rete, in cui - ad esempio - si apprezzi il lavoro giornalistico, non necessariamente professionale (nel senso dell'iscrizione all'Ordine), di quelli che - quasi con disprezzo - vengono definiti blogger. Sia perchè con tale cultura (il fatto che sia digitale è, a questo punto, solo un interessante aggettivo) si sa produrre un contenuto di alta qualità; sia perchè, tale qualità, si fa più facilmente riconoscere ed apprezzare dal lettore (anche qui, digitale, è una qualifica non determinante).

Va sicuramente in questa direzione lo sforzo profuso in questa settimana da attori come Luca De Biase, Fabio Cavallotti e PierLuca Santoro nella definizione di un codice di comportamento, un decalogo, un bollino di qualità per chi fa informazione. Uno sforzo verso la declinazione, anche nel mondo digitale, di quel Leggere per Capire che mi ha accompagnato durante gli anni della scuola.

Approfitto della mia rubrichetta settimanale (per non aver avuto il tempo di farlo durante la settimana) per aggiungere tre tasselli alle discussioni con cui si sta contribuendo a questo percorso:

In questo spazio, per dare una definizione di contenuto di qualità, ho voluto inquadrare il ragionamento da un punto di vista, lasciatemi dire, matematico: in uno spazio tridimensionale, ho teorizzato che il contenuto è tanto più di qualità quanto maggiore è il suo valore nei tre assi cartesiani rappresentati da "tipologia", "professionalità" e "pluralismo".

[professionalità]
Probabilmente, il bollino Timu proposto da Luca De Biase, rappresenta la metrica migliore per l'asse della "professionalità". Ma, proprio per la definizione che ho dato del contenuto, tale bollino non può bastare. Mancano, cioè, della azioni di autocontrollo e autodisciplina anche negli altri due assi: "tipologia" e "pluralismo".

[tipologia]
Per il primo si tratterebbe di impegnarsi a diffondere soltanto articoli, faccio degli esempi, di cronaca politica e scientifici. Quelli che, a mio modesto avviso, sono funzionali alla crescita. La mia proposta, quindi, è: mettiamo, oltre al Timu, un bollino "No Gossip!".

[pluralismo]
Per il secondo asse, quello del "pluralismo", qualcosa si può fare. Il Pluralismo esterno è garantito automaticamente dalla piattaforma di distribuzione (ciascuno, in totale libertà, può scrivere sul proprio blog in uno spazio contiguo a quello in cui esprime il proprio pensiero chi è distante anni luce dal nostro modo di concepire il mondo). Più difficile è garantire il pluralismo interno. Sarebbe eccezionale, per esempio, avere un blog multiautore; ma non è questa la soluzione che propongo. Molto più semplicemente bisognerebbe autodisciplinarsi a partecipare attivamente alle discussioni che un proprio post/articolo genera. Un punto di vista differente espresso da un commento, o anche una domanda per capire meglio il senso di ciò che si è letto, meritano senza dubbio una risposta da parte dell'autore. La mia proposta è, quindi: oltre al "Timu" e al "No Gossip!", mettiamo il bollino "Io rispondo!".

Un ultimo tassello: l'accessibilità
Un aspetto mi sembra sia stato trascurato da tutti gli attori coinvolti nelle discussioni: l'accessibilità. Un bollino W3C, da accompagnare agli altri tre appena presentati, sarebbe la garanzia di un contenuto fruibile anche da chi - cito da Wikipedia - ha ridotta o impedita capacità sensoriale, motoria, o psichica (ovvero affette da disabilità sia temporanea, sia stabile). [Oltretutto lo chiede la legge.]

Ecco qui di seguito cosa dovremmo alla fine poter vedere come footer di ogni spazio in Rete. Un marchio messo su in due minuti soltanto per dare un'idea (c'è qualche grafico in giro?)



Leggere per Capire, quindi! E consapevolezza: partendo da chi scrive per infonderla in chi legge [queste le mie risposte - non richieste, per carità - alle domande poste da lsdi].

