E' dell'inizio di Agosto l'accordo tra Governo e mondo dell'Editoria. Un passo che il Sottosegretario con Delega all'Editoria, Giovanni Legni, definiva "prezioso per avviare la ripresa del comparto nel segno dell’innovazione dell’Editoria italiana."
Sono passati quasi due mesi e ieri ho avuto il piacere di parlare con il Sottosegretario Legnini: un colloquio davvero interessante in cui ho portato i temi a me carissimi dell'Editoria in chiave sociale, capisaldi del mio lavoro di ricerca #1news2cents: il cittadino al centro, non (soltanto) l'Impresa!
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domenica 6 ottobre 2013
domenica 26 maggio 2013
#1news2cents raccontato agli amici (e poi @ultimabooks e @amazon)
Se un amico curioso mi incontrasse per la strada e mi chiedesse quali sono gli argomenti trattati nel mio eBook "#1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online)", mi divertirei a dirgli più o meno le stesse parole con cui ho presentato il mio lavoro la scorsa settimana a Torino, durante il dibattito al Salone OFF organizzato da Erica Vagliengo.
Eccole in questi due brevi video (grazie a Lia e Letizia per avermi registrato e fotografato!). Sono dieci minuti che potrebbero convincervi a rinunciare all'acquisto; quindi altamente consigliati!
Un paio di informazioni di servizio.
La prima è che potete approfittare della promozione di UltimaBooks per avere gratis #1news2cents (a chi si registra, infatti, UltimaBooks regala 3€ spendibili per l'acquisto dei titoli dello store).
La seconda è che, finalmente, #1news2cents è anche su Amazon: Amazon.it e Amazon.com con il Look Inside per guardare l'indice dettagliato dei contenuti.
Ah, dimenticavo, il concorso è ancora valido: nel libro ho seminato un "errore intenzionale": chi riesce a scovarlo per primo twittando "#1news2cents l'errore è xxx @marcodalpozzo" avrà in regalo un libro della bibliografia a scelta che, a meno che non sia disponibile in formato elettronico, provvederò personalmente a spedire. Ve ne consiglio qualcuno: "Marketing dell'Informazione e della Conoscenza", di Michele Rosco, da cui tutto è cominciato; Il Reddito di Cittadinanza, di Giuseppe Bronzini, un testo illuminante (non soltanto per le mie ricerche); Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza, di Bellucci e Cini; La società dei beni comuni, una rassegna di Paolo Cacciari che ha ispirato uno dei passaggi chiave della mia teoria. E qui mi fermo perchè rischio davvero di elencarli tutti!
Eccole in questi due brevi video (grazie a Lia e Letizia per avermi registrato e fotografato!). Sono dieci minuti che potrebbero convincervi a rinunciare all'acquisto; quindi altamente consigliati!
Un paio di informazioni di servizio.
La prima è che potete approfittare della promozione di UltimaBooks per avere gratis #1news2cents (a chi si registra, infatti, UltimaBooks regala 3€ spendibili per l'acquisto dei titoli dello store).
La seconda è che, finalmente, #1news2cents è anche su Amazon: Amazon.it e Amazon.com con il Look Inside per guardare l'indice dettagliato dei contenuti.
Ah, dimenticavo, il concorso è ancora valido: nel libro ho seminato un "errore intenzionale": chi riesce a scovarlo per primo twittando "#1news2cents l'errore è xxx @marcodalpozzo" avrà in regalo un libro della bibliografia a scelta che, a meno che non sia disponibile in formato elettronico, provvederò personalmente a spedire. Ve ne consiglio qualcuno: "Marketing dell'Informazione e della Conoscenza", di Michele Rosco, da cui tutto è cominciato; Il Reddito di Cittadinanza, di Giuseppe Bronzini, un testo illuminante (non soltanto per le mie ricerche); Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza, di Bellucci e Cini; La società dei beni comuni, una rassegna di Paolo Cacciari che ha ispirato uno dei passaggi chiave della mia teoria. E qui mi fermo perchè rischio davvero di elencarli tutti!
giovedì 16 maggio 2013
#1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online) al #SalTo13
Oggi si apre a Torino il Salone del Libro.
Eravamo ad Ottobre dello scorso anno, sette mesi fa. Erica, che sapeva della mia intezione di lavorare ad un eBook, mi invitò per "un dibattito del Salone OFF, per presentare il tuo libro". Io, sorridendo, le dissi che ero contentissimo, la ringraziai per l'invito, ma le feci notare che il libro non c'era ancora.
Mi sono messo al lavoro e alla fine l'eBook è arrivato.
Ed è praticamente arrivato anche il giorno del dibattito: Domenica 19 Maggio al Complesso Sportivo Trecate di Torino, a partire dalle 14.30, allo Spazio Open del Salone OFF, insieme con Giovanna Gallo e Silvia Salvagno, nel dibattito "Il fu libro di carta", sarò contento di presentare il mio lavoro.
Se siete da quelle parti...
sabato 11 maggio 2013
#1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online) di @marcodalpozzo
Dopo quattro anni di studi, alla fine, credo di avercela fatta a raggiungere il terzo degli obiettivi che mi ero posto nel Marzo del 2009: #1news2cents la Qualità Costa! un Modello Sociale per l’Editoria (Online) è il titolo del mio eBook (non ci credo ancora!) che sintetizza le mie ricerche sull'Editoria.
Sento di dover dire un paio di cose: ho scelto di metterlo in vendita perchè dietro c'è un lavoro molto faticoso, quasi da artigiano (le figure, "ricamate a mano", sono lì a ricordarlo); il prezzo, però, testimonia la fortissima volontà che ho di fare arrivare le mie idee il più lontano possibile.
Il titolo, che è un tweet, dovrebbe aiutare a discuterne online (altri tweet di sintesi li troverete alla fine di ogni paragrafo). Una parte del libro esplode conclusioni già condivise nel mio laboratorio; gli ultimi capitoli, invece, sono una novità perchè danno forma a delle intuizioni che avevo soltanto accennato.
Nel libro (che ho iniziato a tradurre per una edizione, oppurtunamente rivista, in lingua inglese) ho seminato un "errore intenzionale": chi riesce a scovarlo per primo twittando "#1news2cents l'errore è xxx @marcodalpozzo" avrà in regalo un libro della bibliografia a scelta che, a meno che non sia disponibile in formato elettronico, provvederò personalmente a spedire. Ve ne consiglio qualcuno: "Marketing dell'Informazione e della Conoscenza", di Michele Rosco, da cui tutto è cominciato; Il Reddito di Cittadinanza, di Giuseppe Bronzini, un testo illuminante (non soltanto per le mie ricerche); Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza, di Bellucci e Cini; La società dei beni comuni, una rassegna di Paolo Cacciari che ha ispirato uno dei passaggi chiave della mia teoria. E qui mi fermo perchè rischio davvero di elencarli tutti!
Sono contentissimo di dirvi della presentazione del libro che farò a Torino, Domenica 19 Maggio al Complesso Sportivo Trecate di Torino, a partire dalle 14.30, allo Spazio Open del Salone Off, l'insieme di eventi che porta il Salone del Libro fuori dal Salone. Se siete da quelle parti mi farebbe piacere vedervi! Ringrazio Erica Vagliengo per avermi invitato e per la sua tenacia.
Intanto voglio ringraziare di cuore gli autori dei libri che ho letto e dei blog e siti che ho consultato in questa lunga traversata. Ringrazio anche gli amici Carlo, Massimiliano, Alberto, Paolo e Matteo, per avermi aiutato nella revisione e per l'interesse dimostrato per il mio lavoro.
