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martedì 22 gennaio 2013

Condominio Facebook

Qualche tempo fa, Joi Ito, Director del MIT Media Lab, diceva che l'innovazione is on the Edges, ai bordi, nelle regioni periferiche del nostro campo visivo, nascosta da ciò che il nostro cervello, spesso sbagliandosi, crede invece ci sia. Ito diceva anche che quello che è realmente importante per il futuro della scienza e della tecnologia, per la società, è che le persone hanno bisogno di avere la libertà di avere la visione periferica.

Ed è sui bordi, dove appunto Ito dice si trova l'innovazione, che penso si possa vivere la vertigine di Jovanotti, quella che "non è paura di cadere ma voglia di volare". Una senzazione che conosce solo chi è più curioso di ciò che non sa, che sedotto da quello che è già sicuro di sapere; che sperimenta soltanto chi è più interessato al nuovo, che rassicurato dal vecchio.
Solo "stando collegati, vivendo d'un fiato, stendendosi sul burrone e guardando giù", camminando sui bordi, quindi, si può innovare e prepararsi il benessere: l'innovazione tecnologica, quella politica, per fare due esempi, quando saranno state davvero agite, porteranno - il condizionale è del pessimista - ad uno stato di grazia in cui "si vivrà meglio".

Ora guardate questi due brevissimi video.

- Hands on Facebook Graph Search (via, via)


- Introducing Facebook Graph Search (via)


È probabile che, così come mi è venuta, l'associazione sia ardita ma...volete spiegarmi cosa ha di buono la Graph Search di Facebook? Se la conosceremo come è presentata in questi due video, Graph Search farà di Facebook un condominio e Google, a confronto, sarà davvero l'universo.
Cosa mai potrebbe dire Eli Pariser?
Per come l'ho capita io, la Graph Search ci allontana dai bordi, cioè (almeno) dall'innovazione, cioè (secondo me anche) dal benessere. Se non altro per come ho inteso il benessere io in questa riflessione.


Immagine Elisa Carriero

mercoledì 24 ottobre 2012

Google, la Qualità e il Portafoglio

Come vengono valutate le pagine da parte dei quality rater di Google? Quali sono le linee che guidano il loro lavoro? Dalle anticipazioni presentate qualche giorno fa da Davide Tagliaerbe Pozzi, sembra che, per Google, una pagina è di qualità quando condivide informazioni obiettive, personali o sociali, condivide una opinione, intrattiene, condivide immagini o video, vende un prodotto o un servizio, contiene domande e risposte e fornisce un documento o un download.


Sarebbe troppo pretendere, da un'azienda che deve fare soldi, la promozione nelle SERP di contenuti che condividano più di una opinione su un argomento, che non siano necessariamente di intrattenimento e che non per forza conducano ad un acquisto. Sarebbe troppo, cioè, esigere da Google un trattamento di favore di contenuti che, di qualità, siano soprattutto da un punto di vista della crescita degli utenti, dei navigatori, delle Persone.

A Google, cioè, non possiamo mica chiedere di mettersi al servizio delle persone e del Bene Comune!

Sono però curioso di vedere come andrà a finire la storia di Google Wallet, un altro tentativo (Google NewsPass ne è stato uno) per lucrare sui contenuti (c'è scritto For Business).

Aggiornamento del 29 Ottobre 2012
Segnalo un pezzo di Luca Alagna, @ezekiel, su Google Wallet. Due gli aspetti positivi, oltre ovviamente a quello di diffondere ciò che sembra essere l'unico metodo per garantire sostenibilità economica al giornalismo digitale (il micropagamento): la possibilità di leggere parte del contenuto (Freemium) e la possibilità di ottenere un rimborso.
La mia personale opinione è che il futuro risiede nel riconoscere un ruolo anche ai lettori attraverso il Microguadagno dovuto alla condivisione su Piattaforme Sociali.

sabato 4 febbraio 2012

la Piramide #ilsabatodimdplab #13

Maslow, nel costruire la sua piramide, aveva anche individuato dei prerequisiti per il soddisfacimento dei bisogni primari: libertà di espressione e quella di informarsi ne sono un paio.


Cos'è la Rete se non la piattaforma in grado, in potenza, di rendere liberi di esprimersi e di informarsi? Il problema è il superamento del divario digitale: il rischio è di strozzare queste libertà o, quanto meno, di non abilitarle in spazi che sono infinitamente più grandi del circolo privato o del bar.

Ma c'è anche un altro rischio: che quella della libertà sia soltanto un'illusione. Tutto sarebbe perfetto se funzionasse Wikitalia (Riccardo Luna arriva un paio di anni dopo Alberto Cottica, autore di Wikicrazia); ma come può funzionare se non sono garantiti i due prerequisiti di Maslow prima richiamati.

C'è davvero la libertà di informarsi? Esiste davvero e ovunque quella di esprimersi?

Sapere che in Europa soltanto la metà dei navigatori visita i siti dei quotidiani non è confortante. Il risicato 10% dei visitatori che proviene da Facebook è, credo, comunque da leggere positivamente poichè parla di un potenziale [quasi] totalmente inespresso. Sta ora alle testate giornalistiche il compito di veicolare diversamente i propri contenuti attraverso un coinvolgimento negli ambienti social della Rete. Alle testate giornalistiche, però, prima di tutto, l'onere di recuperarsi allo spirito di servizio al quale sono richiamate dai principi deontologici che esse stesse hanno deciso di darsi. Buonissima l'idea di un difensore civico dell'informazione (da intendersi come funzione esterna) ma senza un'azione che parte da dentro (come quella del Guardian), credo non si riesca ad andare molto lontano.

Sono preoccupanti, poi, le azioni di Twitter e Blogger (i.e. Google) che si stanno attrezzando per assecondare i desiderata dei regimi totalitari: pare che renderanno possibile un filtraggio su base geografica dei contenuti. Poco importa se la cosa non riguarda l'Italia; poco importa perchè, come fa notare Massimo Mantellini, il confine geografico nella Rete non ha motivo di esistere. Dico l'ovvio, ma l'esistenza di apparati governativi non propriamente democratici e le conseguenti azioni di Società (Twitter e Google) che stravolgono la propria mission inchinandosi a logiche di puro mercato (mai come adesso è il caso di dirlo) sono cose che riguardano tutti. Sono aspetti che, su scala globale, quella della Rete, rappresentano un colpo mortale alla buona riuscita di azioni Wiki-based orientate al soddisfacimento dei prerequisiti di Maslow, propedeutici alla scalata della sua piramide.


