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sabato 22 novembre 2014

#DigitalChampions @RiccardoLuna, le FAQ non bastano


Non si può andare d'accetta su una questione così importante. E questo lo esprime bene Rudy Bandiera.
D'altra parte di dubbi ce ne sono tantissimi. E un bell'elenco lo fa Massimo Cavazzini.
Poi Riccardo Luna prende la parola e spiega come stanno le cose.

A me sembra strano che una simile "iniziativa", leva per lo sviluppo culturale del nostro Paese, debba essere affidata ad un gruppo di volontari. Perchè di volontari stiamo parlando, no? [ogni Digital Champion s'è pagato il viaggio per andare a Roma, no? Eh!]

Ora, per non voler essere malizioso, mi chiedo davvero cosa vieti ad un Governo che si dichiara innovatore di mettere soldi in una impresa da un potenziale immenso e di investire davvero per "cambiare verso". E cosa invece lo spinge e chiedere l'elemosina a Telecom e a qualche migliaio di persone.

Intanto a Riccardo Luna faccio una proposta: fissare una metrica che misuri le azioni dei Digital Champions e verificare periodicamente e con trasparenza gli obiettivi raggiunti.

domenica 14 aprile 2013

Diffusione e Utenti Unici. sul Locale Vince la Carta

Dopo quelli del 2011 e del 2012, anche quest'anno propongo l'analisi dei dati incrociati delle versioni digitali (Audiweb) e di carta (ADS, via) di alcune testate giornalistiche italiane.


Queste le considerazioni che, anche lavorando allo sheet che ho messo in condivisione (in basso uno screenshot per una fruizione veloce dei dati - fare click per ingrandirlo), vi chiedo di controllare, integrare e commentare:

1. Utenti Unici delle versioni Digitali: in media, ciascuna testata cresce del 18%. Agli estremi del range, troviamo la crescita del 156% de il Messaggero, e il drastico calo de l'Arena (la testata più locale di quelle analizzate) che sfiora il -40%. La gara degli utenti unici è vinta da la Repubblica con 1.6 milioni.

2. Diffusione del Cartaceo: il dato scende, in media, del 11% circa. Il risultato peggiore è de la Stampa che perde il 25% delle copie dello scorso anno. Il risultato migliore è, invece, de il Tempo che guadagna circa il 20% (unica testata in crescita). I maggiori quotidiani (Repubblica, Corriere e Sole) sono nella media. Fa un pò meglio della media l'Arena. Il Corriere della Sera è la testata più diffusa a Febbraio di quest'anno con 430 mila copie.

3. In termini di efficacia rispetto al bacino d'utenza, la migliore performance del cartaceo è de la Repubblica che ha un indice DH pari a 735. I risultati peggiori sono dei quotidiani più locali (l'Arena e il Giornale di Vicenza non arrivano a 5).

4. È ancora la Repubblica ad aggiudicarsi il miglior risultato in termini di valore aggiunto online rispetto alla carta con un indice UD pari a 438%. Rispetto allo scorso anno migliora più di tutti il Messaggero mentre invece l'Arena cede un corposo 33%.

5. Sempre la Repubblica è la testata che, più di tutte, produce in Rete il valore aggiunto maggiore nel proprio bacino di utenza: il parametro UH, infatti, per la Repubblica vale più di 3000 punti, in miglioramento rispetto allo scorso anno. L'Arena, invece, è la testata che sembra regalare meno ai suoi utenti in Rete con un UH pari a 2 punti.

Sostanzialmente, continuano a rimanere valide le conclusioni degli ultimi due anni: le versioni online dei quotidiani locali aggiungono molto poco alle rispettive versioni di carta. Le performance migliori del cartaceo delle Testate locali rispetto alle sorelle in rete sono testimoniate, oltre che da un calo di diffusione contenuto rispetto alla media, anche dai numeri non incoraggianti degli utenti unici e delle pagine Facebook (circa 10000 likers e scarsissimo numero di commenti sia per l'Arena  sia per il Giornale di Vicenza).

Interessante il dato relativo alle vendite del digitale. Rapportando il valore di unità digitali vendute all'indice di (iper)località, si scopre ancora una volta che le testate locali, in Rete, hanno davvero molto poco da dire.
Ma qui occorrerebbe approfondire.


NOTA - gli indici utilizzati sono: 

HHI [Herfindahl-Hirschman Index]: parametro che può assumere, agli estremi, i valori 0 o 10000 indicativo della concentrazione delle varie testate. Polo, nel suo Notizie S.p.A. conferisce a tale indice un carattere geografico; questo vuol dire che maggiore è l'HHI, più piccolo è il bacino di utenza. HHI, quindi, rappresenta un indice di (iper)località.

DH [Diffusione/HHI]: Indice di gradimento complessivo della testata: se una testata riesce a diffondere più copie "di quante gliene permetterebbe la concentrazione" vuol dire che è un buon prodotto. Più alto è il DH e più hanno senso i costi affrontati per la versione su Carta.

UD [Utenti_Unici_Web/Diffusione]: è un indice strano poichè mescola due segmenti diversi (Carteceo e Web). Tale rapporto può servire a dare una misura dell'utilità del Web rispetto alla Carta: un rapporto UD basso, dovuto ad un basso numero di utenti unici giornalieri oppure ad un'alta diffusione, indica che la versione Web aggiunge poco a quello che già la Carta riesce a dare.

