Visualizzazione post con etichetta Sociologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sociologia. Mostra tutti i post

domenica 16 giugno 2013

un'Infrastruttura per la Felicità


Il mio gesto [cioè il tuo gesto] influisce sulla qualità dell'insieme e la qualità dell'insieme è la garanzia della mia felicità [cioè della tua felicità. Cioè della nostra felicità].

Quando l'ho cominciata, la mia era una ricerca sulla felicità e della felicità. Luca De Biase dice che non ci stiamo raccontando nel modo giusto. Penso che una delle ragioni sia da ricercare nella distanza che c'è ancora tra chi fa informazione e chi ne fruisce. Una distanza forse dovuta ad un mancato riconoscimento reciproco dei ruoli e, prima ancora, ad una mancata consapevolezza che ciascuno deve avere di se', del proprio ruolo. Il gesto, i gesti, di cui parla alla fine Luca De Biase sono - per me, per dare una possibile interpretazione - la scrittura (il gesto di chi scrive), la lettura (il gesto di chi legge), la conversazione (il gesto di tutte e due le parti). Un buon contenuto (generato da chi scrive), una condivisione ragionata (fatta da chi legge), un dibattito che costruisce e aggiunge senso è, mi viene da dire, un tipo - forse non l'unico, ma questo non so dirlo - di infrastruttura (dando per scotato che quella fisica, la Rete, ci sia per tutti) su cui può costruirsi l'innovazione e, quindi, la felicità. Nostra e di chi verrà dopo di noi.

lunedì 4 febbraio 2013

l'Ultimo Baluardo


La deriva liquida teorizzata da Bauman è la dinamica che ha portato all'indebolimento dei legami forti e delle istituzioni familiari. Con questa lente di ingrandimento ho provato a leggere la notizia secondo cui Tumblr è diventata la piattaforma preferita dai più giovani.

Ho sempre creduto che Facebook e i social network avessero giocato un ruolo importantissimo nell'arginare il fenomeno teorizzato dal sociologo polacco, ma il successo di Tumblr impone una riflessione. Facebook ha mai svolto questo ruolo? Se si, Facebook sta ora fallendo questa missione?

"Sarà pur vero che Tumblr è una perfetta via di mezzo (nè blog, nè Twitter) che predilige e, al tempo stesso, asseconda una propensione visuale" evidentemente di tendenza; ma Tumblr è una piattaforma intrinsecamente antisocial e, pur favorendo la condivisione, di sicuro non stimola la conversazione.
Il successo di Tumblr tra i più giovani potrebbe, quindi, essere indice di una dinamica di liquefazione mai arrestatasi e Facebook, più che deterrente, avrebbe rappresentato l'ultimo baluardo ormai prossimo alla caduta.

Immagine Wikipedia

martedì 29 gennaio 2013

la Questione Meridionale

È suggestivo il colpo d'occhio sul mondo offerto da Tweetping, con cui è possibile visualizzare le attività su Twitter in tempo reale (via).
Ho fatto una fotografia, uno screenshot, più o meno all'ora di pubblicazione di questo post. 

 

Di sicuro non si può fare affidamento su questa immagine per farsi un'idea di com'è distribuita la connessione alla Rete sul territorio nazionale; essa, però, offre l'occasione per ricordare i dati dell'indagine Istat: per il 2012, tra Nord e Sud, esiste una differenza di una decina di punti percentuali sul tasso delle famiglie connesse (58,1% per il Centro Nord a fronte del 49,6% per il Sud).

A mio avviso, un primo passo per risolvere questo problema, causa ed effetto di un divario anche culturale, potrebbe essere l'introduzione di un articolo 21-bis in Costituzione:

"Tutti hanno uguale diritto di accedere alla rete Internet, in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.
La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni dei diritti di cui al Titolo I parte I."

venerdì 25 gennaio 2013

Spezzare il Circolo Vizioso dell'Ignoranza

"The relationship between social status, capacity to mobilise networks to acquire resources, and social context we have described contributes to understanding why the economically disadvantaged groups get locked in the vicious circle of poverty and alienation. They are resource-poor and in need of resources, but they have little to offer in an exchange and/or are disregarded and marginalised because of their social status, which restricts them to searching for help within the closest circle of family and friends, who are equally resource-poor. Unless some exogenous factors are activated, such as institutional assistance to the poorest to get them out of their underprivileged and stigmatised position, this vicious circle will not be broken, as while the poor become even more disadvantaged, wealthier groups consolidate and institutionalise their privileged position, also through reliance on informal social networks."


Questo uno dei brani delle conclusioni di un articolo scientifico intitolato "The Power of Networks. Individual and Contextual Determinants of Mobilising Social Networks for Help". Credo non ce ne fosse bisogno, ma agli sciettici serve sempre il conforto della ricerca: le scelte politiche devono spezzare i circoli viziosi. A mio avviso, per parlare del tema che maggiormente mi appassiona da un paio di anni almeno a questa parte, l'editoria e l'ecosistema informativo è proprio di scelte politiche che hanno bisogno. Infatti, solo la politica e le leggi, fattori paradossalmente esogeni nello scenario italiano (non soltanto per l'anno di tecnici che ci siamo dovuti sorbire!), penso possano invertire una tendenza, business-oriented, che rischia di schiacciare i cittadini sotto il peso dell'ignoranza costruita dal giornalismo obbediente. Non credo, infatti, sia soltanto metaforica la visione che definisce i cittadini/lettori come - usando le parole della ricerca - "economically disadvantaged groups get locked in the vicious circle of poverty and alienation".

Immagine Voglio Sapere

giovedì 24 gennaio 2013

Lingue, Società e Rete. Appunti


L'articolo di Mark Pagel sull'ultimo numero di Internazionale cerca di spiegare le ragioni per cui esistono così tante lingue. Vi invito a leggerlo (è possibile reperirlo qui). Questo uno dei passaggi chiave: la diversificazione linguistica è un mistero. Il buon senso, infatti, porterebbe a scommettere sulle migliori condizioni che avrebbe un ampio gruppo di persone se in esso si parlasse una sola lingua: sarebbe più facile comunicare, far circolare idee, tecnologie e persone, etc. Ma così non è. Il fatto, spiega Mark Pagel, è che negli essere umani coesistono sia una tendenza a fare gruppo, sia una tendenza xenofoba. Così, ciascuna lingua, ciascun dialetto, asseconda, da un lato l'inclinazione (necessità?) a fare gruppo; dall'altro aiuta ciascun gruppo a distinguersi da un altro che, topologicamente, gli è vicino.