Al vertice della piramide c'è l'autorealizzazione, cioè il benessere. Che, fermandosi un attimo, passa anche attraverso (seguendo) la natura.

sabato 28 gennaio 2012

il Valore di una Guida #ilsabatodimdplab #12

Pare che rimanere anonimi per Google sarà sempre più difficile stando a quanto viene dichiarato sul Wall Street Journal. Una delle più prolifiche macchine da soldi degli ultimi anni, Google per l'appunto, dovrebbe cominciare a combinare i dati che noi lasciamo con le nostre sottoscrizioni, e il successivo loro utilizzo, nei vari servizi: Gmail e YouTube ad esempio. L'obiettivo? Quello di migliorare la nostra esperienza di ricerca. Lo scenario è abbastanza inquietante: è forte, infatti, la sensazione che, quello che ci si sta preparando davanti, sia uno spazio (grande, immenso quanto si vuole) destinato a rimanere uguale a se stesso; uno spazio - l'universo Google - in cui si rafforzeranno sempre più le connessioni forti (Capitale Sociale Bonding) indebolendo quelle deboli (Capitale Sociale Bridging). Nessuno se ne accorgerà (perchè lo considerazioni sul Capitale Sociale sono di chi ha tempo da perdere!), ma alla fine ci renderemo conto di essere cresciuti un pò di meno di quello che la tecnologia permetterebbe (Eli Pariser direbbe che rimarremo intrappolati in una Filter Bubble). Ben vengano, quindi, tutti gli altri universi e tutte le pratiche che la Rete ci abilita per sfuggire all'effetto database (o della Torre di Cuntz).




Twitter, ma non ne sono poi così sicuro, è uno di questi universi-altri. A detta del co-fondatore Jack Dorsey, quella social - di Twitter - rappresenta soltanto un aspetto. Twitter è anche un servizio di news personale tanto quanto un social network. "You don't have to tweet at all. The biggest value is finding out what's happening in your world in real time.", dice Dorsey riferendosi, evidentemente anche a ciò che Twitter ha saputo diventare durante le rivoluzioni arabe. Trascura, forse, il necessario ruolo di figure (professionali a tutti gli effetti) che filtrino il buono dal cattivo, il rilevante dal rumore, il senso dal trending topic; figure che orientino nella giungla di ciò che non sempre è informazione o conoscenza. Una conoscenza che, dice Benedetto XVI, può anche essere conoscenza di sè. Perchè anche i Tweet, ha dichiarato il Papa, possono comunicare un messaggio profondo. Almeno fino a quando - aggiungo io - non ci si impegni troppo: quel che si vuole appaia profondo, in 140 caratteri (per fortuna non ne sono di più), a volte - proprio alla ricerca del TT - diventa penosamente banale!
Il problema è che Twitter, proprio come Google, è un'Azienda e deve far soldi; e per far soldi deve conquistare altri territori. Pare che, nella sua espansione, vorrà (dovrà?) permettere la cancellazione di messaggi vietati nei Paesi in cui è per legge ristretta la libertà di espressione. Come dice Claudia nell'articolo su la Stampa: "Twitter non fa le rivoluzioni, ma se i tweet su #ows non fossero visibili in Usa la storia sarebbe stata molto diversa". Staremo a vedere; di mezzo c'è, oltre che la libertà di espressione, anche quella di salvaguardare l'ecosistema informativo.

Certo, senza la materia prima (le informazioni, le espressioni delle persone, e.g. i tweet), il banco salterebbe. Ma, assumendo che tale materia prima esiste, avendo riconosciuto - come dicevo prima - la necessità di un ruolo professionale di filtro, la domanda è sempre la stessa: quale il miglior modello di business? Un modo complicato per dire: come riconoscere il valore delle informazioni distribuite? Quale deve essere tale valore? Ma, soprattutto, come far capire che un valore va riconosciuto? Luca De Biase, a proposito dell'economia dell'informazione, si è spinto ai "confini della realtà" parlando un linguaggio che non sono riuscito a comprendere: il denaro è una forma di informazione. Sono diversi giorni che ci penso ma - in mancanza di feedback - non riesco a venirne a capo: a mio parere il denaro è solo un mezzo (forse Luca De Biase mi direbbe che è proprio questa, interpretando alla McLuhan, la ragione per cui il denaro può essere informazione) per ripagare, oltre che il valore dell'informazione, anche quello delle connessioni sociali che ci aiutano a darle senso.

La risposta alle domande che sono sul tappeto devono ovviamente tener conto dello scenario di riferimento. Per l'Italia sappiamo, dall'ISTAT (via), che nell'ultimo anno c'è stato un calo delle sottoscrizioni di abbonamenti alle news (-1,5%). Sappiamo poi dal rapporto Edelman (via) che è aumentato il tasso di fiducia nei media (dal 45% al 57%); il fatto è che sono le fonti di informazione tradizionale a farla ancora da padrone. Sono quindi incuriosito dagli esiti dell'esperimento de il Fatto Quotidiano. Sono sicuro, intanto, che un ruolo importante sia quello delle testate che si candidano, in nome della trasparenza, a guida per i cittadini in questa giungla informativa con un forte impegno nella riqualificazione dell'informazione in senso etico. Una guida che, in uno scenario come quello rappresentato dalla ricerca condotta dal Gruppo di lavoro su Qualità dell’ informazione e pubblicità del Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti insieme all’ Università di Urbino Carlo Bo, dall’équipe di ricerca guidata da Giovanni Boccia Artieri; una guida, dicevo, quanto mai opportuna.



Ci vuole una guida, quindi. Come quando visitiamo un posto nuovo, in cui non capiamo la lingua e non conosciamo le tradizioni. E bisogna anche riconoscerne il valore. Ecco perchè voglio chiudere con una argomento a me molto caro: il portale italiano del turismo, italia.it: pare che il nuovo ministro abbia buone intenzioni. Gli dobbiamo credere?

sabato 17 dicembre 2011

Leggere per Capire #ilsabatodimdplab #6

"Questo processo di progressiva analfabetizzazione cui sono vittime gli italiani non rischia di  penalizzare pesantemente i contenuti veicolati dalla rete in particolare quella in lingua italiana?"

Questa la domanda rivolta, sul sito di lsdi, a diversi "liberi pensatori della rete" a proposito dell'analfabetismo di ritorno.

Probabilmente la domanda di lsdi è mal posta. A mio parere la questione non è la penalizzazione pesante dei contenuti distribuiti su piattaforme digitali; quanto piuttosto la modalità di fruizione degli stessi. Mi spiego meglio.

Una minuscola premessa: posso ritenermi un utente sufficientemente esperto della Rete ma ho un passato da studente sui libri, sulla Rete ci sono solo da cinque anni. Credo che il problema risieda soprattutto sul percorso verso la conoscenza che non sa più essere come quello che abbiamo utilizzato noi nella scuole. Io ho riprodotto sulla Rete l'approccio che seguivo quando studiavo: Leggere per Capire era il titolo di un testo di italiano che utilizzavo a scuola.
Penso, invece, che ora si cerchi soltanto di leggere (o semplicemente prelevare), dalla Rete, per copiaincollare una ricerca. Nei quaderni che vedo dei figli di amici, dalle elementari ai licei, faccio fatica a trovare un tratto a penna: solo fogli stampati e incollati. La scrittura era lo strumento tecnologico che ci serviva per organizzare le informazioni che avevamo, per ragionare su di esse, per sistematizzarle e per conoscerne meglio il senso (i famosi schemetti!); ci saranno, adesso, pure metodi didattici diversi, ma nessuno finora mi ha allontanato dall'idea che senza la scrittura si può capire e conoscere allo stesso modo di come capivo e conoscevo io 25 anni fa!

