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lunedì 4 febbraio 2013
l'Ultimo Baluardo
La deriva liquida teorizzata da Bauman è la dinamica che ha portato all'indebolimento dei legami forti e delle istituzioni familiari. Con questa lente di ingrandimento ho provato a leggere la notizia secondo cui Tumblr è diventata la piattaforma preferita dai più giovani.
Ho sempre creduto che Facebook e i social network avessero giocato un ruolo importantissimo nell'arginare il fenomeno teorizzato dal sociologo polacco, ma il successo di Tumblr impone una riflessione. Facebook ha mai svolto questo ruolo? Se si, Facebook sta ora fallendo questa missione?
"Sarà pur vero che Tumblr è una perfetta via di mezzo (nè blog, nè Twitter) che predilige e, al tempo stesso, asseconda una propensione visuale" evidentemente di tendenza; ma Tumblr è una piattaforma intrinsecamente antisocial e, pur favorendo la condivisione, di sicuro non stimola la conversazione.
Il successo di Tumblr tra i più giovani potrebbe, quindi, essere indice di una dinamica di liquefazione mai arrestatasi e Facebook, più che deterrente, avrebbe rappresentato l'ultimo baluardo ormai prossimo alla caduta.
Immagine Wikipedia
martedì 22 gennaio 2013
Condominio Facebook
Qualche tempo fa, Joi Ito, Director del MIT Media Lab, diceva che l'innovazione is on the Edges, ai bordi, nelle regioni periferiche del nostro campo visivo, nascosta da ciò che il nostro cervello, spesso sbagliandosi, crede invece ci sia. Ito diceva anche che quello che è realmente importante per il futuro della scienza e della tecnologia, per la società, è che le persone hanno bisogno di avere la libertà di avere la visione periferica.
Ed è sui bordi, dove appunto Ito dice si trova l'innovazione, che penso si possa vivere la vertigine di Jovanotti, quella che "non è paura di cadere ma voglia di volare". Una senzazione che conosce solo chi è più curioso di ciò che non sa, che sedotto da quello che è già sicuro di sapere; che sperimenta soltanto chi è più interessato al nuovo, che rassicurato dal vecchio.
Solo "stando collegati, vivendo d'un fiato, stendendosi sul burrone e guardando giù", camminando sui bordi, quindi, si può innovare e prepararsi il benessere: l'innovazione tecnologica, quella politica, per fare due esempi, quando saranno state davvero agite, porteranno - il condizionale è del pessimista - ad uno stato di grazia in cui "si vivrà meglio".
Ora guardate questi due brevissimi video.
- Hands on Facebook Graph Search (via, via)
- Introducing Facebook Graph Search (via)
È probabile che, così come mi è venuta, l'associazione sia ardita ma...volete spiegarmi cosa ha di buono la Graph Search di Facebook? Se la conosceremo come è presentata in questi due video, Graph Search farà di Facebook un condominio e Google, a confronto, sarà davvero l'universo.
Cosa mai potrebbe dire Eli Pariser?
Per come l'ho capita io, la Graph Search ci allontana dai bordi, cioè (almeno) dall'innovazione, cioè (secondo me anche) dal benessere. Se non altro per come ho inteso il benessere io in questa riflessione.
Immagine Elisa Carriero
Ed è sui bordi, dove appunto Ito dice si trova l'innovazione, che penso si possa vivere la vertigine di Jovanotti, quella che "non è paura di cadere ma voglia di volare". Una senzazione che conosce solo chi è più curioso di ciò che non sa, che sedotto da quello che è già sicuro di sapere; che sperimenta soltanto chi è più interessato al nuovo, che rassicurato dal vecchio.
Solo "stando collegati, vivendo d'un fiato, stendendosi sul burrone e guardando giù", camminando sui bordi, quindi, si può innovare e prepararsi il benessere: l'innovazione tecnologica, quella politica, per fare due esempi, quando saranno state davvero agite, porteranno - il condizionale è del pessimista - ad uno stato di grazia in cui "si vivrà meglio".
Ora guardate questi due brevissimi video.
- Hands on Facebook Graph Search (via, via)
- Introducing Facebook Graph Search (via)
È probabile che, così come mi è venuta, l'associazione sia ardita ma...volete spiegarmi cosa ha di buono la Graph Search di Facebook? Se la conosceremo come è presentata in questi due video, Graph Search farà di Facebook un condominio e Google, a confronto, sarà davvero l'universo.
Cosa mai potrebbe dire Eli Pariser?
Per come l'ho capita io, la Graph Search ci allontana dai bordi, cioè (almeno) dall'innovazione, cioè (secondo me anche) dal benessere. Se non altro per come ho inteso il benessere io in questa riflessione.
Immagine Elisa Carriero
martedì 8 gennaio 2013
Ipotesi sul perchè si parla poco di Politica Online su @pioneroIT
L'ultima indagine Demos (via Repubblica.it con approfondimento qui) sul coinvolgimento politico degli italiani online, dice che soltanto cinquanta italiani online su cento si informano e discutono di politica in Internet. Quali le possibili ragioni? Ne propongo qualcuna:
- gli italiani utilizzano i media anche come consulenti d'acquisto
- sui social network si discute anche di altro, come ci dice anche la nostra personale esperienza quotidiana sui fari Facebook e Twitter
- i politici, almeno per ora, stanno soltando improvvisando
- i canali di informazione, evidentemente, non riescono a coinvolgere i lettori cittadini
Su Pionero.it ho cercato di indagare meglio su queste ipotesi.
venerdì 4 gennaio 2013
gli Impatti del Giornalismo
Che impatto ha il giornalismo? Che cosa significa effettuare una misura dell'impatto del lavoro giornalistico? Quali le ragioni per farlo? Quali i metodi? LSDI propone la traduzione di un articolo molto interessante di Jonathan Stray del Nieman Journalism Lab. Di seguito vi propongo i brani salienti con delle note personali che mi piacerebbe fossero integrate e discusse.
- [O come] Ethan Zuckerman spiega in un suo interessante post su metriche e impatto civile, “misurare quante persone leggono un articolo è qualcosa che ogni amministratore di rete dovrebbe essere in grado di fare. Ma audience non è la stessa cosa di impatto’’. Non solo, in qualche caso non è detto che un pubblico più ampio sia una cosa migliore: ma potrebbe non essere sempre utile che si tratti di un pubblico ampio, per alcune storie potrebbe essere meglio avere un pubblico particolare ma in un determinato momento.
- Nell’ era pre-Internet, non c’era modo di sapere cosa accadeva ad un articolo dopo la sua pubblicazione, e la questione sembra essere stata, per molto tempo, per lo più ignorata. Chiedersi se ci siano stati degli effetti insinua l’ idea che il compito del giornalismo non sarà completo fino a quando una notizia non avrà cambiato qualcosa nei pensieri o nelle azioni di chi l’ ha letta.
Non sto dicendo che ogni media dovrebbe preoccuparsi, sul piano industriale, del monitoraggio di come evolve la conoscenza pubblica. Questo è solo uno dei tanti modi possibili per definire l’ effetto del giornalismo, ma potrebbe avere senso solo per certi servizi, e farlo regolarmente comporterebbe la creazione di strumenti alternativi e a basso costo alle grandi istituzioni di ricerca pubbliche. Ma credo che sia utile lavorare su quello che sarebbe necessario. Il punto è definire il successo del giornalismo sulla base di quello che fa il cittadino, e non sulle esigenze dell’ editore.
NOTA: Fausto Pellegrini, riporta nel suo libro La bisaccia del giornalista (qui la "colonna sonora"), la definizione di notizia: una notizia è tutto ciò che cambia lo status quo del mondo in cui si vive, viene riportata come tale e trova un contesto, un pubblico, che come tale la riconosce. Pellegrini, poi, dimostra come la scelta di quello che si deve pubblicare, l'oggetto dell'informazione inteso anche come elemento/oggetto dell'agenda setting, non sia sempre guidata dallo spirito di servizio che l'editore/giornalista dovrebbe avere; si tratta di una dinamica che già conosciamo, nella quale siamo già immersi, in cui l'esigenza dell'editore è quella di fabbricare un consenso a favore del padrone di turno.
La notizia dovrebbe essere una denuncia e, quindi, produrre a sua volta un ulteriore cambiamento della realtà. Così l'agenda setting avrebbe senso di esistere.
- Non tutti gli effetti devono essere espressi in numeri, e in una varietà di campi si è giunti alla conclusione che le descrizioni narrative sono ugualmente importanti. Si tratta ancora di dati, ma qualitativi (notizie), invece che quantitativi (numeri). Comprendono commenti, reazioni, ripercussioni, gli sviluppi successivi alla notizia, interviste correlate, e molte altre cose che sono potenzialmente significative, ma non facilmente identificabili. La cosa importante è raccogliere queste informazioni in modo affidabile e sistematico, o non si sarà in grado di fare confronti in futuro.
- A volte può essere molto rilevante chiedersi quali siano le scelte politiche in un atto di giornalismo, e l’ idea di una assoluta neutralità è quindi una palese contraddizione se riteniamo che il giornalismo sia importante per la democrazia. Poi c’ è la convinzione che i media abbiano finito il loro lavoro appena un articolo viene pubblicato. Ma questo significa fermarsi ben al di sotto del lettore e confondere la causa con l’ effetto.
NOTA: ancora Fausto Pellegrini dice che il giornalista deve essere di parte e, come strumento del dettato costituzionale, difendere i più deboli.
La partecipazione delle testate, degli autori, alle conversazioni che si sviluppano in Rete, sarebbe un buon metodo per misurare il grado di conoscenza non soltanto dei lettori, ma dell'autore stesso. È infatti la discussione che crea la conoscenza dell'oggetto dell'informazione di tutti gli attori coinvolti.
Il rischio che si corre è di vedere le piattaforme social (Twitter in primis, ma anche Facebook) ancora come megafoni broadcast. La speranza, invece, è di assistere davvero ad un rovesciamento di paradigma in cui, finalmente, anche i cittadini/lettori siano protagonisti ricompensati di una dinamica ancora tutta da esplorare, promuovere e (per l'appunto) misurare. Il Modello Fotovoltaico è una delle possibili strade.
