martedì 29 marzo 2011

Social Networking e Differenze tra Ceti


Dallo studio di Yahoo Research, Who Says What to Whom on Twitter [via], sintetizzato da Vincenzo Cosenza e Roberto Favini, risulta che l'attenzione rispetto agli argomenti e alle informazioni circolanti suTwitter sia un fenomeno sostanzialmente omofilo (ci si ascolta praticamente soltanto "tra pari"); emerge anche che circa il 50% delle informazioni provenienti dai media arrivano agli utenti attraverso uno strato diffuso di opinion leader. Un altro dato, tra i tantissimi altri, molto interessante è che le informazioni che hanno maggior vita sono quelle generate dai blogger e che hanno, come soggetto, principalmente musica e video.

Riassumendo: tra pari ci si parla moltissimo e le contaminazioni di ceto sono rare. Tuttavia, tramite degli intermediari di rango, gli argomenti che arrivano di più e che resistono di più al tempo, sono i contenuti musicali e video generati maggiormente da blogger.

Sarebbero diversi gli spunti di riflessione sui risultati di questa ricerca. Ve ne propongo qualcuno.

1. Omofilia. A quanto pare la contaminazione tra appartenenti a diversi ceti sociali è rara su Twitter (a conferma che le differenze tra l'online e l'offline sono molto meno nette di quanto si possa ritenere). Non è scontato si otterrebbero simili risultati ricercando in altri Network diversi con conversazioni aventi dinamiche diverse da quelle che hanno luogo in Twitter; tuttavia, esponendomi - per l'avvertenza appena data - al rischio di generalizzare, mi viene da dire: se è così difficile che si parlino due diversi ceti sociali online, come si può sperare che riescano a comunicare la casta online e quella offline? Come si può, cioè, pretendere di mettere in comunicazione gruppi residenti su piattaforme diverse se è già diffile che si parlino gruppi abitanti la stessa piattaforma? Per chi, come me, auspica l'azione di ambasciatori dell'online che portino le nostre istanze fuori dal mondo che abitiamo non è un bel messaggio!

2. Le Imprese. Come si può pensare, in un simile scenario (mi espongo ancora al rischio di sbagliare generalizzando), di mettere in contatto le Imprese con le Persone? Ce lo ha già spiegato molto bene Mafe nel suo libro (vediamo ora cosa ci dirà Marco Massarotto nel suo Social Network); con questo studio di Yahoo Research se ne può sintetizzare il senso in cinque parole: annullando la differenza di ceto. Stabilendo, cioè, contatti tra Persone e Persone e non tra Persone e Impresa (una prima azione: profilo personale e non aziendale soprattutto per le piccole imprese) [anche per cercare di riprodurre il più possibile quello che continua ad accadere maggiormente offline].


3. Le News. Lo studio dimostra che ci sono molti collegamenti tra i Media e il ceto dei Blogger con una fitta comunicazione reciproca in termini sia di tweet sia di re-tweet. Lo studio, come detto, rivela anche che i tweet dei Bloggers sono molto persistenti. I numeri, in buona sostanza, tenderebbero a dimostrare quanto efficace potrebbe essere percorrere la strada social per le notizie [multimediali] online e quanto opportuno sarebbe almeno sperimentare un modello che tenda a premiare ogni diffusore della notizia. Un premio riconosciuto sia ai Media che l'hanno generata (pagamento della notizia) sia ai Blogger (microguadagno per la condivisione), cioè sia alla Testata Giornalistica sia al Lettore nell'ambito di un ecosistema quanto più largo possibile visto come luogo di un processo che ne uscirebbe, così, incredibilmente dinamicizzato: la generazione di senso.

Commenti? Altri spunti?

Nota: ho utilizzato le definizioni di casta e ceto del libro di Alessandro Cavalli, Incontro con la Sociologia, secondo cui la Casta è un gruppo sociale al quale si appartiene in linea di principio esclusivamente per nascita; il Ceto, invece, è un raggruppamento di individui che hanno in comune un criterio di appartenenza socio-professionale.

sabato 26 marzo 2011

lo Spettro del Capitale e i Quotidiani Fotovoltaici

La ricerca del modello di business per i quotidiani online non può prescindere da un background culturale fatto non soltanto di economia ma anche, ad esempio, di sociologia. Una materia, quest'ultima, così vasta e dalle tante sfaccettature che aiuta a capire le macro-dinamiche che muovono le (forse sarebbe meglio dire "mosse dalle") persone. Quelle complicate entità che, nella società stessa, ricercano il soddisfacimento di un bisogno.