UH [Utenti_Unici_Web/HHI]: è un indice simile al precedente che tiene, però, conto delle dimensioni del bacino di utenza del cartaceo. Un rapporto basso, dovuto ad un basso numero di utenti unici oppure ad un alto HHI - bassa concentrazione territoriale, indica uno scarso valore aggiunto della versione online nello specifico territorio.

domenica 10 marzo 2013

Ricostruiamo la Città della Scienza #ilsabatodimdplab #62


La Fondazione Idis – Città della Scienza ha aperto su DeRev.com l’unica campagna ufficiale e riconosciuta di raccolta fondi, disponibile all’indirizzo https://www.derev.com/revolution/ricostruiamo-citta-della-scienza, come annunciato dal relativo comunicato stampa (disponibile sul sito ufficiale) e ribadito dal Consigliere delegato Vincenzo Lipardi nel video pubblicato all’interno della pagina su DeRev

COME SOSTENERE LA CITTA’ DELLA SCIENZA
- Carta di credito, PayPal o carta prepagata (es. Postepay): E’ sufficiente cliccare sul pulsante “Contribuisci” sul sito di Derev e selezionare l’importo che si vuole donare ed effettuare il pagamento tramite il sistema sicuro di PayPal. Per creare un account su DeRev è possibile registrarsi in pochi secondi oppure accedere direttamente tramite il proprio account Facebook con un solo click cliccando qui!

- Bonifico su conto corrente bancario*
Banco di Napoli IBAN: IT41X0101003497100000003256 Intestato a: Fondazione IDIS – Città della Scienza Causale: Ricostruiamo la Città della Scienza BIC: IBSPTINA

 BNL IBAN: IT96T0100503408000000030000 Intestato a: Fondazione Idis Città della Scienza Istituto per la diffusione Causale: Ricostruiamo Città della Scienza Swift/BIC: BNLIITRR

*I contributi inviati tramite bonifico bancario vengono aggiornati ogni 24 ore

(via Pionero.it)

Immagine dalla pagina La Città della Scienza su Facebook

mercoledì 13 febbraio 2013

European Initiative for Media Pluralism

Anche io, insieme con Iniziativa dei Cittadini Europei per il Pluralismo (*) e la Libertà dei Media, chiedo:
  1. una legislazione efficace per evitare la concentrazione della proprietà dei media e della pubblicità;

  2. una garanzia di indipendenza degli organi di controllo rispetto al potere politico;

  3. la definizione del conflitto di interessi per evitare che i magnati dei mezzi di informazione occupino alte cariche politiche;

  4. sistemi di monitoraggio europei più chiari per verificare con regolarità lo stato di salute e l’indipendenza dei media negli Stati Membri.


Per avviare il processo legislativo a livello europeo occorre un miliore di firme. È possibile firmare anche online riempiendo il form per i cittadini italiani.

Grazie a LSDI per la segnalazione.

(*) Qui qualche riflessione sul testo di Michele Polo, L'Informazione che non c'è, che affronta il tema del pluralismo.

lunedì 11 febbraio 2013

Spunti Papali


La vicenda del Papa offre almeno un paio di spunti sulla questione del giornalismo.

Il primo. Non so fino che punto abbia senso parlare di scoop nell'epoca in cui le notizie viaggiano alla velocità della luce; in un tempo in cui, finita l'era della stampa, esse sono tornate a diffondersi cosí come si diffondevano prima che la stampa esistesse: di piazza in piazza, di villaggio in villaggio.

Il secondo. Ammettendo l'utilità della competizione sulla velocità, ci sarebbe da pensare al poco valore riconosciuto a chi ha saputo leggere velocemente quello che stava accadendo; insomma abbiamo saputo in tempo reale che il Papa si stava dimettendo ma, a Giovanna Chirri, mi sembra, soltanto gloria. Che non è sempre un equo compenso da corrispondere a chi fa bene il suo mestiere.

Immagine ACTA APOSTATICAE SEDIS

giovedì 31 gennaio 2013

Diffamazione e Libertà

Se c'è chi pensa che la diffamazione vada depenalizzata, io posso anche credere che sia giusto farlo. Il fatto è che non capisco cosa voglia dire depenalizzare; e non riesco nemmeno a capire quanto la depenalizzazione possa poi autorizzare a diffamare.
Il caso Sallusti ha dischiuso tante considerazioni in merito alla diffamazione a mezzo stampa. Il lavoro di Mario Tedeschini Lalli è molto utile e istruttivo (qui e qui).


Il codice Penale, almeno per il momento, parla chiaro: l'articolo 595, infatti, recita così (via):

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

***

Questo è quello che, per l'Italia, dice Reporters Senza Frontiere che, come ogni anno, ha stilato la classifica delle Nazioni in base alla libertà di stampa (via):

La situazione per gran parte dell’Unione europea resta immutata. Sedici Paesi membri sono ancora tra i primi 30 della lista. (…) Ma il modello europeo si sta disfacendo. L’emorragia legislativa iniziata nel 2011 non è diminuita nel 2012, in particolare in Italia dove la depenalizzazione della diffamazione non è ancora raggiunta e dove le istituzioni strumentalizzano pericolosamente le “leggi bavaglio”.

***

Chiedo: siamo sicuri che la stampa in Italia non sia libera perchè la diffamazione non viene depenalizzata?