Attualmente - dice Mark Pagel - il trend è che muoiono più lingue di quante ne nascano anche grazie all'azione della tecnologia e del digitale. Lo stesso Pagel, però, rassicura chi pensa che, in futuro, rimanendo una sola lingua (lui dice l'inglese), rimarrà anche una sola cultura. Avere un linguaggio unico, dice Pagel, aiuterà i membri di una comunità sempre più grande a collaborare per lavori sempre più grandi.

Volendo speculare, mi vengono in mente le due categorie di Ferdinand Tönnies: comunità e società (via). Le prime, diceva il sociologo tedesco, sono quelle dominate dalle parentele e da vincoli morali che producono una certa omogeneità di comportamento. Nelle seconde, invece, l'ordine sociale è dominato da relazioni impersonali e non esiste il senso di appartenenza e dall'empatia propri della comunità. Tornando a Pagel, quindi, si potrebbe concludere che nelle comunità si parla la stessa lingua; nelle società, invece, ci sono anche linguaggi diversi. Con questa chiave di lettura si può affermare che la Rete sia riuscita a dare un unico linguaggio alle società (alla Società?) evitando loro la deriva liquida teorizzata da Bauman. Un linguaggio che, mi vien da dire (invadendo campi che nessuna preparazione accademica mi autorizza ad invadere, ma autorizzato da qualche lettura), non è solo la lingua con cui comunichiamo, ma anche il metodo (vedi "Del cooperare. Manifesto per una nuova economia" e gli appunti qui) con cui comunichiamo. Se si intende, quindi, per linguaggio non solo un insieme di simboli di un alfabeto ma anche il metodo che li mette insieme e li trasmette; considerando - come ricorda ancora Pagel - che i paesi con minore differenza linguistica hanno ottenuto più successi, si capisce quanto strategiche siano l'infrastruttura Rete e la conoscenza che vi circola.

Immagine Prefettura Alessandria

martedì 22 gennaio 2013

Condominio Facebook

Qualche tempo fa, Joi Ito, Director del MIT Media Lab, diceva che l'innovazione is on the Edges, ai bordi, nelle regioni periferiche del nostro campo visivo, nascosta da ciò che il nostro cervello, spesso sbagliandosi, crede invece ci sia. Ito diceva anche che quello che è realmente importante per il futuro della scienza e della tecnologia, per la società, è che le persone hanno bisogno di avere la libertà di avere la visione periferica.

Ed è sui bordi, dove appunto Ito dice si trova l'innovazione, che penso si possa vivere la vertigine di Jovanotti, quella che "non è paura di cadere ma voglia di volare". Una senzazione che conosce solo chi è più curioso di ciò che non sa, che sedotto da quello che è già sicuro di sapere; che sperimenta soltanto chi è più interessato al nuovo, che rassicurato dal vecchio.
Solo "stando collegati, vivendo d'un fiato, stendendosi sul burrone e guardando giù", camminando sui bordi, quindi, si può innovare e prepararsi il benessere: l'innovazione tecnologica, quella politica, per fare due esempi, quando saranno state davvero agite, porteranno - il condizionale è del pessimista - ad uno stato di grazia in cui "si vivrà meglio".

Ora guardate questi due brevissimi video.

- Hands on Facebook Graph Search (via, via)


- Introducing Facebook Graph Search (via)


È probabile che, così come mi è venuta, l'associazione sia ardita ma...volete spiegarmi cosa ha di buono la Graph Search di Facebook? Se la conosceremo come è presentata in questi due video, Graph Search farà di Facebook un condominio e Google, a confronto, sarà davvero l'universo.
Cosa mai potrebbe dire Eli Pariser?
Per come l'ho capita io, la Graph Search ci allontana dai bordi, cioè (almeno) dall'innovazione, cioè (secondo me anche) dal benessere. Se non altro per come ho inteso il benessere io in questa riflessione.


Immagine Elisa Carriero

mercoledì 9 gennaio 2013

Economia del Comunicare. Qualche Appunto

Qualche tempo fa, Luca De Biase ha segnalato un volume "Del cooperare. Manifesto per una nuova economia". Ho letto la sezione scritta dallo stesso De Biase, intitolata Economia del Comunicare; ne riporto qualche brano, e condivido qualche appunto desideroso, come sempre, di discuterci su.


"Elinir Ostrom ha dimostrato che le società sanno autorganizzarsi per gestire le risorse comuni e nella comunicazione trovano grandi e crescenti motivazioni per farlo. Anche in questo settore, il denaro è una forma di informazione: sebbene le idee non abbiano prezzo, la scarsità, quindi il costo monetario, si concentra sugli strumenti che le trasportano, le elaborano e le registrano, oppure sul tempo e l'attenzione delle persone che se ne occupano. Il mercato dei beni che valgono in quanto contengono idee si sviluppa per le vie più diverse. Tra queste c'è l'Editoria."
Qui, credo, Luca De Biase, ci mostra la realtà, che, vista e descritta così, ha qualche cosa di inquietante. Per due ragioni.
La prima: se l'informazione è ciò che le azioni umana e tecnologica possono trasformare in conoscenza e se l'informazione è denaro, allora si starebbe ammettendo che il denaro si può trasformare in conoscenza. Da un lato questo è anche "giusto" perchè, per quanto la conoscenza sia un bene comune, non è sostenibile che sia prodotta in modo gratuito; da un altro lato, però, è sufficientemente indicativo del saccheggio di un Bene Comune da parte del Capitale (se c'è il denaro di mezzo, a meno di una implementazione equa dei meccanismi con i quali esso viene scambiato, c'è, per l'appunto, anche un saccheggio).
La seconda: perchè a trarre beneficio dai mercati che contengono idee devono essere soltanto gli editori? Tenendo conto del loro fondamentale apporto al processo di produzione di senso (i.e. conoscenza a partire dagli elementi informativi, vedi schema WIKiD), anche per i lettori dovrebbe esserci un meccanismo di ricompensa.