Tante ed entusiasmanti sono le letture che in questi ultimi tempi sto facendo. Uno dei filoni che sto seguendo è, per l'appunto, quello dell'economia e, in particolare, dell'economia della conoscenza (a dir la verità già intrapreso qualche anno fa].

Con questa nota voglio fissare un concetto (tra i tanti contenuti nel "Lo spettro del Capitale - per una critica dell'economia della conoscenza" di Sergio Bellucci e Marcello Cini) che, [mi] tornerà utile in futuro. Spero di fare cosa gradita anche a voi, sparuto gruppo di anime che seguite le avventure di questo laboratorio; se, invece, avete - comprensibilmente - il morale a terra per aver visto quanta roba ho scritto e siete impazienti
- qui vi capirei di meno :) - , vi rinvio alla fine di questo post (o articolo - fate come volete! - che ho messo in colore diverso perchè possiate rintracciarla con maggiore comodità) per un commento su una riflessione venuta fuori alla lettura dell'ultimo capitolo.


Ho maggiormente interiorizzato, divorando le pagine del saggio, che quella della consocenza è una economia in cui i beni scambiati sono immateriali e, viene da se', le regole che la governano sono necessariamente diverse. Prendo qui nota del fatto che:

  1. il bene materiale si deteriora con il tempo, il bene immateriale (e.g. conoscenza) no;
  2. nel ciclo produttivo della conoscenza anche l'incapacità di capire è un valore perchè stimola la produzione di senso. Nel ciclo produttivo materiale l'incapacità costa ed è da evitare/eliminare;
  3. in termini di ciclo economico, nella produzione di merci immateriali la novità sta nel fatto che gran parte delle materie prime risiede nel corpo sociale; per i beni materiali le cose non stanno allo stesso modo.

La critica degli autori parte dall'aver individuato nei cicli iterativi che definirei di discussione, non tanto una generazione di senso ma una generazione di consenso al consumo in una deriva capitalistica della conoscenza nei termini di un esproprio della conoscenza stessa e, conseguentemente, delle discussioni intorno ad essa.

Pur non condividendo in pieno questa teoria (ci sono tanti spazi, o in almeno un buon 20% di essi, in cui essa è evidentemente confutabile), non riesco ad essere in disaccordo con l'auspicio degli autori: bisogna discostarsi da una mera logica di domanda/offerta ed avviarsi verso una economia in cui i bisogni da soddisfare non si misurano più soltanto in denaro perchè sempre più contano il benessere spirituale e la felicità in una vera e propria economia relazionale e di scambio. La tecnologia ha abilitato queste dinamiche di relazione e scambio ma - continuano gli autori - invece di utilizzarla (soltanto? - la domanda è mia) per sostenere la domanda/offerta, dovrebbe essere sfruttata per rovesciare completamente il paradigma assecondando una spinta diversa che viene dal basso (come non pensare al ruolo che ha avuto ed ha la Rete nelle rivoluzioni in atto nel Mediterraneo?)

La critica del Capitalismo degli autori sta, quindi, nel suo (del Capitalismo) voler fare proprio ciò che, invece, dovrebbe essere considerato un bene comune e lasciato alla sua naturale evoluzione senza forzatura alcuna (dove per forzatura intendo una manipolazione finalizzata dalla brama del ricavo e del ritorno economico).

Non credo che gli autori auspichino un ritorno al baratto; non credo nemmeno che neghino l'Impresa.

Credo invece che abbiano una visione di lungo respiro che, individuando nella peer-production di beni (materiali e immateriali) la chiave di accesso al nuovo paradigma, restituisca a ciascun individuo, oltre che il diritto alla fruizione dei beni prodotti, anche un ruolo di responsabile apparteneza alla società.

Bellucci e Cini, che richiamano il modello di Capitalismo 3.0 di Barnes secondo il quale i beni comuni andrebbero affidati a dei Trust che poi agirebbero sul mercato, portano come esempio pratico di peer-production quello delle energie rinnovabili e del fotovoltaico (per il quale sappiamo delle sovvenzioni statali per la realizzazione degli impianti domestici e il guadagno riconosciuto per l'immissione in Rete dell'Energia prodotta in eccedenza).

In conclusione: in che termini può essere messa la questione nell'ambito della conoscenza, e quindi anche dei dati/notizia dei quotidiani online? Che tipo di legame si può individuare nella peer-production di un bene materiale quale è l'energia e in quella di un bene immateriale come il dato/notizia (verso la conoscenza)?