Nell'attesa di leggervi online intorno all'hashtag #1news2cents, vi lascio con la quarta di copertina che descrive il libro nelle piattaforme che lo metteranno in vendita:
Questo libro arriva alla fine di un percorso di ricerca durato quattro anni e iniziato con un obiettivo molto ambizioso: individuare una soluzione per recuperare il ruolo del giornalismo in Italia e, quindi, risollevare le sorti di un comparto in crisi. L’osservazione dell’evoluzione del mercato editoriale e lo studio di alcuni argomenti specifici (la teoria dei bisogni di Maslow, i principi del Capitalismo Sociale e del Reddito di Cittadinanza, le teorie della Conoscenza e dell’Informazione) hanno portato a scartare l’ipotesi dei quotidiani cartacei (almeno quelli con un ampio bacino di utenza; i quotidiani che chiameremmo nazionali) per promuovere quella dei quotidiani online e a sostenere una via decisamente politica: la revisione del finanziamento pubblico all'editoria.
In questo libro è proposta una soluzione forse ai limiti dell’utopia: il Modello Fotovoltaico. Esso prevede che i fondi pubblici non siano distribuiti direttamente agli editori, ma transitino attraverso le mani dei Cittadini che, quindi, tornerebbero a svolgere un ruolo centrale nel percorso verso la Conoscenza e che, per tale ragione, avrebbero diritto ad una forma di ricompensa.
Quanto deve costare un articolo online? Tutti gli articoli online hanno diritto al finanziamento pubblico? Queste le domande alle quali era necessario rispondere per elaborare una base teorica consistente.
L’hashtag nel titolo del libro contiene la risposta alla prima domanda e, sebbene non in modo intuitivo, anche l’entità annuale di un eventuale finanziamento pubblico. La risposta alla seconda domanda, invece, passa attraverso un'indagine sulla questione della qualità dei contenuti; tale indagine ha portato alla formulazione di un meccanismo di "punteggi a soglia" in grado di stabilire, per l’appunto, il livello di qualità di un contenuto. L’auspicio è che ci sia qualche forza politica che si faccia promotrice di una legge che recepisca i principi del Modello Fotovoltaico. Il valore economico del contenuto online e il meccanismo di assegnazione dei punteggi ai contenuti sono, però, dei risultati immediatamente utilizzabili: il primo, come prezzo da praticare nella distribuzione online degli articoli da parte delle testate giornalistiche; il secondo, come metodo promosso dalle testate stesse o usato in autonomia dai lettori, come percorso di consapevolezza di ciò che si sta leggendo.
Il titolo di questo lavoro è un tweet che, insieme con gli altri proposti alla fine di ogni paragrafo, è un invito alla conversazione e alla discussione, per criticare o incoraggiare i risultati, forse ingenui e sfrontati, di una ricerca, se si vuole, un po' fuori dai canoni.
giovedì 14 febbraio 2013
New York Times e Circoli Virtuosi
Esattamente un anno fa, PierLuca Santoro, nella sua rubrica per l'European Journalism Observatory, spiegava il caso del New York Times: un paywall che consente la lettura fino a venti articoli senza pagare; un paywall che, per questa sua natura, lo stesso Pier Luca Santoro ha definito "soft".
A Febbraio del 2012, nell'analisi si scriveva: si vede con chiarezza come a fronte di un incremento della diffusione del quotidiano non vi sia altrettanto una crescita dei ricavi dalla pubblicità che nel suo insieme calano del 6,1%. Si tratta della combinazione tra il progresso dell’incidenza delle revenues derivanti dagli investimenti sull’area digitale, che nel 2011 hanno raggiunto il 27,7% del totale (nel 2010 erano il 26,3%) e la flessione dei ricavi dalla pubblicità per la versione tradizionale cartacea. Una dinamica che conferma come il digitale, neppure per una testata del valore del NYT, riesca a compensare il calo della carta.
A Febbraio del 2013 succede che Mark Thompson, direttore generale del gruppo, dichiari (via): "Abbiamo visto un rafforzamento della forte crescita degli abbonamenti digitali oltre a un aumento dei ricavi per la vendita e gli abbonamenti su carta. E’ la prima volta nella nostra storia che i ricavi dalla diffusione hanno superato quelli della pubblicità".
(è come se) L'azione congiunta del digitale e del cartaceo (abbia) ha fatto diventare, per il New York Times, un oggetto di vanto quello che, per la quasi totalità degli editori è la preoccupazione più grande: il calo dei ricavi pubblicitari a favore degli abbonati. (Ma questo, ovviamente, non vuol dire che, a New York, non importi più nulla della pubblicità.)
Dal mio punto di vista, tale scarto, oltre ad essere indice di qualità dei contenuti e dell'informazione da essi veicolata, potrebbe rappresentare un'opportunità di innesco di un circolo virtuoso che potrebbe rendere le inserzioni sempre meno necessarie per gli editori (in virtù dell'aumento delle quote di readership) e, quindi, sempre più appetibili per gli inserzionisti. È ovvio che un simile meccanismo sarebbe possibile soltanto instaurando e/o consolidando un rapporto, un patto, alla pari tra Editori e Pubblico, Scrittori e Lettori, tra Cittadini. Per esempio riconoscendo a chi legge il ruolo nella costruzione del senso dell'informazione.
Immagine HOW BLOG
A Febbraio del 2012, nell'analisi si scriveva: si vede con chiarezza come a fronte di un incremento della diffusione del quotidiano non vi sia altrettanto una crescita dei ricavi dalla pubblicità che nel suo insieme calano del 6,1%. Si tratta della combinazione tra il progresso dell’incidenza delle revenues derivanti dagli investimenti sull’area digitale, che nel 2011 hanno raggiunto il 27,7% del totale (nel 2010 erano il 26,3%) e la flessione dei ricavi dalla pubblicità per la versione tradizionale cartacea. Una dinamica che conferma come il digitale, neppure per una testata del valore del NYT, riesca a compensare il calo della carta.
A Febbraio del 2013 succede che Mark Thompson, direttore generale del gruppo, dichiari (via): "Abbiamo visto un rafforzamento della forte crescita degli abbonamenti digitali oltre a un aumento dei ricavi per la vendita e gli abbonamenti su carta. E’ la prima volta nella nostra storia che i ricavi dalla diffusione hanno superato quelli della pubblicità".
(è come se) L'azione congiunta del digitale e del cartaceo (abbia) ha fatto diventare, per il New York Times, un oggetto di vanto quello che, per la quasi totalità degli editori è la preoccupazione più grande: il calo dei ricavi pubblicitari a favore degli abbonati. (Ma questo, ovviamente, non vuol dire che, a New York, non importi più nulla della pubblicità.)
Dal mio punto di vista, tale scarto, oltre ad essere indice di qualità dei contenuti e dell'informazione da essi veicolata, potrebbe rappresentare un'opportunità di innesco di un circolo virtuoso che potrebbe rendere le inserzioni sempre meno necessarie per gli editori (in virtù dell'aumento delle quote di readership) e, quindi, sempre più appetibili per gli inserzionisti. È ovvio che un simile meccanismo sarebbe possibile soltanto instaurando e/o consolidando un rapporto, un patto, alla pari tra Editori e Pubblico, Scrittori e Lettori, tra Cittadini. Per esempio riconoscendo a chi legge il ruolo nella costruzione del senso dell'informazione.