- In generale, una redazione dovrebbe avere una banca dati integrata che collega ogni articolo e servizio con indicatori sia quantitativi che qualitativi di impatto: contenere degli appunti su ciò che è accaduto dopo che la storia è stata pubblicata, insieme alla raccolta di analisi, commenti, link , social media, discussioni e altre reazioni che quel servizio ha generato. Con un insieme così ampio di dati si avrebbe la possibilità di capire non solo di che cosa e come il giornalismo viene fatto, ma anche il modo migliore per valutarlo in futuro. In fondo non è così difficile cominciare. Ogni redazione ha delle forme di analisi dei contenuti e alla fine bastano una serie di note su un foglio di calcolo per monitorare gli effetti qualitativi.
NOTA: Ora si fa riferimento alle visite e, conseguentemente, non sempre si riesce a farsi interpreti di ciò che è importante; si da rilievo soltanto a ciò che interessa (logica, assolutamente non orientata all'impegno civile, del Content MarketPlace). Ecco perchè il Modello Fotovoltaico, prevede che il finanziamento venga concesso soltanto per determinate tipologie di notizia. Il Gossip, per intenderci, non avrebbe diritto al finanziamento (con la bussola dell'impegno civile, quale mai potrebbe essere l'effetto di una notizia di Gossip?).
Immagine: Sidereus Nuncius
- [O come] Ethan Zuckerman spiega in un suo interessante post su metriche e impatto civile, “misurare quante persone leggono un articolo è qualcosa che ogni amministratore di rete dovrebbe essere in grado di fare. Ma audience non è la stessa cosa di impatto’’. Non solo, in qualche caso non è detto che un pubblico più ampio sia una cosa migliore: ma potrebbe non essere sempre utile che si tratti di un pubblico ampio, per alcune storie potrebbe essere meglio avere un pubblico particolare ma in un determinato momento.
- Nell’ era pre-Internet, non c’era modo di sapere cosa accadeva ad un articolo dopo la sua pubblicazione, e la questione sembra essere stata, per molto tempo, per lo più ignorata. Chiedersi se ci siano stati degli effetti insinua l’ idea che il compito del giornalismo non sarà completo fino a quando una notizia non avrà cambiato qualcosa nei pensieri o nelle azioni di chi l’ ha letta.
Non sto dicendo che ogni media dovrebbe preoccuparsi, sul piano industriale, del monitoraggio di come evolve la conoscenza pubblica. Questo è solo uno dei tanti modi possibili per definire l’ effetto del giornalismo, ma potrebbe avere senso solo per certi servizi, e farlo regolarmente comporterebbe la creazione di strumenti alternativi e a basso costo alle grandi istituzioni di ricerca pubbliche. Ma credo che sia utile lavorare su quello che sarebbe necessario. Il punto è definire il successo del giornalismo sulla base di quello che fa il cittadino, e non sulle esigenze dell’ editore.
NOTA: Fausto Pellegrini, riporta nel suo libro La bisaccia del giornalista (qui la "colonna sonora"), la definizione di notizia: una notizia è tutto ciò che cambia lo status quo del mondo in cui si vive, viene riportata come tale e trova un contesto, un pubblico, che come tale la riconosce. Pellegrini, poi, dimostra come la scelta di quello che si deve pubblicare, l'oggetto dell'informazione inteso anche come elemento/oggetto dell'agenda setting, non sia sempre guidata dallo spirito di servizio che l'editore/giornalista dovrebbe avere; si tratta di una dinamica che già conosciamo, nella quale siamo già immersi, in cui l'esigenza dell'editore è quella di fabbricare un consenso a favore del padrone di turno.
La notizia dovrebbe essere una denuncia e, quindi, produrre a sua volta un ulteriore cambiamento della realtà. Così l'agenda setting avrebbe senso di esistere.
- Non tutti gli effetti devono essere espressi in numeri, e in una varietà di campi si è giunti alla conclusione che le descrizioni narrative sono ugualmente importanti. Si tratta ancora di dati, ma qualitativi (notizie), invece che quantitativi (numeri). Comprendono commenti, reazioni, ripercussioni, gli sviluppi successivi alla notizia, interviste correlate, e molte altre cose che sono potenzialmente significative, ma non facilmente identificabili. La cosa importante è raccogliere queste informazioni in modo affidabile e sistematico, o non si sarà in grado di fare confronti in futuro.
- A volte può essere molto rilevante chiedersi quali siano le scelte politiche in un atto di giornalismo, e l’ idea di una assoluta neutralità è quindi una palese contraddizione se riteniamo che il giornalismo sia importante per la democrazia. Poi c’ è la convinzione che i media abbiano finito il loro lavoro appena un articolo viene pubblicato. Ma questo significa fermarsi ben al di sotto del lettore e confondere la causa con l’ effetto.
NOTA: ancora Fausto Pellegrini dice che il giornalista deve essere di parte e, come strumento del dettato costituzionale, difendere i più deboli.
La partecipazione delle testate, degli autori, alle conversazioni che si sviluppano in Rete, sarebbe un buon metodo per misurare il grado di conoscenza non soltanto dei lettori, ma dell'autore stesso. È infatti la discussione che crea la conoscenza dell'oggetto dell'informazione di tutti gli attori coinvolti.
Il rischio che si corre è di vedere le piattaforme social (Twitter in primis, ma anche Facebook) ancora come megafoni broadcast. La speranza, invece, è di assistere davvero ad un rovesciamento di paradigma in cui, finalmente, anche i cittadini/lettori siano protagonisti ricompensati di una dinamica ancora tutta da esplorare, promuovere e (per l'appunto) misurare. Il Modello Fotovoltaico è una delle possibili strade.
- In generale, una redazione dovrebbe avere una banca dati integrata che collega ogni articolo e servizio con indicatori sia quantitativi che qualitativi di impatto: contenere degli appunti su ciò che è accaduto dopo che la storia è stata pubblicata, insieme alla raccolta di analisi, commenti, link , social media, discussioni e altre reazioni che quel servizio ha generato. Con un insieme così ampio di dati si avrebbe la possibilità di capire non solo di che cosa e come il giornalismo viene fatto, ma anche il modo migliore per valutarlo in futuro. In fondo non è così difficile cominciare. Ogni redazione ha delle forme di analisi dei contenuti e alla fine bastano una serie di note su un foglio di calcolo per monitorare gli effetti qualitativi.
NOTA: Ora si fa riferimento alle visite e, conseguentemente, non sempre si riesce a farsi interpreti di ciò che è importante; si da rilievo soltanto a ciò che interessa (logica, assolutamente non orientata all'impegno civile, del Content MarketPlace). Ecco perchè il Modello Fotovoltaico, prevede che il finanziamento venga concesso soltanto per determinate tipologie di notizia. Il Gossip, per intenderci, non avrebbe diritto al finanziamento (con la bussola dell'impegno civile, quale mai potrebbe essere l'effetto di una notizia di Gossip?).
Immagine: Sidereus Nuncius
sabato 15 dicembre 2012
il Terzo Incomodo #ilsabatodimpdlab #50
Gigi Cogo chiede un commento sulla questione del Guardian che chiude l'esperienza della sua "social reading app" con Facebook.
In questo scenario, che è soltanto uno spicchio dell'ecosistema informativo in cui siamo immersi, sono due, anzi tre, gli attori in gioco: (1) il produttore di contenuti, l'editore (nel caso specifico il Guardian); (2) il piattaformaro (Facebook) e (3) le persone che, attraverso la piattaforma, fruiscono dei contenuti. Se ho bene inteso, la negoziazione di cui parla Gigi Cogo, è quella che avviene tra i primi due, tra produttore e piattaformaro, secondo delle logiche - quelle del profitto - che tagliano completamente fuori dalla scena le persone. Logiche che, quindi, sembrerebbero non curarsi di questioni importanti come: Cosa è meglio per le persone? Come si può instradarle in un percorso di crescita verso la conoscenza (e oltre)?
Luca De Biase riporta che, al Guardian, non andrebbe tanto a genio il meccanismo secondo cui, ad essere valorizzati, siano soltanto i contenuti più popolari (nella filter bubble la conoscenza è un taboo). Una nobile causa, questa, difesa da un editore per gli interessi dei suoi lettori; ma il condizionale usato da De Biase mi fa riflettere: magari al Guardian, semplicemente, non conviene più lasciare il controllo dei propri contenuti a Facebook continuando a tenere attiva un'app che, da qualche mese a questa parte, con un fenomeno che sembra aver interessato anche il Washington Post, ha stufato e infastidito i Facebookeros (per ragioni che, francamente, non capisco: quella della frictionless sharing è o no una pratica che autorizziamo utilizzando l'app? Morozov - via - quando parla di pedinamento di Facebook, secondo me fa del populismo).
Ma non lo so dire.
Non so nemmeno dire se le piattaforme potrebbero reggersi in piedi anche solo con gli UGC. In tema di citizen journalism, d'altra parte, penso: non sono forse gli stessi UGC che fanno notizia? Messa in questi termini (le cose, in effetti, non stanno esattamente così), la parte del leone, la farebbe sicuramente la piattaforma. Anche da un punto di vista economico. E, quindi, il piattaformaro, che interesse potrebbe avere a negoziare?
La mia visione - ristretta al breve termine oltre che e da un background che da ampliare - è che non ci sarà nessun negoziato. Saranno gli editori a dover cedere, a meno di scelte diverse di cui PierLuca Santoro ha più volte disquisito nel suo spazio.
La speranza che ho, invece, è che tali negoziati ci siano, purchè al centro di ogni trattativa venga posto il Cittadino, il lettore (mi piacerebbe, cioè, prevalesse più la logica secondo cui tra i due litiganti il terzo gode che quella del terzo incomodo). Perchè gli UGC saranno pure diventati importanti ma, e qui credo di interpretare parte dell'ampia riflessione di Gigi (che, infatti, parla, più in generale di cloud), è il lavoro giornalistico, funzionale al cammino dei Cittadini/Lettori verso la conoscenza, ad attribuirgli senso e contestualizzarli.
Ma, in realtà, all'editore, quanto interessa questo tipo di valore del lavoro giornalistico?