Il paragone [mi] sorge sponteneo (l'immagine aiuta più di quanto non si creda!):


  1. così come è ormai garantita (con grosso peso dello Stato) l'infrastruttura "Rete Elettrica Nazionale" e il trasporto del Bene "Energia", allo stesso modo dovrebbe essere garantita (con grosso peso dello Stato) l'infrastruttura "Rete Internet" e il trasporto del Bene "Dato/Notizia/Conoscenza";
  2. così come lo Stato incentiva i cittadini all'installazione dei pannelli fotovoltaici, lo Stato dovrebbe incentivare i cittadini all'acquisto di un Dato/Notizia su un Quotidiano Online (che quindi diventerebbe a pagamento) rivedendo di conseguenza le modalità di sovvenzione all'Editoria (su questo parallesismo sono consapevole di aver fatto una forzatura!);
  3. così come viene riconosciuto un "Guadagno" a chi re-immette nella infrastruttura "Rete Elettrica" il Bene "Energia", allo stesso modo dovrebbe essere riconosciuto un "Guadagno" a chi re-immette nella infrastruttura "Rete Internet" il Bene "Dato/Notizia/Conoscenza" (i.e. microguadagno a chi condivide un articolo online).

Vi torna?


martedì 22 marzo 2011

#culturadigitale in Terza C. Usciamo dal #kc2011


Mi sono all'improvviso ritrovato alla Terza C, con quello lì che non smetteva di dire a noi, comunissimi mortali, quanto fosse pieno il suo guardaroba di Jeans e Magliette alla Moda. A noi della moda non è che ci importasse più di tanto (magari anche perchè non volevamo si spendessero troppi soldi a casa) e nemmeno ci sognavamo di comprare un pantalone al mese. Quello lì invece...

Quello lì, con quel suo ostentare, riusciva ad alterare gli equilibri del nostro gruppetto e a marcare delle differenze. Poi c'era chi accusava il colpo di più e chi lo accusava di meno. Io credo mi collocassi più o meno a metà.

Sono tornato a quei tempi, leggendo Gianluca, e del suo consiglio di far portare in classe un PC ai "nostri bambini" per poter diffondere in questo modo la Cultura Digitale.

Sulla mia sensibilità alla diffusione della Cultura Digitale ho detto più volte. E ho sempre dato il benvenuto a tutte le iniziative. A volte, mio malgrado, sono stato io a fregare gli altri; altre volte la fregatura l'ho presa io!

Sono convinto che, per fare un certo tipo di discorso, sia necessario un background fatto di Pedagogia, Sociologia e - soprattutto - di esperienza nelle scuole. Voglio però cercare di esprimere quello che troppo sinteticamente cercavo di dire nella discussione creatasi su FriendFeed sul pezzo di Gianluca e che qui appresso riporto.



Ho davvero pensato, forse a torto, che una simile iniziativa possa in qualche modo aumentare un divario che mi verrebbe da definire anche di casta [prendendo la definizione di Alessandro Cavalli nel suo Incontro con la sociologia].

Non sono ovviamente un promotore di un "livellamento verso il basso" ma, davvero, sono convinto che sia lo Stato a doversi far carico di dotare (anche) le scuole di tecnologia digitale. Sono altrettanto convinto che questo passo sarà lontano dal compiersi - o, quantomeno, qualora fosse compiuto, sicuramente non sufficiente - se contestualmente [propedeuticamente!] non si sarà tutti dotati, per l'appunto, di una autentica Cultura Digitale.

Allo scopo credo occorrano contaminazioni positive, occorre che i protagonisti dei numerosi ed interessanti forum ne escano fuori e si facciano promotori di una dottrina nella quale credono (come ci credo io) fermamente; adottando, inoltre, un metodo che [basato, si, su fondamenta ovviamente condivise] vada oltre la consegna di un ultimatum o la raccolta di adesioni e pensieri in uno spazio che, rispetto a quello che c'è fuori, è ancora troppo stretto. [Una raccomandazione simile la facevo qualche anno fa a "quelli del Forum GT"]

E' tanto, ma non è abbastanza.

Quando due estati fa raccolsi i suggerimenti per il miglioramento di italia.it (dopo aver sperimentato la cosa a livello locale), avevo come obiettivo esattamente questo: far vedere che la Rete è utile, serve e che intorno ad essa le Persone sanno lavorare; diffondere la Cultura Digitale fuori da questo perimetro.