Immagine DailyStorm

martedì 29 gennaio 2013

la Questione Meridionale

È suggestivo il colpo d'occhio sul mondo offerto da Tweetping, con cui è possibile visualizzare le attività su Twitter in tempo reale (via).
Ho fatto una fotografia, uno screenshot, più o meno all'ora di pubblicazione di questo post. 

 

Di sicuro non si può fare affidamento su questa immagine per farsi un'idea di com'è distribuita la connessione alla Rete sul territorio nazionale; essa, però, offre l'occasione per ricordare i dati dell'indagine Istat: per il 2012, tra Nord e Sud, esiste una differenza di una decina di punti percentuali sul tasso delle famiglie connesse (58,1% per il Centro Nord a fronte del 49,6% per il Sud).

A mio avviso, un primo passo per risolvere questo problema, causa ed effetto di un divario anche culturale, potrebbe essere l'introduzione di un articolo 21-bis in Costituzione:

"Tutti hanno uguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.
La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni dei diritti di cui al Titolo I parte I."

sabato 19 gennaio 2013

Willingness to Pay in Italia


Conventional wisdom says newspaper and magazine publishing is a dying business. Based on our work with print media companies in North and South America, Europe, and Asia, we believe that conventional wisdom is wrong.

Così viene presentata la ricerca "Transforming Print Media - Managing the Short Term While Restructuring for the Future" (via) dai suoi autori. Ecco qualche altro brano:

- Digital consumers are increasingly demonstrating a willingness to pay for the media content that they vlue. More and more publishers are experimenting [...] paywalls or chargin extra for premium [...]. The key in all cases is providing unique and differentiated content, which is easier in specific categories or niches and harder for commotized nazional news that is readily accessible through onoine aggregators and other sources.

- Success in the digital world depends on abilities as creating and curating content in multiple media formats [...] professionally created and edited as well as user generated through social media such as Facebook posts and Twitter feeds. For most newspapers, this means a shift from the traditional daily news cycle to a "digital first" mndset that puyts a real-tome product, with the same level of quality, in front of the consumet throughout the day.

- Publishers that have highly engaged and loyal audiences have been able to shift the focus from charging for delivery to charging for content.

- The willingness to pay for a monthly digital-only newspaper subscription ranges, on average, from $4 to $9 in the US, $6 to $14 in UK, $10 to $14 in Japan to $12 to $20 in Italy.  

Di fatto, non emerge nulla di nuovo. Molto interessante, però, il dato sulla willingness to pay: anche in Italia siamo disposti a pagare contenuti. È evidente, però, come si è già detto, che devono essere create le condizioni per cui davvero si sia disposti a pagare denaro. Comunque, il fatto che ci sia una predisposizione al pagamento mi dice che sono piu' pronti i lettori che gli editori.

***

Aggiornamento: PierLuca Santoro, che ringrazio, segnala un interessante articolo, "Do Intentions Really Predict Behavior? Self-Generated Validity Effects in Survey Research", che aiuta a guardare con un senso critico maggiore le informazioni contenute nelle ricerca a proposito del Willing to Pay.

***

Aggiornamento del 28 Gennaio 2013: PierLuca Santoro, nella sua rubrica su EJO, mostra tutti gli altri importanti risultati della ricerca. L'articolo si conclude in questo modo: Sono tre fondamentalmente gli ambiti d’intervento per sopravvivere alla transizione e arrivare vincenti alla meta: la già menzionata gestione dei costi, che gli autori del rapporto suggeriscono possa passare anche attraverso una riduzione della frequenza di pubblicazione, come già avvenuto, ad esempio, per il The Times-Picayune, il miglioramento dei ricavi attraverso un mix differente dall’attuale ma anche grazie all’aumento del prezzo di vendita al pubblico delle pubblicazioni, ed il mantenimento del valore per gli azionisti nel breve termine.
Emerge, o meglio si conferma, come non esistano ricette magiche ed univoche per il successo ma casi di successo e di insuccesso che presi ad esempio, conosciuti ed esaminati, possono aiutare a prendere scelte strategiche corrette ed evitare di ripetere errori già commessi ai quali abbinare buone pratiche di management che forse larga parte delle imprese dell’informazione hanno trascurato o addirittura dimenticato nel tempo.

Immagine Cult of Android

giovedì 10 gennaio 2013

Gattopardo e Par Condicio

I telegiornali devono garantire, insieme con la completezza dell’informazione, l’esposizione della pluralità dei punti di vista. I direttori, i conduttori, i giornalisti devono orientare la loro attività al rispetto dell’imparzialità, avendo come unico criterio quello di fornire ai cittadini il massimo di informazioni, verificate e fondate, con il massimo della chiarezza.

Quello che avete appena letto è il comma 5 dell'Art. 7 del regolamento sulla par condicio approvato dall'Autorità Garante per le Comunicazioni (via). Abbastanza sintomatico dello stato dell'informazione in Italia il fatto che debba essere messo per iscritto qualcosa di ovvio, che dovrebbe essere già scontato e, soprattutto, scritto altrove.
Lo fanno sembrare un messaggio nuovo, come se, da questa volta, finalmente, qualcosa debba cambiare. Tanto poi si sa che, gattopardescamente, nulla cambierà. E, per le prossime elezioni, un nuovo regolamento verrà presentato. Per lasciare ancora tutto com'è. Povera informazione, in balia delle Autorità.

