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venerdì 18 gennaio 2013

gli Insegnamenti di Scientology

Se non paga il lettore, paga il cliente, scrive Andrea Iannuzzi a proposito del caso The Atlantic, reo di aver pubblicato un articolo sponsorizzato, un advertorial, in cui si parlava di Scientology.


Le reazioni su Twitter sono state molto esplicite: il tweet di Jared Keller (via), Director of Social Media di Bloomberg News and Bloomberg Businessweek, parla da solo. Le proteste dei lettori hanno portato alla cancellazione dell'articolo (per i curiosi esiste una versione cache).

Concordo con Andrea Iannuzzi quando dice che, "a infastidire i lettori / utenti non è stata tanto la formula in sè dell’advertorial, quanto il contenuto specifico, che parlava di un tema controverso come la chiesa (o setta, secondo un’opinione diffusa) di Scientology". Ho voluto, però, comunque approfondire la questione scrivendo a Jared Keller per chiedergli un punto di vista sicuramente più vicino a quello dei lettori americani del The Atlantic. Questa è stata la risposta: [la reazione dei lettori del The Atlantic] it's because it's a scientology ad. Native advertising only works when it's in line with a media outlet's voice and sensibility: Buzzfeed does it really well for example, because the content is actually something compelling. The fact is, this Scientology is of *no* interest to the Atlantic audience (or their writers), so it looks ugly and out of place. I wrote about this for BW: The Atlantic, the Church of Scientology, and the Perils of Native Advertising." Il problema, quindi, almeno per Jared Keller, sta nell'aver pubblicato un articolo il cui contenuto non è nella linea editoriale del giornale, indipendentemente dal fatto che fosse sponsorizzato. Questo è un dato molto importante.
Completo questa analisi con un paio di tweet appartenenti al thread aperto da Keller in cui mi sono inserito per capire:





Quello di Eva Holland rimette un pò in discussione le nostre certezze soprattutto se si considera che è un editore e, quindi, presumibilmente, al corrente di certe pratiche oltre che, ovviamente, delle difficoltà che gli editori si trovano davanti quotidianamente. Ma come, Eva, non sai che esistono gli advertorial? Non sai che gli sponsor a volte pagano la pubblicazione di articoli?
Io penso che l'advertorial sia un'ottima soluzione: quanto un brand fa notizia utile all'ecosistema informativo, ben venga una pubblicazione a pagamento. I lettori, poi, hanno (o, almeno, dovrebbero avere) tutti gli strumenti per giudicare, proprio come nel caso The Atlantic.

"Chi produce informazione è alla continua ricerca di un modo per trarre profitti da un mercato nel quale l’utente finale è abituato ad avere la “merce” gratis. E se non si è disposti al pagamento delle notizie, si rischia di trovarsi costretti a leggere, quasi senza saperlo, notizie a pagamento." Così Andrea Iannuzzi conclude una riflessione che mi sia consentito completare.
Chi produce informazione è, per intendersi, l'editore; chi deve essere disposto al pagamento è, invece, il lettore. Ora, non è che l'editore è in crisi perchè il lettore non è disposto a pagare. L'editore è in crisi perchè non crea le condizioni per cui ci sia una qualche intenzione di pagare contenuti attualmente, evidentemente, scadenti. Perfetto sarebbe se le parti in causa acquisissero la consapevolezza che i contenuti di qualità (una certa qualità, s'intende) vanno pagati. Questa consapevolezza porterebbe tali parti a regolarsi: gli uni nella produzione di contenuti di livello, gli altri nella concessione di moneta per poterli leggere. Meglio ancora sarebbe, in effetti, non ragionare in termini di "parti in causa", ma mettendo insieme editori/scrittori e lettori nella categoria di cittadini. Che, in fin dei conti, sono tutti scrittori, lettori e anche clienti.

Immagine Businessweek

venerdì 20 luglio 2012

Noi, gli Indigeni. E la Difesa dei Beni Comuni

"All'alba della rivoluzione industriale, ai lavoratori statunitensi importava soltanto salvare se stessi nel percorso che li iniziava alla conquista della ricchezza." La conquista della ricchezza, definita allora il nuovo spirito del tempo, avrebbe prodotto gli effetti di ciò che Bauman, dopo qualche secolo, avrebbe chiamato "Capitalismo Parassitario": la conquista (per l'appunto) dei pascoli vergini: un progressivo impadronirsi dei "beni comuni" ormai inutilmente protetti dalla Carta della Foresta. E, osserva Noam Chomsky su Internazionale di questa settimana (da cui, di seguito, dopo lo spunto iniziale di questa mia riflessione, riprendo qualche altro brano), un contestuale ed inarrestabile lavaggio del cervello ha fatto il resto "instillando questo nuovo spirito del tempo; un processo guidato da quei settori del marketing che Thorstein Veblen, studioso di economia politica, chiamava induzione dei bisogni: indirizzare le persone verso le cose superficiali della vita. In tal modo le persone sono spinte a ricercare solo il vantaggio personale, e distolte dal pericoloso tentativo di pensare con la loro testa, agire insieme e sfidare l’autorità."

Quello del Capitale è lo spettro di cui, in una mirabile analisi dell'economia della Conoscenza, hanno parlato anche Bellucci e Cini in un interessantissimo saggio: se si vuole perseguire la de-mercificazione dei beni immateriali, dicono gli autori, bisogna reintrodurre la classe dei "beni comuni", diventata un miraggio dopo le famose enclosure delle terre in Inghilterra ad opera, manco a dirlo, dei Capitali. Un proposito, una teoria, che si tiene evidentemente anche sulle tesi di Elinor Ostrom, che, con l'opera vincitrice del Nobel per l'economia nel 2009, ha dimostrato la "superiorità dei beni comuni gestiti dai loro utenti".


Con qualche passaggio logico, qualche tempo fa "ho teorizzato" che i Quotidiani Online sono un bene comune. Ora, se è vero quel che ancora Chomsky dice ("alla testa del movimento per affrontare la crisi ambientale globale e la distruzione dei beni comuni sono, in tutto il mondo, le comunità indigene"), allora - essendoci tutti riconosciuti nella definizione di comunità indigena - tocca a noi opporci all'esproprio che il Capitale, rappresentato dagli inserzionisti e dalla loro pubblicità, ogni giorno mette in atto facendo dell'informazione soltanto lo strumento della sua linfa vitale: "l'induzione dei bisogni".

Non ho nessuno strumento per riuscire ad ampliare la piramide di Maslow; ma credo sia difficile per chiunque individuare un bisogno da aggiungere alla scala ideata dallo psicologo statunitense che noi sia "superficiale", cioè artificialmente creato per soddisfare l'appetito di un azionista.