Immagine HOW BLOG
la Qualità (si) Paga
Una delle maggiori debolezze dei paywall o degli abbonamenti tradizionali è il fatto che essi sono caratterizzati da una indifferenziazione della qualità
dei contenuti: tutti hanno lo stesso piano e devono pagare la stessa
somma. E questo rafforza una delle debolezze maggiori degli editori
tradizionali, il non sapere virtualmente nulla dei loro lettori – o non abbastanza – per sfruttare questa conoscenza in modo interessante.
Questo appena riportato è uno dei passi dell'articolo confezionato dalla redazione di LSDI sull'evento organizzato da PaidContent in cui si parlerà della monetizzazione degli articoli online. Il pezzo riporta le proposte di Matthew Ingram, secondo cui la soluzione deve prevedere la modulazione del paywall sulle persone, non sui contenuti. Le cinque possibili strade da percorrere sono, secondo Ingram: (1) consentire ai lettori di pagare a "pacchetto" per singoli autori o temi; (2) creare nuove forme di contenuti specializzati; (3) organizzare eventi dal vivo ; (4) creare comunità virtuali; (5) dare la possibilità agli utenti di accedere alle competenze degli specialisti. I dettagli sono nell'articolo.
Mi limito ad un riflessione che ruota intorno al Modello, che ho definito Fotovoltaico, che prevede il riconoscimento di valore economico (i.e. moneta) soltanto per i contenuti di qualità: non tutti i contenuti sono di qualità, non tutti i contenuti - quindi - sono degni di essere pagati; perchè non tutti i contenuti sono funzionali alla crescita dell'ecosistema informativo e delle persone che lo popolano. La definizione di contenuto di qualità non è, cioè, fine a se stessa: il modello, infatti, prevede che soltanto il contenuto sopra una predeterminata soglia di qualità sia monetizzabile.
Immagine STC Italiano
Questo appena riportato è uno dei passi dell'articolo confezionato dalla redazione di LSDI sull'evento organizzato da PaidContent in cui si parlerà della monetizzazione degli articoli online. Il pezzo riporta le proposte di Matthew Ingram, secondo cui la soluzione deve prevedere la modulazione del paywall sulle persone, non sui contenuti. Le cinque possibili strade da percorrere sono, secondo Ingram: (1) consentire ai lettori di pagare a "pacchetto" per singoli autori o temi; (2) creare nuove forme di contenuti specializzati; (3) organizzare eventi dal vivo ; (4) creare comunità virtuali; (5) dare la possibilità agli utenti di accedere alle competenze degli specialisti. I dettagli sono nell'articolo.
Mi limito ad un riflessione che ruota intorno al Modello, che ho definito Fotovoltaico, che prevede il riconoscimento di valore economico (i.e. moneta) soltanto per i contenuti di qualità: non tutti i contenuti sono di qualità, non tutti i contenuti - quindi - sono degni di essere pagati; perchè non tutti i contenuti sono funzionali alla crescita dell'ecosistema informativo e delle persone che lo popolano. La definizione di contenuto di qualità non è, cioè, fine a se stessa: il modello, infatti, prevede che soltanto il contenuto sopra una predeterminata soglia di qualità sia monetizzabile.
Immagine STC Italiano
mercoledì 6 febbraio 2013
tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio
Qualche tempo fa, Antonio Pascale e Luca Rastello hanno un scritto un brevissimo saggio, "Democrazia cosa può fare lo scrittore?", in cui si racconta di quando lo scrittore tende a rassicurare il proprio lettore con le armi - così sono definite - del sapere nostalgico e della retorica dell'apocalisse.
Vendere copie del proprio quotidiano, fare numeri di ascolto con il proprio telegiornale. Sono questi gli obiettivi perseguiti dagli editori con la pratica del sapere nostalgico e della retorica dell'apocalisse. Si ottiene, così, un prodotto indubbiamente qualitativamente scadente, sacrificando l'importante sull'altare dell'interessante, stuprando la missione che qualsiasi testata giornalistica dovrebbe avere, spegnendo letteralmente la luce sull'informazione, soffocando ogni senso critico.
Bisogna accontentare la maggioranza. Con un fare, quello di tanti attori dell'informazione, che ricalca la strategia dell'ennesima campagna elettorale berlusconiana. E, proprio per l'assenza di senso critico, sedato da un patto - durato anni - tra politica ed una vera e propria forma di mafia, sembra che l'unico programma politico degno di essere votato sia ancora soltanto quello che parla alla pancia.
Quello che nell'industria dei contenuti si chiama Content MarketPlace, in politica si chiama Politica on Demand. Ma sono la stessa cosa.
Il pesantissimo tono di questa riflessione proviene dallo sgomento provato questa mattina: un paio di convinti Democratici (nel senso del partito) mi hanno detto: "manca una forza moderata che intercetti gli indecisi e si faccia interprete delle loro richieste."
Sono Berlusconiani anche loro. Sono ovunque.
Immagine sclerosi.org
Help us keep shining the light
Assolutamente e completamente condivisibile (e da me condiviso) il ragionamento di PierLuca Santoro nella sua edicola questa mattina. Riprendo un paio di brani, quelli centrali:
- I termini chiave, da scolpire definitivamente nella mente, sono: conversazione e persone. Parole che sono opposte a target ed audience. Non è ovviamente una questione semantica è una questione di logiche, di approccio strategico per usare una parola tristemente abusata.
- E’ la fine del target, e per i media dell’audience, c’è la persona, l’essere umano con i suoi interessi.
Interessante la profittevole realtà del The Texas Tribune (segnalata sempre da PierLuca Santoro). Interessante (anche) perchè concede - a fronte di una convinta adesione - la possibilità di promuovere una impresa noprofit per un anno intero. Rende perplessi la marcata natura elitaria di qualche benefit.
Da seguire comunque con molta attenzione la campagna di consapevolezza per far rimanere la luce accesa.
- I termini chiave, da scolpire definitivamente nella mente, sono: conversazione e persone. Parole che sono opposte a target ed audience. Non è ovviamente una questione semantica è una questione di logiche, di approccio strategico per usare una parola tristemente abusata.
- E’ la fine del target, e per i media dell’audience, c’è la persona, l’essere umano con i suoi interessi.
Interessante la profittevole realtà del The Texas Tribune (segnalata sempre da PierLuca Santoro). Interessante (anche) perchè concede - a fronte di una convinta adesione - la possibilità di promuovere una impresa noprofit per un anno intero. Rende perplessi la marcata natura elitaria di qualche benefit.
Da seguire comunque con molta attenzione la campagna di consapevolezza per far rimanere la luce accesa.
domenica 3 febbraio 2013
timeSpace e la Mission delle Imprese Editoriali
"Il nostro obiettivo centrale rimane quella di migliorare la società,
creando, raccogliendo e distribuendo notizie di alta qualità e di
informazione. Vogliamo spingere noi stessi e spingere gli altri a
trovare il modo migliore per farlo." Lo dicono al New York times per spiegare le ragioni della nascita di timeSpace, incubatore di start-up nel mondo dei media (via).
Questa dovrebbe essere la mission di ogni impresa editoriale e/o testata giornalistica e il fatto che lo si debba ancora ribadire è abbastanza indicativo dello stato dell'ecosistema informativo; non soltanto in termini di Modelli di Business.