***

"[...] i beni ambientali, culturali e relazionali, impoveriti in Occidente nel corso dell'industrializzazione, sono oggi al centro dell'attenzione tra le élite intellettuali e nelle società, mentre le istituzioni e le grandi narrazioni continuano a dimenticarsene."
Qui c'è almeno un po' del pensiero di Zygmunt Bauman: il Capitalismo ha fallito clamorosamente il suo obiettivo e la sua degenerazione ha prodotto una paurosa disparità nella distribuzione della ricchezza e avviato la reiterazione di scoperte e successivi prosciugamenti di "virgin land" (tradotto nel suo testo "Capitalismo Parassitario" in "pascoli vergini"). I pascoli vergini sono i Beni Comuni, tra questi la cultura, le idee, la Conoscenza. Ciò che Luca De Biase aggiunge è l'implicito riferimento a delle istituzioni complici di questo prosciugamento; credo sia scontato riflettere sul fatto che, ora, è proprio dalle istituzioni che dovremmo aspettarci una spinta propulsiva. Come? Con le leggi, facendone di nuove a favore dei Beni Comuni. Se già un referendum in Italia ha detto che l'Acqua è un Bene Comune, non vedo quale tipo di ostacolo potrebbe esserci nel farsi dire, al di là di ogni teorema, che anche la Conoscenza lo è.

***

"Andando a fondo in queste considerazioni ci si accorge che l'intera economia è immersa in un oceano di fenomeni fondamentalmente legati all'ecosistema della comunicazione".
Questione: non sarebbe meglio avere un ecosistema dell'informazione? Voglio dire: se è vero, come è vero, come lo stesso Luca De Biase ci ricordava qualche anno fa (qui le mie slide riassuntive di sei anni fa; questo il link - attualmente rotto - al Paper di Luca De Biase), che l'informazione serve il pubblico (il destinatario) e la comunicazione serve chi comunica (la sorgente), non sarebbe meglio servire i cittadini e, quindi, un ecosistema in cui regni l'informazione? Se la comunicazione è così deleteria perchè asservita ad una Istituzione, ad un Organizzazione, perchè non cercare di percorrere la strada del Bene Comune? cercando di evitare che il Bene Comune sia vittima degli strumenti comunicativi? A meno che la Comunicazione non venga intesa come il metodo attraverso il quale ogni cittadino può farsi capire dall'altro.

***

"La personalizzazione algoritmica di Facebook e Google provoca un'ipertrofia della comunicazione di idee all'interno delle cerchie di persone che le condividono a priori: questo è un freno all'innovazione."
Nessuna questione in questo caso, nessun dubbio ma soltanto una mirabile sintesi dei ragionamenti che spesso faccio sulla necessità di stare on the Edges: nello schema WIKiD il passaggio cruciale, infatti, si consuma nella realizzazione dell'innovazione proprio quando le persone entrano in contatto ai bordi della propria rete (nuvola) sociale attivando i legami deboli.

***

"La condivisione non del contenuto di un messaggio quanto del metodo con il quale è stato generato, conduce a un salto di qualità della comunicazione" e poi "Una piattaforma che richiami a ogni passaggio non solo la possibilità di approvare un messaggio e rilanciarlo nella propria cerchia ma anche di conoscere e criticare consapevolmente il metodo con il quale è generato può rilanciare la funzione innovativa della comunicazione" e infine "Si scopre che l'economia del comunicare sviluppa una quantità di opportunità per i servizi collaborativi. E dunque genera opportunità per la riduzione delle distorsioni connesse all'iperconsumismo e alle produzioni non sostenibili."
Mi rendo conto che la riflessione ha un campo di applicazione immenso. Io mi limito agli ambiti delle mie personali indagini: per metodo con cui viene generato il contenuto di un messaggio si intende, ad esempio, anche il metodo con cui viene scritto e distribuito un articolo di giornale (online)? Quella di affrontare il problema della insostenibilità è una questione riferita anche al modello di business per l'Editoria (digitale)? Potrebbe, quindi, essere risolutivo un modello (non di business, ma sociale) che condivida il metodo di generazione della Conoscenza tra tutte le parti in causa (chi scrive e chi legge, neutralizzando il più possibile il ruolo dell'Editore)? Se la risposta alle prime due domande è affermativa, credo lo sia ancora di più per l'ultima: il Modello Fotovoltaico, in effetti, è proprio questo: condivisione e relativa ricompensa, per tutti quelli che partecipano alla produzione di Innovazione e Benessere a partire da una semina di dati informativi.

***

"La crescita dei commons culturali sostenuta da Internet, che ne fa parte integrante, sembra contenere un messaggio implicito a favore della rigenerazione del ruolo dei commons nelle società colpite dalle crisi parellele del mercato e dello Stato. E, di riflesso, si nota che l'economia del comunicare si rilancia oggi se è capace di ricostruire tessuto sociale, fiducia, reputazione.
Tutto questo richiede innovazione. Un messaggio incoraggiante, per le persone di buona volontà"
Rimane sempre in me il dubbio: comunicazione o informazione? Ma forse questo ultimo passaggio lo risolve.

***

Io dico che, considerato che c'è molta gente che è consapevole della questione, occorre mettersi in contatto, perchè la buona volontà dei singoli non basta se non è condivisa, è inutile se ad essa non fa seguito un'azione concreta. Non basta che io legga un libro, non basta che ne discuta e/o condivida i principi per fare innovazione.  In primo luogo, d'accordissimo con le istanze raccomandate da Luca De Biase, serve condividere un metodo. Con un'avvertenza: chiunque dica che occorre condividere il metodo di generazione del messaggio, deve poi condividere il metodo di geneazione del messaggio e agire come il metodo comanda! Se non si fa questo sforzo, l'ipotesi di lavoro viene negata nella sua essenza e, quindi, non è più credibile.

Per me, purtroppo: (a) non sono più credibili forze politiche come PD e SEL (che hanno, si!, condiviso il metodo delle primarie; il problema è che poi le cose non sono andate esattamente come era stato detto); (b) non è mai stato credibile il Movimento 5 Stelle (il metodo che Grillo dice di usare, non è quello che realmente usa); (c) non sarà credibile per troppo tempo ancora chi si chiude in una stanza per scrivere le regole della Democrazia 2.0, esortando a condividere dei metodi, con un metodo che non prevede la completa condivisione; (d) è ancora indigesta la delusione del RItaliaCamp di Milano, sei anni fa, in cui, chi diceva di condividere proposte, non fece nessuna proposta e chiuse il progetto.

Immagine: Università Popolare di Trieste

lunedì 31 dicembre 2012

i libri del 2012

Vi propongo i libri letti in questo anno ormai arrivato alla fine. Un bilancio che poteva essere migliore ma comunque molto importante; all'insegna di alcuni saggi davvero illuminanti e che, nell'anno che comincia domani, mi aiuteranno a terminare un lavoro, in ritardo rispetto alla marcia che mi ero imposto.