Sia chiaro però: qui non si sta negando l'Impresa (compresa quella Editoriale) ma semplicemente esprimendo la speranza che se ne cambi l'impostazione (Yunus docet) con l'obiettivo di fare luce oltre il fumo negli occhi dell'"induzione dei bisogni"; perchè tutti riconoscano solo quelli autentici (e si approccino criticamente a tutti gli altri), quelli che ci rendono cittadini e, in quanto tali, difensori di un bene comune.

In quest'ottica, l'unico Marketing che riesco a concepire è quello dell'Informazione e della Conoscenza; il bisogno indotto, in tal caso, sarebbe quello nobile di tornare a sentirsi parte di un'autentica comunità indigena, quella di cui parla Chomsky.

Che poi, la comunità indigena, siamo noi, i cittadini. Cioè lo Stato.

venerdì 13 aprile 2012

Canale Discontinuo

Nielsen ha pubblicato i dati della sua ricerca periodica sulla fiducia nella pubblicità. Appare evidente che, a farla da padrone, ci sia il passaparola. Per ogni tipo di analisi e considerazione vi rimando ai pezzi scritti sull'argomento da Tagliaerbe, Luca Conti e Pier Luca Santoro.

Mi limito ad integrare con i risultati di un'altra ricerca che, rafforzando gli esiti dell'indagine Nielsen, dimostra che proprio i canali discontinui siano quelli più efficaci: How interesting a product is to discuss matters more when people communicate through discontinuous channels, such as blog posts, texts, emails and online conversations - questa la conclusione dello studio sperimentale descritto nell'articolo.

E' evidente che un Editore deve combattere su due fronti: far decollare i Contenuti e conquistare la fiducia degli inserzionisti. Come conclude anche Pier Luca Santoro, i risultati di Nielsen danno indicazioni che sarebbe gravissimo ignorare.

mercoledì 4 gennaio 2012

Sociale e Social

Riprendo dalle parole con cui ho concluso le riflessioni sull'indagine della NNA (National Newspaper Association, in USA):

[...] il perseguimento di obiettivi sociali riesce [riuscirebbe] a fare, in modo quasi automatico, di quella implementata, una soluzione anche economicamente sostenibile. E in grado anche - aggiungo ora - di rendere l'iniziativa imprenditoriale maggiormente competitiva sul mercato.

A chi usa frequentare il mio laboratorio dovrebbe essere chiaro che il Modello Fotovoltaico, inteso come piattaforma di distribuzione dei contenuti giornalistici, e la caratteristica Sociale dell'Impresa Editoriale (intesa alla Yunus: restituzione completa del capitale investito e profitto re-impiegato in miglioramento del servizio e abbassamento del prezzo di mercato per chi se ne serve) che su tale piattaforma distribuirebbe informazione, sono una combinazione che non nega nel modo più assoluto il mercato stesso.

Si tratterebbe, ovviamente, di modificare, quantomeno, il paradigma dell'eco-sistema informativo (i.e. dello Stato e del vivere la Cittadinanza) perchè sia ispirato a valori che, riducendo molto -  per opportune esigenze di brevità - ad un concetto noto, mi piace definire semplicemente Slow, in cui i parametri di competitività arrivano a contemplare la qualità "sia lato Supplier sia lato Purchaser".

Segnalo, in tema, tre iniziative, magari a voi già note che prendono come riferimento, come dire, il "senso etico delle cose".



Impronta Etica è un'associazione di Imprese che sviluppano una strategia di Responsabilità Sociale e che, di tale Responsabilità Sociale, fanno una leva di innovazione e competitività, non uno strumento di marketing. Dalla pagina di presentazione si legge:

Lo scopo dell'associazione è favorire lo sviluppo sostenibile, creando un network tra imprese e organizzazioni che intendono l’impegno sociale come parte essenziale della propria missione e si attivano in pratiche di responsabilità sociale.

Obiettivo prioritario è mantenere collegati gli associati tra essi, metterli in relazione con analoghe istituzioni nazionali, farli partecipare attivamente ai network internazionali sovranazionali che trattano di business ethics e accountability.



Etinomia è un'associazione nata nella Valsusa che ha costruito, intorno alla filosofia notav, il proprio manifesto di cui riporto i brani iniziali:
L’Etinomia prende corpo in Valsusa nel corso della profonda crisi economica e finanziaria che caratterizza con evidenza la seconda parte dell’anno 2011. Per opera di un centinaio di realtà imprenditoriali non solo Valsusine, Etinomia assurge a concetto concreto con l’obiettivo di superare la storica contrapposizione tra Etica ed Economia, valorizzando la centralità dell’uomo nel contesto territoriale in cui vive e lavora. Accanto agli imprenditori, ai commercianti, ai professionisti, agli agricoltori e agli artigiani operano comuni cittadini nella volontà di affermare che la ricerca di trasparenza, onestà e rispetto sia in grado di superare qualsiasi distinzione di classe.

La Valle di Susa, per conformazione geografica, è da sempre interessata da fenomeni di traffico che l’hanno resa via privilegiata di transito verso i territori francesi oltralpe. Nel corso degli ultimi decenni la concentrazione di opere infrastrutturali straordinarie per dimensione ed impatto ha invitato la popolazione ad un confronto critico e preparato con chi propone attività ed azioni in grado di ledere potenzialmente il benessere e la stabilità degli abitanti. Questa vocazione critica si è tradotta in un impegno civile diffuso e radicato, un vero laboratorio sociale in grado di fornire risposte concrete alle domande che la profonda crisi economica ci pone innanzi: con tali riferimenti, rivendicando la origine territoriale della costituenda Associazione (Made in Valsusa), si intende ispirare la diffusione di tale ricchezza su tutto il territorio regionale e nazionale, nella speranza che tramite lo scambio di conoscenza ed esperienza si promuovano analoghe iniziative e vocazioni.



ETicaNews.it è invece una iniziativa editoriale che si avvicina moltissimo alla pratica dell'Editoria Sociale alla Yunus. La differenza sta nel fare affidamento ad una Fondazione per il finanziamento. E' un ottimo inizio, però, dato che il proposito di diventare Wikileaks italiano, per quanto ambizioso, riflette perfettamente lo spirito [così si legge dal Chi Siamo]:
diffusione di notizie in maniera indipendente, senza sottostare ad alcuna pressione esterna.