Ora c'è Google; che non è una miniera di informazioni. Nella miniera bisogna scavare, sporcarsi le mani ed avere poi il piacere (spesso pagato a caro prezzo) di riportare alla luce il metallo prezioso. Google, invece, induce a fare a meno di questo sacrifio; è solo utile per muoversi in velocità (non è poca cosa, d'accordo, ma non può bastare). E il copiaincolla non fa ragionare. Certo, poi c'è Matt Cutts che ci dice che non serve più fare ottimizzazione perchè il nuovo algoritmo Panda premia la qualità.  Ma...voi ci credete?




Come si può risolvere il problema? E' inevitabile parlare di questione culturale. Tornando, così, alla rassegna di lsdi, PierLuca Santoro parte dal presupposto giusto: La Rete non è di per se stessa in grado di invertire il processo. Sia per l’infobesità che spinge a letture sempre meno attente, come dimostrano i tempi di permanenza sui siti dei quotidiani online, sia perchè si tratta per la maggioranza degli utenti di un processo di fruizione passiva, del passaggio, o meglio della sovrapposizione, di schermi, da quello tv a quello del pc. E la sua ricetta, manco a dirlo, è la gamification.

La mia non è una critica alla Rete, ci mancherebbe altro. Ma una esortazione ad insegnarne un utilizzo consapevole.

Come dice infatti Sergio Maistrello: È necessario promuovere a tutti i livelli un accesso sano, consapevole e sereno alle culture digitali, considerandolo il volano di un processo che avrà ripercussioni a cascata in tutti i campi. Non è la rete che ci salva, ma la rete – se usata bene e in modo consapevole – è un opportunità per lavorare su noi stessi, sul nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con la lingua, con la società che ha tutte le carte in regola per invertire la tendenza. In sostanza l’esatto contrario di quello che si fa tutti i giorni in tutti gli ambiti in Italia, oggi.
Luca De Biase stressa ancora di più: Una persona diventa analfabeta funzionale se non ha stimoli sufficienti a leggere e a mantenere viva la sua capacità di farlo. Se tutte le informazioni di cui ritiene di avere bisogno arrivano dal passaparola e dalla televisione, la lettura è inutile. È evidente che la rete può essere un grande stimolo a concedere attenzione alla lettura. L’attrattiva di partecipare a Facebook è probabilmente uno stimolo utile per molti giovani che altrimenti abbandonerebbero la lettura. Ma è chiaro che un’innovazione radicale nel pensiero che disegna il sistema educativo potrebbe usare la rete per conquistare attenzione e tempo delle persone ad attività che ne coltivino la curiosità e l’interesse per ciò che si può fare sapendo leggere.

Cultura, quindi. Cultura Digitale. Quella che ci porterebbe ad un ecosistema, la Rete, in cui - ad esempio - si apprezzi il lavoro giornalistico, non necessariamente professionale (nel senso dell'iscrizione all'Ordine), di quelli che - quasi con disprezzo - vengono definiti blogger. Sia perchè con tale cultura (il fatto che sia digitale è, a questo punto, solo un interessante aggettivo) si sa produrre un contenuto di alta qualità; sia perchè, tale qualità, si fa più facilmente riconoscere ed apprezzare dal lettore (anche qui, digitale, è una qualifica non determinante).

Va sicuramente in questa direzione lo sforzo profuso in questa settimana da attori come Luca De Biase, Fabio Cavallotti e PierLuca Santoro nella definizione di un codice di comportamento, un decalogo, un bollino di qualità per chi fa informazione. Uno sforzo verso la declinazione, anche nel mondo digitale, di quel Leggere per Capire che mi ha accompagnato durante gli anni della scuola.

Approfitto della mia rubrichetta settimanale (per non aver avuto il tempo di farlo durante la settimana) per aggiungere tre tasselli alle discussioni con cui si sta contribuendo a questo percorso:

In questo spazio, per dare una definizione di contenuto di qualità, ho voluto inquadrare il ragionamento da un punto di vista, lasciatemi dire, matematico: in uno spazio tridimensionale, ho teorizzato che il contenuto è tanto più di qualità quanto maggiore è il suo valore nei tre assi cartesiani rappresentati da "tipologia", "professionalità" e "pluralismo".

[professionalità]
Probabilmente, il bollino Timu proposto da Luca De Biase, rappresenta la metrica migliore per l'asse della "professionalità". Ma, proprio per la definizione che ho dato del contenuto, tale bollino non può bastare. Mancano, cioè, della azioni di autocontrollo e autodisciplina anche negli altri due assi: "tipologia" e "pluralismo".

[tipologia]
Per il primo si tratterebbe di impegnarsi a diffondere soltanto articoli, faccio degli esempi, di cronaca politica e scientifici. Quelli che, a mio modesto avviso, sono funzionali alla crescita. La mia proposta, quindi, è: mettiamo, oltre al Timu, un bollino "No Gossip!".

[pluralismo]
Per il secondo asse, quello del "pluralismo", qualcosa si può fare. Il Pluralismo esterno è garantito automaticamente dalla piattaforma di distribuzione (ciascuno, in totale libertà, può scrivere sul proprio blog in uno spazio contiguo a quello in cui esprime il proprio pensiero chi è distante anni luce dal nostro modo di concepire il mondo). Più difficile è garantire il pluralismo interno. Sarebbe eccezionale, per esempio, avere un blog multiautore; ma non è questa la soluzione che propongo. Molto più semplicemente bisognerebbe autodisciplinarsi a partecipare attivamente alle discussioni che un proprio post/articolo genera. Un punto di vista differente espresso da un commento, o anche una domanda per capire meglio il senso di ciò che si è letto, meritano senza dubbio una risposta da parte dell'autore. La mia proposta è, quindi: oltre al "Timu" e al "No Gossip!", mettiamo il bollino "Io rispondo!".

Un ultimo tassello: l'accessibilità
Un aspetto mi sembra sia stato trascurato da tutti gli attori coinvolti nelle discussioni: l'accessibilità. Un bollino W3C, da accompagnare agli altri tre appena presentati, sarebbe la garanzia di un contenuto fruibile anche da chi - cito da Wikipedia - ha ridotta o impedita capacità sensoriale, motoria, o psichica (ovvero affette da disabilità sia temporanea, sia stabile). [Oltretutto lo chiede la legge.]

Ecco qui di seguito cosa dovremmo alla fine poter vedere come footer di ogni spazio in Rete. Un marchio messo su in due minuti soltanto per dare un'idea (c'è qualche grafico in giro?)



Leggere per Capire, quindi! E consapevolezza: partendo da chi scrive per infonderla in chi legge [queste le mie risposte - non richieste, per carità - alle domande poste da lsdi].

Credo che, con queste azioni, si faranno grandi passi verso il riconoscimento al sistema informativo del suo ruolo essenziale per la crescita del cittadino. E a recitare una parte essenziale in questo scenario ci sono anche quelli che devono garantire l'infrastruttura e la circolazione stessa dei contenuti; e quelli che, quei contenuti, prima o poi, dovranno pagarli (ed eventualmente non pagarli, cioè non comprarli!).