Come lo scorso anno, ho lavorato lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. In blu trovate i saggi di politica e sociologia; in arancione quelli sull'editoria. Poi c'è anche altro. Di ogni libro troverete il mio commento, la mia recensione. Spero la cosa possa essere utile per qualcuno.
Se poi avete capito i miei interessi, lo spazio commenti è come aperto per i vostri suggerimenti.

Buon 2013 a tutti.

martedì 25 dicembre 2012

Edicola Italiana


Pensando alle edicole, vengono in mente il rapporto con il giornalaio, i commenti sulle prime pagine con gli amici, gli sfottò del Lunedì e le conversazioni che si prolungano fino a sera nei bar.
Pensando alle edicole viene in mente, cioè, almeno a me, più che il mondo fatto di bit, quello fatto di carta. Un mondo in cui sembra più palpabile il crescere del Capitale Sociale delle relazioni; relazioni che, anche disponendo di una guida opportuna - il giornalista, l'autore - si fanno mezzo per percorrere la strada che porta dall'informazione alla conoscenza.

Non riesco a dire se stiamo correndo davvero il rischio che il il giornalismo tradizionale non funzioni più. Ma, mi chiedo: qualcuno si è davvero mai posto la questione delle relazioni e delle relative conversazioni intorno all'unità giornalistica? Qualcuno ha mai pensato che queste relazioni, sensificando le notizie verso la conoscenza, accrescono anche il Capitale Sociale, quello buono?
L'ecosistema informativo migliora non soltanto - ma già sarebbe tanto, c'è da dirlo -  quando migliora l'informazione, ma anche quando mette in relazione le persone, le fa conversare e fa crescere il Capitale Sociale. Proprio come succede nelle edicole e nei bar.

Se l'Edicola Italiana sarà soltanto il negozio italiano delle notizie, fallirà miseramente l'obiettivo sociale. Se, non ispirata (solo) alla logica del Content MarketPlace, si farà stimolo di relazioni, conversazioni e conoscenza, allora sarà stato fatto un discreto passo in avanti.

 ***

Come promemoria ho messo i link a qualche articolo di presentazione dell'Edicola Italiana.


- Futuro dei Periodici - Non solo l'edicola italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali
L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore, è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto). L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria.
L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.

- il Sole 24 Ore - I big lanciano Edicola Italiana (ripreso da Pasteris: Ecco il paywall made in Italy: i vecchi oligarchi dell’informazione FIEG pensano che la festa non sia finita, ma si salveranno in 3 o 4 su 6)
Sei grandi gruppi di editoria d'informazione - Caltagirone Editore, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e Rcs Mediagroup - hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. L'iniziativa - la prima che vede insieme fin dall'esordio i principali editori nazionali - ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un'interfaccia che ne semplifichi la scelta, l'acquisto e la fruizione. 
Gli editori intendono, grazie all'Edicola Italiana, costruire un rapporto diretto e trasparente con i propri clienti e presidiare la filiera commerciale, dalla definizione dei prezzi ai metodi di pagamento.

- LSDI - Notizie online gratis addio, con Edicola italiana arrivano i paywall
Con Edicola Italiana è cominciato il conto alla rovescia verso i paywall, cioè sistemi di pagamento delle news online. Il progetto è stato avviato a marzo, ma ci sono voluti sei mesi per arrivare alla firma dell’accordo. Gli editori italiani si sono ispirati ai colleghi francesi per dare vita all’Edicola Italiana.
Curiosità: da pochi giorni La Repubblica è entrata a far parte dell’Edicola di Apple Store. La app del quotidiano, dopo l’ultimo aggiornamento, non è più autonoma e si è spostata in Edicola. Significa che il gruppo \Espresso ha fatto un accordo con Apple e dunque ha accettato di pagare le Royalty alla multinazionale americana. Domanda: Edicola Italiana finirà nell’Edicola di App Store oppure La Repubblica ha scelto di far parte di entrambi i contenitori? Inutile cercare risposte nei comunicati.

- LaStampa - Nasce “Edicola italiana” interfaccia unica per tablet, mobile e pc (via)
I principali gruppi editoriali alleati per un e-commerce trasparente, con la più completa offerta a pagamento in italiano dei prodotti editoriali digitali.

lunedì 17 dicembre 2012

pesa di più il 99% di Internet o il 99% di una Intranet?

Non so davvero da che lato prendere l'articolo di stamattina nella sezione Economia e Finanza di Repubblica:  Dall’impresa alla società il grande contagio della rivoluzione digitale.

Non so, potrei esclamare: "alla buon'ora!". La storia del 99% è vecchia più di un anno (almeno): Zuccotti Park e #occupywallstreet risalgono al 17 Settembre del 2011. È dal 17 Settembre 2011 che "il popolo dei non ricchi usa le comunità web per alzare la voce contro le iniquità"; anzi, da prima. Ed è, quindi, da più di un anno che ci si occupa di questo fenomeno.

Oppure, magari, potrei esultare: "bene!" perchè condivido  l'auspicio di vedere quel 99% entrare dentro le mura dell'impresa per partecipare all'iter decisionale. Putroppo, però, dentro le imprese, almeno quelle italiane, conta ancora molto (esclusivamente?) quel cavolo di 1%.

Ma anche un "cosa?" ci starebbe bene. Cosa vuol dire che il "Social Capitalism" si annuncia dirompente? Sappiamo davvero cos'è il Capitale Sociale?

A Marco Camisani Calzolari, grazie al quale sono giunto, da Facebook, a questo articolo, quando dice che «Il trend è segnato, di fatto già in atto, ma perché possa veramente diventare “democratizzante” la tecnologia dovrà essere accessibile a tutti: solo con una effettiva distribuzione della tecnologia potremo avere una distribuzione e condivisione delle conoscenze e della partecipazione», vorrei dire che questo, prima ancora che per le imprese, dovrebbe valere in un ecosistema molto piu' vasto (di cui spesso le imprese sono metafora, almeno in Italia); questo ecosistema si chiama Stato. Poi, soltanto poi, le Imprese. O no?
Voglio dire: quando ho cominciato a leggere di Social Capital and Information Technology, ho sempre pensato all'Internet, non all'Intranet.