Credo che, con queste azioni, si faranno grandi passi verso il riconoscimento al sistema informativo del suo ruolo essenziale per la crescita del cittadino. E a recitare una parte essenziale in questo scenario ci sono anche quelli che devono garantire l'infrastruttura e la circolazione stessa dei contenuti; e quelli che, quei contenuti, prima o poi, dovranno pagarli (ed eventualmente non pagarli, cioè non comprarli!).

Per i primi ci ha presentato, in settimana, qualche conto ancora Luca De Biase scrivendo a proposito dell'Agenda Digitale. Leggo nelle sue parole, una condivisibile nostalgia per delle azioni politiche. Interessante anche il contributo di Massimo Mantellini, e la relativa discussione su FriendFeed, sulla questione del finanziamento all'Editoria. La mia idea a tal proposito si chiama microcredito/microguadagno (sto elaborando delle slide che mi permetteranno, spero al più presto, di rendere note le mie prime conclusioni...economiche).

Per i secondi, per quanto il riferimento è al mercato librario, Michela Murgia denuncia il fenomeno dell'editoria a pagamento [dello strozzinaggio di alcune case Editrici aveva parlato Sergio Covelli all'e-bookcamp]; quando, cioè, a pagare è addirittura l'autore per poter essere pubblicato. L'azione proposta è il boicottaggio e non posso che condividerla: anche questa è educazione alla consapevolezza.

A voi la parola. Se avrete domandato, state tranquilli, io risponderò :)

P.S. 1: in effetti un ulteriore regola sarebbe quella di linkare l'autore e/o il sito in cui sono prelevate le immagini.

P.S. 2: mdplab è fortemente delinquent :-/

Aggiornamento delle 23.15
La discussione che pubblico di seguito riguarda l'ampliamento del bollino Timu: quello che ho definito "Io rispondo!". I like mi dicono che l'idea non sia del tutto malvagia; nei commenti invece sembra ci sia un atteggiamento diverso.

domenica 11 dicembre 2011

Ripuliamo lo Stadio!

Nel Capitolo dedicato al "Divino potere di Sbagliare", nel suo "Elogio dell'errore", Pino Aprile racconta la storia del Re Bran Benedetto dei Britanni che, nell'invasione dell'Irlanda, si fece ponte per attraversare il fiume Shannon al motto: "Colui che è Capo sia ponte".

Il Potere ha la funzione, cioè, di essere ponte fra regola ed errore; volano del motore dell'evoluzione.

Assimilando, metaforicamente, lo Shannon al fiume della nostra specie (fra gli argini della selezione naturale e e di quella culturale) - se il corso del fiume dovesse allagarsi allontanando le sponde e disperdendo l'efficacia del potere-ponte (la selezione naturale va molto più lenta di quella culturale), l'autore si chiede: cosa potrebbe succedere?

Selezione naturale e selezione culturale, quindi?

La selezione naturale, spiega Wikipedia, è il meccanismo con cui avviene l'evoluzione delle specie e secondo cui, nell'ambito della diversità genetica delle popolazioni, si ha un progressivo (e cumulativo) aumento della frequenza degli individui con caratteristiche ottimali per l'ambiente di vita.

Quale potrebbe essere una definizione di selezione culturale? Ci provo dicendo:

La selezione culturale è il meccanismo con cui avviene l'evoluzione della cultura, degli assunti condivisi e secondo cui, nell'ambito della diversità di tali assunti delle popolazioni, si ha un progressivo (e cumulativo) aumento della frequenza degli individui con assunti condivisi ottimali per l'ambiente di vita.

E' una semplificazione ovviamente.