Sono queste le Imprese/Iniziative/Associazioni alle quali chiedere uno sforzo (ETicaNews.it in effetti già è proiettata in questa direzione) per dare, nella pratica, un senso etico anche al mondo dell'Informazione; per imprimere una svolta Sociale (non Social, intesa come Social Media) divenuta ormai imprescindibile per chi deve/dovrebbe avere l'alta responsabilità [per l'appunto] sociale di rendere al cittadino gli strumenti per Leggere e Capire lo Stato in cui vive. 
[Altro che Repubblica.it! - e non sono solo io a fare polemica]

mercoledì 21 settembre 2011

Io Non Sono un Cantinaro

Sono passati ormai quasi nove anni da quando, insieme ad alcuni miei amici del paesello, ci lanciammo nell'avventura della Cooperativa Convivium di Servizi Turistici. Avevo già una busta paga ma è evidente che volevo anche altri stimoli e coltivare nuovi interessi e passioni.

A quei tempi, almeno alle mie latitudini, avere un Sito Internet era un'autentica rarità; d'altra parte la scelta di venderci sul Web a me appariva l'unica possibile per farci conoscere. Per qualche anno la cosa ha funzionato. Poi, ritrovatomi da solo, mi sono dovuto arrendere e pensare ad altro!

Con un sorriso ricordo le nottate su Internet a trovare gli indirizzi e-mail delle Agenzie Viaggi italiane alle quali avremmo poi mandato il nostro materiale. Collezionai centinaia e centinaia di indirizzi senza pormi troppo il problema di dove quelle Agenzie si trovassero e cosa di preciso vendessero nel territorio in cui operavano. Le contattai tutte. Risposte: nessuna!

E andò più o meno così anche con i tantissimi indirizzi e-mail di cittadini che avevamo raccattato mettendo insieme le rubriche outlook di amici, e di amici di amici.

Dopo così tanti anni mi dispiaccio ancora di una esperienza che avrebbe meritato, se non altro per la passione che almeno io ci mettevo, molto più successo. A quei tempi mi sembrava di aver fatto un lavoro eccellente; adesso dico che mancava metodo e professionalità. E questa fu la causa di almeno un paio di errori: l'ambizione di sostituire la politica del tutto assente (anche per mancanza di fondi) dell'Amministrazione Comunale e l'analisi del target!

Non ero e non sono un professionista e, pur sapendolo nella teoria, non potevo certo immaginare quanto invece importante fosse nella pratica la selezione del target, di quegli indirizzi e-mail da contattare.

Ecco perchè, dopo nove anni, dopo aver letto tantissimo altro sull'argomento, mi meraviglio che ci siano agenzie affermate che si permettono ancora il lusso di sbagliare:

  1. selezionando indirizzi e-mail come facevo io in mutande le notti nell'estate del 2003;
  2. inviando inviti ad eventi assolutamente non in linea con il profilo proprietario dell'indirizzo
  3. esaurendo una discussione online con un intervento non all'altezza delle competenze riconosciute

Sto agendo di impulso, ne sono consapevole. E probabilmente sto facendo la cosa più grande di quella che è ma se hai prelevato l'indirizzo dal mio profilo blogger, proprio da quel profilo puoi facilmente leggere che:

  1. sono interessato a Marketing, Web Marketing, Comunicazione, Strategie, Promozione Turistica, Matematica Applicata al Web, Statistica, Sommelierie, Enogastronomia,    Astronomia, Editoria, Social Media.
  2. i miei film preferiti sono Il Nome della Rosa, Fuga per la Vittoria, Romanzo Criminale, Mio Fratello è Figlio Unico, Il Miglio Verde
  3. i miei libri preferiti sono quelli di Saggistica.

E, quindi, ti ritrovi su un piatto d'argento delle preziosissime informazioni che non dovrebbero farti fallire.



Guadagno il mio pane e pago le bollette lavorando in un reparto che si chiama Offerta Tecnica e, prima di sbilanciarmi con un potenziale Cliente, se ho dei dubbi, mi consulto con i miei colleghi per essere certo di non sbagliare. Perchè, grazie al cielo, ho ancora la passione giovane e incosciente di chi vuole cambiare il mondo. E perchè così, quando mi ritrovo in un meeting posso mettere con orgoglio, dopo il saluto, il mio nome, il mio cognome e la nazione di provenienza, anche il mio titolo. Sicuro di essermelo guadagnato sul campo.

E, per fortuna, dopo dieci anni, non sono ancora diventato un cantinaro!

Aggiornamento delle ore 10.00

Faccio l'embed della discussione su FriendFeed segnalando il nuovo intervento di Marco Massarotto:
@Marco credo ci sia un equivoco di fondo, la mail non era un invito a partecipare al Kisser Casting. Abbiamo contattato qualche decina di persone, che si occupano di aree diverse quali tech, marketing e lifestyle per segnalare la notizia e l'utilizzo di facebook per scegliere il protagonista di uno spot che sarà molto popolare. Non certo per invitare i destinatari al Casting, che sarebbe ridicolo, appunto. Lo scopo era far sapere a persone che riteniamo interessate una modalità innovativa di utilizzo della rete e di incrocio tra adv e social media. Forse (anche se il tuo caso di misunderstanding è l'unico) c'era un margine di ambiguità nel messaggio (ora vado a rivederlo, scusa ma sono in viaggio da ieri) e probabilmente non sei comunque interessato anche se (citando il tuo blog) ti interessano le "Esperienze nelle Applicazioni Web del Marketing e delle Comunicazioni" e questa ne è una :) Ad ogni modo mi dispiace che la cosa abbia generato entropia in un modo o nell'altro. 

La questione viene liquidata in questo modo ma la discussione continua.

Qualcuno dice che c'è esagerazione. Io penso sia solo questione di fare bene il proprio mestiere: è prababile io fossi in target ma allora, se ho capito male, il problema è di Comunicazione.
Per il resto giudicate voi.


Aggiornamento delle ore 14.30

Faccio l'embed anche della mini-discussione nel 3d seguito alla segnalazione di PierLuca di questo post.



Segnalo inoltre la favoletta di Gluca, fresca fresca di giornata dalla quale estraggo un passo simpatico:

Le agenzie sempre più grosse diventavano impersonali come le aziende per cui devono lavorare, gli inviti assomigliavano sempre più ai comunicati stampa, i post di ringraziamento sembravano Adsense, la distribuzione dei prodotti in regalo erano sempre più simili agli aiuti umanitari buttati dagli elicotteri dell’ONU, le presentazioni diventavano sempre più uguali alle vendite del Bimby o del Tupperware.