Sul gruppo Facebook Giornalismo 2020, c'è chi si chiede cosa mai potrebbe venir fuori da un quotidiano italiano. Con ottimismo potrei rispondere parlando de laRepubblica delle Idee. Ma è poco, troppo poco.
Dietro timeSpace c'è un messaggio che parla di un metodo: quello della condivisione, della membership e, contestualmente, del mutuo riconoscimento di valori (a chi tali valori li produce) messi a disposizione della Mission. Ingredienti, questi, alla base del Modello Fotovoltaico. Si, quello che rivede i meccanismi di attribuzione del finanziamento all'Editoria a favore esclusivo di Imprese Editoriali con Finalità Sociali, produttrici di Contenuti di Qualità.
Immagine New York Times
Questa dovrebbe essere la mission di ogni impresa editoriale e/o testata giornalistica e il fatto che lo si debba ancora ribadire è abbastanza indicativo dello stato dell'ecosistema informativo; non soltanto in termini di Modelli di Business.
Sul gruppo Facebook Giornalismo 2020, c'è chi si chiede cosa mai potrebbe venir fuori da un quotidiano italiano. Con ottimismo potrei rispondere parlando de laRepubblica delle Idee. Ma è poco, troppo poco.
Dietro timeSpace c'è un messaggio che parla di un metodo: quello della condivisione, della membership e, contestualmente, del mutuo riconoscimento di valori (a chi tali valori li produce) messi a disposizione della Mission. Ingredienti, questi, alla base del Modello Fotovoltaico. Si, quello che rivede i meccanismi di attribuzione del finanziamento all'Editoria a favore esclusivo di Imprese Editoriali con Finalità Sociali, produttrici di Contenuti di Qualità.
Immagine New York Times
venerdì 25 gennaio 2013
Spezzare il Circolo Vizioso dell'Ignoranza
"The relationship between social status, capacity to mobilise networks to acquire resources, and social context we have described contributes to understanding why the economically disadvantaged groups get locked in the vicious circle of poverty and alienation. They are resource-poor and in need of resources, but they have little to offer in an exchange and/or are disregarded and marginalised because of their social status, which restricts them to searching for help within the closest circle of family and friends, who are equally resource-poor. Unless some exogenous factors are activated, such as institutional assistance to the poorest to get them out of their underprivileged and stigmatised position, this vicious circle will not be broken, as while the poor become even more disadvantaged, wealthier groups consolidate and institutionalise their privileged position, also through reliance on informal social networks."
Questo uno dei brani delle conclusioni di un articolo scientifico intitolato "The Power of Networks. Individual and Contextual Determinants of Mobilising Social Networks for Help". Credo non ce ne fosse bisogno, ma agli sciettici serve sempre il conforto della ricerca: le scelte politiche devono spezzare i circoli viziosi. A mio avviso, per parlare del tema che maggiormente mi appassiona da un paio di anni almeno a questa parte, l'editoria e l'ecosistema informativo è proprio di scelte politiche che hanno bisogno. Infatti, solo la politica e le leggi, fattori paradossalmente esogeni nello scenario italiano (non soltanto per l'anno di tecnici che ci siamo dovuti sorbire!), penso possano invertire una tendenza, business-oriented, che rischia di schiacciare i cittadini sotto il peso dell'ignoranza costruita dal giornalismo obbediente. Non credo, infatti, sia soltanto metaforica la visione che definisce i cittadini/lettori come - usando le parole della ricerca - "economically disadvantaged groups get locked in the vicious circle of poverty and alienation".
Immagine Voglio Sapere
Questo uno dei brani delle conclusioni di un articolo scientifico intitolato "The Power of Networks. Individual and Contextual Determinants of Mobilising Social Networks for Help". Credo non ce ne fosse bisogno, ma agli sciettici serve sempre il conforto della ricerca: le scelte politiche devono spezzare i circoli viziosi. A mio avviso, per parlare del tema che maggiormente mi appassiona da un paio di anni almeno a questa parte, l'editoria e l'ecosistema informativo è proprio di scelte politiche che hanno bisogno. Infatti, solo la politica e le leggi, fattori paradossalmente esogeni nello scenario italiano (non soltanto per l'anno di tecnici che ci siamo dovuti sorbire!), penso possano invertire una tendenza, business-oriented, che rischia di schiacciare i cittadini sotto il peso dell'ignoranza costruita dal giornalismo obbediente. Non credo, infatti, sia soltanto metaforica la visione che definisce i cittadini/lettori come - usando le parole della ricerca - "economically disadvantaged groups get locked in the vicious circle of poverty and alienation".
Immagine Voglio Sapere
venerdì 11 gennaio 2013
di Saggio in Saggio verso un Nuovo Modello per l'Editoria
Quella di Stefano Rodotà è un'opera sublime. La conoscenza, dice Rodotà, è fondamento del processo democratico di decisione ed è precondizione per la partecipazione e il controllo (da parte dei cittadini). Perchè la conoscenza svolga davvero questa funzione essa non deve essere recintata (David Weinberger, parlando della Rete, il dominio in cui si muove Rodotà in questo ragionamento, fornisce una soluzione strutturale: per trasformare la conoscenza occorre liberarla fornendo ganci, linkando i dati, rendendola interoperabile) e non può essere subordinata alla disponibilità di risorse finanziarie anche per evitare di aprire la via alla più insidiosa tra le disuguaglianze digitali - quella che istituisce un rapporto tra reddito e accesso alla conoscenza. Occorre perciò trovare un equilibrio tra gli interessi degli autori [...] e gli interessi collettivi [non solo] all'accesso libero alla conoscenza (su questo ragionava già Dominique Foray quando mostrava dubbi sul sistema economico classico come metodo di fissazione del prezzo per il giusto riconoscimento per l'autore).
Il Modello Fotovoltaico fa proprio questo perchè toglie i recinti alla conoscenza: in primo luogo azzera la distanza tra cittadino e tecnologia poichè prevede che lo Stato fornisca l'infrastruttura; poi promuove "i contenuti cognitivi" con una modalità rovesciata di finanziamento all'editoria (il pagamento transita attraverso le mani dei cittadini: sono loro che decidono quali contenuti acquistare tra quelli con un idoneo tasso qualitativo) e con un meccanismo che premia i cittadini per la partecipazione al processo collettivo di acquisizione, costruzione e trasformazione della conoscenza stessa (lo schema WIKiD rappresenta questo processo).
Il Modello Fotovoltaico, oltretutto, realizza una nuova alleanza tra Stato, una ben determinata forma di Mercato (quello fatto da Imprese, in questo caso Editoriali, con Finalità Sociali) e Società Civile declinando la raccomandazione di Mauro Magatti che vede nel rinnovamento e nella creazione di valori condivisi il paradigma per una crescita economica e sociale ("Crescere sulla base del valore condiviso" su Equilibri 2/2012).
Il problema, ora, è come garantire la funzione della conoscenza. Rodotà presenta, rievocando in me Maslow, la questione in termini di "bisogno di conoscenza" e poi la affronta con la lente di ingrandimento del diritto ponendo un dubbio: bisogna davvero dire tutto? Occorre che le istituzioni abbiano davvero - facendo anche uso dell'informazione intesa come "apparato" - un obbligo di verità? Luciano Floridi risolve scientificamente tale questione: occorre che ci sia verità perchè, senza verità dei dati, la relativa informazione - ottenuta come contestualizzazione e connessione degli stessi- non può diventare conoscenza.