E la raccomandata inviata al Ministero voleva esprimere una contaminazione tra mondo analogico e mondo digitale. Due realtà, forse, ancora troppo distanti.

Probabilmente ho esagerato nel paragone della Terza C; è probabile anche che abbia travisato il pensiero di Gianluca ma, almeno, l'occasione è stata preziosa per ribadire ancora una volta il mio modesto punto di vista.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

P.S. per onestà devo ammettere che la mia Sezione era la B e non la C. Ma mi faceva gioco per il titolo e, soprattutto, per l'immagine :)


sabato 19 marzo 2011

[OT, ma anche no]

l'acqua e l'energia si faranno più scarse, il clima verrà posto in pericolo, le disuguaglianze e le frustrazioni si aggraveranno, i confilitti si moltiplicheranno, si innescheranno grandi movimenti di popolazioni. Il mondo diverrà provvisoriamente policentrico, un "iperimpero", controllato da una striminzita decina di potenze regionali

seguirà un periodo di "iperconflitto" caratterizzato da scontri drammatici,catastrofi ecologiche e umanitarie

Ci batteremo per il petrolio, per l'acqua, per conservare un territorio, per lasciarlo, per imporre una fede, per combatterne un'altra, per distruggere l'Occidente, per far prevalere i csuoi valori. Prenderanno il potere dittature militari, confondendo eserciti e polizie.


Infine, tuttavia,

a meno che l'umanità non scompaia prima sotto un diluvio di bombe, nè l'impero americano, nè l'iperimpero, nè l'iperconflitto, saranno più tollerabili.
Nuove forze altruiste e universaliste, già attive oggi, prenderanno il potere a livello mondiale, sotto l'impero di una necessità ecologica, etica, economica, culturale e politica. Queste forze condurranno progressivamente a un nuovo equilibrio, questa volta planetario, tra il mercato e la democrazia: l'"iperdemocrazia". Istituzioni mondiali e continentali, organizzeranno allora, grazie a nuove tecnologie, la vita collettiva. Porranno dei limiti all'artefatto commerciale, alla modificazione della vita e alla valorizzazione della natura, favoriranno la gratuità, la responsabilità. l'accesso al sapere. Renderanno possibile la nascita di un'"intelligenza universale", mettendo in comunicazione le capacità creatrici di tutti gli esseri umani, per superarle.



Si svilupperà una nuova economia, detta "relazionale", producendo servizi senza cercare di trarre profitti, in concorrenza con il mercato.


da Breve storia del futuro di Jacques Attali

venerdì 18 marzo 2011

New York Times Digital Subscription Plan. Staremo a vedere!


Come ormai "tutti" sapete, a partire dal 28 Marzo, il New York Times online diventerà a pagamento. Esisterà un limite massimo di venti articoli gratuiti su base mensile, cinque giornalieri se i visitatori arrivano da Google; nessun limite, invece, per i visitatori che arrivino da siti di Social Networking come Facebook o Twitter.

Non riesco a prevedere cosa potrà accadere; per la mancanza di limiti per i visitatori da Social Network (per quanto, come dirò, non mi è del tutto chiaro il meccanismo) non è nemmeno scontato, a mio parere, che assisteremo ad un calo dei visitatori. In ogni caso, però, considerando le reazioni dei lettori [via], non c'è da stare tranquilli.

Sarebbe troppo bello credere ad una esclusiva missione sociale di quella che è, come gran parte delle iniziative editoriali, un'Impresa il cui obiettivo principale è quello di far soldi. Ma la scelta social conferma almeno la sensibilità a dinamiche che non ritengo possano essere ignorate.

La costruzione di senso intorno ad un articolo su una piattaforma sociale è quindi, per il NYT, un fenomeno per il quale viene prevista una logica di premio.

Mi sfugge, però, una cosa: escludendo dal ragionamento le visite provenienti, ad esempio, dallo spazio Facebook del New York Times, dov'è il premio per chi ha segnalato l'articolo?

Mi sbaglierò e, in tal caso, vi prego di correggermi, ma è come se si fosse di fronte ad una distorta implementazione del modello microearning in cui guadagna, giustamente, chi segnala e non chi beneficia della segnalazione! Una distorsione che, poi, assumerebbe proporzioni considerevoli considerando le scappatoie già proposte in Rete [via] che, credo, non faranno altro che falsare i giochi.

Staremo a vedere!



sabato 12 marzo 2011

Impaginazione e Grafica, per cominciare!