Su come segnalare eventuali infrazioni, ecco degli estratti dallo stesso regolamento:

Art. 27, Comma 3: La denuncia delle violazioni deve essere inviata, anche a mezzo telefax [...].

Art. 27, Comma 4: La denuncia indirizzata all'Autorità è procedibile solo se sottoscritta in maniera leggibile e deve essere accompagnata dalla documentazione comprovante l'avvenuto invio della denuncia medesima anche agli altri destinatari indicati dal comma 3.

Lo leggo e lo rileggo questo regolamento: e niente, alla fine, c'è scritto proprio Roma, 28 Dicembre 2012!

giovedì 20 dicembre 2012

per i Bambini. Contro l'Overload di Mezzi e Contenuti

Mi capita spesso di ragionare sul come, perchè e quanto i bambini debbano essere esposti alla tecnologia. E ragiono raccontando, molto banalmente, di un mio passato fatto di ginocchia sbucciate e punti di sutura sulla testa; di un cellulare arrivato solo alla laurea, alla veneranda età di 28 anni; di una frequentazione relativamente tardiva della rete; e - a dispetto di quella stessa laurea - di una ignoranza convinta per la tecnologia.
Un passato che, però, non mi tiene lontano dai benefici che la tecnologia porta.
Non sono mai riuscito a trovare una giusta via di mezzo, una posizione credibile, io, ingegnere tra insegnanti,  che mettesse al centro i bambini con esperienze fatte con un tatto che non fosse soltanto quello dei polpastrelli; che avesse come obiettivo un futuro uso consapevole della tecnologia stessa e, quindi, anche della Rete da parte dei bambini e che, oltretutto, li metesse al riparo da un overload fatto oltre che di contenuti, anche di mezzi.




Ecco, l'appello di Franco Lorenzoni, Maestro Elementare, avrei voluto scriverlo io perchè lo trovo equilibrato e, nel modo più assoluto, non è ideologicamente contro la tecnologia.

Eccone due passi:

- Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo! La Scuola dell'Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi.

- I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l'irrealtà. Ma i bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi. Tutto questo davanti a uno schermo NON SI PUO' FARE!

mercoledì 19 dicembre 2012

Aspettative

Aspetto il politico che giochi come Rivera e il Giornalista che lo racconti come, con Rivera, faceva Brera.
Saremmo, così, in un altro, bellissimo, Paese.


Oltre che esprimere un desiderio, voglio ricordare questo grandissimo del giornalismo (sportivo). 
Sul mio comodino, da quando mia sorella Letizia me l'ha regalato ad un compleanno, quello del '94, c'è ancora Derby, l'antologia degli articoli sui Milan-Inter e Inter-Milan dal 1956 fino al 1992. Ogni tanto lo sfoglio: un autentico godimento. Provate voi stessi prendendo delle pagine a caso.

Ho approfittato di GoogleBook. Non so in quanti comprerebbero il libro; spero invece di stimolare la curiosità di qualcuno. 
Ieri sera, al mercatino della stazione, ho acquistato tre titoli del 1990 a 4 euro. L'ho trovato quasi offensivo nei confronti degli autori. Il fatto è che proprio non sapevo in quale altro modo avrei potuto trovarli
L'aver proposto nel mio spazio, in questo modo, questo libro, davvero, è tutta un'altra storia.
 
Qui un bellissimo ricordo di Gianni Mura e Giuseppe Smorto. E qui l'articolo con il quale lo stesso Gianni Mura ne salutò la scomparsa.

martedì 18 dicembre 2012

International Communications Market Report 2012. Qualche Conferma sui Quotidiani

L'International Communications Market Report 2012 (via) è tutto da leggere: 343 pagine di dati in cui OfCom mette a confronto la realtà UK con quella di altri paesi europei ed extraeuropei.

Ho preso in considerazione, nella sezione 5, quella su Internet e i Web-based Content, tre grafici davvero molto interessanti.

Il primo (quello della Figura 5.31 del documento) riguarda la frequenza di acquisto di contenuti digitali online: per la percentuale della popolazione di chi acquista regolarmente, la Cina si colloca al primo posto con un 18%, gli USA all'11%. Noi siamo al 6%. In generale la propensione all'acquisto è inferiore al 50% per tutte le nazioni analizzate, con l'unica eccezione della Cina.
Come potrà sfondare il paywall in Italia lo sanno solo Repubblica e Corriere; se non ci saranno iniziative collaterali, ogni esperimento è destinato al fallimento.




Il secondo grafico (Figura 5.32), invece, riguarda la percentuale dei cittadini che, nelle varie nazioni, considerano internet fonte primaria di informazioni. Per tutte le nazioni analizzate, tranne che per la Spagna, succede che internet è considerato fonte primaria per le notizie internazionali e nazionali in primis e, in secondo ordine, per quelle locali.
Un risultato che confermerebbe la tendenza già dimostrata dall'analisi incrociata di numeri dell'online e del cartaceo (almeno nelle due occasioni in cui mi sono dedicato a questo tipo di ricerca), che vedrebbe le testate locali fare minor presa con le loro edizioni online, rispetto a quelle di carta.




