Visualizzazione post con etichetta Profilo OSE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Profilo OSE. Mostra tutti i post

sabato 25 febbraio 2012

People First! e un Patto Strategico #ilsabatodimdplab #16


Maslow, nella trattazione sulla gerarchia dei bisogni diceva anche che, per attrezzarsi alla scalata della piramide, occorrono dei prerequisiti. Tra questi la libertà di investigare e di informarsi, visti più come desideri che come reali bisogni. Maslow, poi, puntellava la sua teoria dicendo che, nel momento in cui si postula il desiderio di informarsi, si deve necessariamente postulare anche il desiderio di capire e attribuire significato alle cose.
Al centro c'è ovviamente la Persona e, conseguentemente, ogni mezzo (lecito, s'intende) che possa contribuire al raggiungimento del vertice della piramide in cui Maslow aveva collocato l'autorealizzazione.

L'idea di ritrovare la gerarchia maslowiana nei social media che quotidianamente utilizziamo è di per sè interessante; tuttavia, a differenza di quanto fatto da ticsyformacion.com, avrei affrontato la sfida in modo totalmente differente. Non penso infatti si possa attribuire ad ogni strato una tipologia di piattaforma; credo, invece, che ciascuna piattaforma, a seconda di come la si utilizzi, contempli potenzialmente tutti i passi del viaggio che Maslow modellava verso la cima. Non è automatico, ad esempio, che un Blog rinforzi l'autorealizzazione; non capisco nemmeno come all'autorealizzazione non contribuisca la creazione di una buona rete di contatti su LinkedIn.
Di sicuro i social media, soprattutto nella costituzione dei prerequisiti di informazione e contestualizzazione delle informazioni, svolgono un ruolo essenziale.


Per Maslow, quindi, si diceva, la Persona è al centro: tanto nel costruirsi il background (i prerequisiti) quanto, poi, nell'affrontare il viaggio. Con una chiave di lettura "piramidale", si può forse anche meglio comprendere il pensiero di Bauman che, aspicando il viaggio (verso l'autorealizzazione, direi), metteva in guardia dal disastro della deriva in cui ci siamo ritrovati. In quale altro modo si può leggere questa deriva se non, per esempio, nelle forti lacune che oggi registriamo negli strati maslowiani del bisogno di sicurezza e di appartenenza (intesi, in questo caso, in un senso più lato)? Come colmare tali lacune, senza cedere alla seduzione dei beni materiali che possono produrre un'appagamento soltanto momentaneo? Lo sforzo, probabilmente, è da dirigere verso la ricostruzione dei prerequisiti di cui Maslow parlava: appagare il desiderio di capire e attribuire senso alle cose. Il viaggio che, in questo modo, si preparerebbe tanto mi richiama quello schematizzato nel WIKiD.

È fondamentale, quindi, organizzare nel migliore dei modi l'ecosistema informativo; per quanto detto, infatti, esso rappresenta il background, il tool, che ci abilita alla scalata della piramide. E il mainframe (un abilitatore che abilita, un abilitatore di primo livello; non mi viene in mente un altro nome) esiste già e si chiama Internet.

Il tema del "people first" è stato affrontato da Pier Luca Santoro che ha fatto [ri]emergere la parole di Clay Shirky. Alla domanda che Pier Luca si pone io risponderei che questo è il punto di partenza ed ogni sua etica declinazione [ri]eleverà, ne sono convinto, l'ecosistema informativo al ruolo che ha sempre avuto (sarebbe forse meglio dire: avrebbe dovuto avere!) e che deve continuare ad avere. Non mi sembra quindi di essere fuori tempo se segnalo la presentazione che, quasi due anni fa, feci al MediaCamp del Festival Internazionale del Giornalismo: il Modello OSE che utilizzai era (ed è) una metafora sociale che mette al centro, per usare un linguaggio informatico (ma che è facile declinare nei termini in cui si sta ponendo il problema), i requisiti dell'Utente. La Piattaforma Eskup di El Pais mi sembra incarni alla perfezione l'application platform dell'OSE; la possibilità di condividere in essa le notizie acquistate online sono, poi, un buon punto di partenza verso l'implementazione del fulcro del [mio] Modello Fotovoltaico che riconosce il valore delle azioni della Persona con un microguadagno (People First we said, don't we?).