Per i primi ci ha presentato, in settimana, qualche conto ancora Luca De Biase scrivendo a proposito dell'Agenda Digitale. Leggo nelle sue parole, una condivisibile nostalgia per delle azioni politiche. Interessante anche il contributo di Massimo Mantellini, e la relativa discussione su FriendFeed, sulla questione del finanziamento all'Editoria. La mia idea a tal proposito si chiama microcredito/microguadagno (sto elaborando delle slide che mi permetteranno, spero al più presto, di rendere note le mie prime conclusioni...economiche).

Per i secondi, per quanto il riferimento è al mercato librario, Michela Murgia denuncia il fenomeno dell'editoria a pagamento [dello strozzinaggio di alcune case Editrici aveva parlato Sergio Covelli all'e-bookcamp]; quando, cioè, a pagare è addirittura l'autore per poter essere pubblicato. L'azione proposta è il boicottaggio e non posso che condividerla: anche questa è educazione alla consapevolezza.

A voi la parola. Se avrete domandato, state tranquilli, io risponderò :)

P.S. 1: in effetti un ulteriore regola sarebbe quella di linkare l'autore e/o il sito in cui sono prelevate le immagini.

P.S. 2: mdplab è fortemente delinquent :-/

Aggiornamento delle 23.15
La discussione che pubblico di seguito riguarda l'ampliamento del bollino Timu: quello che ho definito "Io rispondo!". I like mi dicono che l'idea non sia del tutto malvagia; nei commenti invece sembra ci sia un atteggiamento diverso.

venerdì 18 giugno 2010

Google NewsPass. Peggiorano i Contenuti e l'Esperienza di Ricerca?




Sembra che la Repubblica abbia dato la notizia ufficiale per prima al Mondo Intero. Facendo a quest'ora una ricerca su Google per Google NewsPass si trovano articoli americani che citano il nostro quotidiano. Complimenti quindi a Massimo Russo!

In pratica, per la fine dell'anno, Google lancerebbe NewsPass, un sistema di pagamento integrato con la ricerca che consentirà agli utenti di acquistare con un solo click e agli editori di utilizzare un'infrastruttura unica per web, mobile e tablet per monetizzare i propri contenuti [via Repubblica].

Search Engine Land ci ricorda che, a Settembre dello scorso anno, Google rispose ad una RFP della Newspaper Association of America con un documento in cui si introduceva il concetto di micropagamento per articoli sulle piattaforme di Mountain View. Di quel documento riporto la sezione dedicata al Search:

Google's mission is to organize the world's information and make it universally accessible and useful. This applies to all information -- paid and free. Google Search currently supports discovery of a variety of paid content, from books to scholarly material to newspaper archives to premium newspaper content such as that from the Wall Street Journal and the Financial Times.
Google works with publishers to support discovery of premium content in a number of ways today:
  • Publishers can provide a preview or landing page for Google to crawl, consistent with what end-users see. This is available to users of Google Search and News.
  • Publishers can allow Googlès crawlers full access to their premium content, but maintain a paywall or preview mode for users. This content is marked as "subscription" in Google News.
  • Publishers can provide free access to the first full article via our "First Click Free" program, which treats premium content as "free" in Google News and Search, but requires payment once users navigate away from the first article.


Il Modello di Business dovrebbe essere un Freemium + Advertising e si appoggerebbe, stando al documento citato, su Google Checkout.


Ciò che mi rende perplesso è la reperibilità dell'articolo a valle di una Ricerca. L'azione del crawler, anche in sezioni che per gli utenti sarebbero a pagamento, consentirebbe l'indicizzazione dei contenuti ma il posizionamento degli stessi come sarà deciso? Se il PageRank continua ancora a funzionare grazie al sistema del link mutuo tra i contenuti dell'Internet, assumendo che avrà molto meno senso linkare un contenuto a pagamento [sarebbe come dire al lettore di un articolo ad accesso gratuito: questa è la mia fonte se la vuoi consultare, comprala!], credo che le posizioni sulle SERP saranno molto meno naturali di quanto lo siano ora.

Già adesso, agendo su contenuti liberi, l'algoritmo non è sempre affidabile in termini di Precision e Recall con una conseguente frustrante esperienza di Ricerca [i.e. contenuto non di qualità, articolo non rispondente alle proprie esigenze, assenza di argomenti di nicchia da reperire poi per altre vie]. Sono sicuro che le cose peggiorerebbero se si dovesse far ricorso all'intervento umano; ancor peggio sarebbe se si dovessero seguire logiche squisitamente commerciali [i.e. a parità di notizia data - il che vale a dire, su Google, a parità di chiavi di ricerca utilizzate nella query al motore] sta più su la notizia dell'Editore che ha pagato di più [anche in questo caso, in effetti, si tratterebbe di intervento umano].

Un altro dubbio: quali saranno gli articoli prodotti dagli Editori? E' ovvio che verranno dati in pasto ai lettori contenuti a più alta profittabilità. Una discussione gia' fatta in altri spazi dovrebbe fermarmi dal porre nuovamente una domanda: siamo sicuri che sia giusto dare alle persone esattamente ciò che chiedono quando ciò che si chiede è palesemente spazzatura? Di che qualità saranno gli articoli con cui NewsPass riempirà i suoi server? Certo, non dovrebbe essere un mio problema ma, lasciatemelo dire, ne faccio una questione quantomeno di carattere ecologico!

Che aiuto questo meccanismo potrà dare all'Editoria Online? Una prima risposta l'avremo sul grado di fiducia che gli Editori avranno voluto dare a questo progetto ma è ovvio che il giudizio finale sara' il nostro!

Vi sbilanciate anche voi?

venerdì 28 maggio 2010

[Ma] Google salverà [davvero] i giornali [?]

Pensavo di trovare soluzioni nell'articolo di Internazionale di questa settimana Google salverà i giornali firmato da James Fallows, national correspondent di Atlantic, ma ne esco fuori con una serie di dubbi.

Qualche higlight:

[1] La sopravvivenza del giornalismo di qualità è essenziale per il funzionamento della democrazia moderna [questa affermazione è di Eric Shmidt, AD di Google].
Ma non si sa ancora bene quale sia la definizione di qualità e che cosa sia di qualità, chi decida se un contenuto sia di qualità. Il sistema di rating di Google [il Page Rank] non è sempre in grado di restituire contenuti interessanti anche e soprattutto perchè l'algoritmo non indicizza che una minima parte del totale immagazzinato nei server connessi all'Internet [tra gli altri sono lasciati fuori dai giochi proprio i contenuti a pagamento; a meno che non mi sfugga qualcosa - ed è assolutamente probabile - la notizia è pure elencata nei risultati di ricerca ma per la sua lettura completa il lettore non può prescindere da un esborso economico].


[2] E' ovvio che le persone finiranno per pagare in un modo o nell'altro. è molto più importante analizzare in dettaglio cosa far pagare e come.
Ma come si fa ad essere sicuri di questo? I tanti esperimenti fatti non ci hanno forse dimostrato la grandissima resistenza degli utenti ad effettuare pagamenti [diretti] per l'acquisizione di contenuti/articoli?


[3] I giornali non hanno un problema di domanda, hanno un problema di modello commerciale [ancora una volta Eric Shmidt].
Beh, non so se la questione sia posta nei termini giusti. La domanda non credo sia tanto di giornali, quanto di informazione e di relativa modalità di accesso.