Cosa possiamo sperare/fare? In logica binaria, i casi sono quattro:

  1. Rimanere così come stiamo
  2. [Si tratta del caso peggiore, da evitare. Certo, se la selezione culturale ci porta indietro, è meglio fermarci]

  3. Velocizzare ulteriormente la selezione culturale a parità delle condizioni della specie
  4. [Dipende da cosa è adesso questa selezione culturale da chi se ne fa promotore]

  5. Arrestare la selezione culturale e darci una mossa sulle condizioni di vita della specie
  6. [Anche qui: dipende da cosa è adesso questa selezione culturale; sulla selezione naturale lascio la parola agli esperti ma - credo - lavorare ad un Pianeta Terra più pulito sarebbe già un bel passo avanti]

  7. Correre per migliorare la specie e per condividere una migliore impostazione della società e delle sue regole
  8. [Come sopra]

Se l'andazzo è quello che ho visto ieri allo Stadio Olimpico di Torino (un tappeto di copie di Libero buttate sulle poltroncine) allora fermiamo la selezione culturale. Se la selezione, cioè, ci porta indietro con Belpietro condottiero (altro che Re Bran!), mi fermo qui e me ne faccio una ragione.


Se invece l'intenzione è di ripulirlo, lo Stadio, facciamo in fretta (ad esempio evitando l'effetto della scellerata manovra Monti). Se la selezione, cioè, ci porta avanti (ed è Belpietro stavolta a fermarsi), io salgo e cerco di fare la mia parte.

"Prendiamoci il Potere,  quindi, e facciamoci Ponte"

Che poi, pulire il Pianeta, non è anche questione culturale?

sabato 10 dicembre 2011

il Senso del Limite #ilsabatodimdplab #5

Ron Ashkenas, su uno dei blog del Network HBR, dice che, quando è Grande, un'Azienda, fa affidamento sul più ampio numero possibile di Persone per fare innovazione. Viene cioè creata una cultura in cui Ognuno (scusatemi ma la parola dipendente mi fa venire l'orticaria!) è incoraggiato ad innovare (in processi, prodotti o servizi). Il ritorno su questo investimento è in termini di nuove Persone soddisfatte con migliori prodotti (i clienti; brutto termine anche questo!), di incremento dei margini e anche di più forti relazioni con altre Aziende.

Le Aziende migliori, quindi, sono quelle in cui si investono denari per rendere - senza limiti - ciascuno responsabile dell'innovazione.


Ora, senza voler chiedere alle Aziende "Private" lo sforzo di riunciare a parte del margine per perseguire un obiettivo di crescita collettiva (sarebbe cosa buona e giusta!), si dovrebbe pretendere almeno dallo Stato un investimento che metta ogni Cittadino nelle condizioni di innovare, di stare meglio.

L'ultimo che ha paragonato lo Stato Italiano ad un'Azienda ha fatto tantissimi danni, è vero! Questo, però, si ostinava a ritenere lo Stato cosa sua (Cosa Nostra?) e concepiva gli investimenti con i denari pubblici solo se il ROI era a proprio uso e consumo.

La storia qui è un'altra: quella in cui gli italiani siano protagonisti senza limiti all'innovazione e al benessere. Proprio come una Grande Azienda, anche un Grande Stato investe e crea il substrato culturale perchè tutti si sentano responsabili dell'innovazione, della crescita, del benessere. Il ROI, manco a dirlo, è/sarebbe di tutti. Cioè dello Stato!

Mi perdonerete se mi abbandono ancora ad un paragone con il mondo delle Aziende.

Seth Godin utilizza una piramide per classificare il valore, il denaro, riconosciuto ai produttori di contenuti nell'industria dei media: dalla base (fatta di contenuti gratuiti), si arriva ai cosiddetti bespoke (contenuti davvero esclusivi e limitatissimi, unici), passando attraverso i contenuti di massa (un libro o un biglietto al cinema) e i limited (contenuti rari e più costosi di quelli di massa). L'abbattimento dei costi di produzione dei contenuti, tipico del mondo digitale, ha portato all'erosione dello strato dei mass content della piramide e all'allargamento senza limiti della base del free content. Come poter risolvere il problema senza mandare le aziende in bancarotta? La risposta è in un articolo di Andrew Davies, su idioplatform: bisogna monetizzare la comunità, non il contenuto.