Va bene, c'è da ragionare con calma. Perchè l'argomento è delicato: di mezzo c'è una questione culturale.
È ovvio che, quando parlo di metafora, mi riferisco al fatto che quel 99% tanto non è ascoltato dai Governi, quanto non entra nei processi decisionali delle Imprese.
Ora: in che relazione sono questi due fenomeni? Il 99% come la combatte la sua battaglia culturale? La inizia cercando di entrare nelle decisioni dell'Impresa in cui lavora (quindi, tecnologicamente, agendo a livello di Intranet) oppure cerca di fare massa per farsi ascoltare dai Governi, fuori dalle Imprese (agendo, tecnologicamente, a livello di Internet)?
Quale 99% pesa di più: il 99% in una Impresa o il 99% in una intera Nazione? il 99% di Intranet o il 99% di una Internet? Numericamente, ovviamente, il secondo. Ma se, invece, dovessimo considerare l'efficacia? E cosa ci sarebbe da dire se guardassimo anche all'efficienza? Forse l'azione Intranet-based è piu' efficiente perchè, per le ridotte dimensioni, riesce a raccogliere meglio e piu' velocemente le istanze; d'altra parte, però, che efficacia può avere, se l'obiettivo è globale? Così viene da pensare alle azioni Internet-based (anche se, poi: il divario digitale? e le infrastrutture per tutti?).
Qui, tra grilli e santori, tra chi, solo per fare un esempio, fa di piattaforme come LiquidFeedback una merce di scambio per ottenere voti e audience, non è che tiri aria fresca.

venerdì 14 dicembre 2012

Condivisioni e Articoli Online

Sono la musica e i libri, secondo la ricerca del Pew Research Center sull'utilizzo mondiale dei Social Network (via, via) l'oggetto principe della condivisione sulle piattaforme sociali. A seguire, le questioni relative alla propria comunità, lo Sport, la Politica e la Religione.

Cosa viene condiviso sui Social Network (ricerca PEW)


Aggregare questi dati a quelli dello studio dell'Università di Bristol e della Scuola di Giornalismo dell'Univesità di Cardiff sul linguaggio utilizzato dalle fonti di informazione online (USA e UK) credo sia molto azzardato ma è un esercizio che può far riflettere (a fattor comune, come argomenti oggetto delle due ricerche, ci sono Sport, Politica e Religione).


Leggibilità e Soggettività degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff)



Popolarità degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff)



Leggendo i grafici insieme, si scopre che (almeno per i paesi occidentali):
- viene condiviso di più l'argomento (sport) che, tra i tre, è il più leggibile ma il meno popolare
- viene condiviso di meno l'argomento (religione) appartenente all'insieme dei meno leggibili
- in generale, il tasso di condivisione è inversamente proporzionale alla popolarità

Apparentemente, in queste conclusioni ci sono delle contraddizioni. Probabilmente non è così perchè:
- la popolarità è, di sicuro, un fattore intrinseco del gruppo di lettori del quotidiano; inoltre, avere una tipologia di contenuto popolare sui quotidiani, non implica necessariamente la sua condivisione sui Social Network. Popolarità e tasso di condivisione, quindi, sono forse parametri indipendenti
- c'è dipendenza (proporzionalità diretta), tra leggibilità e condivisioni. Come dire che il tasso di condivisione di un determinato argomento aumenta quando, sull'argomento stesso si è letto con maggiore facilità. Che ad essere condiviso sia proprio lo specifico articolo o più semplicemente (e solo) dei pensieri, è un fattore secondario

mercoledì 12 dicembre 2012

Cosa Comprare, non Cosa Succede

Nella sezione Comunicazione e Media dell'ultimo Rapporto Censis (via), la Tabella 1 mostra i dati sull'evoluzione del consumo dei media in un periodo di osservazione di cinque anni (dal 2007 al 2012).

Alla pagina 9 del documento si legge che gli italiani, nell'ultimo anno, hanno acquistato un prodotto o un servizio grazie alla segnalazione pubblicitaria vista in televisione (24%), sul web (il web advertising è stato driver decisionale all'acquisto per il 13.6% degli italiani), sui Giornali (11.9%) e Riviste (9.9%) e la Radio (6.2%).

Colpisce che, per il canale fatto da giornali e riviste - che globalmente, nell'ultimo anno, perde 14 utenti su 100 (ho messo insieme quotidiani a pagamento, free press, settimanali e mensili che ho inteso essere offline) -  le performance in termini di influenza di acquisto siano confrontabili con quelle di un altro canale, Internet, che, invece, complessivamente guadagna ben 9 utenti.
Insomma, i giornali e le riviste calano ma le inserzioni pubblicitarie continuano ad avere la loro efficacia: più pubblicità che informazione!




Ammesso che l'aggregazione che ho fatto dei dati sia consistente (in rosso, verde e blu, ci sono gli old broadcaster, presi tutti insieme indistintamente rispetto al mezzo; in fucsia internet che dovrebbe includere anche Radio e Quotidiani online, opportunamente lasciati fuori nei tre raggruppameti precedenti), sarebbe interessante chiedersi il motivo di questo fenomeno. Per esplorarlo meglio, occorrerebbe sapere quanto locali siano i giornali e le riviste e se c'è un nesso tra concentrazione geografica di utenza e performance della pubblicità. Occorrerebbe poi anche indagare su quanto questo tipo di indicazioni possano incidere sulla scelta (tanto degli Editori, quanto degli Inserzionisti) dei modelli di business per l'Editoria.

***

Per completezza riporto delle riflessioni aggiuntive, sempre riferite alla Tabella 1, fatte nello scorso mese di Ottobre, quando Prima Comunicazione aveva già anticipato i dati.

Il dato che sorprende è la flessione dell'utenza dei quotidiani online in un periodo (2007-2012) in cui l'utenza Internet è aumentata. Se le cose stanno così, c'è da preoccuparsi molto più di quanto non debba preoccupare il dato dei quotidiani in generale (-16,2% dal 2007 al 2012).
Cosa è successo perchè calasse il numero di lettori di quotidiani online mentre aumentava il numero di utenti di Internet? Cosa è successo in Rete negli ultimi cinque anni? La risposta (almeno una delle possibili risposte) la conosciamo tutti: i Social Network! Considerando Facebook, i dati sempre aggiornati di Vicenzo Cosenza ci dicono che, in Italia, siamo passati da 216,000 iscritti del Gennaio 2008 a 22,424,380 iscritti del Settembre 2012 (cioè un salto di quasi il 40% nel periodo 2008-2012).

Nel rapporto si dice che, anche in virtù di un aumento degli utenti di siti web di informazione che non fanno capo a testate giornalistiche, non è il bisogno di informazione ad essere diminuito, ma sono cambiate le strade percorse per acquisire le informazioni. Quindi, se il calo dei lettori dei quotidiani fosse dovuto (anche) al proliferare dei Social Network, si potrebbe concludere che queste nuove strade passano attraverso la discussione abilitata sulle nuove piattaforme sociali. Ma è una conclusione troppo immediata e semplicistica che non tiene conto della complessità del fenomeno.