Continuo a ritenere che sia un accanimento terapeutico ogni azione destinata a mantenere in vita la carta a meno che, ancora una volta in logica "people first", non si parli di un giornalismo (iper)locale; concordo sulla raccolta crossmediale e distribuzione multimediale ma, quando il bacino di utenza della notizia va oltre le 10000 persone (tanto per avere un ordine di grandezza), includere anche la carta nel set dei media, sono convinto sia un clamoroso errore strategico.
Mi piace tantissimo la schematizzazione fatta da Mario Tedeschini Lalli quando parla delle molecole di significato e degli atomi informativi che devono contribuire a formarle; ed è importantissimo, io credo, che alle Persone passi il messaggio che questo è "il lavoro giornalistico per eccellenza" (contestualizzare gli elementi informativi, le notizie). Importantissimo perchè soltanto in questo modo si capirà che, prima o poi, la notizia, benchè online, va pagata. Ma, ancora, credo la carta sia fuori da questo ecosistema globale fatto di un bacino di utenza che, solo se si vuole rimanere nei nostri confini, conta potenzialmente 60 milioni di persone. Un fattore 6000 che fa, evidentemente, la differenza.

Se gli investimenti pubblicitari nel 2011 sono calati (via), per la "Free Press", del 42,9% ci sarà pure una ragione. È vero, non si può paragonare questo tipo di medium a quello di un quotidiano "vero e proprio" (che pure perde il 5,8%); ma è un dato, questo, che non si può trascurare: la Free Press chiude (anche) perchè evidentemente che ci si rifornisce altrove. Magari dalla concorrenza (e in Italia, sembra, nel comparto ce ne sia tanta).

Guardo, invece, con interesse alle piattaforme distributive del Long Form Journalism (, dopo averle scoperte all'eBookCamp); Amazon già lo fa con i suoi Singles. Ed è evidente che quelli di inform-ant (via) non ne abbiano temuto la concorrenza se hanno deciso di avviare la loro impresa. Quello del Long Form Journalism penso sia una buonissima soluzione: l'approfondimento diventa la chiave per contestualizzare gli elementi informativi e le notizie (per ripetere le parole di Tedeschini Lalli) e, in quanto frutto di un lavoro professionale, va opportunamente ripagato. È un lavoro di filtro essenziale che, tenendoci lontani anche dall'infobesità dilagante e dal rumore di fondo dei Trending Topic, si espliciterà tanto più quanto più e meglio saranno state coinvolte le persone in quello che, a tutti gli effetti, potrebbe essere definito "patto strategico": tra i giornalisti e i lettori o, più semplicemente, tra Persone.

Come vedete, le letture di questa settimana mi hanno permesso di riportare in superficie grossa parte degli studi condivisi, nei mesi, in questo spazio. Ne è venuta fuori una riflessione che rappresenta un punto di [ri]partenza per un lavoro che, mi auguro, si possa concretizzare entro l'anno in una proposta (con dei numeri, con degli euro) che possano rendere le parole più fisiche e meno impalpabili di quanto non lo siano state nell'ultimo paio di anni.

martedì 17 gennaio 2012

l'Analisi di Shirky e il Mio Lavoro

  • Per comprendere questi 15 anni di attaccamento dei giornali ai paywall, bisogna comprendere che “Tutti debbono pagare!” non è solo un principio economico, ma un paradigma culturale.

  • Cosa vuole la maggior parte dei lettori abituali? E cosa può trasformare i lettori frequenti in lettori abituali? Queste alcune cose che non vogliono: più pubblicità. Più gossip. Più notizie d’agenzia. Questa è una nuova scommessa per i giornali mainstream, che hanno sempre contato i visitatori piuttosto che coinvolgerli, come principale metrica del loro business.

  • Bisogna dare spazio a motivazioni non-finanziare e non-commerciali, come la lealtà, la gratitudine, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.

  • Non vi è mai stato un mercato di massa per il buon giornalismo in questo paese. Quello che è stato creato è un mercato di massa per la pubblicità, insieme con un mercato di massa per l’intrattenimento, l’opinione e l’informazione; questi erano legati ad un impegno istituzionale di fornire una modica quantità di vero giornalismo. In quel mercato di massa, le opinioni dei lettori coinvolti politicamente non avevano molta influenza, essendo in inferiorità numerica rispetto a quelli che leggevano solo gli oroscopi.