I Tweet giornalieri [da me maldestramente fotografati, me ne scuso!] in una delle pagine di Repubblica dedicate al disastro del Giappone dimostrano quanto incisiva sia la notizia quando è fatta di sensazioni ed emozioni in presa diretta, da parte di chi ha vissuto e sta vivendo ancora da dentro ciò che poi diventa notizia. Un Tweet stampato, un po' come un video embedded in un articolo.

Almeno questa è stata la mia personale sensazione/riflessione aprendo il quotidiano stamattina: i Tweet sono state le prime cose che ho letto, oltre alle didascalie delle varie immagini.

Pur con molta difficoltà, mi sono staccato un attimo dal contenuto e ho cercato di capire il mio approccio alla lettura.

Per me la notizia iniziava da quei tweet e proseguiva negli approfondimenti (cos'è uno tsunami, come sono costruiti gli edifici in Giappone e perchè non crollano, gli effetti nello scenario internazionale di quanto accaduto). I Tweet hanno rappresentato per me la notizia nuda, ciò che la natura concede e che deve essere gratuito.

Cosa può aver pagato un lettore acquistando il cartaceo di Repubblica stamattina? Azzardo un elenco assolutamente non esaustivo:

  1. la selezione dei Tweet;
  2. il commento all'accaduto e gli approfondimenti;
  3. l'impaginazione che ne ha permesso una opportuna fruizione

Cosa c'è sul Cartaceo che sulla versione Online di Repubblica è più difficile e meno immediato [ri]trovare?

  1. la selezione dei Tweet? E' probabile visto che Repubblica usa pubblicare l'elenco secondo un hashtag;
  2. il commento all'accaduto e gli approfondimenti? No, questi sono anche online anche se non presentati allo stesso modo (sul cartaceo ci sono un paio di belle figure che online non ho trovato);
  3. l'impaginazione che ne ha permesso una opportuna fruizione? In effetti, per quanto l'usabilità del sito di Repubblica non sia male, giocare con i link da un articolo ad un altro è sicuramente meno comodo che avere il colpo d'occhio delle due pagine aperte.
Cosa si può evincere da questa analisi? Beh, per iniziare, che probabilmente una impaginazione [si chiama layout?] diverso e la presenza di più informazioni grafiche potrebbero rendere maggiormente appetibile il prodotto Online.

Stop Cyber Censorship



[via]

giovedì 10 marzo 2011

Zite: un paper.li interattivo e gratuito

Da USA Today ho appreso di una nuova iniziativa editoriale, Zite. Dovrebbe essere partita ieri.

L'applicazione per iPad (il download è gratuito) permette di costruire il proprio quotidiano personale aggregando contenuti dal proprio account Twitter. A prima vista sembra qualcosa di molto simile a paper.li anche se Zite garantisce più interattività. Ed in questo la tecnologia touch credo aiuti molto.



Un esperimento a mio parere molto interessante [i dubbi sulla diffusione della tecnologia ovviamente restano] soprattutto considerandone la gratuità, la capability di abilitare la costruzione personale della/e notizia/e e - ripeto - l'interattività.

In questo caso non si corre nemmeno il rischio della carta stampata: nonostante una diffusione potenziale attualmente bassa, i costi di stampa sono nulli.

Apparati, Formaggi, Libri e Comunicazione [Interna ed Esterna]

Il mio lavoro mi ha portato in questi giorni ad Amsterdam all'ATC Global 2011; per diletto e per passione, invece, in quest'ultimo anno sono stato a Torino al Salone Internazionale del Libro e al Salone Internazionale del Gusto.

Ciò che lega questi appuntamenti sono la presenza di stand e l'opportunità di seguire seminari e partecipare a workshop. Altrettanto evidenti sono le differenze.



Gli espositori dell'ATC Global sono le industrie del cosiddetto ATC (Air Traffic Control) e gli enti governativi (per l'Italia c'era ENAV - mamma mia quant'è brutto il sito!). Si tratta di una fiera che definirei del B2B.



I Saloni del Libro e del Gusto, invece, sono anche B2C (ho acquistato direttamente negli stand formaggi e libri!)

Mentre oggi, tra un seminario e l'altro, mi aggiravo tra gli stand di Boing o Airbus facevo delle riflessioni che, sicuramente, avevano (ed hanno) un impianto sbagliato ma che mi hanno portato ad una conclusione difficilmente confutabile.