Aggiornamento del 16 Dicembre
PierLuca Santoro offre il suo (professionale) punto di vista sulla questione. Ecco due passi importanti:
- Sulla scelta del Guardian, e di altre testate, di percorrere la strada dei Social Reader (su cui aveva già scritto a suo tempo):
Aggiornamento del 17 Dicembre
Riccardo Polesel, che ringrazio per la citazione, fa il punto della situazione. Ecco un passaggio della sua riflessione:
Segnalo anche il lunghissimo resoconto su linkiesta di Paolo Bottazzini, che conclude in questo modo:
In questo scenario, che è soltanto uno spicchio dell'ecosistema informativo in cui siamo immersi, sono due, anzi tre, gli attori in gioco: (1) il produttore di contenuti, l'editore (nel caso specifico il Guardian); (2) il piattaformaro (Facebook) e (3) le persone che, attraverso la piattaforma, fruiscono dei contenuti. Se ho bene inteso, la negoziazione di cui parla Gigi Cogo, è quella che avviene tra i primi due, tra produttore e piattaformaro, secondo delle logiche - quelle del profitto - che tagliano completamente fuori dalla scena le persone. Logiche che, quindi, sembrerebbero non curarsi di questioni importanti come: Cosa è meglio per le persone? Come si può instradarle in un percorso di crescita verso la conoscenza (e oltre)?
Luca De Biase riporta che, al Guardian, non andrebbe tanto a genio il meccanismo secondo cui, ad essere valorizzati, siano soltanto i contenuti più popolari (nella filter bubble la conoscenza è un taboo). Una nobile causa, questa, difesa da un editore per gli interessi dei suoi lettori; ma il condizionale usato da De Biase mi fa riflettere: magari al Guardian, semplicemente, non conviene più lasciare il controllo dei propri contenuti a Facebook continuando a tenere attiva un'app che, da qualche mese a questa parte, con un fenomeno che sembra aver interessato anche il Washington Post, ha stufato e infastidito i Facebookeros (per ragioni che, francamente, non capisco: quella della frictionless sharing è o no una pratica che autorizziamo utilizzando l'app? Morozov - via - quando parla di pedinamento di Facebook, secondo me fa del populismo).
Ma non lo so dire.
Non so nemmeno dire se le piattaforme potrebbero reggersi in piedi anche solo con gli UGC. In tema di citizen journalism, d'altra parte, penso: non sono forse gli stessi UGC che fanno notizia? Messa in questi termini (le cose, in effetti, non stanno esattamente così), la parte del leone, la farebbe sicuramente la piattaforma. Anche da un punto di vista economico. E, quindi, il piattaformaro, che interesse potrebbe avere a negoziare?
La mia visione - ristretta al breve termine oltre che e da un background che da ampliare - è che non ci sarà nessun negoziato. Saranno gli editori a dover cedere, a meno di scelte diverse di cui PierLuca Santoro ha più volte disquisito nel suo spazio.
La speranza che ho, invece, è che tali negoziati ci siano, purchè al centro di ogni trattativa venga posto il Cittadino, il lettore (mi piacerebbe, cioè, prevalesse più la logica secondo cui tra i due litiganti il terzo gode che quella del terzo incomodo). Perchè gli UGC saranno pure diventati importanti ma, e qui credo di interpretare parte dell'ampia riflessione di Gigi (che, infatti, parla, più in generale di cloud), è il lavoro giornalistico, funzionale al cammino dei Cittadini/Lettori verso la conoscenza, ad attribuirgli senso e contestualizzarli.
Ma, in realtà, all'editore, quanto interessa questo tipo di valore del lavoro giornalistico?
***
PierLuca Santoro offre il suo (professionale) punto di vista sulla questione. Ecco due passi importanti:
- Sulla scelta del Guardian, e di altre testate, di percorrere la strada dei Social Reader (su cui aveva già scritto a suo tempo):
In primis ritengo che in questo modo si vada a replicare l’idea in salsa social dei portali di notizie, non vi è dunque innovazione ma solo camouflage.
[...]La socialità della notizia non è fatta, o quanto meno non è solo, di “like”. Se l’obiettivo fosse un effettivo processo di condivisione di conversazione con le persone senza bisogno di nuove applicazioni sarebbe sufficiente, banalmente, iniziare a rispondere finalmente ai commenti degli utenti all’interno delle pagine già esistenti su Facebook, cosa che a tutt’oggi rappresenta una rarità.
- Sulla scelta del Guardian di abbandonare la strada dei Social Reader:
Una scelta che [...] è di rispetto nei confronti dei lettori, delle persone, che finalmente potranno consapevolmente decidere quello che vogliono condividere e cosa invece no, e che, soprattutto, sposta il tempo speso online all’interno del sito web della testata [...].Decisione coerente che perfettamente si integra con quella di creare delle community d’interesse nel proprio sito o comunque proprietarie che dimostra concretamente la sottile ma fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete e che chiarisce cosa sia la distinzione tra una visione strategica ed il procedere per tentativi.
***
Riccardo Polesel, che ringrazio per la citazione, fa il punto della situazione. Ecco un passaggio della sua riflessione:
«Il cliente può licenziare tutti nell'azienda, dal presidente in giù, semplicemente spendendo i suoi soldi da un'altra parte» ha detto Sam Walton, fondatore di Wal-Mart (la più grande azienda al mondo per fatturato e dipendenti nel 2010). Questa frase, citata nel mio libro, si può adattare perfettamente al nostro caso: se il lettore/utente va da un'altra parte, può licenziare tutti sia in un Social Network che in una testata giornalistica.
Segnalo anche il lunghissimo resoconto su linkiesta di Paolo Bottazzini, che conclude in questo modo:
L’esperienza condotta su Facebook, oltre alla crescita del numero di lettori, ha lasciato un’istruzione di fondo nel modello da seguire per il futuro: strutturare le notizie in modo da porre la profilazione dei lettori e la conoscenza in tempo reale dei loro interessi sia come fondamento, sia come obiettivo, degli strumenti di erogazione delle news.
martedì 11 dicembre 2012
Social Media e Big Data nell'intervista a @lauraolin (via @intervistato)
Quanto l'ultima campagna elettorale negli USA ha risentito degli umori, del sentiment, degli utenti delle varie community di Obama durante la campagna stessa?
Non facevo parte del team che lavorava direttamente con quelle community, ma so che hanno ascoltato molto quel che le persone pensavano e hanno incorporato il feedback nella direzione di ciò che stavano facendo. A differenza dei Repubblicani, noi abbiamo portato avanti una operazione grassroots reale - non ci sarebbe stata alcuna campagna se non avessimo ascoltato i volontari e i supporter.
Quanto, nelle scorse elezioni, tale sentiment ha davvero guidato le scelte politiche di Obama e quanto si crede le guideranno nell'Amministrazione appena iniziata?
Dovresti fare questa domanda a qualcuno di molto più intelligente di me.
Quali contenuti hanno prodotto maggior engagement?
Sui social media, generalmente abbiamo visto che le persone rispondevano di più a contenuti che descrivevano il presidente come persona (il suo essere divertente, momenti insieme alla famiglia), oppure questioni sociali che toccavano molti dei nostri sostenitori - stipendio equo, diritti degli omosessuali, uguaglianza delle donne, ambiente.
Queste sono le tre domande che, grazie a Intervistato.com, ho potuto fare anche io a Laura Olin, social media manager per l'ultima compagna del Presidente Obama. Potevo dare di più...
Troverete le risposte alle altre domande nella sintesi di Maria Petrescu. Per chi si occupa di teoria di Social Media, forse non c'è niente di nuovo. Per chi cerca di fare della pratica, forse, ci sono delle cose da imparare, o, almeno, da tenere bene a mente. A me è andata di traverso la mancata risposta alla seconda delle mie domande.
Segnalo questa domanda di Roberto Favini:
Avendo potenziale accesso a servizi di predictive big data analytics come Recorded Future e Trapwire, c’è la possibilità che in questi altri quattro anni queste tecniche diventino di uso comune per l’amministrazione Obama, per esempio per monitorare, comprendere e soddisfare l’andamento del sentimento e delle esigenze dei cittadini americani in modo ancora più tempestivo e accurato?
Abbiamo usati gli analytics per il comportamento di voto ma non so nulla del resto! Quanto al come i dati dovrebbero essere usati per perseguire gli obiettivi dell'amministrazione nei prossimi quattro anni, proprio questi giorni si stanno prendendo decisioni su come dovrà essere l'organizzazione della nuova campagna.
In questi giorni, con una condivisione di riflessioni che, fortunatamente, è andata molto oltre Twitter, si è ragionato un pò sull'inseparabilità tra l'online e l'offline. La risposta della Olin lascerebbe pensare ad un online visto [ancora] come unico "metodo" descrittivo (sull'essere predittivo c'è ancora da ragionare) della realtà. È molto probabile che questo sia vero negli Stati Uniti; talmente vero da fare addirittura dire a Jeff Weiner, CEO di LinkedIn, di voler fare una mappa dell’economia globale per "riuscire ad individuare in tempo reale le opportunità economiche e colmare le asimmetrie informative del mercato del lavoro." (via). Un po' presuntuoso, non trovate?
Per chi è interessato, ripropongo qui il documento sull'inseparabilità tra l'online e l'offline. È aperto per ogni contributo.
Non facevo parte del team che lavorava direttamente con quelle community, ma so che hanno ascoltato molto quel che le persone pensavano e hanno incorporato il feedback nella direzione di ciò che stavano facendo. A differenza dei Repubblicani, noi abbiamo portato avanti una operazione grassroots reale - non ci sarebbe stata alcuna campagna se non avessimo ascoltato i volontari e i supporter.
Quanto, nelle scorse elezioni, tale sentiment ha davvero guidato le scelte politiche di Obama e quanto si crede le guideranno nell'Amministrazione appena iniziata?
Dovresti fare questa domanda a qualcuno di molto più intelligente di me.
Quali contenuti hanno prodotto maggior engagement?
Sui social media, generalmente abbiamo visto che le persone rispondevano di più a contenuti che descrivevano il presidente come persona (il suo essere divertente, momenti insieme alla famiglia), oppure questioni sociali che toccavano molti dei nostri sostenitori - stipendio equo, diritti degli omosessuali, uguaglianza delle donne, ambiente.
Queste sono le tre domande che, grazie a Intervistato.com, ho potuto fare anche io a Laura Olin, social media manager per l'ultima compagna del Presidente Obama. Potevo dare di più...
Troverete le risposte alle altre domande nella sintesi di Maria Petrescu. Per chi si occupa di teoria di Social Media, forse non c'è niente di nuovo. Per chi cerca di fare della pratica, forse, ci sono delle cose da imparare, o, almeno, da tenere bene a mente. A me è andata di traverso la mancata risposta alla seconda delle mie domande.