Spunti di approfondimento sui alcuni dei saggi citati li trovate da Luca De Biase: Rodotà, Weinberger e Floridi.
Immagine HandiCREA
mercoledì 9 gennaio 2013
Economia del Comunicare. Qualche Appunto
Qualche tempo fa, Luca De Biase ha segnalato un volume "Del cooperare. Manifesto per una nuova economia". Ho letto la sezione scritta dallo stesso De Biase, intitolata Economia del Comunicare; ne riporto qualche brano, e condivido qualche appunto desideroso, come sempre, di discuterci su.
"Elinir Ostrom ha dimostrato che le società sanno autorganizzarsi per gestire le risorse comuni e nella comunicazione trovano grandi e crescenti motivazioni per farlo. Anche in questo settore, il denaro è una forma di informazione: sebbene le idee non abbiano prezzo, la scarsità, quindi il costo monetario, si concentra sugli strumenti che le trasportano, le elaborano e le registrano, oppure sul tempo e l'attenzione delle persone che se ne occupano. Il mercato dei beni che valgono in quanto contengono idee si sviluppa per le vie più diverse. Tra queste c'è l'Editoria."
Qui, credo, Luca De Biase, ci mostra la realtà, che, vista e descritta così, ha qualche cosa di inquietante. Per due ragioni.
La prima: se l'informazione è ciò che le azioni umana e tecnologica possono trasformare in conoscenza e se l'informazione è denaro, allora si starebbe ammettendo che il denaro si può trasformare in conoscenza. Da un lato questo è anche "giusto" perchè, per quanto la conoscenza sia un bene comune, non è sostenibile che sia prodotta in modo gratuito; da un altro lato, però, è sufficientemente indicativo del saccheggio di un Bene Comune da parte del Capitale (se c'è il denaro di mezzo, a meno di una implementazione equa dei meccanismi con i quali esso viene scambiato, c'è, per l'appunto, anche un saccheggio).
La seconda: perchè a trarre beneficio dai mercati che contengono idee devono essere soltanto gli editori? Tenendo conto del loro fondamentale apporto al processo di produzione di senso (i.e. conoscenza a partire dagli elementi informativi, vedi schema WIKiD), anche per i lettori dovrebbe esserci un meccanismo di ricompensa.
"[...] i beni ambientali, culturali e relazionali, impoveriti in Occidente nel corso dell'industrializzazione, sono oggi al centro dell'attenzione tra le élite intellettuali e nelle società, mentre le istituzioni e le grandi narrazioni continuano a dimenticarsene."
Qui c'è almeno un po' del pensiero di Zygmunt Bauman: il Capitalismo ha fallito clamorosamente il suo obiettivo e la sua degenerazione ha prodotto una paurosa disparità nella distribuzione della ricchezza e avviato la reiterazione di scoperte e successivi prosciugamenti di "virgin land" (tradotto nel suo testo "Capitalismo Parassitario" in "pascoli vergini"). I pascoli vergini sono i Beni Comuni, tra questi la cultura, le idee, la Conoscenza. Ciò che Luca De Biase aggiunge è l'implicito riferimento a delle istituzioni complici di questo prosciugamento; credo sia scontato riflettere sul fatto che, ora, è proprio dalle istituzioni che dovremmo aspettarci una spinta propulsiva. Come? Con le leggi, facendone di nuove a favore dei Beni Comuni. Se già un referendum in Italia ha detto che l'Acqua è un Bene Comune, non vedo quale tipo di ostacolo potrebbe esserci nel farsi dire, al di là di ogni teorema, che anche la Conoscenza lo è.
"Andando a fondo in queste considerazioni ci si accorge che l'intera economia è immersa in un oceano di fenomeni fondamentalmente legati all'ecosistema della comunicazione".
Questione: non sarebbe meglio avere un ecosistema dell'informazione? Voglio dire: se è vero, come è vero, come lo stesso Luca De Biase ci ricordava qualche anno fa (qui le mie slide riassuntive di sei anni fa; questo il link - attualmente rotto - al Paper di Luca De Biase), che l'informazione serve il pubblico (il destinatario) e la comunicazione serve chi comunica (la sorgente), non sarebbe meglio servire i cittadini e, quindi, un ecosistema in cui regni l'informazione? Se la comunicazione è così deleteria perchè asservita ad una Istituzione, ad un Organizzazione, perchè non cercare di percorrere la strada del Bene Comune? cercando di evitare che il Bene Comune sia vittima degli strumenti comunicativi? A meno che la Comunicazione non venga intesa come il metodo attraverso il quale ogni cittadino può farsi capire dall'altro.
"La personalizzazione algoritmica di Facebook e Google provoca un'ipertrofia della comunicazione di idee all'interno delle cerchie di persone che le condividono a priori: questo è un freno all'innovazione."
Nessuna questione in questo caso, nessun dubbio ma soltanto una mirabile sintesi dei ragionamenti che spesso faccio sulla necessità di stare on the Edges: nello schema WIKiD il passaggio cruciale, infatti, si consuma nella realizzazione dell'innovazione proprio quando le persone entrano in contatto ai bordi della propria rete (nuvola) sociale attivando i legami deboli.
"La condivisione non del contenuto di un messaggio quanto del metodo con il quale è stato generato, conduce a un salto di qualità della comunicazione" e poi "Una piattaforma che richiami a ogni passaggio non solo la possibilità di approvare un messaggio e rilanciarlo nella propria cerchia ma anche di conoscere e criticare consapevolmente il metodo con il quale è generato può rilanciare la funzione innovativa della comunicazione" e infine "Si scopre che l'economia del comunicare sviluppa una quantità di opportunità per i servizi collaborativi. E dunque genera opportunità per la riduzione delle distorsioni connesse all'iperconsumismo e alle produzioni non sostenibili."
Mi rendo conto che la riflessione ha un campo di applicazione immenso. Io mi limito agli ambiti delle mie personali indagini: per metodo con cui viene generato il contenuto di un messaggio si intende, ad esempio, anche il metodo con cui viene scritto e distribuito un articolo di giornale (online)? Quella di affrontare il problema della insostenibilità è una questione riferita anche al modello di business per l'Editoria (digitale)? Potrebbe, quindi, essere risolutivo un modello (non di business, ma sociale) che condivida il metodo di generazione della Conoscenza tra tutte le parti in causa (chi scrive e chi legge, neutralizzando il più possibile il ruolo dell'Editore)? Se la risposta alle prime due domande è affermativa, credo lo sia ancora di più per l'ultima: il Modello Fotovoltaico, in effetti, è proprio questo: condivisione e relativa ricompensa, per tutti quelli che partecipano alla produzione di Innovazione e Benessere a partire da una semina di dati informativi.
"La crescita dei commons culturali sostenuta da Internet, che ne fa parte integrante, sembra contenere un messaggio implicito a favore della rigenerazione del ruolo dei commons nelle società colpite dalle crisi parellele del mercato e dello Stato. E, di riflesso, si nota che l'economia del comunicare si rilancia oggi se è capace di ricostruire tessuto sociale, fiducia, reputazione.
Tutto questo richiede innovazione. Un messaggio incoraggiante, per le persone di buona volontà"
Rimane sempre in me il dubbio: comunicazione o informazione? Ma forse questo ultimo passaggio lo risolve.