  • [...] questo potrà essere l’anno in cui vedremo in che modo i giornali premieranno le persone più impegnate per la loro sopravvivenza a lungo termine.

Questi, a mio parere, i cinque brani che riassumono l'analisi di Clay Shirky fatta qualche giorno fa a proposito dei Modelli di Business per l'Editoria e riproposta - tradotta - da LSDI.

E' un'analisi che rilancia dei concetti che, da quasi due anni, studio, riarrangio e presento in questo spazio, ora più che mai autentico laboratorio.

Colgo così l'occasione per fare un punto della situazione richiamando le tappe fondamentali del mio percorso sulla questione-Editoria. Vi invito a ripercorrerle insieme a me [a vostro risparmio di tempo saltate pure le slide e le immagini. Utilizzatele, se volete, solo per approfondimento].  

[Seguendo i grassetti arriverete alla fine in 30 secondi]

Nelle slide presentate a Perugia, basandomi su un modello di derivazione informatica, la conclusione era scontata: il coinvolgimento del lettore (tanto con il giornalista, quanto con gli altri lettori) è una potenzialità che il Web abilita, per sua stessa natura, da un punto di vista tecnologico; una potenzialità da sfruttare anche per cementare e/o costruire ex-novo Capitale Sociale.

 


Il Modello Fotovoltaico, presentato la prima volta a Parma e poi approfondito al RomagnaCamp, propone poi l'acquisto consapevole dell'informazione: oltre alla rivisitazione delle modalità di finanziamento all'Editoria, esso, infatti, contemplerebbe anche la trasformazione delle Imprese Editoriali in Imprese con Finalità Sociali per avviare un circuito simile a quello del Commercio Equo e Solidale (ispirato, si sa, all'acquisto consapevole dei Prodotti). Tale Modello implica una completa modifica del paradigma culturale attualmente dominante nell'ecosistema informativo.

 


Il nuovo paradigma metterebbe al centro le notizie di qualità: notizie prodotte con professionalità, in uno scenario ad elevato pluralismo (meglio ancora se interno) e di una ben determinata tipologia.




Ed è proprio dalle considerazioni sulla qualità del contenuto che sono venute le mie proposte per la definizione del codice di comportamento di chi fa informazione: NoGossip, ioRispondo e W3C da aggiungere al Timu proposto da Luca De Biase.




Sono questi i capisaldi e, al tempo stesso, le azioni che dovrebbero essere intraprese per realizzare, agire, implementare il percorso WIKiD, il diagramma che schematizza il percorso che i Cittadini possono/devono/dovrebbero fare (anche qui: con contestuale crescita di Capitale Sociale) per una crescita che - passando per la conoscenza e l'innovazione - porta al benessere, attraverso un lavoro fatto sugli elementi informativi (le notizie di un quotidiano, per esempio); un lavoro abilitato tanto dall'azione umana (fatta di organizzazione e significazione) quanto da quella tecnologica (fatta di sistematizzazione e ricercabilità).





Nei prossimi mesi prevedo di andare avanti in questa ricerca con l'obiettivo di sintetizzare un Social Business Plan per l'Editoria. Non so ancora quali saranno le modalità migliori per presentarvene i risultati; posso garantirvi che ce la sto mettendo tutta e sto impegnandomi parecchio per renderli presentabili con l'augurio che, al tempo stesso, siano anche credibili.

lunedì 2 gennaio 2012

Local is printed! [Soluzione Sociale = Economicamente Sostenibile]

Grazie a LSDI, scopro una ricerca della NNA (National Newspaper Association, in USA) sulle abitudini di lettura, di percezione e readership degli abitanti dei piccoli centri degli Stati Uniti relativamente ai quotidiani locali. I dati sono stati sintetizzati in un documento di 74 pagine, di cui consiglio vivamente la lettura.