***
Segnalo questa domanda di Roberto Favini:
Avendo potenziale accesso a servizi di predictive big data analytics come Recorded Future e Trapwire, c’è la possibilità che in questi altri quattro anni queste tecniche diventino di uso comune per l’amministrazione Obama, per esempio per monitorare, comprendere e soddisfare l’andamento del sentimento e delle esigenze dei cittadini americani in modo ancora più tempestivo e accurato?
Abbiamo usati gli analytics per il comportamento di voto ma non so nulla del resto! Quanto al come i dati dovrebbero essere usati per perseguire gli obiettivi dell'amministrazione nei prossimi quattro anni, proprio questi giorni si stanno prendendo decisioni su come dovrà essere l'organizzazione della nuova campagna.
In questi giorni, con una condivisione di riflessioni che, fortunatamente, è andata molto oltre Twitter, si è ragionato un pò sull'inseparabilità tra l'online e l'offline. La risposta della Olin lascerebbe pensare ad un online visto [ancora] come unico "metodo" descrittivo (sull'essere predittivo c'è ancora da ragionare) della realtà. È molto probabile che questo sia vero negli Stati Uniti; talmente vero da fare addirittura dire a Jeff Weiner, CEO di LinkedIn, di voler fare una mappa dell’economia globale per "riuscire ad individuare in tempo reale le opportunità economiche e colmare le asimmetrie informative del mercato del lavoro." (via). Un po' presuntuoso, non trovate?
***
Per chi è interessato, ripropongo qui il documento sull'inseparabilità tra l'online e l'offline. È aperto per ogni contributo.
giovedì 6 dicembre 2012
Racconto Online, Racconto Offline e Interpretazione/Previsione dei Risultati Elettorali (e della Realtà?) [Parte 2]
Ma davvero il Web intepreta meglio la realtà e, nel caso si stia osservando una tornata elettorale, riesce anche ad anticipare il
risultato, solo quando l'oggetto del racconto online e quello del
racconto mainstream (diciamo, impropriamente, offline) sono antagonisti?
È vero, poi, che non esiste più un online e un offline e che, quindi, è tutto integrato?
La fatica di seguire la conversazione su Twitter e il suggerimento (semiserio?) di Giovanni Boccia Artieri, mi hanno convinto a pubblicarne su Google Doc gli spunti salienti (il doc è aperto). Chiedo, soprattutto ai protagonisti della discussione, di integrare e di ampliare (in giallo ho evidenziato i commenti meno chiari per me). Ogni altro contributo è benvenuto.
È vero, poi, che non esiste più un online e un offline e che, quindi, è tutto integrato?
La fatica di seguire la conversazione su Twitter e il suggerimento (semiserio?) di Giovanni Boccia Artieri, mi hanno convinto a pubblicarne su Google Doc gli spunti salienti (il doc è aperto). Chiedo, soprattutto ai protagonisti della discussione, di integrare e di ampliare (in giallo ho evidenziato i commenti meno chiari per me). Ogni altro contributo è benvenuto.
Racconto Online, Racconto Offline e Interpretazione/Previsione dei Risultati Elettorali (e della Realtà?)
Se ci si riferisce alle primarie appena celebrate, credo che i social non abbiano avuto quasi peso, per i referendum credo siano stati determinanti (gli altri media ne parlavano pochissimo) [Gabriele]
D’accordissimo sul fatto che i social media non possano essere un punto di osservazione per capire un indirizzo di voto, sia perchè non sono un campione rappresentativo degli effettivi elettori (anche per una questione generazionale) sia perchè sui social non tutti scrivono o lasciano intendere le proprie intenzioni di voto. Inoltre c’è un problema alla base e cioè come vengono interpretati i dati. [Giorgio]
Gabriele e Giorgio sono soltanto due delle voci dell'interessante discussione riproposta da Arianna Ciccone e stimolata da un quesito quanto mai ben posto: Ma quindi l’uso dei social network sposta o non sposta voti? Se penso alle ultime tornate elettorali, tra primarie, elezioni politiche, europee, referendum e amministrative, è quasi sempre andata allo stesso modo: il web non è un buon predittore del risultato finale. Per quanto non sia particolarmente interessato alla predizione, devo rilevare che le uniche occasioni (almeno i casi da me personalmente osservati) in cui realtà offline e realtà online sono andate d'accordo, le abbiamo avute con il voto referendario e quello amministrativo di Milano e Napoli. L'impressione che il
Darei infatti molto credito alla più recente ipotesi di Dino Amenduni che, sulle primarie, sostiene che "Ha vinto il candidato (tra i tre principali contendenti) con il numero più basso di ‘mi piace’ su Facebook e follower su Twitter, sia per dato assoluto che per incremento medio giornaliero. Con buona pace di twitterometri, Klout, hashtag giornalieri e analisi del sentiment. Questo, a mio avviso, è il dato politico più potente di queste Primarie: esiste uno scollamento forte, abbastanza atipico nei paesi occidentali, tra il comportamento dell’elettorato (di centrosinistra) e ciò che accade online."
L'aver ristretto al solo popolo di centrosinistra il campione oggetto dell'osservazione fa evidentemente la differenza.
Ma a mio avviso non c'è soltanto questo. Infatti, dopo aver dedicato personalmente attenzione ad eventi come le primarie per l'elezione del Segretario del Partito Democratico del 2007 e del 2009 (vittorie di Veltroni e Bersani contro i pronostici web-based che avrebbero invece designato, rispettivamente, Adinolfi e Marino), alle elezioni politiche del 2008 (Veltroni sembrava avvantaggiato sul Web ma poi vinse Berlusconi) e alle europee del 2009 (il sondaggio Facebook diede risultati diversi, in termini percentuali, da quelli delle cabine elettorali); dopo avere seguito le analisi che, con più mezzi e professionalità, Vincenzo Cosenza ha proposto più di recente (qui e qui), è forte la sensazione che il Web intepreti meglio la realtà e riesca anche ad anticipare il risultato solo quando l'oggetto del racconto online e quello del racconto mainstream (diciamo, impropriamente, offline) sono antagonisti; al contrario, sembra che l'offline smentisca l'online quando gli oggetti dei racconti coincidono.
Quanto, infatti, in special modo le tv, hanno saputo (e voluto, d'accordo con i partiti dell'Arco Costituzionale) coprire i referendum? Quanta attenzione hanno poi dedicato, rispetto a quanto fatto in quest'ultimo mese per le primarie, alle amministrative di Napoli e Milano? Poca cosa, c'è da dirlo! E quanto, in questi due specifici casi, il risultato elettorale, quello offline, ha seguito l'onda online? Tantissimo.
Una dicotomia che, nel prestarsi ad interpretazioni che ne ricerchino le cause (la Social TV è una chiave possibile), mi sembra intanto lampante, evidente.
Quasi a conferma di questa sensazione, Luca Alagna, sempre sulle primarie del centrosinistra, dice: "Il candidato con meno appeal online, stando ai parametri più quantitativi, non solo vince a man bassa (60 a 40) ma in realtà secondo i sondaggi non è mai stato in discussione. Tutto era iniziato, in Italia, col referendum su acqua e nucleare a giugno 2011, snobbato come tante altre volte dai dirigenti dei partiti e dai mass-media ma giunto al successo anche grazie al passaparola online."
Forse è questa la ragione per cui Giovanni Boccia Artieri consiglia di non affidarsi soltanto all'online per intepretare la realtà: l'oggetto del racconto, integrando l'online e l'offline, di fatto, è soltanto uno e non ha più senso ragionare come se ce ne fossero di separati, di diversi. Negli Stati Uniti lo sanno già; lo sa specialmente Michael Slaby, Chief Integration and Innovation Officer della campagna di Obama del 2012 che ha dichiarato: “Nel 2008 abbiamo sposato le nuove tecnologie e ne abbiamo innalzato il livello. Nel 2012 abbiamo integrato i vari dipartimenti che erano separati”. Ovvero, come ha raccontato anche un servizio di Time, nel 2008 i database a disposizione della squadra (quello dei finanziatori, per esempio, o dei possibili elettori da contattare telefonicamente) erano separati; il grande sforzo in del 2012 è stato unire il tesoro di dati accumulato in un unico archivio (ribattezzato Narwhal) da usare come fondamenta di tutti gli strumenti impiegati nella campagna: dalle email per chiedere fondi, alle telefonate per sollecitare il voto, alla propaganda porta a porta, alle app."
Ogni contributo è gradito per sviscerare un argomento che potrebbe aiutare anche nella lettura del fenomeno Grillo e del suo Movimento e, magari, nel discernimento di altri fenomeni che fanno la realtà in cui siamo immersi.
lunedì 12 novembre 2012
me l'ha detto un Uccellino. Che?
Riassumo in breve la storia (alcuni twitt li ho cassati per non farla troppo lunga; l'intera conversazione la rintracciate seguendo il gioco di risposte su Twitter):
@annamasera siete sicuri? :O Mai lette tante imprecisioni… CC @la_stampa
— Marco Massarotto (@marcomassarotto) Novembre 11, 2012
@marcodalpozzo @annamasera 1) 11k "imprenditori" 2) FB *non consegna* dati 3) "pugno di mosche" 4) "ora" bisogna pagare 5) "fb è gratis 6)…
— Marco Massarotto (@marcomassarotto) Novembre 11, 2012
@marconurra @marcodalpozzo @marcomassarotto @_arianna @maxkava @pandemia @marcocc quale confusione? Riportato petizione e risposta con link
— Anna Masera (@annamasera) Novembre 11, 2012
@marcomassarotto Buttarla in caciara non è elegantissimo... @annamasera @marconurra @marcodalpozzo @_arianna @maxkava @pandemia
— MCC (@marcocc) Novembre 11, 2012
@marcocc Hai ragione, scusami. Meglio stare sui (non) fatti. Buonanotte @annamasera @marconurra @marcodalpozzo @_arianna @maxkava @pandemia
— Marco Massarotto (@marcomassarotto) Novembre 11, 2012
Qui taglio parecchio e arrivo a quella che, a quest'ora, sembra essere la conclusione:
@marcocc Marco, tra me e te: sono temi RIDICOLI. Sarebbe come prendersela con Google perché esiste Adwords e hanno i tuoi dati su Gmail… :D
— Marco Massarotto (@marcomassarotto) Novembre 11, 2012
L'argomento in discussione è di sicuro interesse ma Twitter, almeno su Web (non so se sia altrettanto anche con l'applicazione su piattaforma Mobile), tutto è tranne che un ausilio alla creazione di conoscenza: il gioco delle mention, tanto per dire, non mi ha aiutato.