Aggiornamento del 22 Settembre

Non posso non segnalare il pezzo del Giornalaio che oggi, segnalando la discussione, ci parla di Comunicazione di Crisi e Social Media proponendo una interessante infografica che qui riporto (questa la fonte).
 



mercoledì 6 luglio 2011

Hub e [dinamiche sulle nuove] Piattaforme Sociali

Gli appunti che vi propongo sono frutto di un merging (il più possibile ragionato) che ho fatto di due discussioni innescate su FriendFeed e su Google Plus da uno stesso "spunto":

"Qualcuno mi spiega cosa volete dire quando parlate di Hub? Tipo, che significa 'sta frase? Blogs are still the hubs of a social media world"

Prima di procedere, però, credo sia interessante (spero anche per voi) fare qualche considerazione sulle dinamiche che ho osservato nelle due Piattaforme Sociali; da esse, però, non è possible ovviamente ricavare nessuna conclusione generale. Sia su FriendFeed sia su Google Plus le chiacchierate non sono durate più di tre ore; nella prima piattaforma sono state coinvolte sei persone e ci sono stati tredici commenti totali; nella seconda, invece, sono intervenute quattro persone per un totale di quindici commenti. C'è stato, quindi, un sostanziale equilibrio nei numeri.

La discussione su Google Plus, però, sembra essere stata all'insegna di una maggiore creatività. Probabilmente le Persone si sono messe maggiormente in discussione dedicando maggiore spazio alla riflessione, alla sperimentazione. Qualcuno ha anche scherzato! Su FriendFeed, invece, ho visto molto più pragmatismo e realismo.

Un'ultima notazione: chi è intervenuto su FriendFeed non l'ha fatto su Google Plus (e viceversa).





Ma cos'è un Hub? Se ne può cambiare l'interpretazione al mutare di una strategia?


E' per me ormai ovvio che l'hub rappresenta uno snodo, un punto di passaggio, direi un'interfaccia da un punto ad un'altro della Rete, da un nodo ad un'altro di un Network allargato che comprende potenzialmente tutte le Piattaforme (Motori di Ricerca, Blog e Piattaforme Sociali varie). Un Hub è, quindi, un punto di transito dove non ci si deve/dovrebbe fermare. In un sistema semplificato in cui si immaginino solo mezzi e contenuti, credo si possa dire che l'Hub sia il mezzo su cui viaggiano i contenuti. E il valore che pian piano si aggiunge al processo che coinvolge mezzi e contenuti è tanto nella qualità dello spunto dato da chi ha originato il contenuto quanto nella qualità delle discussioni da esso scaturite (a loro volta contenuti, i cosiddetti UGC); una qualità delle discussioni che, inevitabilmente, dipende anche dal mezzo utilizzato: ogni contenuto avrà la migliore piattaforma (anche in termini di "packaging").

Nel caso di un obiettivo di Business che individui nel Blog o nel Sito che lo contiene (perchè in esso c'è un form di contatto, una pagina prodotto con un e-commerce, un numero verde da contattare, etc.) la sua attuazione, credo che l'Hub sia la Piattaforma Sociale (e.g. Facebook). E' attraverso la Piattaforma Sociale che bisogna convogliare le Persone verso il contatto o l'acquisto. In questo caso l'approccio è lineare e, in qualche modo, per quanto complicato da una serie di retroazioni/feedback, unidirezionale. D'altra parte un obiettivo di Business potrebbe prevedere anche una strategia che inneschi un processo circolare: l'importante è discutere ed essere al centro del racconto (del Social Object per riprendere la terminologia di Mafe nel suo World Wide We) indipendentemente dallo spazio in cui il racconto ha luogo e dal nodo da cui esso ha origine.

Se l'obiettivo è sociale (i.e. di crescita delle Persone viste in primo luogo come Cittadini), è invece molto più probabile che l'approccio sia/debba essere circolare. Il mezzo, cioè, passa in secondo piano per dare spazio soprattutto al contenuto (lo spunto); purchè esso sia distribuito dallo/nello spazio più opportuno (vedi anche Regola numero 5. del Giornalaio!).

Augurandomi l'innesco di un processo circolare, sono, come sempre, graditi i feedback.

Aggiornamento - Faccio l'embed della discussione di FriendFeed, arricchitasi con altre impressioni.


martedì 29 marzo 2011

Social Networking e Differenze tra Ceti


Dallo studio di Yahoo Research, Who Says What to Whom on Twitter [via], sintetizzato da Vincenzo Cosenza e Roberto Favini, risulta che l'attenzione rispetto agli argomenti e alle informazioni circolanti suTwitter sia un fenomeno sostanzialmente omofilo (ci si ascolta praticamente soltanto "tra pari"); emerge anche che circa il 50% delle informazioni provenienti dai media arrivano agli utenti attraverso uno strato diffuso di opinion leader. Un altro dato, tra i tantissimi altri, molto interessante è che le informazioni che hanno maggior vita sono quelle generate dai blogger e che hanno, come soggetto, principalmente musica e video.

Riassumendo: tra pari ci si parla moltissimo e le contaminazioni di ceto sono rare. Tuttavia, tramite degli intermediari di rango, gli argomenti che arrivano di più e che resistono di più al tempo, sono i contenuti musicali e video generati maggiormente da blogger.

Sarebbero diversi gli spunti di riflessione sui risultati di questa ricerca. Ve ne propongo qualcuno.

1. Omofilia. A quanto pare la contaminazione tra appartenenti a diversi ceti sociali è rara su Twitter (a conferma che le differenze tra l'online e l'offline sono molto meno nette di quanto si possa ritenere). Non è scontato si otterrebbero simili risultati ricercando in altri Network diversi con conversazioni aventi dinamiche diverse da quelle che hanno luogo in Twitter; tuttavia, esponendomi - per l'avvertenza appena data - al rischio di generalizzare, mi viene da dire: se è così difficile che si parlino due diversi ceti sociali online, come si può sperare che riescano a comunicare la casta online e quella offline? Come si può, cioè, pretendere di mettere in comunicazione gruppi residenti su piattaforme diverse se è già diffile che si parlino gruppi abitanti la stessa piattaforma? Per chi, come me, auspica l'azione di ambasciatori dell'online che portino le nostre istanze fuori dal mondo che abitiamo non è un bel messaggio!

2. Le Imprese. Come si può pensare, in un simile scenario (mi espongo ancora al rischio di sbagliare generalizzando), di mettere in contatto le Imprese con le Persone? Ce lo ha già spiegato molto bene Mafe nel suo libro (vediamo ora cosa ci dirà Marco Massarotto nel suo Social Network); con questo studio di Yahoo Research se ne può sintetizzare il senso in cinque parole: annullando la differenza di ceto. Stabilendo, cioè, contatti tra Persone e Persone e non tra Persone e Impresa (una prima azione: profilo personale e non aziendale soprattutto per le piccole imprese) [anche per cercare di riprodurre il più possibile quello che continua ad accadere maggiormente offline].