Io dico che, considerato che c'è molta gente che è consapevole della questione, occorre mettersi in contatto, perchè la buona volontà dei singoli non basta se non è condivisa, è inutile se ad essa non fa seguito un'azione concreta. Non basta che io legga un libro, non basta che ne discuta e/o condivida i principi per fare innovazione. In primo luogo, d'accordissimo con le istanze raccomandate da Luca De Biase, serve condividere un metodo. Con un'avvertenza: chiunque dica che occorre condividere il metodo di generazione del messaggio, deve poi condividere il metodo di geneazione del messaggio e agire come il metodo comanda! Se non si fa questo sforzo, l'ipotesi di lavoro viene negata nella sua essenza e, quindi, non è più credibile.
Per me, purtroppo: (a) non sono più credibili forze politiche come PD e SEL (che hanno, si!, condiviso il metodo delle primarie; il problema è che poi le cose non sono andate esattamente come era stato detto); (b) non è mai stato credibile il Movimento 5 Stelle (il metodo che Grillo dice di usare, non è quello che realmente usa); (c) non sarà credibile per troppo tempo ancora chi si chiude in una stanza per scrivere le regole della Democrazia 2.0, esortando a condividere dei metodi, con un metodo che non prevede la completa condivisione; (d) è ancora indigesta la delusione del RItaliaCamp di Milano, sei anni fa, in cui, chi diceva di condividere proposte, non fece nessuna proposta e chiuse il progetto.
Immagine: Università Popolare di Trieste
"Elinir Ostrom ha dimostrato che le società sanno autorganizzarsi per gestire le risorse comuni e nella comunicazione trovano grandi e crescenti motivazioni per farlo. Anche in questo settore, il denaro è una forma di informazione: sebbene le idee non abbiano prezzo, la scarsità, quindi il costo monetario, si concentra sugli strumenti che le trasportano, le elaborano e le registrano, oppure sul tempo e l'attenzione delle persone che se ne occupano. Il mercato dei beni che valgono in quanto contengono idee si sviluppa per le vie più diverse. Tra queste c'è l'Editoria."
Qui, credo, Luca De Biase, ci mostra la realtà, che, vista e descritta così, ha qualche cosa di inquietante. Per due ragioni.
La prima: se l'informazione è ciò che le azioni umana e tecnologica possono trasformare in conoscenza e se l'informazione è denaro, allora si starebbe ammettendo che il denaro si può trasformare in conoscenza. Da un lato questo è anche "giusto" perchè, per quanto la conoscenza sia un bene comune, non è sostenibile che sia prodotta in modo gratuito; da un altro lato, però, è sufficientemente indicativo del saccheggio di un Bene Comune da parte del Capitale (se c'è il denaro di mezzo, a meno di una implementazione equa dei meccanismi con i quali esso viene scambiato, c'è, per l'appunto, anche un saccheggio).
La seconda: perchè a trarre beneficio dai mercati che contengono idee devono essere soltanto gli editori? Tenendo conto del loro fondamentale apporto al processo di produzione di senso (i.e. conoscenza a partire dagli elementi informativi, vedi schema WIKiD), anche per i lettori dovrebbe esserci un meccanismo di ricompensa.
***
"[...] i beni ambientali, culturali e relazionali, impoveriti in Occidente nel corso dell'industrializzazione, sono oggi al centro dell'attenzione tra le élite intellettuali e nelle società, mentre le istituzioni e le grandi narrazioni continuano a dimenticarsene."
Qui c'è almeno un po' del pensiero di Zygmunt Bauman: il Capitalismo ha fallito clamorosamente il suo obiettivo e la sua degenerazione ha prodotto una paurosa disparità nella distribuzione della ricchezza e avviato la reiterazione di scoperte e successivi prosciugamenti di "virgin land" (tradotto nel suo testo "Capitalismo Parassitario" in "pascoli vergini"). I pascoli vergini sono i Beni Comuni, tra questi la cultura, le idee, la Conoscenza. Ciò che Luca De Biase aggiunge è l'implicito riferimento a delle istituzioni complici di questo prosciugamento; credo sia scontato riflettere sul fatto che, ora, è proprio dalle istituzioni che dovremmo aspettarci una spinta propulsiva. Come? Con le leggi, facendone di nuove a favore dei Beni Comuni. Se già un referendum in Italia ha detto che l'Acqua è un Bene Comune, non vedo quale tipo di ostacolo potrebbe esserci nel farsi dire, al di là di ogni teorema, che anche la Conoscenza lo è.
***
"Andando a fondo in queste considerazioni ci si accorge che l'intera economia è immersa in un oceano di fenomeni fondamentalmente legati all'ecosistema della comunicazione".
Questione: non sarebbe meglio avere un ecosistema dell'informazione? Voglio dire: se è vero, come è vero, come lo stesso Luca De Biase ci ricordava qualche anno fa (qui le mie slide riassuntive di sei anni fa; questo il link - attualmente rotto - al Paper di Luca De Biase), che l'informazione serve il pubblico (il destinatario) e la comunicazione serve chi comunica (la sorgente), non sarebbe meglio servire i cittadini e, quindi, un ecosistema in cui regni l'informazione? Se la comunicazione è così deleteria perchè asservita ad una Istituzione, ad un Organizzazione, perchè non cercare di percorrere la strada del Bene Comune? cercando di evitare che il Bene Comune sia vittima degli strumenti comunicativi? A meno che la Comunicazione non venga intesa come il metodo attraverso il quale ogni cittadino può farsi capire dall'altro.
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"La personalizzazione algoritmica di Facebook e Google provoca un'ipertrofia della comunicazione di idee all'interno delle cerchie di persone che le condividono a priori: questo è un freno all'innovazione."
Nessuna questione in questo caso, nessun dubbio ma soltanto una mirabile sintesi dei ragionamenti che spesso faccio sulla necessità di stare on the Edges: nello schema WIKiD il passaggio cruciale, infatti, si consuma nella realizzazione dell'innovazione proprio quando le persone entrano in contatto ai bordi della propria rete (nuvola) sociale attivando i legami deboli.
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"La condivisione non del contenuto di un messaggio quanto del metodo con il quale è stato generato, conduce a un salto di qualità della comunicazione" e poi "Una piattaforma che richiami a ogni passaggio non solo la possibilità di approvare un messaggio e rilanciarlo nella propria cerchia ma anche di conoscere e criticare consapevolmente il metodo con il quale è generato può rilanciare la funzione innovativa della comunicazione" e infine "Si scopre che l'economia del comunicare sviluppa una quantità di opportunità per i servizi collaborativi. E dunque genera opportunità per la riduzione delle distorsioni connesse all'iperconsumismo e alle produzioni non sostenibili."
Mi rendo conto che la riflessione ha un campo di applicazione immenso. Io mi limito agli ambiti delle mie personali indagini: per metodo con cui viene generato il contenuto di un messaggio si intende, ad esempio, anche il metodo con cui viene scritto e distribuito un articolo di giornale (online)? Quella di affrontare il problema della insostenibilità è una questione riferita anche al modello di business per l'Editoria (digitale)? Potrebbe, quindi, essere risolutivo un modello (non di business, ma sociale) che condivida il metodo di generazione della Conoscenza tra tutte le parti in causa (chi scrive e chi legge, neutralizzando il più possibile il ruolo dell'Editore)? Se la risposta alle prime due domande è affermativa, credo lo sia ancora di più per l'ultima: il Modello Fotovoltaico, in effetti, è proprio questo: condivisione e relativa ricompensa, per tutti quelli che partecipano alla produzione di Innovazione e Benessere a partire da una semina di dati informativi.