L'ultimo grafico (Figura 5.33), infine, è relativo alle frequenze di accesso alle news (web o app) da possessori di smartphone. Purtroppo non ci sono i dati per tutte le nazioni, ma colpisce il quello relativo a quanti, tra i possessori di smartphone, non accedano affatto alle news: in Italia il 40%, in Spagna e Francia il 35%, in Germania il 30%, in UK solo il 5%.
Questi numeri, dal mio punto di vista, non confermano, ma nemmeno smentiscono, l'idea secondo cui quella mobile non sia la tecnologia che meglio può abilitare le discussioni e le conversazioni su un articolo; attività sicuramente più esigenti, in termini di tempo e risorse, delle semplici condivisioni di foto, filmati e stati.



Avvertenza: è bene puntualizzare, come suggerisce Pier Luca Santoro, che i dati si riferiscono agli internauti e dunque NON sono rappresentativi dell'universo in particolare per quanto riguarda l'Italia dove la penetrazione di Internet è nettamente inferiore alle altre nazioni prese in considerazione.

domenica 16 dicembre 2012

Al Qaeda! Al Qaeda!, i Mostri in TV e il Percorso verso la Conoscenza

Immaginiamo di dover iniziare un percorso verso la conoscenza. La prima tappa è il dato, una notizia, il racconto di una storia. Poi, attraverso la discussione, la conversazione, la contestualizzazione dei fatti, si migliora la natura dell'elemento-notizia, lo si qualifica; così, ciò che era informazione, diventa conoscenza.

Immaginiamo ora cosa succederebbe quando l'informazione non corrispondesse a verità, se il protagonista del racconto venisse diffamato: viene costruito uno scenario falso e, complici i canali informativi mainstream, il pubblico si ritrova, vittima non consapevole, immerso in un abisso, l'anti-conoscenza.




Il DocuFilm di Giuseppe Scutellà, Al Qaeda! Al Qaeda! - Come fabbricare il mostro in TV (qui la pagina facebook con gli appuntamenti per le proiezioni pubbliche, e non solo), tratto dal libro Primo, non diffamare di Luca Bauccio, racconta come, in televisione, il mezzo usato dalla (quasi) totalità dei cittadini italiani (via), siano stati costruiti dei casi inesistenti fatti di accuse, a volte paradossali e ridicole, a personaggi che poi hanno saputo sempre dimostrare la loro innocenza. Un lavoro che, oltre che fare luce su casi anche drammatici (il che sarebbe opera già abbondantemente meritoria), credo sia utile anche per mettere in guardia ogni Cittadino per renderlo uno spettatore dell'informazione più consapevole e critico.
Questa la ragione per cui, dal mio piccolo, ne raccomando l'acquisto e massima divulgazione e conversazione.

Nel trailer, che di seguito pubblico, parlano i (diffamati) protagonisti: Youssef Nada, banchiere e politico egiziano finanziatore del terrorismo musulmano e di Al Qaeda; Hamza Piccardo, tra i fondatori dell'UCOII, pericoloso ispiratore di azioni terroristiche; Angela Lano, giornalista, negatrice dell'olocausto e amica di terroristi; Vito Carlo Moccia, capo di una psicosetta; Rassmea Salah, presidente di seggio col volto coperto; Usama El Santawy, capo di una cellula italiana di Al Qaeda; Beppino Englaro, omicida.




Il tema, quindi, è quello della diffamazione, del deleterio impatto sull'informazione e, c'è da dirlo, di come tante volte diventi parte di strategie comunicative, [in questi casi evidentemente] nemiche della conoscenza. Non è, quindi, soltanto il diffamato ad essere vittima della diffamazione.
Perchè, quindi, smussare le posizioni sul caso Alexander San Lusti? (ho usato il nome inventato da un altro protagonista del DocuFilm, Alì Darwish, romano di origine egiziana, autore di filmati davvero molto istruttivi distribuiti sul suo canale YouTube - Guardate i primi due minuti del video che pubblico di seguito, inseriti anche nel DocuFilm)




Certo, le riflessioni da fare sono ampie e molto delicate. Mario Tedeschini Lalli, un mese fa, poneva la questione della depenalizzazione della diffamazione. Sul caso specifico di Sallusti, almeno un paio di cose: (1) quanto è ampio il margine tra diffamazione e opinione? La discriminante, come lo stesso Tedeschini Lalli dice, sta nella consapevolezza che si ha nell'attribuzione dei fatti (io, però, continuerei a dire che il perimetro in cui ci si muove dovrebbe rimanere penale); (2) Sallusti è stato condannato in base ad una legge del nostro ordinamento e intervenire in corso d'opera significa reiterare una pratica così tanto criticata fino ad un anno fa (e sappiamo per cosa e per chi).

Al Qaeda! Al Qaeda!, comunque: impariamo come si fabbricano i mostri in TV e come ci viene negato il percorso verso la conoscenza.

venerdì 14 dicembre 2012

Condivisioni e Articoli Online

Sono la musica e i libri, secondo la ricerca del Pew Research Center sull'utilizzo mondiale dei Social Network (via, via) l'oggetto principe della condivisione sulle piattaforme sociali. A seguire, le questioni relative alla propria comunità, lo Sport, la Politica e la Religione.

Cosa viene condiviso sui Social Network (ricerca PEW)


Aggregare questi dati a quelli dello studio dell'Università di Bristol e della Scuola di Giornalismo dell'Univesità di Cardiff sul linguaggio utilizzato dalle fonti di informazione online (USA e UK) credo sia molto azzardato ma è un esercizio che può far riflettere (a fattor comune, come argomenti oggetto delle due ricerche, ci sono Sport, Politica e Religione).