3. Le News. Lo studio dimostra che ci sono molti collegamenti tra i Media e il ceto dei Blogger con una fitta comunicazione reciproca in termini sia di tweet sia di re-tweet. Lo studio, come detto, rivela anche che i tweet dei Bloggers sono molto persistenti. I numeri, in buona sostanza, tenderebbero a dimostrare quanto efficace potrebbe essere percorrere la strada social per le notizie [multimediali] online e quanto opportuno sarebbe almeno sperimentare un modello che tenda a premiare ogni diffusore della notizia. Un premio riconosciuto sia ai Media che l'hanno generata (pagamento della notizia) sia ai Blogger (microguadagno per la condivisione), cioè sia alla Testata Giornalistica sia al Lettore nell'ambito di un ecosistema quanto più largo possibile visto come luogo di un processo che ne uscirebbe, così, incredibilmente dinamicizzato: la generazione di senso.

Commenti? Altri spunti?

Nota: ho utilizzato le definizioni di casta e ceto del libro di Alessandro Cavalli, Incontro con la Sociologia, secondo cui la Casta è un gruppo sociale al quale si appartiene in linea di principio esclusivamente per nascita; il Ceto, invece, è un raggruppamento di individui che hanno in comune un criterio di appartenenza socio-professionale.

giovedì 10 marzo 2011

Apparati, Formaggi, Libri e Comunicazione [Interna ed Esterna]

Il mio lavoro mi ha portato in questi giorni ad Amsterdam all'ATC Global 2011; per diletto e per passione, invece, in quest'ultimo anno sono stato a Torino al Salone Internazionale del Libro e al Salone Internazionale del Gusto.

Ciò che lega questi appuntamenti sono la presenza di stand e l'opportunità di seguire seminari e partecipare a workshop. Altrettanto evidenti sono le differenze.



Gli espositori dell'ATC Global sono le industrie del cosiddetto ATC (Air Traffic Control) e gli enti governativi (per l'Italia c'era ENAV - mamma mia quant'è brutto il sito!). Si tratta di una fiera che definirei del B2B.



I Saloni del Libro e del Gusto, invece, sono anche B2C (ho acquistato direttamente negli stand formaggi e libri!)

Mentre oggi, tra un seminario e l'altro, mi aggiravo tra gli stand di Boing o Airbus facevo delle riflessioni che, sicuramente, avevano (ed hanno) un impianto sbagliato ma che mi hanno portato ad una conclusione difficilmente confutabile.

Parlo di impianto sbagliato perchè è vero, è sbagliato paragonare una fiera B2B ad una B2C; è altrettanto sbagliato paragonare un apparato da installare nella cabina pilotaggio di un aereo ad un formaggio o un libro; conseguentemente è del tutto fuori luogo mettere sullo stesso piano un Customer di Airbus e un Cliente di un caseificio svizzero.

Ma ciò che è evidente è quanta differenza passi tra il formalismo della giacca e cravatta di un Sales Manager e il calore dell'accoglienza di un maestro formaggiaio e parannanza annessa.

Così come è altrettanto evidente la differenza tra la freddezza con cui l'uomo dalle mani curate descrive il suo Prodotto e la passione con cui l'altro, che le mani curate non ha, ne offre un pò del suo (Prodotto) prima di convincere il fortunato assaggiatore ad un conveniente acquisto.

Di fronte a tali (scontate) verità ho riflettuto sulle ragioni di queste diversità di approccio alla Persona (il Customer o il Cliente) e di atteggiamento (freddezza e calore). All'ATC Global è come se le Persone agli Stand conoscessero poco l'oggetto che avevano il compito di descrivere e vendere; al Salone del Gusto e alla Fiera del Libro, invece, chi vendeva, il Prodotto, lo conosceva benissimo (il maestro formaggiaio aveva le mani unte; di alcuni libri mi è capitato di ascoltare la presentazione dell'autore; di un altro ho addirittura l'autografo).

Da cosa potrebbe dipendere la mancata conoscenza di un prodotto presentato ad una B2B con la conoscenza di un prodotto venduto ad una B2C (sono convinto che questa non sia la regola)? La mia risposta è: una deficitaria (o assente) comunicazione interna.

Questo ragionamento, fatto partendo dall'evidenza e concluso su un punto sicuramente discutibile [perchè sono consapevole che l'approccio alla persona e l'atteggiamento fatti di formalismo e freddezza di una grande azienda che firma contratti per svariati milioni di euro siano opportuni e necessari; così come sono convinto che non sia una regola avere in uno stand di una fiera B2B un Vendiore che non conosce ciò che vende] mi serve come strumento per affermare un concetto (banale solo nella teoria):

se non funziona la comunicazione interna, si è condannati (quantomeno) a fare più fatica nella comunicazione verso l'esterno. E non sono certo io a dover dire delle conseguenze di una fallimentare strategia di comunicazione esterna.


Di un'altra cosa sono certo: in una società come la nostra basata sulla conoscenza, e che (quindi) sulla conoscenza stessa basa l'economia, quanto meglio potrebbero andare le cose se il travaso di informazioni, dati e (per l'appunto) conoscenza tra Reparti, fosse più sistematico e fluido di quanto invece (in media) non sembra essere!

domenica 6 febbraio 2011

Abilitatori Tecnologici e Abilitatori Sociali


Ho appena terminato la lettura de Il Dono al Tempo di Internet di Marco Aime e Anna Cossetta, un saggio che reputo il migliore tra tutti quelli che da poco più di un anno mi accompagnano e condiscono la maggior parte dei miei post.

Ho chiarito diverse cose e riempito qualche casella di un puzzle che pian piano va componendosi in un percorso che confesso essere davvero entusiasmante.

Con la rivoluzione industriale le Persone si spostano dalle Campagne alle Città sviluppando, praticamente per forza di cose, una indole individualistica. I valori intorno ai quali si erano cementate le famiglie patriarcali, quindi, si sfaldano insieme alle famiglie stesse in un processo di liquefazione della Società (Bauman). Liquefazione che coinvolge anche e soprattutto le Istituzioni.

A questo punto, continua Bauman,
le Persone vanno alla ricerca di legami; legami che, però, per l'assenza di valori tradizionali e abitudini comuni, non si può ambire siano troppo stretti, duraturi, stabili.

Ed è qui che la Rete è riuscita ad incarnare le aspettavive
. Perchè la Rete, fondamentalmente, crea delle semplici connessioni, dei contatti. Dice ancora Bauman: la Rete non riesce a creare una vera e propria collettività.