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"La crescita dei commons culturali sostenuta da Internet, che ne fa parte integrante, sembra contenere un messaggio implicito a favore della rigenerazione del ruolo dei commons nelle società colpite dalle crisi parellele del mercato e dello Stato. E, di riflesso, si nota che l'economia del comunicare si rilancia oggi se è capace di ricostruire tessuto sociale, fiducia, reputazione.
Tutto questo richiede innovazione. Un messaggio incoraggiante, per le persone di buona volontà"
Rimane sempre in me il dubbio: comunicazione o informazione? Ma forse questo ultimo passaggio lo risolve.
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Io dico che, considerato che c'è molta gente che è consapevole della questione, occorre mettersi in contatto, perchè la buona volontà dei singoli non basta se non è condivisa, è inutile se ad essa non fa seguito un'azione concreta. Non basta che io legga un libro, non basta che ne discuta e/o condivida i principi per fare innovazione. In primo luogo, d'accordissimo con le istanze raccomandate da Luca De Biase, serve condividere un metodo. Con un'avvertenza: chiunque dica che occorre condividere il metodo di generazione del messaggio, deve poi condividere il metodo di geneazione del messaggio e agire come il metodo comanda! Se non si fa questo sforzo, l'ipotesi di lavoro viene negata nella sua essenza e, quindi, non è più credibile.
Per me, purtroppo: (a) non sono più credibili forze politiche come PD e SEL (che hanno, si!, condiviso il metodo delle primarie; il problema è che poi le cose non sono andate esattamente come era stato detto); (b) non è mai stato credibile il Movimento 5 Stelle (il metodo che Grillo dice di usare, non è quello che realmente usa); (c) non sarà credibile per troppo tempo ancora chi si chiude in una stanza per scrivere le regole della Democrazia 2.0, esortando a condividere dei metodi, con un metodo che non prevede la completa condivisione; (d) è ancora indigesta la delusione del RItaliaCamp di Milano, sei anni fa, in cui, chi diceva di condividere proposte, non fece nessuna proposta e chiuse il progetto.
Immagine: Università Popolare di Trieste
lunedì 31 dicembre 2012
i libri del 2012
Vi propongo i libri letti in questo anno ormai arrivato alla fine. Un bilancio che poteva essere migliore ma comunque molto importante; all'insegna di alcuni saggi davvero illuminanti e che, nell'anno che comincia domani, mi aiuteranno a terminare un lavoro, in ritardo rispetto alla marcia che mi ero imposto.
Come lo scorso anno, ho lavorato lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. In blu trovate i saggi di politica e sociologia; in arancione quelli sull'editoria. Poi c'è anche altro. Di ogni libro troverete il mio commento, la mia recensione. Spero la cosa possa essere utile per qualcuno.
Se poi avete capito i miei interessi, lo spazio commenti è come aperto per i vostri suggerimenti.
Buon 2013 a tutti.
Come lo scorso anno, ho lavorato lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. In blu trovate i saggi di politica e sociologia; in arancione quelli sull'editoria. Poi c'è anche altro. Di ogni libro troverete il mio commento, la mia recensione. Spero la cosa possa essere utile per qualcuno.
Se poi avete capito i miei interessi, lo spazio commenti è come aperto per i vostri suggerimenti.
Buon 2013 a tutti.
mercoledì 26 dicembre 2012
Trend e Previsioni per l'Editoria Elettronica
Qualche considerazione sull'editoria elettronica (editoria elettronica, non editoria digitale).
- E mentre i grandi giornali, americani ed europei cominciano ad essere ospiti fissi delle edicole elettroniche offerte dai grandi distributori di banche dati internazionali, Walter Bender del MIT prepara il "giornale personale" creato per il singolo lettore con le notizie che lo interessano di più.
- Uscita dai binari tradizionali dell'on line (scritto rigorosamente staccato) e dei servizi informatici per le imprese e i professionisti, l'editoria elettronica comincia così, in varie forme, ad incontrare il mercato delle famiglie, il più interessante, alla lunga, in termini di copie vendute e fatturati.
- C'è bisogno di una nuova creatività, di un ripensamentosu quello che si vuol dire con l'editoria elettronica. Bisogna trovare nuovi linguaggi e nuove regole, ed anche nuove forme di rispetto per il lettore. Catturare la sua attenzione quando deve girare la pagina sullo schermo non è così facile come per il libro, sul quale l'occhio umano è avvezzo da secoli a correre veloce.
- C'è molto da fare anche per mettere in grado tutti i cittadini di utilizzare, senza distinzioni, le risorse dell'informatica.
- Bisogna riconoscere che l'editoria elettronica risponde, in prima analisi, ad una domanda sociale, ancora latente - certo - in molte aree, ma del tutto connaturata ai ritmi e alle esigenze della società post-industriale.
- Ci sono due ordini di problemi. Il primo: che ne è del diritto d'autore tradizionale? Il secondo: il mutamento della figura dell'editore: da intermediario nella diffusione delle opere dell'ingegno a creatore di queste opere. La figura dell'autore autonomo va via via sfumando fino a sparire, mentre l'editore diventa autore. Ma l'editore diventa autore prima di tutto perchè è interessato a fruire dell'opera. Ma se è così è il fruitore il fulcro di tutto? A questo punto l'editore e l'autore non diventano superflui? Arriveremmo insomma a un unico soggetto: il lettore di un'opera che egli stesso ha crato e pubblicato.
- L'editoria elettronica può essere una grande occasione di democrazia, oltre che di crescita culturale dei singoli e delle comunità. Parla all'intelligenza, ma anche ai sensi. è potente e pervasiva; multilingue e transnazionale. è una grande occasione di diffusione del sapere, oltre che un grande business. Sta a noi cogliere entrambe le opportunità.
Ho voluto giocare: quelli che ho appena proposto sono, infatti, alcuni brani dell'introduzione di Giovanni Giovannini al Rapporto "L'informazione elettronica verso il duemila", datato Gennaio 1994. Venti anni fa (un altro pezzo di modesta archeologia, acquistato per due euro; allora ci volevano 45 mila lire).
Parole ricche di speranza, di buone riflessioni e propositi purtroppo ancora attuali. Esiste davvero il giornale personale adesso? Sono stati trovati realmente dei nuovi linguaggi? Le risorse dell'informatica sono universalmente accessibili? Che ruolo ha adesso l'editoria elettronica nella democrazia italiana?
martedì 25 dicembre 2012
Edicola Italiana
Pensando alle edicole, vengono in mente il rapporto con il giornalaio, i commenti sulle prime pagine con gli amici, gli sfottò del Lunedì e le conversazioni che si prolungano fino a sera nei bar.
Pensando alle edicole viene in mente, cioè, almeno a me, più che il mondo fatto di bit, quello fatto di carta. Un mondo in cui sembra più palpabile il crescere del Capitale Sociale delle relazioni; relazioni che, anche disponendo di una guida opportuna - il giornalista, l'autore - si fanno mezzo per percorrere la strada che porta dall'informazione alla conoscenza.
Non riesco a dire se stiamo correndo davvero il rischio che il il giornalismo tradizionale non funzioni più. Ma, mi chiedo: qualcuno si è davvero mai posto la questione delle relazioni e delle relative conversazioni intorno all'unità giornalistica? Qualcuno ha mai pensato che queste relazioni, sensificando le notizie verso la conoscenza, accrescono anche il Capitale Sociale, quello buono?