Il WIKiD (via) è lo schema che mostra come gli elementi informativi (nuclei elementari) si evolvono in nuclei via via più raffinati grazie all'azione umana della significazione e quella tecnologica della sistematizzazione. L'esperienza di questa sera mi ha insegnato che la tecnologia, la piattaforma, ha un ruolo fondamentale. E' ovvio che, su Facebook, la conversazione, oltre che maggiormente comprensibile, sarebbe arrivata a delle conclusioni più articolate a tutto vantaggio della conoscenza.
mercoledì 24 ottobre 2012
Small e Slow, altro che Big Data!
I dati vengono prodotti ad una velocità vertiginosa. Si riempiono dei database immensi con record lunghissimi. Viene immagazzinato ogni tipo di informazione. Si forma così il Big Data che, ci ricorda Vincenzo Cosenza, è - per l'appunto - caratterizzato dal tre attributi peculiari: volume, velocity e variety.
Durante un intervento di Vincenzo Cosenza a YouDem.tv, in un servizio che guardava alle imminenti elezioni USA, si è parlato di Big Data come la tecnica di analisi di ricerca di umori e di opinioni di ogni singolo elettore che intercetta gli incerti per sapere perchè vanno a votare un determinato candidato: in Big Data, si dice, c'è il cuore pulsante della nazione; chi lo possiede vincerà le elezioni. Si tratta di monitorare tutte le informazioni, tra quelle messe in rete spontaneamente dalle persone, per modellare poi il messaggio dei candidati con ciò che poi il corrispondente dagli USA della Stampa, Maurizio Molinari, ha chiamato micromarketing.
Lo scenario è davvero inquietante. In un articolo segnalato qualche tempo fa, Digital Power in World Politics, si parlava di Torre di Cuntz come modello della Rete Attuale per dare l'idea della mole di informazioni che ormai la Rete stessa custodisce. Credo, però, che il problema sia anche la velocità con cui questi dati vengono prodotti e la pretesa che ciascuno di noi ha di possederli e controllarli: gli aggiornamenti dello stato di Facebook o di Twitter, i link di articoli interessanti segnalati, i post sul blog personale: le timeline si riempiono e parlare di overload informativo diviene quasi eufemistico. Certo: un conto è essere lo staff elettorale del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America, un altro è essere un privato cittadino come me.
Come reagisce il mainstream che ha strumenti di controllo sufficientemente potenti da potersi permettere questo controllo? I politici modellano il proprio programma; i canali televisivi propinano spazzatura e via dicendo. Come reagisce il singolo utente? Se parlo della mia esperienza personale, devo confessare un senso di frustrazione.
Quali le possibili soluzioni? Per il mainstream la scelta è loro, non possiamo far nulla se non - dopo un atto di consapevolezza che dovrebbe farci sentire delle vittime, in quanto record di un database, imprigionati dentro quella torre di Cuntz - fruire delle offerte in modo critico e "interrompere mentalmente il flusso e predere una posizione autonoma" (cit.); ad esempio spegnendo la TV, clickare altrove o votare fuori dallo schema (è ancora tutto da vedere se, in Italia, il sentiment e l'engagement online siano dei precursori del risultato elettorale).
Oltre questo, dovremmo prendere coscienza anche del fatto che non possiamo dominare il nostro personale Big Data, fatto di tutto quello che ci siamo disegnati attorno con i Social Network e non solo. Lasciando immutato il tasso di Variety (fondamentale per la ricerca di legami deboli), dovremmo sicuramente agire, oltre che sul versante Volume, sulla Velocity (Small e Slow, quindi). In altre parole occorre andare più piano senza aver paura di perdersi nulla. Lelio Simi, in una affascinante riflessione sul tema della velocità dei nuovi media, riprendendo le Lezioni Americane di Calvino (le scopro da Lelio), dice: "esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.
Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità."
Slow Communication insomma. Un'accoppiata vincente con Slow News.
Durante un intervento di Vincenzo Cosenza a YouDem.tv, in un servizio che guardava alle imminenti elezioni USA, si è parlato di Big Data come la tecnica di analisi di ricerca di umori e di opinioni di ogni singolo elettore che intercetta gli incerti per sapere perchè vanno a votare un determinato candidato: in Big Data, si dice, c'è il cuore pulsante della nazione; chi lo possiede vincerà le elezioni. Si tratta di monitorare tutte le informazioni, tra quelle messe in rete spontaneamente dalle persone, per modellare poi il messaggio dei candidati con ciò che poi il corrispondente dagli USA della Stampa, Maurizio Molinari, ha chiamato micromarketing.
Lo scenario è davvero inquietante. In un articolo segnalato qualche tempo fa, Digital Power in World Politics, si parlava di Torre di Cuntz come modello della Rete Attuale per dare l'idea della mole di informazioni che ormai la Rete stessa custodisce. Credo, però, che il problema sia anche la velocità con cui questi dati vengono prodotti e la pretesa che ciascuno di noi ha di possederli e controllarli: gli aggiornamenti dello stato di Facebook o di Twitter, i link di articoli interessanti segnalati, i post sul blog personale: le timeline si riempiono e parlare di overload informativo diviene quasi eufemistico. Certo: un conto è essere lo staff elettorale del candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America, un altro è essere un privato cittadino come me.
Come reagisce il mainstream che ha strumenti di controllo sufficientemente potenti da potersi permettere questo controllo? I politici modellano il proprio programma; i canali televisivi propinano spazzatura e via dicendo. Come reagisce il singolo utente? Se parlo della mia esperienza personale, devo confessare un senso di frustrazione.
Quali le possibili soluzioni? Per il mainstream la scelta è loro, non possiamo far nulla se non - dopo un atto di consapevolezza che dovrebbe farci sentire delle vittime, in quanto record di un database, imprigionati dentro quella torre di Cuntz - fruire delle offerte in modo critico e "interrompere mentalmente il flusso e predere una posizione autonoma" (cit.); ad esempio spegnendo la TV, clickare altrove o votare fuori dallo schema (è ancora tutto da vedere se, in Italia, il sentiment e l'engagement online siano dei precursori del risultato elettorale).
Oltre questo, dovremmo prendere coscienza anche del fatto che non possiamo dominare il nostro personale Big Data, fatto di tutto quello che ci siamo disegnati attorno con i Social Network e non solo. Lasciando immutato il tasso di Variety (fondamentale per la ricerca di legami deboli), dovremmo sicuramente agire, oltre che sul versante Volume, sulla Velocity (Small e Slow, quindi). In altre parole occorre andare più piano senza aver paura di perdersi nulla. Lelio Simi, in una affascinante riflessione sul tema della velocità dei nuovi media, riprendendo le Lezioni Americane di Calvino (le scopro da Lelio), dice: "esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.
Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità."
Slow Communication insomma. Un'accoppiata vincente con Slow News.
sabato 20 ottobre 2012
una Grande Comunità #ilsabatodimdplab #42
I Social Media nati all'inizio del nuovo millennio non hanno dato vita a una rete sociale, l'hanno solo strutturata. Così Alexis C. Madrigal, del The Atlantic, argomenta in un articolo intitolato "Dark Social: We Have the Whole History of the Web Wrong" e ripreso su Internazionale di questa settimana con un titolo meno duro: "Passaparola Digitale".
Lo scambio di informazioni avveniva già prima, attraverso questo Dark Social; ciò che il Social Web ha aggiunto è la pubblicazione e l'archiviazione della condivisione. Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto l'impatto epocale che il Social Web ha avuto nel processo di crescita di ognuno di noi.
[Come mi ha suggerito Luigi nei commenti, forse sarebbe meglio dire: Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto il potenziale epocale che il Social Web può offrire ai processi cognitivi di ognuno di noi].
È ovvio che, senza l'azione umana di significazione e attribuzione di senso, nessun passo in avanti può essere fatto nel percorso che - partendo dai dati disponibili dell'ecosistema informativo in cui siamo immersi - porta all'innovazione e al benessere di una società; tale percorso, però, sarebbe molto più complicato se - insieme con l'azione umana - non si potesse contare anche su un'azione tecnologica, un supporto che favorisca l'organizzazione dei dati (lo schema WIKiD dice proprio questo).
[Non si dimentichi la crescita di Capitale Sociale]
Oltre che garantire un supporto di archiviazione (penso al Social Bookmarking), il Social Web, proprio per la possibilità di "pubblicare ciò che si condivide" (qui siamo già a Facebook e Twitter), ha reso possibile la crescita anche attraverso la discussione.
Non che nel Dark Social non si discutesse/discuta, anzi! Lo scambio e la circolazione di link via e-mail o in chat ne sono una testimonianza. Il fatto è che immagino questo Dark Social come una somma di una miriade di Comunità (in senso "Tonniesiano", via) che, per quanto fondamentali per continuare a garantire - in contrasto alla liquidità descritta da Bauman - un pò di solidità al mondo che abitiamo, non sono - a mio modesto parere - la soluzione migliore perchè, lo stesso mondo che abitiamo, cresca e si rinnovi.
C'è bisogno, insomma, di connessioni deboli e, senza guardare almeno un pò ciò che l'altro condivide (perchè lo ha pubblicato grazie al Social Web), non si va troppo lontano. Bauman mi perdonerà se, sempre Tonniesianamente parlando, dico che c'è anche bisogno di Società. D'altra parte: non è forse questa la meta del viaggio di cui lo stesso Bauman parlava giusto un anno fa? Almeno se si intende Società come Grande Comunità (una Grande Intranet, più o meno)?
Ma, c'è da dirlo, bisogna metterci molto di proprio. Il Social Web, in questo senso, è soltanto uno strumento.
Lo scambio di informazioni avveniva già prima, attraverso questo Dark Social; ciò che il Social Web ha aggiunto è la pubblicazione e l'archiviazione della condivisione. Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto l'impatto epocale che il Social Web ha avuto nel processo di crescita di ognuno di noi.
[Come mi ha suggerito Luigi nei commenti, forse sarebbe meglio dire: Questo vuole dirci il giornalista americano con un modo che, però, a mio avviso, non mette sufficientemente in risalto il potenziale epocale che il Social Web può offrire ai processi cognitivi di ognuno di noi].