Queste le principali caratteristiche demografiche del campione:
  • l'età media è sui 55 anni
  • le persone intervistate vivono in agglomerati con un numero massimo di 25000 abitanti [ci avviciniamo, quindi, di parecchio a quello che mi piace definire bacino di utenza di testata (iper)locale o, per meglio dire, ultralocale]
  • il livello di educazione sembra essere abbastanza elevato (meno del 9% ha un livello inferiore all'High School)
  • lavora la grandissima maggioranza con uno stipendio medio superiore (e nemmeno di poco) alla fascia più bassa (meno di $10000)
  • solo il 28% degli intervistati possiede uno smartphone, l'11% non ha il telefono cellulare
  • la percentuale di connessi alla rete da casa pari al 70%

Osservazione Generale: Confrontando i dati del 2011 con quelli dei due anni precedenti, si scopre che, salvo rarissimi casi, essi sono variati di pochissimo [i.e. il range di variazione sui tre anni non va oltre i cinque punti percentuali].



Ecco alcuni dati interessanti:
  • il 92% dei quotidiani sono a pagamento e il 67% delle persone ha un abbonamento
  • intorno al 70% delle persone legge tutto o quasi tutto il quotidiano
  • l'83% legge le informazioni locali
  • il 22% non legge sui giornali locali perchè preferisce Internet o altre sorgenti (le informazioni locali vengono ricercate online nei Siti Web dal 32% del campione)
  • circa il 60% legge le notizie sui giornali locali molto spesso; il 48% invece non le legge mai online
  • il 40% si mostra interessato a leggere gli editoriali o le lettere alla redazione dei giornali locali. Nel 2011 il 64% non legge mai questo tipo di contenuto online (è questo uno dei pochi casi in cui c'è stata una variazione in difetto di una decina di punti percentuali).
  • circa il 70% ritiene che l'accuratezza delle notizie sui giornali locali sia eccellente/buona. Più o meno la stessa percentuale giudica eccellente/buona la copertura. Online l'accuratezza e la copertura vengono giudicate eccellenti/buone da un più modesto 60%

Sull'esperienza dei contenuti online a pagamento:
  • il 94% dice che non paga i contenuti sui siti Web
  • il 70% dichiara che non pagherebbe le notizie online
  • l'80% dichiara che non leggerebbe le notizie locali su un dispositivo mobile

Sulle inserzioni pubblicate sulle testate:
  • In aumento la percentuale di chi legge gli annunci pubblicitari locali sulla stampa locale (intorno al 40%)
  • Più del 60% dice di usare le inserzioni per decidere sugli acquisti (in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti). Ed è importante notare che ci si fida di più del quotidiano, per i consigli d'acquisto, che della TV e Internet.

Tre indicazioni importanti, quindi:
  1. L'interesse per il messaggio contenuto nell'editoriale e per le lettere alla redazione parla, a mio avviso, di un marcato sentimento di appartenenza alla comunità;
  2. I contenuti su carta stampata sono ritenuti meno accurati e di minore copertura locale rispetto alle testate online;
  3. Le comunità locali sono disposte a pagare i contenuti su carta ma non quelli online (conseguenza diretta di quanto osservato al punto precedente? Credo di si).

In conclusione, questa ricerca ci dice che i quotidiani online, negli Stati Uniti, hanno successo se sono stampati. La demografia del campione non dovrebbe indurre a ritenere che ci sia una pregiudiziale di tipo culturale sull'uso di Internet; mi sembra, piuttosto, che quella dell'offline sia una scelta consapevole: le notizie locali vengono ritenute maggiormente affidabili sul mezzo stampato; da non trascurare la fiducia rispetto alle inserzioni: molto meglio la carta che la TV e Internet.


Sembra proprio che, negli States, siano paganti a livello locale su piattaforma cartacea le stesse caratteristiche che ripagano [o almeno dovrebbero, in via teorica, ripagare] le testate nazionali su piattaforma Web: velocità, copertura, fiducia, connessioni con le redazioni e tra le persone costituenti il bacino di utenza (con il contestuale raggiungimento dell'obiettivo sociale di cementare/costruire legami sia in termini di Bridging sia in termini di Bonding Social Capital). Uno scenario non troppo diverso da quello che, utilizzando un modello di provenienza informatica, dipingevo nelle slide presentate al MediaCamp di Perugia nel 2010.