Leggibilità e Soggettività degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff)



Popolarità degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff)



Leggendo i grafici insieme, si scopre che (almeno per i paesi occidentali):
- viene condiviso di più l'argomento (sport) che, tra i tre, è il più leggibile ma il meno popolare
- viene condiviso di meno l'argomento (religione) appartenente all'insieme dei meno leggibili
- in generale, il tasso di condivisione è inversamente proporzionale alla popolarità

Apparentemente, in queste conclusioni ci sono delle contraddizioni. Probabilmente non è così perchè:
- la popolarità è, di sicuro, un fattore intrinseco del gruppo di lettori del quotidiano; inoltre, avere una tipologia di contenuto popolare sui quotidiani, non implica necessariamente la sua condivisione sui Social Network. Popolarità e tasso di condivisione, quindi, sono forse parametri indipendenti
- c'è dipendenza (proporzionalità diretta), tra leggibilità e condivisioni. Come dire che il tasso di condivisione di un determinato argomento aumenta quando, sull'argomento stesso si è letto con maggiore facilità. Che ad essere condiviso sia proprio lo specifico articolo o più semplicemente (e solo) dei pensieri, è un fattore secondario

lunedì 10 dicembre 2012

Giornalismo Post Industriale. Ma per davvero?

Siccome non esiste più una filiera produttiva lineare, allora ha ragione chi dice che siamo entrati nell'era del giornalismo post-industriale. Post-Industrial Journalism è il rapporto sullo stato del giornalismo e dell'editoria, curato da C. W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky, non esattamente gli ultimi arrivati.


Luca De Biase, PierLuca Santoro, Mario Tedeschini Lalli, Giuseppe Granieri e Sergio Maistrello hanno, tra gli altri, presentato questo lavoro insieme con delle considerazioni personali. Ecco cosa mi appunto (e un paio di riflessioni finali):

- stiamo entrando nell'epoca della conoscenza in cui servirà generare significato e interpretazioni dei contenuti prodotti dalle persone
- le persone seguono le persone e le persone valgono più dei brand: people first, quindi, in un futuro già iniziato
- siamo, di fatto, in un ecosistema tutto nuovo. Gli autori del rapporto raccomandano "survive"
- come? andando oltre le fonti di ricavo attualmente presenti (paywall e advertising) ed esplorando forme molteplici (e.g. long form journalism) senza precludere il riutilizzo dei contenuti, distribuendoli su tutte le piattaforme
- il giornalista non si deve solo aggiornare professionalmente ma deve pensare a se stesso in modo diverso
- il giornalista deve lasciar perdere  o ridimensionare l’importanza delle notizie, ormai vere commodity. E la definizione che ne dà Sonderman a me piace molto: "Il giornalista non è più chi racconta i fatti. Oggi è un investigatore, un traduttore, uno storyteller sospeso tra la gente e gli algoritmi che danno le news"
- in questo giornalismo post-industriale, il giornalista esercita una sorta di artigianato di ritorno. Un lavoro da artigiano che non è quello di dare notizie perchè le notizie ci sono già
- l'idea di ecosistema è chiara perchè ci sono le relazioni tra i contenuti e persone; un ecosistema in cui il giornale deve (dovrà) nascerci dentro facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s'agita
- la sostenibilità del giornalismo è prima di tutto una presa di coscienza: il giornalismo è sempre stato sussidiato, perché costava più di quanto il mercato pagava per accedere agli strumenti con i quali veniva pubblicato. Il problema è che la pubblicità, che sussidiava il giornalismo, sta cambiando in modo sostanziale. Quindi o si cercano altre forme di sussidio – dalla filantropia alle varie forme di membership – oppure si cerca di capire quali nuovi strumenti per pubblicare il giornalismo possono convincere il pubblico a pagare, oppure si reinventano i proventi della pubblicità sostituendoli con quote del valore delle vendite che avvengono attraverso i canali che pubblicano giornalismo, oppure si mette il giornalismo al servizio delle comunità che generano un valore per gli aderenti e che hanno bisogno di informazioni per tenersi insieme

***

Sinceramente non so dire se il giornalismo stia vivendo una fase  post-industriale. Sarà pur vero, infatti, che la filiera non è più lineare e che il giornalista esercita (deve/dovrebbe esercitare) un artigianato di ritorno ma, intendendo l'industria come un generatore di profitti (è una forzatura?), osservo che quella che ruota intorno al giornalismo non è altro che un'industria o, forse meglio, una cosa che vorrebbe essere industria ma che non ci riesce e che, quindi, fa di tutto - ma proprio di tutto - per poterci riuscire. Con questa lettura, quindi, quello sul Giornalismo Industriale, lo vedo anche come un auspicio. Al quale mi associo totalmente.

La filantropia non è una buona soluzione, a mio avviso. Le mie ragioni sono le stesse che portano Yunus a privilegiare, su ogni altro tipo di Impresa (di Industria, quindi), quella con Finalità Sociali; che è la via da preferire come modello d'Impresa . Credo invece nella membership, intesa come collaborazione tra cittadini, chi scrive e chi legge. In questo modo il passaggio all'epoca della conoscenza penso possa/potrebbe avvenire nel modo migliore possibile con una prospettiva di crescita delle Persone, dei Cittadini, fondata su principi liberi da ogni condizionamento...industriale (anche per evitare casi come quello del Financial Times Deutschland).