[4] Per noi è importante rendere accessibili le informazioni. Ma naturalmente è difficile farlo se nessuno le crea. Quindi risolvere il problema del settore è nel nostro interesse [Chris Gaither, Manager per le Comunicazioni di Google].
Un modo politically correct per dire che senza il traffico generato dalle notizie la loro azienda fallirebbe.


[5] I tre pilastri del nuovo modello pensato e sperimentato da Google sono: distribuzione, coinvolgimento e monetizzazione. L'obiettivo da perseguire, cioè, è quello di fare arrivare le notizie, i contenuti, ad un numero di persone più alto possibile con una presentazione che sia la più coinvolgente possibile con l'obiettivo di monetizzare il più possibile sia in termini di conversione in abbonamento sia con la pubblicità.
Probabilmente si dice qui quanto già era stato detto tempo fa: tale Business Model assomiglia forse un pò al Freemium + Advertising.


[6] Shmidt e i suoi colleghi si rendono conto che un sistema dell'informazione più moderno potrebbe produrre una quantità sufficiente di buoni contenuti per soddisfare le esigenze di Google, anche se nessuno ha ancora trovato il sistema per pagare i corrispondenti a Baghdad e neanche quelli a Washington.
Appunto!


Da adesso in poi è tutta roba mia!

La domanda che pongo è: dal punto di vista puramente implementativo, come fa Google a trarne profitto? L'abbonamento verrebbe fatto a contenuti non accessibili a tutti se non con un pagamento e, proprio perchè non accessibili, nemmeno indicizzabili dal motore e [ultimo passaggio logico] conseguentemente non reperibili a valle di una ricerca. Se questi passaggi sono giusti, ripeto: cosa potrebbe trarre Google da una navigazione condizionata da una transazione economica?

Sarebbe per caso costretto a rivedere il suo algoritmo? Come fa ad agire il sistema del Page Rank se un documento a pagamento è praticamente impossibile che abbia link in ingresso?

E, per concludere: ma non è forse più realistico pensare che un utente, qualora disposto ad un pagamento [ad un sito di cui, quindi, conosce l'indirizzo] possa fare a meno di un [del] Motore di Ricerca perchè possessore degli strumenti per accedere direttamente a ciò che cerca e che, proprio per l'essersi abbonato, è sicuro di trovare [computer, mause, tastiera e carta di credito]?

E' probabile che mi sia abbandonato, come al solito, a riflessioni strane e fuori luogo ma se ci fosse almeno un pò di senso in quel che dico, sarebbe davvero assurdo pensare che, come Azienda, Google si candiderebbe a diventare un nuovo Editore Globale?

Dico questo perchè credo che Google per i Giornali possa fare davvero molto molto poco a meno di non modificare qualcosa del suo modo di essere e di fare!

venerdì 11 dicembre 2009

Real Time Search di Google: ma funziona davvero?

Due sono i parametri che qualificano un sistema di Recupero delle Informazioni [Information Retrieval].

Ripropongo qui le definizioni di tali parametri:

Recall: la Recall è il rapporto tra il numero dei documenti recuperati pertinenti alla query ed il numero di tutti i documenti pertinenti contenuti nell'archivio cui attinge il Sistema.
Precision: la Precision è il rapporto tra il numero di documenti recuperati pertinenti alla query ed il numero totale dei documenti recuperati a valle della query.

Le teorie dell'Information Retrieval ci dicono che l'efficacia di un sistema di Information Retrieval si valuta misurando la Precision a diversi livelli di Recall.

Ora un sillogismo che uso per entrare con efficacia nel cuore del post:

Google è un Motore di Ricerca. I Motori di Ricerca sono un sistema di Information Retrieval. Google è un Sistema di Information Retrieval.


Cosa accadrà con la novità di Google
che permette l'aggiornamento dei risultati di ricerca in tempo reale? È ovvio che in questo modo aumenteranno [e, altrettanto ovviamente, in tempo reale] le voci restituite dopo una richiesta di ricerca; ma perchè le performance del Motore di Ricerca rimangano almeno invariate occorrerà che, allo scontato aumento di dimensioni del serbatoio da cui pescare risultati [i. e. documenti indicizzati], segua anche, banalmente, un aumento del numero di documenti pertinenti alla query contenuti nel serbatoio.

Sarà possibile? Oppure ci si deve aspettare un deterioramento dell'esperienza di ricerca?
Non si ha la certezza che, percentualmente rispetto al totale dei documenti indicizzati, questo meccanismo aumenterà i documenti pertinenti.
Ammettendo che le modalità di restituzione non varino con il Google real time, è proprio questo l'elemento discriminante che decreterà il successo o meno del progetto. Osservo però che è altamente probabile che l'algoritmo di recupero sia diverso poichè vedo come impossibile un calcolo istantaneo del rating [che è il meccanismo su cui si basa il "Google classico"]. Si noti che la verifica/conferma di una effettiva modifica dell'algoritmo potrebbe anche impattare pesantemente sugli specialisti SEO/SEM.

Devo inoltre anche dire che non è del tutto assurda l'ipotesi di manovre fraudolente di pubblicazione di twit e post non propriamente autentici sui Social Media coinvolti che contribuiscono al Real Time Search. Osservazione, questa, fatta al netto di un altro fenomeno che minaccia il rinnovato sistema: il disorientamento per l'utente [alla ricerca di informazioni di acquisto si Prodotti e/o Servizi] che si vedrà addirittura trasformare sotto gli occhi la pagina di Google.

L'aumento della pubblicazione degli spazi sul Web fa in modo che l'entropia della Rete [e nella Rete] cresca; beh, dopo i dubbi appena espressi, una convinzione ce l'ho: che il real time non farà altro che aumentare il ritmo di tale crescita a tutto svantaggio dell'utente.

È scontato, ora più che mai, che un motore di ricerca semantico potrebbe risolvere gran parte dei problema [anche se il rischio delle frodi ci sarebbe comunque, anzi...]!

E voi, in particolare gli esperti [il link è per gli amici che conosco di persona], cosa ne pensate?

lunedì 20 luglio 2009

sulla Luna



Questo è un post celebrativo della missione fatta sulla Luna! No, niente da dire sulla storia. Quello che voglio condividere è la mia passione per l'Astronomia, e per la Luna in particolare, che ha saputo crescere in me ai tempi della mia maturità scientifica.

Studiai tutto con passione, sapevo veramente tutto ed è incredibile per me adesso ricordare la facilità con cui sapevo mandare a memoria numeri e schemi: Apogeo, Perigeo, distanza media Terra-Luna, Ciclo Aureo. Che meraviglia!

Ma ancora prima mi ricordo i filmini che il mio Papà mi fece vedere da piccolo con l'allunaggio dell'Apollo e dei primi passi di Armstrong.

Ed ogni volta che in TV mandano i filmati storici rigorosamente in bianco e nero, non posso fare a meno di guardarli. Ecco dei brani della storica diretta RAI.