Quanto all'Italia, non credo ci siano ragioni per pensare che una simile analisi porterebbe a risultati lontani da quelli ottenuti dalla NNA. Voglio comunque ricordare un'indagine di circa un anno fa da cui, servendomi della definizione di alcuni indici che mettevano in relazione le versioni online e offline delle testate giornalistiche nazionali e locali, si poteva concludere che maggiore è la localizzazione della testata giornalistica su un bacino di utenza ristretto, minore è il valore aggiunto dalla versione in Rete della testata stessa (minor senso, quindi, avrebbe lo sforzo di essere online). Considerazioni ovviamente opposte per i quotidiani Nazionali: il valore aggiunto in Rete è di elevata entità e meno senso hanno le versioni stampate.

I dati della ricerca americana sembrano confermare, almeno in una parte, conclusioni ottenute per via prettamente teorica e basate su ragionamenti di carattere - lasciatemi dire - sociologico più che di sostenibilità economica.

Mi sentirei comunque di dire, tenendo in considerazione (oltre che ovviamente il buon senso) i numeri appena presentati, che il perseguimento di obiettivi sociali [creazione di connessioni tra gli agenti nell'eco-sistema informativo e contestuale attribuzione di senso alle notizie abilitato da tecnologie/piattaforme ad hoc] riesce [riuscirebbe] a fare, in modo quasi automatico, di quella implementata, una soluzione anche economicamente sostenibile.

martedì 25 maggio 2010

Web Marketing dell'Informazione e della Conoscenza. Strategia della Biblioteca [anche] come sostegno per la funzione dell'Editoria

Dopo le esperienze di Perugia e Roma, l'amico Francesco [Direttore del Sistema Bibliotecario Provinciale di Chieti] mi ha dato l'opportunità di parlare nell'incontro sul tema Web, Biblioteche e i "Periodici Abruzzesi" tenutosi a Lanciano in occasione della prima Edizione di BibloSia, Salotto Culturale e dell'Editoria Abruzzese.

Il mio intervento [questa volta non si trattava di un BarCamp e al tavolo c'era addirittura il cartoncino col mio nome!] ha riguardato i temi già portati al MediaCamp e al BarCamp Innovatori PA ed ha rappresentato un punto della situazione sulla strada che conduce al mio personalissimo Obiettivo 3: il Web Marketing dell'Informazione e della Conoscenza come strategia di una Biblioteca [anche] come possibile sostegno per la funzione dell'Editoria.

A Perugia avevo modellato delle soluzioni per il Web e il Cartaceo basandomi su un adattamento del Profilo OSE; a Roma avevo illustrato le motivazioni per cui una Biblioteca può funzionare sul Web.

A Lanciano ho cercato di fare una sintesi
.

L'intervento era il primo di una serie che portava alla presentazione di PeriodiciAbruzzesi, progetto nato per la digitalizzazione [a scopo di conservazione e più agevole fruizione] di un vero e proprio patrimonio di riviste dell'Abruzzo dall'800 fino ai primi anni 2000 e che poi è sfociato sul Web. Credo che PeriodiciAbruzzesi costituisca un notevole passo avanti nel percorso che [grazie al Web] deve necessariamente trasformare la semplice Informazione in Conoscenza.

Devo dire che, con la breve chiacchierata che ho avuto modo di fare con Fabio Tavezzi [Amministratore di Imaging System Service, l'Azienda che ha curato tecnicamente il progetto], esiste già la tecnologia che potrebbe favorire la strutturazione di un vero e proprio Prodotto [i.e. la Conoscenza]. Dal punto di vista puramente implementativo si tratta, cioè, di tecniche che permettono di creare, da una serie di pubblicazioni [digitalizzate e, quindi, disponibili sul Web], un unico documento contenente singoli articoli prelevati da ogni singolo contenuto digitale. Un metodo basato su tecnologie avanzate ma [come detto] disponibili e che, con la guida e l'esperienza del Bibliotecario, restituirebbe all'Utente un Prodotto [mi ripeto ancora: parliamo di Conoscenza] di assoluto valore.

Di seguito vi propongo le mie slide.


Ogni commento è gradito!

Nota: il titolo della presentazione avrebbe dovuto essere quello di questo post!

giovedì 29 aprile 2010

Pubblicazioni Iper-Locali. Qualche numero

Pubblico dei numeri [alcuni dei quali non noti poichè riferiti al mio territorio] a completamento di quanto sostenuto nella presentazione fatta al Media Camp [slide 18] su una delle possibili future evoluzioni delle pubblicazioni su Carta dei Giornali.