È ovvio che, senza l'azione umana di significazione e attribuzione di senso, nessun passo in avanti può essere fatto nel percorso che - partendo dai dati disponibili dell'ecosistema informativo in cui siamo immersi - porta all'innovazione e al benessere di una società; tale percorso, però, sarebbe molto più complicato se - insieme con l'azione umana - non si potesse contare anche su un'azione tecnologica, un supporto che favorisca l'organizzazione dei dati (lo schema WIKiD dice proprio questo).
[Non si dimentichi la crescita di Capitale Sociale]
Oltre che garantire un supporto di archiviazione (penso al Social Bookmarking), il Social Web, proprio per la possibilità di "pubblicare ciò che si condivide" (qui siamo già a Facebook e Twitter), ha reso possibile la crescita anche attraverso la discussione.
Non che nel Dark Social non si discutesse/discuta, anzi! Lo scambio e la circolazione di link via e-mail o in chat ne sono una testimonianza. Il fatto è che immagino questo Dark Social come una somma di una miriade di Comunità (in senso "Tonniesiano", via) che, per quanto fondamentali per continuare a garantire - in contrasto alla liquidità descritta da Bauman - un pò di solidità al mondo che abitiamo, non sono - a mio modesto parere - la soluzione migliore perchè, lo stesso mondo che abitiamo, cresca e si rinnovi.
C'è bisogno, insomma, di connessioni deboli e, senza guardare almeno un pò ciò che l'altro condivide (perchè lo ha pubblicato grazie al Social Web), non si va troppo lontano. Bauman mi perdonerà se, sempre Tonniesianamente parlando, dico che c'è anche bisogno di Società. D'altra parte: non è forse questa la meta del viaggio di cui lo stesso Bauman parlava giusto un anno fa? Almeno se si intende Società come Grande Comunità (una Grande Intranet, più o meno)?
Ma, c'è da dirlo, bisogna metterci molto di proprio. Il Social Web, in questo senso, è soltanto uno strumento.
sabato 16 giugno 2012
#CurvaVsTribuna #PayPalVsTweet #ilsabatodimdplab #32
Il Social Bookmarking c'è da un'eternità e le piattaforme di Social Networking ne sono la naturale evoluzione. L'idea che una buona presenza social contribuisca alla crescita del ranking nei motori di ricerca è, quindi, un concetto altrattanto datato. Non stupisce, quindi, che, come segnala Tagliaerbe, i fattori del posizionamento sui Motori di Ricerca siano da ricercarsi nelle condivisioni sui Social Network, Facebook e Twitter in primis.
Ma io direi che non sono nuovi, anzi!
Il problema, comunque, sta nel come poi le Aziende o i Brand Personali declinano queste indicazioni. Troppo spesso, infatti, le politiche social sono distanti da quelle sociali, frutto di un marketing che - per quanto etico debba essere per sua stessa definizione - di etico, purtroppo, non ha nulla.
Fioccano in rete le raccomandazioni (questa è l'ultima che mi è capitata) per un buon utilizzo delle piattaforme di Social Networking, su come - ad esempio - usare gli hashtag su Twitter. Capita, però, che importanti agenzie, dimentichino completamente il buon senso e utilizzino improbabili hashtag per dare vita a pietose iniziative come quella amaramente descritta da Gianluca Diegoli.
A chi pensa che la Rete sia qualcosa di virtuale, rispondo sempre che i Social Networking sono delle semplici Reti Sociali per dire che la Rete e le Reti Sociali sul Web (cioè i Social Network) riproducono (declinano) in grande dinamiche da sempre in atto. Prima, forse, c'era solo il racconto delle televisioni e dei giornali, quelli di carta. Ora, invece, grazie al Web, di quelle storie, siamo protagonisti o, almeno, testimoni sicuramente più diretti. Di cosa parlo? Della distanza abissale che c'è tra noi e loro, tra l'1% e il 99%. Tra la vita vera e quella ovattata, tra il pieno di benzina da fare al mattino e l'autista che passa a prenderli con l'autoblu, tra il panino consumato di fretta a pranzo e il conto al ristorante pagato con la carta aziendale, tra il biglietto in curva pagato risparmiando su una birra e l'accredito gratis in tribuna vip.
Forse l'accostamento è azzardato, ma a me, Scosse contro Tweet, ha tanto ricordato l'accordo dei politici per le nomine AGCOM: tutto e solo ciò di cui non abbiamo bisogno! Il problema è che, tra l'ovatta, l'autoblu, la carta di credito e la tribuna vip, loro, poverini, come fanno a saperlo?
Altro che ScosseVSTweet, qui è CurvaVsTribuna!
Ma io direi che non sono nuovi, anzi!
Il problema, comunque, sta nel come poi le Aziende o i Brand Personali declinano queste indicazioni. Troppo spesso, infatti, le politiche social sono distanti da quelle sociali, frutto di un marketing che - per quanto etico debba essere per sua stessa definizione - di etico, purtroppo, non ha nulla.
Fioccano in rete le raccomandazioni (questa è l'ultima che mi è capitata) per un buon utilizzo delle piattaforme di Social Networking, su come - ad esempio - usare gli hashtag su Twitter. Capita, però, che importanti agenzie, dimentichino completamente il buon senso e utilizzino improbabili hashtag per dare vita a pietose iniziative come quella amaramente descritta da Gianluca Diegoli.
A chi pensa che la Rete sia qualcosa di virtuale, rispondo sempre che i Social Networking sono delle semplici Reti Sociali per dire che la Rete e le Reti Sociali sul Web (cioè i Social Network) riproducono (declinano) in grande dinamiche da sempre in atto. Prima, forse, c'era solo il racconto delle televisioni e dei giornali, quelli di carta. Ora, invece, grazie al Web, di quelle storie, siamo protagonisti o, almeno, testimoni sicuramente più diretti. Di cosa parlo? Della distanza abissale che c'è tra noi e loro, tra l'1% e il 99%. Tra la vita vera e quella ovattata, tra il pieno di benzina da fare al mattino e l'autista che passa a prenderli con l'autoblu, tra il panino consumato di fretta a pranzo e il conto al ristorante pagato con la carta aziendale, tra il biglietto in curva pagato risparmiando su una birra e l'accredito gratis in tribuna vip.
Forse l'accostamento è azzardato, ma a me, Scosse contro Tweet, ha tanto ricordato l'accordo dei politici per le nomine AGCOM: tutto e solo ciò di cui non abbiamo bisogno! Il problema è che, tra l'ovatta, l'autoblu, la carta di credito e la tribuna vip, loro, poverini, come fanno a saperlo?
Altro che ScosseVSTweet, qui è CurvaVsTribuna!
sabato 19 maggio 2012
$38, la Rete e @quinta all'AGCOM #ilsabatodimdplab #28
Sarebbe una bestemmia dire che per ogni condivisione fatta su Facebook qualcuno dovrebbe riconoscermi 38 dollari. Il tempo dirà se anche i 38 dollari necessari per una condivisione (pardon, share) di Facebook lo sono.
Quanti like ci saranno per Facebook quando, per rendere conto agli azionisti, si troverà costretto a modificare la sua impostazione? Quanto piacerà a noi, che l'abbiamo reso vivo, la trasformazione di Facebook in una piattaforma di distribuzione di apps che vendono prodotti o servizi (è una delle ipotesi di Luca De Biase)?
Guardo la cosa con curiosità e preoccupazione convinto che, dopo Instagram, si stia davvero esagerando. E il fatto che Facebook abbia dato praticamente la morte a FriendFeed, dimostrando un interesse di fatto nullo all'essenza stessa della Rete mi preoccupa.
Sia ben chiaro: se Facebook è/sarà complice di questa deriva, di sicuro la cosiddetta massa critica non è esente da responsabilità. La fuga da FriendFeed e la conseguente desolazione sperimentata da chi, invece, cerca di continuare a viverci dentro, ne sono la testimonianza. Twitter, in cui la massa si è rifugiata, favorisce più il broadcast che la rete per via della sua intrinseca difficoltà ad abilitare le discussioni (almeno questa è la mia personale esperienza). Cos'altro sarebbe Facebook, da piattaforma di distribuzione di apps, se non - essenzialmente - un altro megafono?
Insomma il futuro, anche quello della Rete, è nelle nostre mani e, mi sembra, alla preoccupazione che abbiamo sempre avuto sul come utilizzarla, si aggiunge anche quella di lasciarla così com'è, da un punto di vista squisitamente "tecnologico". Sarebbe davvero paradossale trovare declinata sul Web la stessa crisi di valori che denunciamo, proprio qui, in Rete, e che dalla Rete pretendiamo di risolvere.
È vero, a proposito di valori, la Rete è stata anche la tecnologia abilitante del "Guadagnate!"; ha fatto (e fa) credere a chiunque che sia un pozzo da cui chiunque può estrarre petrolio. Mi fa sorridere il casino creatosi intorno alla provocazione di Marco Camisani Calzolari, come se si ignorassero le pratiche poco etiche di tanti SEO di qualche anno fa. Cos'altro sono la collezione (a pagamento, s'intende!) di Follower o di server russi che aumentavano (aumentano ancora?) la link popularity, se non un risultato da vendere all'ignaro Cliente o un trofeo da esibire all'ingenuo Acquirente, alle Persone?
Bisogna sperare che le piattaforme che abitiamo continuino a rendere possibile anche molto altro, oltre che il mero guadagno, o l'illusione di esso (che è peggio). Ogni stravolgimento sarà, lo ripeto, anche una nostra diretta responsabilità.
Non mi dispiacerebbe tornare a commentare sui blog e a condividere documenti sui Wiki. Del resto, lasciatemi chiudere così, è proprio in questo modo che ho conosciuto Stefano Quintarelli che, dimessosi dal suo incarico (chi l'avrebbe fatto?) rischia di diventare il presidente AGCOM. Ed è proprio per averlo conosciuto così che gli faccio il mio in bocca al lupo!
Quanti like ci saranno per Facebook quando, per rendere conto agli azionisti, si troverà costretto a modificare la sua impostazione? Quanto piacerà a noi, che l'abbiamo reso vivo, la trasformazione di Facebook in una piattaforma di distribuzione di apps che vendono prodotti o servizi (è una delle ipotesi di Luca De Biase)?