Non mi importa delle pur affascinanti ricostruzioni che sono state fatte atte a dimostrare che la Missione fu solo una bufala. A me solo l'idea che qualcuno sia stato sulla Luna mi fa stare meglio :)

Ah, visto che ci siamo, io un giretto me lo faccio. Sarà come quarant'anni fa! Venite con me?

sabato 18 luglio 2009

la Correzione del Compito [contaminazioni analogico/digitali]

Un paio di giorni fa mi è arrivata per posta [avete capito bene, per posta! Non per e-mail] la correzione del Compito di Italiano che avevo fatto il giorno dell'Esame di Stato.

Riutilizzando la mia vecchia utenza su Scribd, la pubblico per renderla più fruibile. Purtroppo, per i limiti della mia dotazione informatica, non sono riuscito a fare una scansione a colori ma vi assicuro che le correzioni di Lia [vi consiglio il suo neonato ed interessante blog!] sono fatte in rosso [a proposito, nel plico che mi sono visto recapitare era inclusa anche l'arma del delitto: la penna rossa, per l'appunto].

Eccola [ingrandite il doc usando la lente!]:

Questo il link.

Una figata, vero?

Avevo, a suo tempo, già pubblicato la versione digitale con Google Docs sulla quale ha lavorato nei giorni scorsi Luigi. Se volete unirvi a questo manipolo di sperimentatori di contaminazioni analogico/digitali scrivetemi e vi manderò l'invito. Intanto ho raccomandato Lia di scrivere sulla terza colonna la sua Correzione.

Hei, di colonne ne possiamo aggiungere quante ne volete!

venerdì 26 giugno 2009

ho [ri]Fatto l'Esame di Stato: Chi mi Corregge il Compito di Italiano?

Sono tornato indietro di 16 anni nei modi ma fortunatamente, i 16 anni che mi separano dalla prova scritta di Italiano dei miei Esami di Stato [voti in 60-esimi e nessuna distinzione tra Saggio Breve, articolo di Giornale o altro], sono passati tutti. E, direi, almeno per certi aspetti, anche abbastanza bene :)

Sono tornato indietro perchè ho recuperato un paio di vecchi fogli protocollo a righe, li ho piegati a metà per regolarmi sullo spazio da utilizzare per scrivere il mio Compito di Italiano e scritto in un linguaggio semplice semplice!

E ho rifatto l'Esame di Stato: prova di Italiano!

La traccia su cui ho deciso di impegnarmi è quella del Saggio breve, ambito tecnico/scientifico: Social Media, Internet e New Media.

Il titolo che ho dato al mio saggio è PARTECIPAZIONE E CONDIVISIONE. OPPORTUNITA' E MINACCE DEL WEB. DA DENTRO E DA FUORI e se seguite il link potete scaricare la scansione del Compito [in pieno stile Liceale]: rigorosamente a mano!

Faccio scherzosamente una richiesta: chi vuole correggermelo? Ripubblicate magari sul vostro blog una bella scansione con le correzioni [rileggendo so già che, oltre a quelli eventuali di concetto, c'è almeno un altro errore. Di concordanza! E vabbè, l'ho fatto direttamente in bella copia e per giunta stanotte; perchè la cosa mi sfiziava assai!!!]

Su suggerimento di Luigi, quando l'avrò trascritto su GoogleDocs, vorrei che si potesse completarlo e arricchirlo [utilizzando delle terminologie e delle argomentazioni di più alto livello rispetto a quelli che ho utilizzato io]. Basta che me ne facciate richiesta e vi invierò l'invito per la condivisione.

Che dite?

P.S. se volete, potete intervenire anche sul thread su FriendFeed :)

Aggiornamento Sabato 27 Giugno
Ho appena pubblicato su GoogleDocs il Compito. Scrivetemi o commentatemi se avete voglia di "correggerlo" [la colonna di destra è per le correzioni] e vi manderò l'invito!. Questo è il link! Buon divertimento anche a voi ;)

sabato 5 gennaio 2008

Wikia Search - Un Anno di Storia e Due Giorni di Inquietante Attesa!


Trasparenza
- l'essere open dei sistemi e degli algoritmi che operano, sia in termini di open source sia in termini di open content

Comunità - Ognuno può contribuire in qualche modo (sia a livello individuale sia al livello di intere organizzazioni)

Qualità - migliorare in modo significativo sia la rilevanza e l'accuratezza dei risultati di ricerca sia l'esperienza di ricerca

Privacy - deve essere protetta senza immagazzinare o trasmettere dati identificativi dell'utenza

Questi sono i quattro principi organizzativi che hanno dato vita al progetto Wikia Search [1], di un Motore di Ricerca "democratico" che dovrebbe vedere la luce (sebbene in forma ancora sperimentale) il prossimo 7 Gennaio. Un progetto portato avanti dalla stessa comunità che ha creato Wikipedia.

In questo post voglio fare prima un po' di storia e poi discutere di qualche questione insieme a voi. Invito chi la storia la conosce già a saltare direttamente alla fine (oltre che ad integrare e correggere le eventuali cavolate che ho scritto).

Nella pagina in Italiano [2] si capisce il pensiero che ha animato l'ambizioso progetto di creare un nuovo e più funzionale Motore di Ricerca. Considerando la mancanza di comunità, di responsabilità e di trasparenza nel Mondo del Searching sul Web, il pensiero di Jimmy Wales (il leader dell'organizzazione che creò Wikipedia) è quello di assicurare agli utenti dei risultati migliori, e garantiti dagli utenti stessi, in una logica che dovrebbe almeno assomigliare a quella che ha fatto di Wikipedia lo spazio Web che ha proprio nella Comunità, nella Responsabilità e nella Trasparenza degli utenti i suoi punti di forza.

Il lancio del progetto risale ad un anno fa quando il New York Times pubblicava un articolo [3] di cui è interessante riprendere alcuni passi:

Il Motore di Ricerca Wikia dovrebbe permettere agli utenti di vedere in modo trasparente come i risultati sono generati e modificare liberamente il ranking utilizzando le conoscenze che hanno dell'Internet. Ogni modifica potrebbe essere rielaborata da altri utenti e, come accade con Wikipedia, le discussioni dovrebbero portare ad una decisione trasparente e di qualità.

Wales diceva poi: “I suspect there is a need for categorization and grouping” by the volunteers, Mr. Wales said. “It would not make sense to have a dialogue for each long-tail search. For popular searches, it makes sense.

“The question is: Will there be a demand?” he said. “I think there will be. People are not happy with the lack of transparency.”

Insomma Wales dirigeva il suo interesse principalmente alle ricerche più popolari: se un argomento risulta essere popolare, maggiore è la discussione che si genera intorno ad esso e, trasferendo il ragionamento sul piano di un Motore di Ricerca "Sociale" (query popolari), migliore è (qui in effetti sarebbe d'obbligo il condizionale) l'accuratezza dei Risultati e il relativo Ranking.

Rassicurante era poi, sempre nello stesso articolo, l'affermazione di Gil Penchina, CEO di Wikia, che confrontava il processo di ricerca a quello di un filtro antispam.

“Humans are pretty good at that; machines are not so good at that,” he said. “What is obvious to a person is not always obvious to a machine. There are all sorts of tricks to fool the search engines. We think that people are better than machines at making decisions about what are proper results for any search term you type in.”

Insomma una vera rivoluzione!