L'ecosistema informativo migliora non soltanto - ma già sarebbe tanto, c'è da dirlo - quando migliora l'informazione, ma anche quando mette in relazione le persone, le fa conversare e fa crescere il Capitale Sociale. Proprio come succede nelle edicole e nei bar.
Se l'Edicola Italiana sarà soltanto il negozio italiano delle notizie, fallirà miseramente l'obiettivo sociale. Se, non ispirata (solo) alla logica del Content MarketPlace, si farà stimolo di relazioni, conversazioni e conoscenza, allora sarà stato fatto un discreto passo in avanti.
***
Come promemoria ho messo i link a qualche articolo di presentazione dell'Edicola Italiana.
- Futuro dei Periodici - Non solo l'edicola italiana per diffondere quotidiani e riviste digitali
L’atto costitutivo di Edicola Italiana, riferisce Il Sole 24 Ore, è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. I lettori dei giornali e delle riviste degli editori che fanno parte di questo consorzio potranno acquistare le versioni per pc, tablet o smartphone. Si tratta di una manovra per sfuggire anche ai sistemi di prezzi imposti dalle edicole online esistenti, come Apple Newsstand (che trattiene il 30% dell’acquisto). L’Edicola Italiana fa parte di un’azione più ampia degli editori, così penso ma ormai mi sembra evidente, per incoraggiare e diffondere la lettura nel digitale, sviluppare prodotti specifici e mettersi al riparo da concorrenza scorretta, balzelli di mediatori, pirateria.
L’Edicola si aggiunge alla guerra per far pagare Google, all’uscita di tablet degli editori italiani, alla chiusura per azione della magistratura del sito pirata (che però ha riaperto nei giorni scorsi) Avaxhome, dal quale si possono scaricare gratuitamente, ma illegalmente, copie digitali complete dei giornali.
- il Sole 24 Ore - I big lanciano Edicola Italiana (ripreso da Pasteris: Ecco il paywall made in Italy: i vecchi oligarchi dell’informazione FIEG pensano che la festa non sia finita, ma si salveranno in 3 o 4 su 6)
Sei grandi gruppi di editoria d'informazione - Caltagirone Editore, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Gruppo Espresso, Mondadori e Rcs Mediagroup - hanno fondato il consorzio Edicola Italiana, il cui atto costitutivo è stato firmato nei giorni scorsi a Milano. L'iniziativa - la prima che vede insieme fin dall'esordio i principali editori nazionali - ha come obiettivo creare la più completa offerta a pagamento in lingua italiana dei prodotti editoriali digitali, con un'interfaccia che ne semplifichi la scelta, l'acquisto e la fruizione.
Gli editori intendono, grazie all'Edicola Italiana, costruire un rapporto diretto e trasparente con i propri clienti e presidiare la filiera commerciale, dalla definizione dei prezzi ai metodi di pagamento.
- LSDI - Notizie online gratis addio, con Edicola italiana arrivano i paywall
Con Edicola Italiana è cominciato il conto alla rovescia verso i paywall, cioè sistemi di pagamento delle news online. Il progetto è stato avviato a marzo, ma ci sono voluti sei mesi per arrivare alla firma dell’accordo. Gli editori italiani si sono ispirati ai colleghi francesi per dare vita all’Edicola Italiana.
Curiosità: da pochi giorni La Repubblica è entrata a far parte dell’Edicola di Apple Store. La app del quotidiano, dopo l’ultimo aggiornamento, non è più autonoma e si è spostata in Edicola. Significa che il gruppo \Espresso ha fatto un accordo con Apple e dunque ha accettato di pagare le Royalty alla multinazionale americana. Domanda: Edicola Italiana finirà nell’Edicola di App Store oppure La Repubblica ha scelto di far parte di entrambi i contenitori? Inutile cercare risposte nei comunicati.
- LaStampa - Nasce “Edicola italiana” interfaccia unica per tablet, mobile e pc (via)
I principali gruppi editoriali alleati per un e-commerce trasparente, con la più completa offerta a pagamento in italiano dei prodotti editoriali digitali.
venerdì 14 dicembre 2012
Condivisioni e Articoli Online
Sono la musica e i libri, secondo la ricerca del Pew Research Center sull'utilizzo mondiale dei Social Network (via, via) l'oggetto principe della condivisione sulle piattaforme sociali. A seguire, le questioni relative alla propria comunità, lo Sport, la Politica e la Religione.
Aggregare questi dati a quelli dello studio dell'Università di Bristol e della Scuola di Giornalismo dell'Univesità di Cardiff sul linguaggio utilizzato dalle fonti di informazione online (USA e UK) credo sia molto azzardato ma è un esercizio che può far riflettere (a fattor comune, come argomenti oggetto delle due ricerche, ci sono Sport, Politica e Religione).
Leggendo i grafici insieme, si scopre che (almeno per i paesi occidentali):
- viene condiviso di più l'argomento (sport) che, tra i tre, è il più leggibile ma il meno popolare
- viene condiviso di meno l'argomento (religione) appartenente all'insieme dei meno leggibili
- in generale, il tasso di condivisione è inversamente proporzionale alla popolarità
Apparentemente, in queste conclusioni ci sono delle contraddizioni. Probabilmente non è così perchè:
- la popolarità è, di sicuro, un fattore intrinseco del gruppo di lettori del quotidiano; inoltre, avere una tipologia di contenuto popolare sui quotidiani, non implica necessariamente la sua condivisione sui Social Network. Popolarità e tasso di condivisione, quindi, sono forse parametri indipendenti
- c'è dipendenza (proporzionalità diretta), tra leggibilità e condivisioni. Come dire che il tasso di condivisione di un determinato argomento aumenta quando, sull'argomento stesso si è letto con maggiore facilità. Che ad essere condiviso sia proprio lo specifico articolo o più semplicemente (e solo) dei pensieri, è un fattore secondario
| Cosa viene condiviso sui Social Network (ricerca PEW) |
Aggregare questi dati a quelli dello studio dell'Università di Bristol e della Scuola di Giornalismo dell'Univesità di Cardiff sul linguaggio utilizzato dalle fonti di informazione online (USA e UK) credo sia molto azzardato ma è un esercizio che può far riflettere (a fattor comune, come argomenti oggetto delle due ricerche, ci sono Sport, Politica e Religione).
| Leggibilità e Soggettività degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff) |
| Popolarità degli articoli online (ricerca Bristol/Cardiff) |
Leggendo i grafici insieme, si scopre che (almeno per i paesi occidentali):
- viene condiviso di più l'argomento (sport) che, tra i tre, è il più leggibile ma il meno popolare
- viene condiviso di meno l'argomento (religione) appartenente all'insieme dei meno leggibili
- in generale, il tasso di condivisione è inversamente proporzionale alla popolarità
Apparentemente, in queste conclusioni ci sono delle contraddizioni. Probabilmente non è così perchè:
- la popolarità è, di sicuro, un fattore intrinseco del gruppo di lettori del quotidiano; inoltre, avere una tipologia di contenuto popolare sui quotidiani, non implica necessariamente la sua condivisione sui Social Network. Popolarità e tasso di condivisione, quindi, sono forse parametri indipendenti
- c'è dipendenza (proporzionalità diretta), tra leggibilità e condivisioni. Come dire che il tasso di condivisione di un determinato argomento aumenta quando, sull'argomento stesso si è letto con maggiore facilità. Che ad essere condiviso sia proprio lo specifico articolo o più semplicemente (e solo) dei pensieri, è un fattore secondario
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