Guardo la cosa con curiosità e preoccupazione convinto che, dopo Instagram, si stia davvero esagerando. E il fatto che Facebook abbia dato praticamente la morte a FriendFeed, dimostrando un interesse di fatto nullo all'essenza stessa della Rete mi preoccupa.
Sia ben chiaro: se Facebook è/sarà complice di questa deriva, di sicuro la cosiddetta massa critica non è esente da responsabilità. La fuga da FriendFeed e la conseguente desolazione sperimentata da chi, invece, cerca di continuare a viverci dentro, ne sono la testimonianza. Twitter, in cui la massa si è rifugiata, favorisce più il broadcast che la rete per via della sua intrinseca difficoltà ad abilitare le discussioni (almeno questa è la mia personale esperienza). Cos'altro sarebbe Facebook, da piattaforma di distribuzione di apps, se non - essenzialmente - un altro megafono?
Insomma il futuro, anche quello della Rete, è nelle nostre mani e, mi sembra, alla preoccupazione che abbiamo sempre avuto sul come utilizzarla, si aggiunge anche quella di lasciarla così com'è, da un punto di vista squisitamente "tecnologico". Sarebbe davvero paradossale trovare declinata sul Web la stessa crisi di valori che denunciamo, proprio qui, in Rete, e che dalla Rete pretendiamo di risolvere.
È vero, a proposito di valori, la Rete è stata anche la tecnologia abilitante del "Guadagnate!"; ha fatto (e fa) credere a chiunque che sia un pozzo da cui chiunque può estrarre petrolio. Mi fa sorridere il casino creatosi intorno alla provocazione di Marco Camisani Calzolari, come se si ignorassero le pratiche poco etiche di tanti SEO di qualche anno fa. Cos'altro sono la collezione (a pagamento, s'intende!) di Follower o di server russi che aumentavano (aumentano ancora?) la link popularity, se non un risultato da vendere all'ignaro Cliente o un trofeo da esibire all'ingenuo Acquirente, alle Persone?
Bisogna sperare che le piattaforme che abitiamo continuino a rendere possibile anche molto altro, oltre che il mero guadagno, o l'illusione di esso (che è peggio). Ogni stravolgimento sarà, lo ripeto, anche una nostra diretta responsabilità.
Non mi dispiacerebbe tornare a commentare sui blog e a condividere documenti sui Wiki. Del resto, lasciatemi chiudere così, è proprio in questo modo che ho conosciuto Stefano Quintarelli che, dimessosi dal suo incarico (chi l'avrebbe fatto?) rischia di diventare il presidente AGCOM. Ed è proprio per averlo conosciuto così che gli faccio il mio in bocca al lupo!
sabato 5 maggio 2012
Mazzo! #ilsabatodimdplab #26
Le analisi fatte in questo spazio nel corso degli anni delle varie tornate elettorali, hanno sempre dimostrato che, al contrario di quanto sempre accaduto negli Stati Uniti, nella nostra penisola la Rete non ha praticamente mai anticipato il risultato delle urne.
Le uniche eccezioni, almeno dal mio piccolo osservatorio, le abbiamo avute lo scorso anno quando i gioiosi movimenti che sostenevano Pisapia e De Magistris nelle amministrative (prima) e la partecipatissima campagna per i referendum (poi) hanno, di fatto, preannunciato l'esito delle consultazioni.
Tornano le elezioni e, personalmente, assisto ad un fenomeno anomalo: tanto in Rete quanto nei media tradizionali (TV in primis) non riesco a trovare la stessa passione, lo stesso interesse e, se penso ai telegiornali, la stessa copertura di dodici mesi fa.
Individuo almeno due ragioni oggettive: in primo luogo i Comuni e i numeri coinvolti sono meno importanti; e poi l'antipolitica e i grillismi vari: sono un fenomeno che sta guadagnando terreno. A questo aggiungo che non sono direttamente coinvolto (sono interessato a sostenere la causa di Pisapia a Milano ma non quella di un Mister X a Roccacannuccia, con tutto il rispetto). I sondaggi sulle intenzioni di voto, almeno quelli che ogni Lunedì mostra Mentana nel suo TG, dicono cose abbastanza chiare: tra astensione, schede bianche e nulle siamo a più del 50%.
Lasciando perdere ogni tipo di considerazione politica, mi sembra ovvio che i risultati, considerando la somma dei voti che ogni partito (partito?) accumulerà, sono in questa occasione davvero incerti, difficili da prevedere. E la Rete, come dicevo, certamente non aiuta. E, se questo comincia ad essere vero anche negli Stati Uniti, non c'è da meravigliarsene. Su Technology Review si parla del problema (in un'ottica di previsione) della maggioranza silente. A mio avviso questa maggioranza farà molto rumore e, si spera, costringerà un pò tutti a rivedere le cose: mi riferisco ai Politici, chiamati a recuperare una volta per tutte le distanze che li separano dalla realtà (ad esempio con una partecipazione reale, e non mediata da improbabili portaborse, nei Social Media); ma parlo anche dei cittadini che, non votando, saranno insoddisfatti a prescindere.
Qui da noi, io credo, non c'è tanto da rimescolare le carte, ormai palesemente truccate. Qui c'è proprio da sostuire il mazzo!
"The big thing to remember is that whether it’s Facebook or Twitter or something else, social media is a tech-enabled solution to do something we’ve always done" dice Michael Sansolo, attuale membro del Coca-Cola Retailing Research Council. Niente di nuovo, se si pensa a quanto più di dieci anni fa Weinberger & C. scrivevano sul Cluetrain Manifesto. Difficilissimo da declinare nella scena politica italiana in una evidente crisi dei Brand coinvolti. Vorrei proprio vederlo questo Michael Sansolo alle prese con brand come PD e PDL.
Le uniche eccezioni, almeno dal mio piccolo osservatorio, le abbiamo avute lo scorso anno quando i gioiosi movimenti che sostenevano Pisapia e De Magistris nelle amministrative (prima) e la partecipatissima campagna per i referendum (poi) hanno, di fatto, preannunciato l'esito delle consultazioni.
Tornano le elezioni e, personalmente, assisto ad un fenomeno anomalo: tanto in Rete quanto nei media tradizionali (TV in primis) non riesco a trovare la stessa passione, lo stesso interesse e, se penso ai telegiornali, la stessa copertura di dodici mesi fa.
Individuo almeno due ragioni oggettive: in primo luogo i Comuni e i numeri coinvolti sono meno importanti; e poi l'antipolitica e i grillismi vari: sono un fenomeno che sta guadagnando terreno. A questo aggiungo che non sono direttamente coinvolto (sono interessato a sostenere la causa di Pisapia a Milano ma non quella di un Mister X a Roccacannuccia, con tutto il rispetto). I sondaggi sulle intenzioni di voto, almeno quelli che ogni Lunedì mostra Mentana nel suo TG, dicono cose abbastanza chiare: tra astensione, schede bianche e nulle siamo a più del 50%.
Lasciando perdere ogni tipo di considerazione politica, mi sembra ovvio che i risultati, considerando la somma dei voti che ogni partito (partito?) accumulerà, sono in questa occasione davvero incerti, difficili da prevedere. E la Rete, come dicevo, certamente non aiuta. E, se questo comincia ad essere vero anche negli Stati Uniti, non c'è da meravigliarsene. Su Technology Review si parla del problema (in un'ottica di previsione) della maggioranza silente. A mio avviso questa maggioranza farà molto rumore e, si spera, costringerà un pò tutti a rivedere le cose: mi riferisco ai Politici, chiamati a recuperare una volta per tutte le distanze che li separano dalla realtà (ad esempio con una partecipazione reale, e non mediata da improbabili portaborse, nei Social Media); ma parlo anche dei cittadini che, non votando, saranno insoddisfatti a prescindere.
Qui da noi, io credo, non c'è tanto da rimescolare le carte, ormai palesemente truccate. Qui c'è proprio da sostuire il mazzo!
"The big thing to remember is that whether it’s Facebook or Twitter or something else, social media is a tech-enabled solution to do something we’ve always done" dice Michael Sansolo, attuale membro del Coca-Cola Retailing Research Council. Niente di nuovo, se si pensa a quanto più di dieci anni fa Weinberger & C. scrivevano sul Cluetrain Manifesto. Difficilissimo da declinare nella scena politica italiana in una evidente crisi dei Brand coinvolti. Vorrei proprio vederlo questo Michael Sansolo alle prese con brand come PD e PDL.
sabato 28 aprile 2012
Buttate via lo Smartphone #ilsabatodimdplab #25
Zygmunt Bauman sostiene che i Social Network abbiano permesso alle Persone di soddisfare il naturale (io direi "animale") bisogno di contatti umani senza costringere la rinegoziazione dei singoli canoni sociali.
Twitter, Facebook e, prima ancora, le chat, insieme con l'abuso delle faccine, credo - faccio un esempio - abbiano alleggerito l'imbarazzo del silenzio di una telefonata di un amico che chiamava nel momento meno opportuno. La latenza nelle comunicazioni, i tempi di attesa e il tempo reale che si dilata rendono le comunicazionistesso con i Social Network meno pressanti.
È strano (ma nemmeno tanto!) poi vedere come sia proprio la domanda di tempo reale una delle discriminanti di un sito che fa informazione: tutto e subito, qui e ora. Un tempo tutti i componenti della famiglia erano in un'unica stanza a guardare insieme la TV (Telegiornale, Dallas o Tribuna Politica che fosse) e a commentare; ora, grazie anche al drastico abbattimento dei costi di accesso alla tecnologia, ognuno è solo nel suo mondo: "abbastanza" vicino agli amici, ma non troppo perchè le notizie arrivano una dopo l'altra e bisogna starci dietro. Altrimenti si è out!
Sherry Turkle, psicologo e professore al M.I.T., in un articolo sul New York Times, disegna uno scenario (che ritengo sia ancora distante da quello italiano) a tratti inquietante ma che credo sia ciò cui Bauman si riferisce quando parla di Società Liquida, di declino e dissolvimento di quella Solida fatta, un tempo, di legami - familiari - forti.
Io penso che ogni opportunità di contatto fisico che la vita ci regala sia da prendere a volo senza lasciarsi distrarre dal tablet o dallo smartphone che ci manda notifiche una dopo l'altra. Quel che dico è scontato se si pensa alla Famiglia; da non sottovalutare, invece, per l'economia delle relazioni fatta di legami deboli, cioè potenzialmente forti.