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Aggiornamento dell'11 Dicembre.L'argomento continua a generare riflessioni e conversazioni. Segnalo questo post di Luca De Biase, che ringrazio per la citazione, in cui è possibile reperire link ad ulteriori sue considerazioni e ad altri spazi in Rete in cui si è ragionato su questo importante rapporto.

venerdì 7 dicembre 2012

Consumo di Tecnologia e Quotidiani

Luca Conti, qualche giorno fa, ha segnalato delle slide con dei numeri molto interessanti riguardanti l'engagement sui social media.
Alle sue riflessioni ne aggiungo una mia personale riguardante la slide 7, che riporto qui in basso (fare click per ingrandire).


Il prospetto a me dice che le attività che rendono parte attiva le Persone all'interno di una comunità (Recensione di un prodotto, Commento ad una storia, Commento in un forum) sembrano essere fatte da laptop/desktop.
Invece, intendendo per microblogging piattaforme come Twitter, il laptop/desktop cede agli smartphone/tablet.
Come dire, quindi: la mobilità per le attività da fare velocemente e il fisso per quelle più lente, su cui bisogna un pò riflettere.

Tenendo presente queste attitudini di consumo della tecnologia e il ruolo che dovrebbero avere i quotidiani (stimolo della discussione/partecipazione orientata alla crescita degli attori che la animano, la discussione!), mi viene spontaneo pensare che, quella mobile, non sia una buona tecnologia abilitante.

È vero, i dati si riferiscono all'ultimo mese ma, in totale libertà, mi prendo il lusso di riflettere ad alta voce e dire: non sarà stata (anche) questa la causa della chiusura del Daily?

P.S. per rispondere alla domanda di Luca (perchè gli italiani seguono meno pagine fan su Facebook): non è che, magari, le fan page italiane, sono fatte male?

Salviamo la Mamma!

Abbonati anche tu alla rivista di satira che fa giornalismo a fumetti


Mamma! è una rivista autoprodotta e diffusa solo su abbonamento.

I satiri, i fumettari e i giornalisti di Mamma! condividono un progetto ambizioso: realizzare la prima rivista italiana di giornalismo a fumetti e satira d'inchiesta libera da Padroni, Pubblicità, Prestiti bancari e Partiti politici, le "quattro P" che inquinano e avvelenano l'informazione italiana.

Ma per raggiungere questo obiettivo non possiamo restare soli: abbiamo bisogno del sostegno dei nostri lettori. Non vogliamo fare debiti, nè chiedere soldi alle banche, nè cercare finanziatori: faremo solo quello che riusciremo a permetterci con l'aiuto dei nostri lettori.

Questo il progetto Mamma!, rivista satirica a fumetti nata nel 2009.

Nel ringraziare PierLuca Santoro, oltre che per la segnalazione, anche per il riferimento al Modello Fotovoltaico, mi unisco all'appello e al gruppo di abbonati di Mamma! (per salvare la rivista ne servono 300 entro fine anno). Il perchè sta proprio nella spiegazione del progetto: liberi da tutti ma non, evidentemente, dai Cittadini che sono interessati. Il Modello Fotovoltaico, nella sua forma piu' probabile (*), è proprio questo: il finanziamento delle Imprese Editoriali viene deciso direttamente dai cittadini e la sua entità dipende solo ed esclusivamente dal numero di copie consegnate e vendute.

(*) In effetti, il Modello Fotovoltaico, quello puro, quello più vicino all'utopia, a mio avviso più che realizzabile, prevede che ai cittadini venga concesso un microcredito da parte dello Stato da poter spendere per l'acquisto di un definito set di notizie online, le notizie di qualità.


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sabato 10 novembre 2012

la Strana Storia del Recruiting Online #ilsabatodimdplab #45

Negli ultimi tempi sono aumentati gli articoli sul recruiting online. Qualche giorno fa Marco Brambilla e Gianluca Diegoli ci hanno fatto una puntata di 91esimominuto chiacchierando con Silvia Zanella (marketing in Adecco e non solo).
Se ci si volesse abbandonare al tecnoentusiasmo, si dovrebbe sostenere che sono passati i tempi in cui si inumidivano francobolli per inviare CV cartacei, che il futuro è questo, che ormai bisogna essere social, che, dei social, LinkedIn diventerà il numero uno e che, proprio con LinkedIn, si può trovare "il lavoro dei tuoi sogni".

Ma come si fa ad escludere a priori che anche questo settore non stia diventando l'ennesima conquista di pascoli vergini?
Cos'è che mi fa fare questa riflessione?
Freelancer.com (via), questa la risposta. Come si legge dal "Chi Siamo", Freelancer.com pare sia il più grande mercato di outsourcing e crowdsourcing del mondo per piccole imprese con centinaia di migliaia di clienti soddisfatti provenienti da tutto il mondo. Si tratta di una piazza immensa in cui si incontrano domanda e offerta di lavoro: non si tratta di assunzione - spiega Nicodemo Angì su i-dome - ma di “incontri” destinati a concludere un progetto. Il progetto Freelancer prevede una sorta di asta alla quale partecipare per svolgere un progetto pubblicato da un'azienda, con quest'ultima che fissa le attività richieste e il tipo e l'entità del compenso.