In Italia se n'è cominciato a parlare dall'estate dello scorso anno (almeno a quel periodo risalgono i primi articoli che ho rintracciato) con un approccio che, dopo i proclami di Gennaio, era teso ad analizzare in modo più critico la cosa; con un occhio di riguardo, insomma, sia ad aspetti tecnici sia ad aspetti che oserei definire poco attinenti al Mondo del Search Puro ([4] e [5]).

Vediamo l'aspetto tecnico: il funzionamento di Wikia Search sarebbe basato, prima ancora che sulla discussione delle persone facenti parte della comunità sulla qualità e sul rating dei risultati, su un sistema open source di indicizzazione del Web (Grub [6]) in grado di eseguire un calcolo distribuito sui dati provenienti dai Computer di quanti, in Internet, avrebbero il Software di Crawling installato. Il tutto, a mio modo di vedere, in un primo atto di vera trasparenza. Il progetto Grub era partito già dal 2000 ed aveva attraversato dei momenti difficili ma è tornato a vivere proprio grazie all'acquisizione del team di Wikia che l'ha quindi presentato nelle sue pagine [7]; interessante poi, ma per addetti ai lavori (io non sono tra quelli), è stata la discussione che, proprio nel Wiki, si è sviluppata durante l'anno (ve la segnalo in Webliografia [8]).

Vediamo ora l'aspetto commerciale: si è appena detto dell'acquisizione di Grub. Questo dimostra che comunque Wikia poteva e può contare su un capitale. Nei vari articoli si parla infatti di finanziamenti di più di dieci milioni di dollari ed un contributo anche da parte di Amazon.com. Cifre spaventose, anche se ormai con i grandi movimenti economici di compravendita di idee sul Web (per il Web) c'abbiamo fatto l'orecchio, che dimostrano quanto ambizioso sia, non soltanto dal punto di vista dell'utente, il progetto. E l'ambizione è ovviamente quella di soppiantare Google e di neutralizzare almeno un po' il suo strapotere (a questo punto direi anche economico).

Già, Google! E quali saranno le sue mosse?

Ad Agosto c'era già chi poneva qualche interessante questione. Su Seo Black Hat [9] si rifletteva, in un'analisi rilanciata anche qui da Gijno [10], sul fatto che Google poteva (e può ancora adesso) garantire delle SERP di alta qualità proprio grazie ai contenuti di Wikipedia. Il problema posto era: può Google continuare a far dipendere la sua qualità di sistema di Ricerca da Wiki se Wiki stesso si appresta a diventarne concorrente? Google cercherà di allearsi o di eliminare dalle sue SERP i risultati? Con quali conseguenze?

Il progetto Wikia è comunque andato avanti e, ad un anno esatto di distanza dall'appello che è possibile leggere nella versione italiana nel link in Webliografia ([2])

"Cerco persone per la costruzione e collaborazione di un motore di ricerca ispirato a WIKI. Più specificatamente, delle comunità di persone che desiderano partecipare al miglioramento dei risultati di ricerca e degli sviluppatori per aiutare la creazione di un'alternativa libera per la ricerca in internet." Discutine qui [en]. Iscriviti alla mailing list [en].
--Jimmy Wales, 23 dicembre 2006

con una e-mail a tutti gli iscritti alla mailing list del progetto, il 23 Dicembre scorso, Jimmy Wales ha finalmente annunciato il lancio ufficiale di Wikia Search in questo modo (TechcRunch [11] via Tagliaerbe [12]):



Insomma ci siamo e la notizia è stata data, in questi ultimi giorni, in diverse parti ([13], [14] e [15]).

E adesso qualche riflessione
Un Motore di Ricerca (anche se forse sarebbe meglio parlare in senso un po' più generale come Sistema di Recupero delle Informazioni) fatto in questo modo dovrebbe, almeno stando agli articoli che ne hanno descritto in questi mesi il funzionamento, migliorare l'esperienza di ricerca ed il soddisfacimento da parte degli utenti. Proviamo a dimostrare il perchè.

Qualche tempo fa, su mdplab, avevo riportato delle definizioni sui parametri in base ai quali vengono giudicate le prestazioni dei Sistemi di Information Retrieval [16]: riporto per comodità quelle definizioni di seguito.

Recall: la Recall è il rapporto tra il numero dei documenti recuperati pertinenti alla query ed il numero di tutti i documenti pertinenti contenuti nell'archivio cui attinge il Motore di Ricerca.

Precision: la Precision è il rapporto tra il numero di documenti recuperati pertinenti alla query ed il numero totale dei documenti recuperati a valle della query.

Wikia dovrebbe, per il suo umano filtraggio antispam e per il suo altrettanto umano procedimento di rating, vedere aumentare sia i documenti pertinenti alla query sia quelli che, a valle della query, sono recuperati. Se fosse vera questa mia ipotesi allora Wikia Search dovrebbe garantire un valore Recall più o meno invariato perchè aumenterebbero tutti e due i fattori che contribuiscono a calcolarla. D'altra parte, invece, la Precision si dovrebbe alzare dato che presumibilmente si abbasserebbe il numero di documenti recuperati in seguito all'eliminazione di risultati di tipo spam.

Insomma, dato che le teorie dell'Information Retrieval [17] ci dicono che che l'efficacia di un sistema si valuta misurando la Precision a diversi livelli di Recall, se la Recall rimanesse più o meno la stessa e la Precision aumentasse, avremmo la dimostrazione anche matematica che Wikia sarà un sistema migliore!

Migliore si, se funzionasse davvero come si dice. Ho infatti qualche dubbio:

(1) siamo sicuri che i meccanismi saranno tutti trasparenti? L'interevento umano non potrebbe, invece, essere guidato da menti non ingenue come le nostre e non interessate al solo bene della scienza e della conoscenza? In altri termini: se Wikia, inteso in senso assoluto come un sistema di Searching sul Web, dovesse indicizzare prima ed ordinare poi anche url di entità commerciali (Aziende) come si fa a pensare che queste Aziende non saranno disposte ad assumere pseudo-volontari per far schizzare in alto (ed in moto assolutamente non naturale) i propri contenuti? In un periodo in cui l'Internet si sta affermando contro ogni altro canale di comunicazione non la vedo, questa, un'ipotesi campata del tutto in aria :(

No so che tipo di documenti indicizzerà Wikia ma in ogni caso dovremo fare tutti appello alle logiche che regolano le Comunità sul Web. Insomma: speriamo bene!

(2) se è vero come è vero che il progetto ha ricevuto dei finanziamenti, come si fa a non sospettare che chi ha finanziato non voglia avere anche un ritorno? Un ritorno che, poi, presumibilmente, farebbe scadere quella Qualità promessa da Jimmy Wales?

(3) E Google come farà? Visto che adesso la qualità dei suoi risultati dipende molto da Wikipedia e che Wikia appartiene alla stessa famiglia, darà ancora così tanto spago a Wikipedia stesso? Dobbiamo cioè prepararci a vedere delle SERP di Google ancora peggiori di quelle attuali?