A questo punto il bicchiere mezzo vuoto è la visione di Malcolm Gladwell [la Rete non può fare la rivoluzione in grado di cambiare lo stato delle cose perchè non facilita la militanza politica ad alto rischio]; ma il bicchiere mezzo pieno è che, se la Rete non ci fosse stata, probabilmente - mi pare un pensiero logico - la società (ed ogni suo singolo membro) sarebbe rimasta schiacciata dal peso dell'individualismo con un conseguente stallo.

In un tale quadro, come si fa a non riconoscere alla Rete il suo Ruolo Sociale? E, proprio per il ruolo sociale che ha, come può lo Stato non farsi, lasciatemi dire, provider (Internet Service Provider)?

Un passo fondamentale perchè poi la Società progredisca per merito di abilitatori che, da tecnologici, si facciano, per l'appunto, anche sociali.

E chi sono gli abilitatori sociali?

Almeno un paio:

  1. ancora una volta lo Stato a garanzia dei livelli minimi di circolazione di notizie e informazioni come spunto di un percorso che, attraverso conoscenza e innovazione, porti alla saggezza [cioè ad una "Società migliore"]
  2. le Imprese quando diventino, con un Marketing come Mafe lo intende nel suo World Wide We, davvero socialmente responsabili.

Mi piacerebbe proseguire con voi il ragionamento pronto, come al solito, a tornare indietro e ad accogliere pareri e correzioni di chi ha le mie stesse passioni e titoli che io non ho!

sabato 22 gennaio 2011

ITA vs USA tra Senior e Junior [e altri appunti]

I dati dell'utilizzo di Internet in Italia [anno 2010, via LSDI], soprattutto se comparati con quelli analoghi degli Stati Uniti [via eMarketer su Facebook], sono davvero interessanti [fare click per ingrandire, in basso ne pubblico una versione eventualmente editabile].


Leggendoli si scopre, ad esempio, che lo scambio e-mail rappresenta la maggiore attività tanto negli Stati Uniti quanto in Italia anche se le percentuali sono nettamente a favore degli USA.

Basti notare, infatti, che la percentuale di Italiani che si scambiano e-mail è praticamente identica a quella degli Statunitensi che si informano su Internet. Una differenza di abitudini davvero impressionante.

Noi, per le news online, siamo ad un più modesto 44%.

Rimanendo in ambito news, se si guarda la fascia Senior [quella dai 50/60 in su], si nota una differenza: mentre negli Stati Uniti al crescere dell'età si va anche parecchio sotto la media [dai 65 anni in su si è sempre sotto il 75% totale], in Italia sembra che invece proprio la fascia Senior contribuisca ad innalzare la media nazionale [il discorso credo rimanga valido nonostante la media ISTAT tenga conto anche di una fascia di giovanissimi che, quindi, inevitabilmente tende ad abbassarla].

Come dire: la fascia Senior, per l'industria delle Notizie Online, è più promettente in Italia di quanto non lo sia oltreoceano. Per quanto, c'è da dirlo, il raggiungimento delle quote americane sembra abbastanza lontano da venire per responsabilità che non mi sentirei di imputare esclusivamente al lato dell'offerta.

Un dato interessante è la voce delle sottoscrizioni di abbonamenti per le news [un confronto con gli USA non è possibile per la mancanza del dato relativo].

L'intensa attività dei Senior italiani, appena evidenziata nella ricerca delle news online, sembra arrestarsi a favore dei più giovani quando si tratta di effettuare dei pagamenti [sebbene in abbonamento]. Ritengo che, più che una questione di mancato riconoscimento di un valore e della connessa utilità, sia un fenomeno di carattere puramente tecnologico legato alle barriere all'acquisto dei sistemi di pagamento online; sistemi che, in Italia, risultano evidentemene maggiormente accessibili per i giovani.

Tre almeno le indicazioni, quindi, per l'Editoria online italiana [già sviscerate altrove]:

  1. destinare sforzi e investimenti al settore trasversalmente alla demografia del mercato per l'esistenza di notevoli margini di miglioramento [possiamo porci l'obiettivo di acquisizione delle quote americane? Personalmente credo di si];
  2. non perdere di vista i Senior;
  3. snellire le modalità di pagamento.




Quello che colpisce dei dati è l'assenza, per l'analisi italiana, di voci analoghe a quelle USA relative al rating di prodotti/servizi/persone e alla cura di un blog personale. Questo, oltre ad un colpo d'occhio su alcune altre voci italiane [Cercare Informazioni su Merci, Ascoltare Radio, Guardare Programmi sul Web, Scaricare Software, Vendere Merci] mi fa pensare ad una logica domestica più all'insegna del predere che del dare.

Siamo realmente pronti qui in Italia ad un'autentica socialità? E, contestualmente, a stare dentro piattaforme che ne abilitino le dinamiche [ivi compresa l'Editoria]? Abbiamo le capacità di muoversi dentro un gruppo?

Siamo alle solite: il problema, prima di ogni cosa, è di carattere culturale. E il dubbio è: quanto l'abilitazione delle tecnologie potrebbe influenzare la [nostra] cultura?

La raccomandazione è comunque di superare il primo ostacolo: offrire tecnicamente l'opportunità!

Update 4 Marzo 2011
Una ricerca eMarketer: Increasing Digital Exposure for America’s Biggest Spenders: Grandparents

Grandparents are a large and influential consumer segment

Grandparents are a powerful force in the US economy. According to Nielsen, grandparent households spend 4.4% more each year than all other households. And, it’s no secret they love to spend on their grandkids. Almost 40% of grandparents in the Nielsen data said they provided support such as clothing or food for their grandchildren. During the next few years, grandparents are set to become an even more powerful consumer segment. Nielsen reports the population of 69.6 million grandparents currently in the US will rise 11% by 2015.

One effect of the recession has been a rise in the number of grandparents living with younger family members. According to a March 2010 Pew Research Center study, the number of Americans living in multigenerational households rose to 49 million in 2008, representing 16.1% of the population. Those are households with at least two adult generations or grandparents and another generation. This trend had been in motion ever since the proportion of multigenerational households hit a low of 12% in 1980, though economic conditions have certainly contributed to recent rises.

Additionally, Pew reported in September 2010 a sharp rise in the number of children being raised by their grandparents since the start of the recession, to 2.9 million in 2008. Overall, one in 10 children, or 7.1 million, live with a grandparent.

These trends, while unfortunately due in part to a poor economy, may also be helping expose grandparents to more digital media. Traditionally, older adults and seniors have been laggards of internet use. With computers now in most households, and children and teens highly immersed online, grandparents will learn by proximity. Baby boomers, soon to be the next generation of grandparents, also show a more general proclivity for computers than their predecessors.

According to Nielsen, “expecting” grandparents were involved in a variety of online activities. Four out of five were exchanging email, while nearly a third or more were accessing health info, visiting social networks, or getting weather and directions on the web. One-half were paying bills online.