Il Censis/Ucsi ci offre una conclusione di tenore diverso. Nel rapporto, in riferimento alle strade alternative per l'approvigionameto di notizie, si dice che "spesso si tratta di semplici aggregatori di notizie prelevate da organi ufficiali di informazione. Il problema è che hanno successo nella misura in cui si adeguano alla tendenza diffusa tra i navigatori della rete di personalizzare non solo l’accesso alle fonti, ma anche la selezione dei contenuti di informazione. Si può arrivare a creare su ogni desktop o tablet un giornale composto solo dalle notizie che l’utente vuole conoscere. Precisamente il contrario del ruolo che storicamente ha svolto la stampa, quello cioè di formare un’opinione pubblica che esprime pareri diversi ragionando sulle stesse cose. È questo il rischio di solipsismo di Internet: milioni di persone sull’intero pianeta continuamente connesse tra loro e rivolte contemporaneamente verso se stesse, in definitiva secondo un meccanismo di introflessione; la rete come strumento nel quale si cercano le conferme delle opinioni, dei gusti, delle preferenze che già si possiedono; il conformismo come risultato della autoreferenzialità dell’accesso alle fonti di informazione." (con le sue osservazioni, il Censis, offre molto materiale di riflessione)

Dov'è la verità? Come sempre, credo, nel mezzo. Come dice Michele Polo nel suo ultimo libro, si perde quando si vuole rubare troppo tempo all'utente. I Social Network offrono una opportunità all'informazione mordi e fuggi ma anche una ghiotta occasione per discutere. Quanto sia pericolosa questa modalità di fruizione non lo so dire. Con forza, invece, torno a dire della necessità di guardare il problema anche da un punto di vista pedagogico.

lunedì 10 dicembre 2012

Giornalismo Post Industriale. Ma per davvero?

Siccome non esiste più una filiera produttiva lineare, allora ha ragione chi dice che siamo entrati nell'era del giornalismo post-industriale. Post-Industrial Journalism è il rapporto sullo stato del giornalismo e dell'editoria, curato da C. W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky, non esattamente gli ultimi arrivati.


Luca De Biase, PierLuca Santoro, Mario Tedeschini Lalli, Giuseppe Granieri e Sergio Maistrello hanno, tra gli altri, presentato questo lavoro insieme con delle considerazioni personali. Ecco cosa mi appunto (e un paio di riflessioni finali):

- stiamo entrando nell'epoca della conoscenza in cui servirà generare significato e interpretazioni dei contenuti prodotti dalle persone
- le persone seguono le persone e le persone valgono più dei brand: people first, quindi, in un futuro già iniziato
- siamo, di fatto, in un ecosistema tutto nuovo. Gli autori del rapporto raccomandano "survive"
- come? andando oltre le fonti di ricavo attualmente presenti (paywall e advertising) ed esplorando forme molteplici (e.g. long form journalism) senza precludere il riutilizzo dei contenuti, distribuendoli su tutte le piattaforme
- il giornalista non si deve solo aggiornare professionalmente ma deve pensare a se stesso in modo diverso
- il giornalista deve lasciar perdere  o ridimensionare l’importanza delle notizie, ormai vere commodity. E la definizione che ne dà Sonderman a me piace molto: "Il giornalista non è più chi racconta i fatti. Oggi è un investigatore, un traduttore, uno storyteller sospeso tra la gente e gli algoritmi che danno le news"
- in questo giornalismo post-industriale, il giornalista esercita una sorta di artigianato di ritorno. Un lavoro da artigiano che non è quello di dare notizie perchè le notizie ci sono già
- l'idea di ecosistema è chiara perchè ci sono le relazioni tra i contenuti e persone; un ecosistema in cui il giornale deve (dovrà) nascerci dentro facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s'agita
- la sostenibilità del giornalismo è prima di tutto una presa di coscienza: il giornalismo è sempre stato sussidiato, perché costava più di quanto il mercato pagava per accedere agli strumenti con i quali veniva pubblicato. Il problema è che la pubblicità, che sussidiava il giornalismo, sta cambiando in modo sostanziale. Quindi o si cercano altre forme di sussidio – dalla filantropia alle varie forme di membership – oppure si cerca di capire quali nuovi strumenti per pubblicare il giornalismo possono convincere il pubblico a pagare, oppure si reinventano i proventi della pubblicità sostituendoli con quote del valore delle vendite che avvengono attraverso i canali che pubblicano giornalismo, oppure si mette il giornalismo al servizio delle comunità che generano un valore per gli aderenti e che hanno bisogno di informazioni per tenersi insieme

***

Sinceramente non so dire se il giornalismo stia vivendo una fase  post-industriale. Sarà pur vero, infatti, che la filiera non è più lineare e che il giornalista esercita (deve/dovrebbe esercitare) un artigianato di ritorno ma, intendendo l'industria come un generatore di profitti (è una forzatura?), osservo che quella che ruota intorno al giornalismo non è altro che un'industria o, forse meglio, una cosa che vorrebbe essere industria ma che non ci riesce e che, quindi, fa di tutto - ma proprio di tutto - per poterci riuscire. Con questa lettura, quindi, quello sul Giornalismo Industriale, lo vedo anche come un auspicio. Al quale mi associo totalmente.

La filantropia non è una buona soluzione, a mio avviso. Le mie ragioni sono le stesse che portano Yunus a privilegiare, su ogni altro tipo di Impresa (di Industria, quindi), quella con Finalità Sociali; che è la via da preferire come modello d'Impresa . Credo invece nella membership, intesa come collaborazione tra cittadini, chi scrive e chi legge. In questo modo il passaggio all'epoca della conoscenza penso possa/potrebbe avvenire nel modo migliore possibile con una prospettiva di crescita delle Persone, dei Cittadini, fondata su principi liberi da ogni condizionamento...industriale (anche per evitare casi come quello del Financial Times Deutschland).

***

Aggiornamento dell'11 Dicembre.L'argomento continua a generare riflessioni e conversazioni. Segnalo questo post di Luca De Biase, che ringrazio per la citazione, in cui è possibile reperire link ad ulteriori sue considerazioni e ad altri spazi in Rete in cui si è ragionato su questo importante rapporto.

domenica 9 dicembre 2012

Lisibilité, Subjectivité, Popularité

Lo studio dell'Università di Bristol e della Scuola di Giornalismo dell'Univesità di Cardiff (via) merita sicuramente delle riflessioni.