(4) Con Wikia, a quale tipo di attività dovrebbero riconvertirsi i SEO? L'automaticità del funzionamento di Wikia risiederà esclusivamente nell'indicizzazione collaborativa tramite Grub; tutto il resto sarà umano! Avrebbe senso, in uno scenario simile, il lavoro del SEO? Sicuramente sarà importante capire come opera Grub e, conseguentemente, eseguire un adattamento delle piattaforme (ma non è detto che questo sarà necessario). Ma poi?

Che ne pensate voi? Avete qualche certezza in più? o qualche altro dubbio?

A voi la palla!



Webliografia

[1] Wikia Search - Home Page
[2] Wikia Search - Home Page Italiana
[3] New York Times - Something Wiki Is Coming to the Web Search Market
[4] Webmasterpoint - Wikia nuovo motore di ricerca di Wikipedia pronto a sfidare Google
[5] Macitynet - Wikia Search, arriva il motore di ricerca del Web 2.0
[6] Grub - la Home Page
[7] Wikia Search - la pagina che presenta Grub
[8] Wikia Search - la discussione su Grub
[9] Seo Black Hat - Google Exposing their Flank to Wikipedia
[10] Gijno - Google e Wiki
[11] Techcrunch - Wikia Search Launches Private Beta; Public Launch On January 7
[12] Tagliaerbe - Wikia Search parte il 7 gennaio: sarà il rivale di Google?
[13] Motoricerca - MotoNews - Wikia in arrivo
[14] Search Engine Journal - Wikia Search Launching Next Week
[15] Repubblica - Partecipazione, qualità e privacy Così Search Wikia sfida Google
[16] mdplab - Motori di Ricerca: qualche appunto su "come utilizzare gli utenti" per Migliorarne le Prestazioni e le Relative Metriche
[17] unibo - Le basi degli IRS (pdf)

mercoledì 2 gennaio 2008

Internet supera la TV - e Adesso Cosa Succederà?

Secondo una ricerca condotta dalla School of Management del Politecnico di Milano e dalla Nielsen, i cui dati sono stati oggi presentati su Repubblica [1], più della metà degli italiani preferirebbe il Web alla televisione. A chi avesse il dubbio sulla rappresentatività del campione utilizzato, deve bastare quanto riportato sul quotidiano: sono state interessate tremila famiglie che sembra siano un campione rappresentativo di tutta la popolazione nazionale.

Sempre da Repubblica [1] vengono riportate le risultanze di uno studio analogo condotto dall'EIAA (European Interactive Advertising Association [2]) in ambito europeo che pare confermare la tendenza italiana ed evidenzia un vero e proprio boom dell'Internet.

Ne hanno già discusso Pier Luca Santoro [3] e Luca De Biase [4] nei rispettivi spazi Web ma voglio comunque porre delle questioni e dei dubbi che ho su come intrepretare questi numeri indicativi di quanto potrebbe accadere in questo neonato 2008.

Condivido quanto Luca dice (e riaffermato anche da Pier Luca) a proposito della impellente necessità di impegnarsi a fare meglio in Internet ma è proprio qui che cominciano a venirmi i dubbi. Diciamo che è relativamente facile prevedere che queste tendenze sposteranno i capitali investiti nell'advertising dai canali che (per ignoranza) definisco convenzionali (come la TV) al Web, ma mi chiedo e chiedo a voi: quali canali online dovrebbero essere interessanti da questi investimenti?

Mi viene facile pensare che dovrebbero essere (almeno) proprio quelli frequentati da quel campione utilizzato nella ricerca; un campione che, come tiene a precisare Giuliano Noci, che ha guidato la ricerca del Politecnico, risulta essere formato da persone di tutte le fasce geografiche e demografiche.

Si, ma quali sono questi canali?

Circa un mese fa Pier Luca parlava [5] della logica con cui ora i programmi televisivi sono creati ad arte per la pubblicità: essa (la pubblicità), diceva Pier Luca, agisce meglio su chi ha una bassa scolarità e limitate capacità intellettuali che, dotato di minori strumenti critici, è più influenzabile. Questo ragionamento portava alla dimostrazione del teorema del declino della qualità della programmazione TV di prime time.

Questa riflessione sul nesso tra qualità dei contenuti e pubblicità mi torna utile per spararne un'altra: quale sarà il compromesso tra produzione di contenuti di qualità (da sempre, almeno da quando lo frequento io, regola principe del Web) e la loro attitudine a calamitare le masse in una misura tale da giustificare un investimento pubblicitario? Mi spiego meglio: quanto di qualità dovrà essere il nuovo contenuto sul Web perchè il relativo contenitore riesca ad attrarre visitatori e, quindi, capitali in advertising? E poi: siamo sicuri che la presenza di advertising continuerà a garantire qualità e conseguente audience a tali contenitori?

Sono consapevole del fatto che queste questioni sono frutto della mia scarsa conoscenza di tali fenomeni che mi fa, quindi, associare l'idea dell'advertising online solo a quella dei banner e degli annunci che capita a tutti di vedere sugli spazi online.

Che mi dite voi?

Le domande appena poste potrebbero non aver senso se per investimento in advertising online si intendesse una presenza finalmente di qualità delle Aziende sul Web. Insomma non solo slogan e banner ma anche e soprattutto spazi qualificati e anche di servizio per gli utenti, presenza equilibrata e non "pubblicitaria" e partecipazione attiva alle discussioni.

Ma non sono queste (almeno alcune del)le caratteristiche di un Corporate Blog?

Per tornare al dubbio di prima (quali sono questi canali?), quindi, mi viene da dire che i canali sono ancora distanti dall'essere presenti in rete e, se ce ne sono, sono davvero pochi! Si tratterebbe, a questo punto, di prendere atto che sempre più persone frequentano la rete e che si dovrà essere pronti ad accoglierle nel miglior modo possibile.

Oppure no?

Un'ultima riflessione: come potranno mai essere le abitudini delle persone col Web quando i produttori di contenuti online avranno finalmente iniziato a cavalcare l'onda che i numeri del Politecnico ci anticipano? Il fenomeno televisivo e quello della Rete sono ovviamente differenti ma se dovesse svilupparsi negli utenti la fidelizzazione soltanto a determinati canali Web (quelli su cui presumibilmente si sarà investito maggiormente - sia che si parli di pubblicazione di Banner sia che si parli di pubblicazione di un Sito (Blog?) Aziendale) proprio come avviene per i programmi TV e se, quindi, tali canali fossero gli unici ad essere frequentati o comunque in grado di raggiungere numeri di audience rilevanti, che ruolo avrebbero i Motori di Ricerca? Sarebbero davvero così utilizzati se l'utenza cominciasse a contare su canali diventati più evoluti e di servizio e iniziasse ad utilizzare (in modo esteso) i feed? E che fine farebbero gli esperti SEO? Avrebbe, cioè, ancora senso "dannarsi l'anima" per posizionare su Google un Sito Internet?

Webliografia

[1] Repubblica - La televisione si arrende a internet - Il 2008 sarà l'anno del sorpasso
[2] EIAA - il sito Internet
[3] marketingblog - Coerenza degli investimenti pubblicitari e implicazioni operative
[4] il blog di Luca De Biase - Web prime time
[5] marketingblog - Invertendo l'ordine dei fattori il risultato cambia