Ieri sera, arrivato a Perugia, intorno a me c'era tanta gente. Ho visto passeggiare gruppi di persone che nemmeno si parlavano perchè twittavano!
Twitter, Facebook e, prima ancora, le chat, insieme con l'abuso delle faccine, credo - faccio un esempio - abbiano alleggerito l'imbarazzo del silenzio di una telefonata di un amico che chiamava nel momento meno opportuno. La latenza nelle comunicazioni, i tempi di attesa e il tempo reale che si dilata rendono le comunicazioni
È strano (ma nemmeno tanto!) poi vedere come sia proprio la domanda di tempo reale una delle discriminanti di un sito che fa informazione: tutto e subito, qui e ora. Un tempo tutti i componenti della famiglia erano in un'unica stanza a guardare insieme la TV (Telegiornale, Dallas o Tribuna Politica che fosse) e a commentare; ora, grazie anche al drastico abbattimento dei costi di accesso alla tecnologia, ognuno è solo nel suo mondo: "abbastanza" vicino agli amici, ma non troppo perchè le notizie arrivano una dopo l'altra e bisogna starci dietro. Altrimenti si è out!
Sherry Turkle, psicologo e professore al M.I.T., in un articolo sul New York Times, disegna uno scenario (che ritengo sia ancora distante da quello italiano) a tratti inquietante ma che credo sia ciò cui Bauman si riferisce quando parla di Società Liquida, di declino e dissolvimento di quella Solida fatta, un tempo, di legami - familiari - forti.
Io penso che ogni opportunità di contatto fisico che la vita ci regala sia da prendere a volo senza lasciarsi distrarre dal tablet o dallo smartphone che ci manda notifiche una dopo l'altra. Quel che dico è scontato se si pensa alla Famiglia; da non sottovalutare, invece, per l'economia delle relazioni fatta di legami deboli, cioè potenzialmente forti.
Ieri sera, arrivato a Perugia, intorno a me c'era tanta gente. Ho visto passeggiare gruppi di persone che nemmeno si parlavano perchè twittavano!
sabato 4 febbraio 2012
la Piramide #ilsabatodimdplab #13
Maslow, nel costruire la sua piramide, aveva anche individuato dei prerequisiti per il soddisfacimento dei bisogni primari: libertà di espressione e quella di informarsi ne sono un paio.
Cos'è la Rete se non la piattaforma in grado, in potenza, di rendere liberi di esprimersi e di informarsi? Il problema è il superamento del divario digitale: il rischio è di strozzare queste libertà o, quanto meno, di non abilitarle in spazi che sono infinitamente più grandi del circolo privato o del bar.
Ma c'è anche un altro rischio: che quella della libertà sia soltanto un'illusione. Tutto sarebbe perfetto se funzionasse Wikitalia (Riccardo Luna arriva un paio di anni dopo Alberto Cottica, autore di Wikicrazia); ma come può funzionare se non sono garantiti i due prerequisiti di Maslow prima richiamati.
C'è davvero la libertà di informarsi? Esiste davvero e ovunque quella di esprimersi?
Sapere che in Europa soltanto la metà dei navigatori visita i siti dei quotidiani non è confortante. Il risicato 10% dei visitatori che proviene da Facebook è, credo, comunque da leggere positivamente poichè parla di un potenziale [quasi] totalmente inespresso. Sta ora alle testate giornalistiche il compito di veicolare diversamente i propri contenuti attraverso un coinvolgimento negli ambienti social della Rete. Alle testate giornalistiche, però, prima di tutto, l'onere di recuperarsi allo spirito di servizio al quale sono richiamate dai principi deontologici che esse stesse hanno deciso di darsi. Buonissima l'idea di un difensore civico dell'informazione (da intendersi come funzione esterna) ma senza un'azione che parte da dentro (come quella del Guardian), credo non si riesca ad andare molto lontano.
Sono preoccupanti, poi, le azioni di Twitter e Blogger (i.e. Google) che si stanno attrezzando per assecondare i desiderata dei regimi totalitari: pare che renderanno possibile un filtraggio su base geografica dei contenuti. Poco importa se la cosa non riguarda l'Italia; poco importa perchè, come fa notare Massimo Mantellini, il confine geografico nella Rete non ha motivo di esistere. Dico l'ovvio, ma l'esistenza di apparati governativi non propriamente democratici e le conseguenti azioni di Società (Twitter e Google) che stravolgono la propria mission inchinandosi a logiche di puro mercato (mai come adesso è il caso di dirlo) sono cose che riguardano tutti. Sono aspetti che, su scala globale, quella della Rete, rappresentano un colpo mortale alla buona riuscita di azioni Wiki-based orientate al soddisfacimento dei prerequisiti di Maslow, propedeutici alla scalata della sua piramide.
Al vertice della piramide c'è l'autorealizzazione, cioè il benessere. Che, fermandosi un attimo, passa anche attraverso (seguendo) la natura.
Cos'è la Rete se non la piattaforma in grado, in potenza, di rendere liberi di esprimersi e di informarsi? Il problema è il superamento del divario digitale: il rischio è di strozzare queste libertà o, quanto meno, di non abilitarle in spazi che sono infinitamente più grandi del circolo privato o del bar.
Ma c'è anche un altro rischio: che quella della libertà sia soltanto un'illusione. Tutto sarebbe perfetto se funzionasse Wikitalia (Riccardo Luna arriva un paio di anni dopo Alberto Cottica, autore di Wikicrazia); ma come può funzionare se non sono garantiti i due prerequisiti di Maslow prima richiamati.
C'è davvero la libertà di informarsi? Esiste davvero e ovunque quella di esprimersi?
Sapere che in Europa soltanto la metà dei navigatori visita i siti dei quotidiani non è confortante. Il risicato 10% dei visitatori che proviene da Facebook è, credo, comunque da leggere positivamente poichè parla di un potenziale [quasi] totalmente inespresso. Sta ora alle testate giornalistiche il compito di veicolare diversamente i propri contenuti attraverso un coinvolgimento negli ambienti social della Rete. Alle testate giornalistiche, però, prima di tutto, l'onere di recuperarsi allo spirito di servizio al quale sono richiamate dai principi deontologici che esse stesse hanno deciso di darsi. Buonissima l'idea di un difensore civico dell'informazione (da intendersi come funzione esterna) ma senza un'azione che parte da dentro (come quella del Guardian), credo non si riesca ad andare molto lontano.
Sono preoccupanti, poi, le azioni di Twitter e Blogger (i.e. Google) che si stanno attrezzando per assecondare i desiderata dei regimi totalitari: pare che renderanno possibile un filtraggio su base geografica dei contenuti. Poco importa se la cosa non riguarda l'Italia; poco importa perchè, come fa notare Massimo Mantellini, il confine geografico nella Rete non ha motivo di esistere. Dico l'ovvio, ma l'esistenza di apparati governativi non propriamente democratici e le conseguenti azioni di Società (Twitter e Google) che stravolgono la propria mission inchinandosi a logiche di puro mercato (mai come adesso è il caso di dirlo) sono cose che riguardano tutti. Sono aspetti che, su scala globale, quella della Rete, rappresentano un colpo mortale alla buona riuscita di azioni Wiki-based orientate al soddisfacimento dei prerequisiti di Maslow, propedeutici alla scalata della sua piramide.
Al vertice della piramide c'è l'autorealizzazione, cioè il benessere. Che, fermandosi un attimo, passa anche attraverso (seguendo) la natura.
martedì 24 gennaio 2012
Il Fatto è che manca qualcosa!
Mi ha incuriosito l'esperimento de Il Fatto Quotidiano che permette l'acquisto del quotidiano su Facebook grazie ai crediti-Facebook. Una utile spiegazione del meccanismo la trovate su socialmediamarketing.it (da qui ho prelevato l'immagine).
Per chiarirmi le idee ho proceduto all'acquisto avendo in pop-up un articolo di mio interesse. Con 5 crediti, al costo di un euro (mezzo dollaro su account USA), ho acquistato una intera copia, non il solo articolo che avevo in evidenza.
Sicuramente la strada intrapresa è buona; per quanto, come dice PierLuca Santoro, forse la soluzione migliore sarebbe quella di una piattaforma social embedded nel sito del quotidiano [ma - chiedo - quanto deve essere già fedele il lettore a quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un marchio per potersi affidare completamente al sito che ne distribuisce i contenuti?]
Credo, però, che molto meglio sarebbe prevedere l'acquisto (ed il contestuale "Like!") anche di un singolo articolo. Come si può, infatti, pensare di generare una discussione su un intero quotidiano? Che senso ha, su una piattaforma digitale, obbligare l'acquisto dell'intero quotidiano quando "la tecnologia" permette facilmente di segmentare l'offerta ed il conseguente pagamento?
Perfetto sarebbe, poi, integrare un meccanismo di microcredito: riconoscimento di crediti (o frazioni di essi) a chi, attraverso la segnalazione (un "Like!") di un articolo, ne favorisce un ulteriore acquisto da parte di un "Friend".
Ma non è detto che quelli de ilFatto non ci stiano già pensando!
Per chiarirmi le idee ho proceduto all'acquisto avendo in pop-up un articolo di mio interesse. Con 5 crediti, al costo di un euro (mezzo dollaro su account USA), ho acquistato una intera copia, non il solo articolo che avevo in evidenza.
Sicuramente la strada intrapresa è buona; per quanto, come dice PierLuca Santoro, forse la soluzione migliore sarebbe quella di una piattaforma social embedded nel sito del quotidiano [ma - chiedo - quanto deve essere già fedele il lettore a quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un marchio per potersi affidare completamente al sito che ne distribuisce i contenuti?]
Credo, però, che molto meglio sarebbe prevedere l'acquisto (ed il contestuale "Like!") anche di un singolo articolo. Come si può, infatti, pensare di generare una discussione su un intero quotidiano? Che senso ha, su una piattaforma digitale, obbligare l'acquisto dell'intero quotidiano quando "la tecnologia" permette facilmente di segmentare l'offerta ed il conseguente pagamento?
Perfetto sarebbe, poi, integrare un meccanismo di microcredito: riconoscimento di crediti (o frazioni di essi) a chi, attraverso la segnalazione (un "Like!") di un articolo, ne favorisce un ulteriore acquisto da parte di un "Friend".
Ma non è detto che quelli de ilFatto non ci stiano già pensando!
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