Prima, però, credo sia opportuno riportare la definizione di alcuni parametri utilizzati per valutare i 2,5 milioni di articoli di circa 500 fonti diverse di informazione online (USA e UK): (1) Leggibilità e Soggettività viste come due proprietà dello stile di scrittura e (2) popolarità intesa come la probabilità per un articolo di diventare popolare, dato l'argomento. Quest'ultimo parametro è stato misurato attraverso il monitoraggio delle notizie distribuite dalle testate attraverso il feed "Most Popular" presente nei siti.

I risultati delle ricerca, come già evidenziato da PierLuca Santoro su EJO, sono davvero interessanti: dati alla mano (Figura 3 e Figura 5), sembra che gli articoli popolari siano caratterizzati da maggiore leggibilità e maggiore soggettività. Una tendenza, questa, che, secondo gli autori, da un lato darebbe maggior credito ai teorici dell'"infotainment" e, dall'altro, dimostrerebbe una elevata appetibilità delle soft news e l'essere deterrente dello stile linguistico riservato alle hard news. Dati che non sconvolgono nessuno, direi.






Di elevato interesse, a mio parere, l'analisi fatta con specifico riferimento alle testate. Il grafico di Figura 6, che mostra il raggruppamento delle testate in base agli argomenti trattati, rende, al WSJ, la sua evidente natura di fenomeno di nicchia (cerchiata in azzurro) almeno rispetto alle altre testate oggetto di verifica. L'analisi degli stili linguistici di Figura 7 dice, inoltre, che il WSJ si pone al livello più basso per soggettività (gli argomenti vengono trattati asetticamente).
Sempre nella Figura 6, possono essere evidenziate almeno altre due nicchie (cerchiate in rosso e verde). Con un confronto con la Figura 7 si può dire che la prima, con The Sun e Daily Mirror in testa, si distingue per una elevatissima soggettività e leggibilità; la seconda, con il Washington Post, si mostra, invece, decisamente più centrata.






Considerando che la ricerca è ristretta a USA e UK e che il periodo di osservazione è Gennaio-Ottobre 2010 (in due anni gli stili linguistici - e non solo quelli - potrebbero essersi evoluti, o anche involuti!), giungere a conclusioni generali è davvero molto complicato. Qualcosa però, a buon senso, credo la si possa dire.

Se si intende fare di quella Editoriale un'Impresa pura (cioè un Content MarketPlace), la strada è duplice: o si segue la propria nicchia (come fa, con successo, il WSJ) oppure si prosegue con l'"infotainment", con il generalismo, come fanno (per citare altri due casi curati da PierLuca Santoro per l'EJO) il Guardian e il Times anche alla ricerca di un sostegno per le rispettive versioni cartacee con una strategia, ad oggi, ancora tutta da registrare.

Se invece si vuole fare della propria Impresa Editoriale una missione sociale (opportunamente inquadrata in un ecosistema informativo evidentemente da riformare), bisogna aprire un'ampia riflessione: Si potrebbe cercare di cambiare il linguaggio, provando a rendere interessante anche ciò che è importante (alzando, cioè, soggettività e leggibilità anche per le hard news); oppure, iniziare a pensare di insegnare, non soltanto nelle scuole, la lettura, la comunicazione e il linguaggio digitale per fare, dei Cittadini, dei Lettori consapevoli, parte attiva e non passiva. È forse anche questa la strada per far tornare i Cittadini stessi a cercare notizie sulle testate; pratica, quest'ultima, che, come mostra ancora PierLuca Santoro segnalando il rapporto annuale del Censis e come, con condivisa preoccupazione, puntualizza Massimo Mantellini, è sempre meno diffusa.

giovedì 6 dicembre 2012

Racconto Online, Racconto Offline e Interpretazione/Previsione dei Risultati Elettorali (e della Realtà?) [Parte 2]

Ma davvero il Web intepreta meglio la realtà e, nel caso si stia osservando una tornata elettorale, riesce anche ad anticipare il risultato, solo quando l'oggetto del racconto online e quello del racconto mainstream (diciamo, impropriamente, offline) sono antagonisti?
È vero, poi, che non esiste più un online e un offline e che, quindi, è tutto integrato?

La fatica di seguire la conversazione su Twitter e il suggerimento (semiserio?) di Giovanni Boccia Artieri, mi hanno convinto a pubblicarne su Google Doc gli spunti salienti (il doc è aperto). Chiedo, soprattutto ai protagonisti della discussione, di integrare e di ampliare (in giallo ho evidenziato i commenti meno chiari per me). Ogni altro contributo è benvenuto.


Racconto Online, Racconto Offline e Interpretazione/Previsione dei Risultati Elettorali (e della Realtà?)


Se ci si riferisce alle primarie appena celebrate, credo che i social non abbiano avuto quasi peso, per i referendum credo siano stati determinanti (gli altri media ne parlavano pochissimo) [Gabriele]

D’accordissimo sul fatto che i social media non possano essere un punto di osservazione per capire un indirizzo di voto, sia perchè non sono un campione rappresentativo degli effettivi elettori (anche per una questione generazionale) sia perchè sui social non tutti scrivono o lasciano intendere le proprie intenzioni di voto. Inoltre c’è un problema alla base e cioè come vengono interpretati i dati. [Giorgio]

Gabriele e Giorgio sono soltanto due delle voci dell'interessante discussione riproposta da Arianna Ciccone e stimolata da un quesito quanto mai ben posto: Ma quindi l’uso dei social network sposta o non sposta voti? Se penso alle ultime tornate elettorali, tra primarie, elezioni politiche, europee, referendum e amministrative, è quasi sempre andata allo stesso modo: il web non è un buon predittore del risultato finale. Per quanto non sia particolarmente interessato alla predizione, devo rilevare che le uniche occasioni (almeno i casi da me personalmente osservati) in cui realtà offline e realtà online sono andate d'accordo, le abbiamo avute con il voto referendario e quello amministrativo di Milano e Napoli. L'impressione che il popolo della rete i cittadini che abitano la rete (per la correzione ringrazio il contributo di Arianna Ciccone) potessero essere considerati come un più affidabile campione dell'intero corpo elettorale, a quei tempi, era così molto forte. Ora, dopo un anno e mezzo, non credo di pensarla allo stesso modo.