Essendo immersa in una nuvola [quella formata dai Generatori e dai Fruitori delle Notizie], la pubblicazione iper-locale riuscirebbe a garantire al Cartaceo ciò che rende il Web il modello che meglio soddisfa le esigenze delle persone: bidirezionalità, condivisione e velocità della [e nella] fruizione. Oltre alal certezza di cementare il Capitale Sociale Bonding [quello che si ritrova nel rapporto all'interno di un gruppo fatto di anime tra loro omogenee] e alla possibilità di costruire a livello locale anche un Capitale Sociale Bridging [quello proprio dei gruppi di anime tra loro eterogenee], i numeri che vi propongo dimostrerebbero anche la maggiore convenienza/sostenibilità economica [cioè sostenibilità materiale] di una tale impresa.

Utilizzando come fonte Wikipedia [diciamo che, per quanto intendo mostrare, non sono essenziali i dati precisi], ho considerato i numeri di tiratura e diffusione dei maggiori quotidiani italiani, del quotidiano locale Abruzzese [ilCentro] e del mensile di Guardiagrele, la mia città in provincia di Chieti [Aelion].





E' vidente che man mano che ci si spinge alla localizzazione della pubblicazione si alza la percentuale di diffusione rispetto al bacino potenziale, intendendo come bacino potenziale il numero di abitanti il territorio in cui la pubblicazione viene distribuita. Migliorano anche le percentuali della diffusione rispetto alla tiratura [che si può leggere anche come: più si pubblica localmente e più si vende rispetto a quanto si produce]. Da notare anche che la somma dei numeri percentuali dei quotidiani nazionali viene superato [e di parecchio] da quelli del Giornale locale [a Guardiagrele siamo molto meno di 20000 abitanti ma ho esagerato dovendo tener conto dei numerosi abbonamenti degli emigrati]. Il tutto viene evidenziato nel grafico che pubblico di seguito [fare click per ingrandire].




Probabilmente questa analisi comparativa è stata già fatta in altre occasioni ma credo sia comunque utile ribadirne il messaggio! Mi auguro sia da stimolo a qualche utile e condivisa riflessione.

domenica 25 aprile 2010

Condivisione di un [Utile?] Modello Ose della Filiera Editoriale



Questa è la presentazione che tra qualche ora farò al Media Camp nell'ambito del Festival Internazionale del Giornalismo. Se siete anche voi qui a Perugia, vi aspetto, insieme a tutti i BarCamperos, nella Sala Lippi [il mio turno è alle 16.30].

Le slides sono l'inevitabile esito dei deliranti post degli ultimi mesi e, allo stesso tempo, un punto da cui [se le mie sensazioni saranno state positive] non esiterò a ripartire.

domenica 11 aprile 2010

tra Parentesi Quadre


E' cambiato il quadro socio-culturale, è cambiato il quadro delle strutture della comunicazione, sono cambiate le tecniche, è cambiato il pubblico. Qui è la radice profonda della crisi del giornale, crisi che sarà superata se esso saprà trovare il suo giusto spazio nel pluralismo del sistema informativo, adattando le sue funzioni e il suo linguaggio alla esigenza di informazione, sempre più sentita, da parte del cittadino.

Queste sono le parole nella postilla alla sezione La Stampa di Informazione curata da Vitaliano Rovigatti nel libro Comunicazione e Partecipazione, edito dalle Paoline nel lontano 1979.

Singolare constatare che si chiudesse così un capitolo in cui, sebbene venisse riconosciuta la crisi della Carta Stampata [crisi che, evidentemente, cominciava a manifestarsi già da allora], lo stesso Rovigatti affermava anche che il Giornale non sarebbe mai scomparso a vantaggio di Radio e Televisione (*).

Rovigatti riportava ciò che qualcuno allora diceva: la Radio annuncia, la Televisione fa vedere e il Giornale spiega.

Due erano le pecche riconosciute nei concorrenti di allora del Giornale [Radio e Televisione, per l'appunto]: la mancata analisi di dettaglio della realtà e la provvisorietà del messaggio che, per la natura stessa del mezzo, può - come dire - perdersi quasi nell'etere.