Pew also reported that social networking usage had doubled from 2009 to 2010 among boomer and senior internet users overall. eMarketer estimates that 49% of 55- to-64-year-old internet users will use social networks in 2011 and forecasts that boomers and seniors will continue to be among the fastest-growing segments in terms of social network usage.




Youth marketers should be aware of the growing grandparent population and their proclivity to make purchases on behalf of the younger set, while marketers targeting older adults should note the growing role digital plays in their lives, boosted by the increased numbers of grandparents living with children.

domenica 12 dicembre 2010

(iper)locale. Selezione del target!


Qualche settimana fa, parlando del giornalismo iperlocale esprimevo delle perplessità. Quanto grande deve essere il bacino di utenza per la distribuzione di un contenuto perchè la si possa ritenere iperlocale? Dal mio punto di vista il bacino deve essere molto ristretto: almeno in termini geografici.

Dopo qualche lettura [Galassia Internet di Castells appena completato] e qualche giorno in più, aggiungo un tassello: quale deve essere il target? Ponendo la questione in termini forse più chiari: quale deve essere l’obiettivo di un distributore di contenuti su base iperlocale su Web per giustificare [i.e. sostenere] i costi della distribuzione stessa? In altre parole: che tipo di contenuto deve essere distribuito e a chi?

Pasteris a Roma, a propisito dei Modelli di Business del giornalismo, parlava di servizi al contorno. Da questo parto per dire che, probabilmente, sono proprio quei servizi al contorno che una piattaforma iperlocale dovrebbe erogare ad un target composto dai cittadini residenti e dai turisti. Servizi [che a questo punto non sarebbero più da etichettare come al contorno] e solo quelli!

Nel primo caso mi riferisco a comunicazioni istituzionali, consultazione documenti, statistiche etc; nel secondo caso mi riferisco alla promozione turistica del territorio prima, durante [piattaforme anche mobili] e dopo la permanenza del turista. A questi sommerei il servizio Bibliotecario così come Michele Rosco lo descriveva nel suo “Il marketing dell’informazione e della conoscenza” più volte citato in questo blog [recupero delle tradizioni per la popolazione e crescita della competitività delle Aziende su mercati locali e non].


Tali banali [e opinabilissimi] passaggi logici portano alla definizione dell’unica persona giuridica che dovrebbe farsi carico della distribuzione di tali contenuti/servizi: l’Amministrazione Comunale [a tal proposito c'è chi si sta spendendo tantissimo sull'argomento con ampie visioni e prospettive].

Lasciamo ai quotidiani cartacei locali il compito di fare notizia [ovviamente locale] e alla Piazza la piattaforma di discussione.

Riserviamo, invece, al Web l’erogazione dei servizi e lasciamo che diventi finalmente la tecnologia abilitante una crescita sociale ed economica locale.

Un dubbio [che rimette in discussione le conclusioni di questi miei appunti]: quanto esteso [numericamente] dovrebbe essere un target per rientrare in modo apprezzabile dai costi sostenuti per un ipotetico servizio di giornalismo iperlocale su Web atto soltanto a "soddisfare la curiosità" di residenti lontano dal proprio Comune [emigrati, lavoratori all’estero, studenti fuori sede e quant'altro...]?

domenica 21 novembre 2010

Parola d'Ordine: Fiducia!


Ho finito di leggere in questi giorni il libro Homo Oeconomicus? Dinamiche Imprenditoriali in Laboratorio, curato da Giuseppe Garofalo e Fabio Sabatini.

Un trattato davvero interessante che mette sulla buona strada chi, come me, è alla ricerca di un'equivalenza [oserei dire matematica] tra Capitale Sociale e Capitale Materiale (i.e. Euri). La risposta precisa nel libro non c'è ma sicuramente tanto la trattazione teorica quanto quella pratica [esperimenti di laboratorio con la Teoria dei Giochi] portano sulla buona strada o almeno confortano alcune mie convinzioni.

Non si parla di Web, non ci si riferisce ai contatti online, ma ogni qualvolta ho letto le parole rete, network, connessione, è stato per me immediato pensare a Internet come possibile tecnologia abilitante. La mancanza di riferimenti al mondo che tanto amiamo non ha rappresentato assolutamente un limite; anzi mi permette, ora, di avere una visione generale e per nulla polarizzata su posizioni che, altrimenti, apparirebbero a chi sceglie ancora di starne fuori [da questo mondo] di parte.

Non mi sono, quindi, per niente meravigliato nel ritrovare un punto di fondo che Castells evidenziava già qualche anno fa nel suo Galassia Internet:

Utilizzando Internet come mezzo fondamentale di comunicazione ed elaborazione delle informazioni, l'azienda adotta il network come propria forma organizzativa. Questa trasformazione sociotecnologica permea l'intero sistema economico e influenza tutti i processi di creazione, scambio e distribuzione di valore.

E non credo di distorcere il senso del discorso se lo completo riferendomi nuovamente ad alcuni passi del libro di Rosco, Il Marketing dell'Informazione e della Conoscenza, che individuava [ai tempi in cui Castells scriveva il suo Galassia Internet] nelle Biblioteche [meglio se sul Web] l'abilitatore di tali dinamiche di accesso alla conoscenza come base per decisioni di carattere imprenditoriale.

In Homo Oeconomicus, infatti, si dice anche:

Un’efficiente rete di relazioni tra unità produttive locali può così costituire elemento di slancio per l’economia di un territorio e fornire una valida spiegazione alle migliori performance delle imprese in essa inserite, rispetto a quelle esterne alla rete stessa.

Mi verrebbe da parlare quindi, riassumendo [la terminologia - di sicuro impropria - è mia], di: Connessioni Verticali [quelle tra Impresa e Conoscenza servendosi, eventualmente, di una Biblioteca Online] e Orizzontali [quelle tra Colleghi all'Interno di un'Impresa e, meglio ancora, tra Imprenditori di Aziende diverse].

Una cosa è certa: la presenza di Capitale Sociale [opportunamente abilitato] migliora le performance del sistema economico. Definirlo come un circolo virtuoso che, in un certo senso riesce ad alimentare se’ stesso, non mi sembra sbagliato [e credo che questa affermazione non sia in contrasto con la raccomandazione degli autori di non considerare il Capitale Sociale come la sua misura.].

Un circolo virtuoso fatto di connessioni, di rete, di scambio di comunicazioni, di accesso alle informazioni, alla conoscenza e, soprattutto, di fiducia reciproca.