Parlo di impianto sbagliato perchè è vero, è sbagliato paragonare una fiera B2B ad una B2C; è altrettanto sbagliato paragonare un apparato da installare nella cabina pilotaggio di un aereo ad un formaggio o un libro; conseguentemente è del tutto fuori luogo mettere sullo stesso piano un Customer di Airbus e un Cliente di un caseificio svizzero.

Ma ciò che è evidente è quanta differenza passi tra il formalismo della giacca e cravatta di un Sales Manager e il calore dell'accoglienza di un maestro formaggiaio e parannanza annessa.

Così come è altrettanto evidente la differenza tra la freddezza con cui l'uomo dalle mani curate descrive il suo Prodotto e la passione con cui l'altro, che le mani curate non ha, ne offre un pò del suo (Prodotto) prima di convincere il fortunato assaggiatore ad un conveniente acquisto.

Di fronte a tali (scontate) verità ho riflettuto sulle ragioni di queste diversità di approccio alla Persona (il Customer o il Cliente) e di atteggiamento (freddezza e calore). All'ATC Global è come se le Persone agli Stand conoscessero poco l'oggetto che avevano il compito di descrivere e vendere; al Salone del Gusto e alla Fiera del Libro, invece, chi vendeva, il Prodotto, lo conosceva benissimo (il maestro formaggiaio aveva le mani unte; di alcuni libri mi è capitato di ascoltare la presentazione dell'autore; di un altro ho addirittura l'autografo).

Da cosa potrebbe dipendere la mancata conoscenza di un prodotto presentato ad una B2B con la conoscenza di un prodotto venduto ad una B2C (sono convinto che questa non sia la regola)? La mia risposta è: una deficitaria (o assente) comunicazione interna.

Questo ragionamento, fatto partendo dall'evidenza e concluso su un punto sicuramente discutibile [perchè sono consapevole che l'approccio alla persona e l'atteggiamento fatti di formalismo e freddezza di una grande azienda che firma contratti per svariati milioni di euro siano opportuni e necessari; così come sono convinto che non sia una regola avere in uno stand di una fiera B2B un Vendiore che non conosce ciò che vende] mi serve come strumento per affermare un concetto (banale solo nella teoria):

se non funziona la comunicazione interna, si è condannati (quantomeno) a fare più fatica nella comunicazione verso l'esterno. E non sono certo io a dover dire delle conseguenze di una fallimentare strategia di comunicazione esterna.


Di un'altra cosa sono certo: in una società come la nostra basata sulla conoscenza, e che (quindi) sulla conoscenza stessa basa l'economia, quanto meglio potrebbero andare le cose se il travaso di informazioni, dati e (per l'appunto) conoscenza tra Reparti, fosse più sistematico e fluido di quanto invece (in media) non sembra essere!

martedì 8 marzo 2011

(iper)locale. Il fallimento di TBD negli Stati Uniti

Dopo un caso di successo, ecco un caso di insuccesso!



  • Audience piccola
  • Spese grandi
  • Ricavi piccoli
  • Perdite grandi

Sarebbero queste le cause del ridimensionamento del progetto TBD, la testata giornalistica (iper)locale americana che copre la zona di Washington [via].

Da diverso tempo, in questo spazio, sostengo che, per le testate giornalistiche (iper)locali (intendendo con iperlocale una testata con un bacino di utenza ridottissimo: ad esempio 10000 persone come gli abitanti del mio Paese in cui il mensile locale va benissimo!), la via che attualmente può avere successo è quella del cartaceo. [A sostegno di questa tesi anche qualche numero]

Non mi meraviglia, quindi, che un progetto (iper)locale sul Web fallisca. Ma fanno riflettere le cause, soprattutto quando vengono così inesorabilmente elencate e sintetizzate.

Di sicuro l'audience piccola è una caratteristica di qualsiasi pubblicazione (iper)locale e non può essere considerato un problema: è una condizione di partenza ineliminabile.

Dando poi uno sguardo a TBD, mi sembra che il progetto sia sovradimensionato: ci sono troppe cose e il sito mi sembra addirittura dispersivo, troppo multimediale visto che c'è anche un canale video. E' realmente necessario? Stando ai dati e alle esigenze di tagli dei costi, direi di no.

Non sapremo mai cosa succederebbe se una più semplice edizione cartacea di TBD (solo testo e foto) avebbe successo oppure no. Quel che è certo è che sul Web, anche a Washington, l'(iper)locale non sembra funzionare.

E' vero, AOL ha investito su Patch di cui conosciamo il successo. Ma la domanda, già posta a suo tempo, è: quanto (iper)locale è Patch?