Il Giornale, per l'uomo che Rovigatti a quei tempi inquadrava nella civiltà della scrittura, spaventato da tale provvisorietà preferisce la certezza di ciò che può toccare con mano [la Carta] e leggere con gli occhi [le Parole]. Il Giornale quasi come rifugio per chi, rendendosi conto dei propri limiti di percezione e memorizzazione, sente di conseguenza il bisogno di leggere ciò che ha ascoltato.

Curioso associare il discorso delle limitate capacità di memorizzazione di cui parla Rovigatti a quello che
Ashby diceva nel 1956, a proposito dei sistemi chiusi [riporto il passo dalla pubblicazione che ho scovato alla ricerca di qualche altro riferimento sul Modello OSE: Information Ecology - Open System Environment for Data, Memories, and Knowing]:

The replacement of memory by procedures extends to a formal information processing argument that Ashby (1956) made about closed systems of all kinds. He argued that if we completely know a system in the present, and we know its rules of change (how a given input leads to a given output) then we don’t need to bring to mind anything about the past. Memory, he said, is a metaphor needed by a 'handicapped' observer who cannot see a complete system, and "the appeal to memory is a substitute for his inability to observe ..."

Come dire, fondendo le due cose, che, con il Giornale, le persone non fanno altro [consapevolmente o meno] che delegare la capacità di osservazione. Mi direte che ho appena affermato l'ovvio ma lasciatemi condividere il fascino del modo con cui si può riuscire ad esprimerlo.


Tornando a Rovigatti: egli denunciava ai tempi in cui il libro venne pubblicato la sostanziale mancanza di quella che poteva essere definita Stampa non solo per la comunità locale, ma della comunità locale. Rovigatti citava Dal Ferro:

Le persone ricercano nel Giornale le notizie sul pensiero e sulla vita del gruppo di riferimento e nello stesso tempo possono arrivare a ritenere il Giornale propria espressione. Questo è possibile in misura che il Giornale è locale, cioè è vicino al lettore, si interessa dei fatti che accadono e li esprime con un linguaggio e una sensibilità "locali".

Due sassolini nello stagno:

[1] Il riferimento al Sistema nel discorso della memoria mi porta a prendere in considerazione l'importanza di un sistema e della conoscenza di esso; un sistema che tantissimo mi parla di Processo [di fruizione del Prodotto informativo] che permette di avere a disposizione [qui ed ora] ciò a cui si è interessati.

[2] Il riferimento alla località del Giornale mi porta a credere che questa sia una delle ancore di salvataggio del Cartaceo.

(*) Perchè di Web, trenta anni fa, non se ne parlava affatto. Chissà cosa avrebbe mai potuto pensare e scrivere se avesse vissuto i tempi che viviamo noi!

domenica 28 febbraio 2010

Filiera Editoriale - verso la Definizione dei Requisiti del Profilo OSE

Continuo in questo post il discorso iniziato la settimana scorsa in cui ho illustrato le ragioni per cui, per un migliore Modello di Filiera, credo sia più opportuno fare riferimento alla profilazione OSE. Anche per meglio interiorizzare alcuni concetti, vi propongo di seguito alcune fondamentali definizioni [per adesso pescate su Wikipedia]. Quindi tornerò a servirmi del documento di Luigi.

Il Modello OSE si basa essenzialmente su tre entità:
[1] Application Software: dati, documenti e programmi

[2] Application Platform: componenti hardware e software che garantiscono le generiche applicazioni e i servizi

[3] Platform External Environment: insieme degli elementi esterni alle applicazioni software e alle relative piattaforme (per esempio servizi forniti da altre piattaforme/periferiche)
Quanto alle interfacce, il Modello ne prevede due classi:
[1] Application Program Interface (API): Interfaccia tra Application Software e Application Platform che viene categorizzata in dipendenza dei tipi di servizio accessibili grazie alle API stesse [Human/computer, Information interchange, Communication, Internal system]

[2] External Environment Interface (EEI): Interfaccia che supporta il trasferimento delle informazioni tra la Piattaforma e l'Esterno e tra le Applicazioni residenti sulle Piattaforme stesse. Le EEI sono classificate in accordo al tipo di servizio di trasferimento informazioni; un tale servizio può avere luogo tra umani, data store e altri applicativi

Prima di iniziare il cammino, come ultima definizione, fornisco quella di Profilo. Sempre da Wikipedia [lascio la definizione in inglese perchè molto efficace]:

An OSE profile is composed of a selected list of open (public), consensus-based standards and specifications that define services in the OSE/RM. Restricting a profile to a specific domain or group of domains that are of interest to an individual organization results in the definition of an organizational profile.