Non voglio nemmeno qui dire che chi produce contenuti debba perseguire a tutti i costi un obiettivo sociale (per quanto, anche qui: sarebbe cosa buona e giusta!) ma non posso tacere del ruolo che lo Stato dovrebbe avere nella monetizzazione (sociale, non materiale. Che sempre un risvolto materiale ha, sia chiaro! Tutti dobbiamo mangiare!) della Comunità attraverso la distribuzione di ben determinati Contenuti, escludendone tassativamente alcuni altri.

Come siamo messi attualmente? Come si comporta lo Stato e come invece decidono di agire le Imprese Editoriali?

Lo Stato purtroppo, pone dei limiti a questo percorso tagliando, ad esempio, i fondi per l'Editoria Cooperativa.
Le Imprese Editoriali, dal canto loro, per non volersi dare un limite, per essere più popolari, limitano drasticamente il ruolo - in qualche modo sociale -  che avevano dichiarato di (voler) avere.


L'assunzione di responsabilità sociale e la consapevolezza del proprio ruolo dovrebbe essere cosa di tutti. E di tutti, Governanti e Governati, dovrebbe essere il contributo all'innovazione e al benessere di un ecosistema, lo Stato, che a tutti appartiene.

Il Digitale, la Rete è in potenza una tecnologia che oserei definire risolutiva. Non possiamo accettare e permetterci (e permettergli), quindi, di rappresentare soltanto una voce di costo. Siamo altro. Bisognerebbe che chiunque desideri di essere altro. Anche grazie alla Rete [e, quindi, bisognerebbe che chiunque pretenda la Rete].

In Italia, in ciò che rappresenta la modalità più significativa di relazioni Internet, i Social Network, siamo soltanto una piccola parte. L'obiettivo che il Governante deve avere e di farci essere di più, tutti. E meglio.

Prima ancora di arrivare alla distribuzione di Contenuti orientati alla Crescita, bisogna passare attraverso una operazione culturale (internetpertutti! che tanto mi ricorda uno dei miei progetti, poi purtroppo mai realizzati). Che renda, ad esempio, naturale e con gli stessi limiti che ci sono offline, il rapporto tra un'insegnante e i propri alunni.

Così quegli alunni, forse, un giorno, potranno proseguire su una strada che ancora in pochi, oggi, si assumono la meravigliosa responsabilità di percorrere.

Senza limiti! Con i limiti che la storia dovrebbe averci insegnato a rispettare!

sabato 3 dicembre 2011

Siamo tutti delle Pecore? #ilsabatodimdplab #4

C'è un modo scientifico e, al tempo stesso, poetico per definirci pecore. Ma non è di empatia che voglio parlare; perchè, a mio modesto avviso, c'è poco di empatico del fenomeno che sta coinvolgendo gli italiani in questo momento: Twitter!

Siamo davvero tutti pazzi per Twitter? Siamo davvero un gregge senza cervello che segue spinto da un acritico senso di appartenenza ad un mondo nel quale non si sa poi bene cosa fare? Oppure siamo guidati dal desiderio di discutere per informarci, conoscere e conoscerci, innovare e stare meglio? [questi gli elementi del WIKiD].

Ci sono comportamenti e pareri contrastanti sull'argomento.



Per chi non è pazzo di Twitter - Bauman sostiene che il Web e i Social Network hanno permesso a ciascun individuo di stare tra la gente senza dover sopportare il peso di rinegoziare i propri canoni sociali (individualizzati). Se da un lato, quindi, può infastidire che si muovano critiche interponendo un mezzo tra il critico e il criticato, dall'altro lato non trascurerei il fatto che, forse, senza quel mezzo, il critico e il criticato non sarebbero mai entrati in contatto; e che il critico, magari, non avrebbe mai azzardato una critica (scusatemi per i giochi di parole).