Darei infatti molto credito alla più recente ipotesi di Dino Amenduni che, sulle primarie, sostiene che "Ha vinto il candidato (tra i tre principali contendenti) con il numero più basso di ‘mi piace’ su Facebook e follower su Twitter, sia per dato assoluto che per incremento medio giornaliero. Con buona pace di twitterometri, Klout, hashtag giornalieri e analisi del sentiment. Questo, a mio avviso, è il dato politico più potente di queste Primarie: esiste uno scollamento forte, abbastanza atipico nei paesi occidentali, tra il comportamento dell’elettorato (di centrosinistra) e ciò che accade online."
L'aver ristretto al solo popolo di centrosinistra il campione oggetto dell'osservazione fa evidentemente la differenza.

Ma a mio avviso non c'è soltanto questo. Infatti, dopo aver dedicato personalmente attenzione ad eventi come le primarie per l'elezione del Segretario del Partito Democratico del 2007 e del 2009 (vittorie di Veltroni e Bersani contro i pronostici web-based che avrebbero invece designato, rispettivamente, Adinolfi e Marino), alle elezioni politiche del 2008 (Veltroni sembrava avvantaggiato sul Web ma poi vinse Berlusconi) e alle europee del 2009 (il sondaggio Facebook diede risultati diversi, in termini percentuali, da quelli delle cabine elettorali); dopo avere seguito le analisi che, con più mezzi e professionalità, Vincenzo Cosenza ha proposto più di recente (qui e qui), è forte la sensazione che il Web intepreti meglio la realtà e riesca anche ad anticipare il risultato solo quando l'oggetto del racconto online e quello del racconto mainstream (diciamo, impropriamente, offline) sono antagonisti; al contrario, sembra che l'offline smentisca l'online quando gli oggetti dei racconti coincidono.
Quanto, infatti, in special modo le tv, hanno saputo (e voluto, d'accordo con i partiti dell'Arco Costituzionale) coprire i referendum? Quanta attenzione hanno poi dedicato, rispetto a quanto fatto in quest'ultimo mese per le primarie, alle amministrative di Napoli e Milano? Poca cosa, c'è da dirlo! E quanto, in questi due specifici casi, il risultato elettorale, quello offline, ha seguito l'onda online? Tantissimo.

Una dicotomia che, nel prestarsi ad interpretazioni che ne ricerchino le cause (la Social TV è una chiave possibile), mi sembra intanto lampante, evidente.

Quasi a conferma di questa sensazione, Luca Alagna, sempre sulle primarie del centrosinistra, dice: "Il candidato con meno appeal online, stando ai parametri più quantitativi, non solo vince a man bassa (60 a 40) ma in realtà secondo i sondaggi non è mai stato in discussione. Tutto era iniziato, in Italia, col referendum su acqua e nucleare a giugno 2011, snobbato come tante altre volte dai dirigenti dei partiti e dai mass-media ma giunto al successo anche grazie al passaparola online."

Forse è questa la ragione per cui Giovanni Boccia Artieri consiglia di non affidarsi soltanto all'online per intepretare la realtà: l'oggetto del racconto, integrando l'online e l'offline, di fatto, è soltanto uno e non ha più senso ragionare come se ce ne fossero di separati, di diversi. Negli Stati Uniti lo sanno già; lo sa specialmente Michael Slaby, Chief Integration and Innovation Officer della campagna di Obama del 2012 che ha dichiarato: “Nel 2008 abbiamo sposato le nuove tecnologie e ne abbiamo innalzato il livello. Nel 2012 abbiamo integrato i vari dipartimenti che erano separati”. Ovvero, come ha raccontato anche un servizio di Time, nel 2008 i database a disposizione della squadra (quello dei finanziatori, per esempio, o dei possibili elettori da contattare telefonicamente) erano separati; il grande sforzo in del 2012 è  stato unire il tesoro di dati accumulato in un unico archivio (ribattezzato Narwhal) da usare come fondamenta di tutti gli strumenti impiegati nella campagna: dalle email per chiedere fondi, alle telefonate per sollecitare il voto, alla propaganda porta a porta, alle app."

Ogni contributo è gradito per sviscerare un argomento che potrebbe aiutare anche nella lettura del fenomeno Grillo e del suo Movimento e, magari, nel discernimento di altri fenomeni che fanno la realtà in cui siamo immersi.

sabato 1 dicembre 2012

sull'Utilizzo di Big Data #ilsabatodimdplab #48


Giovanni Boccia Artieri sostiene che l'analisi dei Social Network deve diventare adulta. Ecco tre spunti interessanti della riflessione del professore:
- dobbiamo cominciare a tradurre in termini di “senso” l’analisi che facciamo in modo da superare ogni approccio meramente descrittivo e che rischi di essere auto-referenziale
- e da Big Data derivano grandi responsabilità. È venuto il momento di tentare di trovare l’approccio giusto, magari meno suggestivo ed estemporaneo, che sappia guidarci in termini interpretativi e predittivi
- una direzione che mi sembra promettente è costruire modelli predittivi integrando realtà online ed offline, integrando cioè le diverse sfere pubbliche in cui potenziali elettori [si parlava delle primarie] abitano e si esprimono

L'argomento è delicato.

Per rimanere nel tema delle Primarie del Centro Sinistra, non credo sia interessante sapere oggi cosa succederà domani sera tra Renzi e Bersani (insomma: andiamoci piano!). Penso, però, che interessante sia osservare "meglio" cosa stanno dicendo i Cittadini, potenziali elettori, e quali sono i loro umori sui due candidati per potermi fare un'idea non polarizzata sull'(unico) ecosistema osservato. Ma, ribadisco: personalmente mi limiterei ad utilizzare Big Data soltanto come strumento di analisi, eventualmente integrato, come suggerisce Giovanni Boccia Artieri.

L'augurio, il forte auspicio, è che, in futuro, non ci si affidi (solo) a Big Data per fare strategie: dare ai Cittadini esattamente ciò che desiderano non è sempre la via migliore, non soltanto in ambito commerciale:
(1) non penso si possa crescere se, ad esempio, gli scrittori propinano al lettore la retorica dell'apocalisse e il sapere nostalgico (perchè sanno che, per il lettore, tutto questo è di conforto); non si cresce, cioè, se quello dei contenuti diventa a sua volta un Mercato
(2) non credo - tornando alla politica e alle Primarie - si cresca nemmeno se, per dare retta agli umori della gente e ai sondaggi, combinando casini, non si ha il coraggio di fare scelte politiche nette e di rottura

Aggiornamento
Pubblico lo scambio di tweet con Giovanni Boccia Artieri, che ringrazio per l'attenzione: avevo capito male il riferimento all'aspetto predittivo dell'analisi di Big Data. Le mie riflessioni restano comunque valide.