Vi consiglio di dare uno sguardo perchè il fenomeno è davvero interessante. Un meccanismo che, però, mi sembra esaltare il messaggio "Guadagnate!" del mezzo, della piattaforma Internet. Perchè stavolta il messaggio viene recepito e praticato da entrambe le parti in causa: chi chiede e chi offre: chi chiede sa di poter strappare un prezzo basso per acquistare il lavoro di cui necessita in virtù del meccanismo dell'asta; chi offre - qui a mio avviso parte lesa - si trova a dover accettare un compenso più basso, a cedere in qualche modo al ricatto della crisi che viviamo, "perchè tanto se non lo faccio io lo fa qualcun altro". Altro che equo compenso!
[Potrebbero in effetti esserci anche dei casi in cui ci si offre pur non avendo affatto delle competenze, ma questa - per quanto sia un importante e deleterio risvolto del fenomeno - è un'altra storia.]
In questo particolare mercato del lavoro (quello di Freelancer.com almeno), c'è davvero pochissimo spazio per le conversazioni e siamo tanto lontani dal paesaggio, a mio avviso romantico, che disegnavano quelli del Cluetrain Manifesto.

mercoledì 31 ottobre 2012

Finanziamento Pubblico per l'Editoria: un Manifesto

Quello della concentrazione nelle mani di pochi proprietari del settore editoriale italiano è un problema sviscerato da Michele Polo (Notizie S.p.A. e L'Informazione che non c'è) e visto, ovviamente a ragione, come il responsabile del mancato pluralismo dell'informazione in Italia. La mancanza di pluralismo mortifica il ruolo di motore di crescita che il giornalismo deve avere e anche quello che ognuno di noi, dentro la società, deve avere come Cittadino (includendo nella "categoria" tanto chi scrive, quanto chi legge).

E' di qualche giorno fa un vero e proprio Manifesto dell'Editoria Bene Comune. A scriverlo (il nome Manifesto è venuto a me!), a sostegno del finanziamento pubblico all'Editoria, è stato Carlo Gubitosa (via). Gubitosa attacca considerando proprio l'aspetto del pluralismo per poi argomentare sull'inopportunità di applicare il concetto della "mano invisibile" ad un settore che, in quanto Bene Comune, deve sfuggire alla logica del mercato. Proprio come lontano da tale logica deve essere un Bene altrettanto Comune (in Italia riconosciuto come tale da una consultazione referendaria) come l'Acqua.


Ci sono un paio di passi che mi piace riprendere. Il primo: i  criteri di sostegno alle iniziative editoriali devono essere stabiliti dai cittadini con meccanismi aperti e trasparenti, e non dai partiti con meccanismi clientelari. Il secondo, che rientra nella proposta tecnica definita "opzione fiscale": Chi pensa che si debbano azzerare i finanziamenti all’editoria lo farà per la sua quota parte segnalando le sue intenzioni nella propria dichiarazione dei redditi, chi invece pensa che si debba finanziare una determinata testata indicherà in un apposito spazio della dichiarazione dei redditi il codice fiscale dell’associazione, dell’azienda o dell’organizzazione che realizza una determinata iniziativa editoriale ritenuta degna di sostegno.

"Nè dei partiti, nè dei padroni: la cultura, l’informazione e l’editoria devono essere controllate dai cittadini, finalizzati al bene comune e non al profitto o al tornaconto politico, governate da principi di apertura e non di selezione naturale tra le aziende più forti." questa la conclusione del Manifesto.

Sono da diverso tempo sponsor della Conoscenza Bene Comune e Quotidiani Online Bene Comune; sono inoltre "promotore" di un meccanismo (o Modello, che ho chiamato Fotovoltaico) sul finanziamento all'Editoria che ponga al centro i Cittadini. Le parole di questo "Manifesto" sono, quindi, autentica musica per le mie orecchie.

martedì 30 ottobre 2012

Schizofrenie


Leggo e rileggo questo passo del documento di sintesi dello studio di Astra Ricerche sul futuro dell'informazione in Italia, presentata qualche giorno fa nel corso dell’incontro, organizzato dall’ODG Lombardia "Ping pong tra carta e rete" (ne hanno parlato Pier Luca Santoro e la Redazione di LSDI):

"Internet perde significativamente per quel che attiene alle notizie veritiere e verificate, ai commenti autorevoli e di spessore, alla competenza e alla professionalità, al rispetto della dignità delle persone, alla capacità di esprimere e rappresentare la propria comunità locale, alla divertente simpatia; ma si colloca al primo posto per l’utilità e la concretezza, la pluralità di voci e tesi a confronto, il non provincialismo, la coerenza con i propri valori e condizioni, la possibilità di trovare informazioni non esagerate, l’assenza di censure o manipolazioni, le immagini belle ed efficaci, l’originalità non banale, l’indipendenza da qualunque potere, la vivacità e l’aggressività, per non parlare di tutti i suoi plus derivanti dalla tecnologia (sinteticità, comodità di fruizione, facilità e velocità di reperimento e archiviazione, continuo aggiornamento, usability sempre e ovunque)."

E' evidente che c'è qualcosa che non torna perchè è come se questo studio dimostrasse che, per gli italiani, è utile e concreta una notizia non veritiera e non verificata e/o non è professionale informare in un contesto pluralistico.
Alquanto schizofrenico come quadro. C'è qualcuno che sa aiutarmi?