Per chi è pazzo di Twitter - Twitter sta diventando pop, dice Riccado Luna. Ma pop è anche il sito che balza al primo posto su Google. pop è tutto ciò che la persone vogliono e che alle persone, puntualmente, si cerca di dare. Non sono convinto, quindi, dell'autenticità e genuinità di questo fenomeno da parte di quei VIP che lo stanno generando (stanno pompando un'altra bolla!). Jovanotti, però, rappresenta (almeno per me) un'eccezione: da fare invidia ai migliori esperti la definizione concava e convessa dei Social Network (Bravo Lorenzo!).
Come dice Massimo Mantellini: "Il successo di Twitter [...] sembra passare attraverso una logica broadcast con una spruzzata di improbabile interazione: la piattaforma acquista valore ed attenzione non tanto nella costruzione di una ragnatela di rapporti interpersonali mediati da una sorta di sistema SMS allargato, ma attraverso la discesa in campo di una serie di emettitori forti, capaci di attirare l’attenzione del grande pubblico. Attorno ad essi cresce una vasta nuvola popolare di rimandi e brevi commenti, hashtag e replay di semplice esecuzione ma di modesto valore comunicativo [...].
Insomma, umanamente comprensibile il tecnoentusiasmo di chi vive il fenomeno da dentro, come twitteros; mi preoccupa, invece, il tecnoentusiasmo dell'esperto che osserva.

Per chi non riesco bene a collocare (alcuni miei VIP personali che hanno deciso di abbandonare FriendFeed) - Gianluca, Roberta, so benissimo che non vi frega niente di quello che posso pensare io sull'argomento, ma secondo me state sbagliando. Capisco la vostra scelta di volare via, ma l'abbandono di FriendFeed (cioè la - mia - dispensa giornaliera dei feed degli Amici) probabilmente sacrificherà molte interessanti discussioni che nella voliera blu sarà molto più complicato fare. Vi prego, lasciate almeno agganciato il vostro feed, se avrò da discutere con voi vi raggiungerò; ma senza feed sarà per me più faticoso sapere di voi!

Allargando il perimetro...

Per tanti il Social Network è un semplice veicolo di visite, di click, di inserzioni pubblicitarie, di soldi. Che risvolti hanno questi parametri in termini di crescita personale, sociale? Direi praticamente nessuno! Che impatto ci può essere, poi, se una tale strategia viene improvvisata? Deleterio (E, per questo, viva Twitter)! Che si parli di Aziende o di Persone (di VIP, per l'appunto) ha poca importanza: il discorso non cambia. I Guru parlano di Social Proof e di come mettere in moto il Gregge. Io dico di fare attenzione, di avere consapevolezza dello strumento, del mezzo: che non può e non deve trasformarsi in broadcast.

Consapevolezza, quindi. Quella che dovrebbe portare ciascuno di noi a non fare Like a Repubblica per leggere un articolo. Perchè il Like non può essere un indicatore da vendere ad un inserzionista, perchè il Like è qualcosa che costa in termini emotivi, perchè se anche pagassi col mio Like arriverei in un mondo chiuso, che non mi fa spaziare (gli articoli linkati di Repubblica non hanno un link che sia uno verso un sito esterno. E questa è la svolta Social di una testata giornalistica? Ma andiamo...).

E' proprio malinconica la realtà dell'Editoria, non c'è che dire. [E l'aiuto che si chiede al nuovo Governo sembra essere inascoltato] Me lo vedo PierLuca sconfortato alle parole del sottosegretario all'Editoria in un video pubblicato da Vittorio Pasteris. Davvero un brontosauro, questo Malinconico, che non riesce a vedere che le soluzioni ci sono. Ispirate, come dice lo stesso PierLuca alla "pubblica utilità e all'innovazione". E di pubblica utilità mi sembra anche la soluzione di una società francese che, a partire dal 2012, consentirà la stampa dei giornali variandone la composizione a seconda dei giorni, delle località e degli interessi delle varie fasce di lettori, producendo risparmi sia sui costi tipografici che sulla distribuzione (non troppo distante dall'idea di aided-browsing di un edicolante intelligente di qualche tempo fa).
Sui criteri il mio pensiero è abbastanza definito: sono quelli della crescita e del benessere abilitati dal e nel Modello Fotovoltaico.

Di sicuro non si cresce e non si sta bene dentro un gregge fatto di chi si improvvisa in un mestiere che non gli appartiene.