Torna ora utile Luigi dal quale prendo in prestito la descrizione del processo da utilizzare per la definizione di un tale Profilo e, nello snocciolare le azioni da compiere per una buona profilazione OSE, comincio ad introdurre qualche elemento relativo all'oggetto da modellare: la Filiera Editoriale.

Come avevo già fatto per il Modello ISO/OSI, anche con questo approccio OSE-oriented, distinguerò il Modello di Filiera del Cartaceo e quello del Web. Alla fine della progettazione dovranno essere ricavate indicazioni su un vincente Modello Editoriale di Business. Ma andiamo con ordine.

Il processo di generazione di un Profilo OSE è fatto di quattro fasi:

[Fase 1] Selezione dello scopo per cui il profilo OSE deve essere utilizzato
Lo scopo della definizione del profilo OSE mi sembra sia chiaro: modellare la Filiera Editoriale esplicitando sia il punto di vista del Generatore sia quello del Fruitore dei contenuti. L'uso di questi termini [a dir la verità nemmeno troppo tecnici] non vuole in nessun modo rappresentare un distacco dal carattere di fondo che deve contraddistinguere l'Environment: il carattere Umano.

[Fase 2] Identificazione dei requisiti utente in termini di user functionality, attributes e constraints addizionali
In un approccio di tipo Top-Down [che metta, cioè, al centro il Fruitore] è normale che il profilo dovrà, del Frutirore, rispecchiarne le esigenze.

Dovendo, però, questo Modello OSE della Filiera Editoriale creare una base oggettiva e di partenza per definire il miglior Modello Editoriale di Business, non si può in nessun modo prescindere dalla logica materiale che inevitabilmente si cela [ma nemmeno troppo] dietro tale Sistema: il contenuto va venduto! Magari non sarà proprio il Fruitore a privarsi del soldo ma è fuori di dubbio che il sistema va, per prima cosa, tenuto in piedi dal punto di vista economico.

Detto questo, tale Modello dovrà mettere al centro della sua definizione tre aspetti essenziali:
  1. la funzione che deve essere svolta per l'utente dal Sistema modellato dal profilo [ho parlato di funzione ma si potrebbe parlare anche di servizio]: forse un pò impropriamente la funzione/servizio è quella di fare informazione/approfondimento [in effetti fare l'una o l'altra cosa possono cambiare il Profilo in modo anche abbastanza radicale; se si contempla, poi, una loro coesistenza il Profilo da usare può avere ulteriori sfumature]
  2. le caratteristiche essenziali distintive di tale funzione/servizio: una delle caratteristiche della funzione/servizio potrebbe essere la gratuità per il Fruitore [per il Fruitore e non in generale per l'Environment in cui il Sistema è immerso]; un'altra, per esempio, potrebbe essere la possibilità di ricevere e dare feedback
  3. eventuali condizioni al contorno o, forse meglio, limiti imposti dall'Environment in cui il profilo dell'Open System va definito: beh, il constraint che individuo è l'essenza stessa del Modello di Business ed è rappresentato dalla sostenibilità economica della Filiera

[Fase 3] Descrizione dell'architettura del profilo
Tenendo presente come linea guida l'architettura tipo del profilo, cioè considerando la struttura base del Modello OSE, verrà costruito il miglior modello della realtà attuale [Filiera del Cartaceo] per poter poi evolvere, tenendo presente tutti i constraint, verso il Modello della Filiera Web e, quindi in un Modello, eventualmente ibrido, rappresentativo [si spera] di un buon Modello di Business.

[Fase 4] Specifiche del profilo
Per creare, infine, una base comune si darà vita ad una vera e propria specifica del Modello. La specifica del Modello costituisce l'obiettivo della mia ricerca.

Nei prossimi tempi, che spero siano i più brevi possibile, mi dedicherò allo studio, considerando di fondamentale importanza le fonti che, anche in questi tempi di silenzi più o meno forzati, non ho mai smesso di consultare. Alcune altre ne ho individuate. Insomma c'è da lavorare!

Se pensate ci siano elementi da definire meglio prima della partenza ditelo adesso o tacete per sempre :)