Ed è proprio quello della fiducia il tema maggiormente trattato nel libro; un tema poi sviscerato - come anticipavo all’inizio - anche tramite esperimenti di laboratorio condotti nel mondo imprenditoriale e non, della Tuscia Viterbese.

Mafe, nel suo World Wide We ha già presentato alla perfezione il potenziale effetto benefico delle Reti Sociali Online per le Imprese introducendo un elemento ulteriore, quello che poi in effetti fa la differenza: la connessione con i Clienti [odio questo termine ma se avessi detto Persone forse avrei generato - ulteriore!? - confusione].

Un diverso o complementare punto di vista mi ha permesso di ritrovare in Homo Oeconomicus anche degli elementi che possono tornare utili nella questione dell’Editoria.


Uno su tutti: la fiducia! La fiducia è quella che, nell’ambito del modello micropagamenti/microguadagni, oltre a stabilirsi tra Giornalista/Autore [non a caso non parlo di Editore], si dovrebbe stabilire tra lettori. Un elemento che, in qualche modo, dovrebbe tenere il sistema lontano dal pericolo potenziale di predominio di logiche commerciali di compravendita di contenuti e notizie. Della serie: io lettore mi fido di te (lettore come me); non mi stai soltanto vendendo una notizia ma il piacere di discuterla con me! [discussione è da leggersi come processo di generazione di senso]

E la fiducia potrebbe rivelarsi il cardine di un altro meccanismo. L’innesco del processo di generazione di senso potrebbe/dovrebbe essere visto come un atto di fiducia di un responsabile del Pubblico nei confronti sia dell’Autore sia del Lettore. E la traduzione di questo meccanismo non è, a mio parere, la mera sovvenzione all’Editoria da parte dello Stato. Vedrei bene, ad esempio, un credito regalato dallo Stato al Lettore [in questo caso non in valuta sociale ma valuta materiale - i.e. Euri per acquistare un contenuto].

Uno studio del modello che includa il Capitale Sociale credo lo si possa affrontare anche inserendo, nel gioco affascinante di equazioni di cui il libro è ricco, alcune variabili specifiche che descrivano le azioni [quelle già in essere e quelle potenziali] tutti gli stakeholder e l’ecosistema nel quale essi si muovono.

Spero di trovare tempo per farlo. Mi fermo qui ansioso, come al solito, di ascoltare il vostro parere.

lunedì 8 novembre 2010

Editoria Online tra Genitori e Figli

Mi è capitato tra le mani l'ultimo numero del Journal of Social, Political and Economic Studies, un trimestrale statunitense. Sfogliandolo ho trovato un articolo: "Marketing Senior Citizens: Challanges and Opportunities".

Un articolo ricco di riferimenti e dati statistici su un argomento, quello della segmentazione del mercato per demografia, al quale personalmente non ho mai dato troppo spazio nei miei studi.

Le definizioni fornite del mercato Senior sono molteplici. La maggior parte delle fonti riportate dice mi porta a dire che, in termini anagrafici, esso sia formato dalle persone che hanno dai 50/60 anni in su. Considerando la scarsa crescita demografica, tale mercato è, quindi, molto promettente.

A livello mondiale, proprio per questioni demografiche, quello Cinese rappresenterà in futuro il più ampio mercato Senior. Attualmente, in Europa a farla da padrona è la Germania che ha la seconda popolazione più anziana del pianeta (la prima nazione è il Giappone).

Quello dei Senior è un segmento demografico che, dal punto di vista economico, ha un elevatissimo potere d'acquisto contro quello giovanile drasticamente e tristemente più basso.

Cerco ora di riassumere in un sintetico elenco le caratteristiche principali del mercato Senior che spingono gli autori dell'articolo a raccomandarne l'aggressione:

  1. Non è detto che quello dei Senior sia un segmento di persone sagge;
  2. I Senior hanno molto tempo per le loro decisioni d'acquisto;
  3. Si tratta di persone finanziariamente indipendenti e solitamente bene informate;
  4. Si aspettano comfort, competenza e semplicità;
  5. I Senior cercano autenticità;
  6. I Senior hanno una grandissima esperienza nei consumi;
  7. I Senior vogliono essere presi sul serio e rifiutano ogni tipo di pregiudizio e/o clichè [prendano appunti i comunicatori];
  8. Sono molto critici e sicuri di sè e diffidano dalle promesse;
  9. I Senior preferiscono il Brand e la Qualità rispetto agli sconti;
  10. I Senior solitamente coinvolgono altre persone nel loro processo di decisione di acquisto [quantomeno per il fatto che non acquistano soltanto per loro ma anche per figli/nipoti et sim.]

Sempre più, poi, sono i Senior che navigano su Internet [le maggiori attività su Internet sono quelle di ricerca sui motori, comunicazioni con altri attraverso e-mail e chiamate e di download di musica]; soprendentemente [almeno per me] sono sempre di più i Senior che procedono all'acquisto online [libri, vestiti, vacanze, scarpe, accessori per computer, elettronica, profumi, regali].

Volendo riassumere questa ricerca, direi che

i Senior hanno scoperto i benefici della piattaforma Web che i giovani conoscono da sempre; quello che differenzia i Senior dai giovani sono il potere d'acquisto e il tempo a disposizione. Affidandosi soprattutto ai Brand e alla Qualità, i Senior hanno anche iniziato ad effettuare acquisti online.

Una volta comprese le caratteristiche e le potenzialità di questo segmento di popolazione, la sfida, oltre che ovviamente sulla qualità dei Prodotti/Servizi [la creazione del valore e il modello di business saranno cruciali], è tutta nell'individuare i canali migliori sia di comunicazione sia di distribuzione.

L'online non sembra, a tal proposito, essere più un territorio off limits.




Utilizzando una chiave di lettura forse un pò forzata, ho cercato di ragionare anche sull'Editoria. Tante discussioni mi sono perso sull'argomento e di sicuro da qualche parte qualcuno avrà pensato, come me adesso, alla segmentazione del mercato delle notizie online per demografia.


Per i Senior, come detto, tra i primi posti delle attività online non viene citata la lettura dei quotidiani ma, per quanto riguarda gli acquisti, ai primi posti ci sono i libri. Questo a me dice che una propensione all'acquisto di un prodotto culturale/informativo c'è. Un buon articolo, insomma, potrebbe essere di sicuro un appetibile prodotto per un Senior connesso alla rete.

Mi si dirà che i Senior sono quelli che acquistano ancora il giornale cartaceo, vero. Ma è anche vero che l'articolo del Journal descrive questa categoria come anziana soltanto dal punto di vista anagrafico; per il resto sembrerebbe moltissimo al passo coi tempi!

Forzando ulteriormente, rifletto sul fatto che la grande attenzione al Brand rappresenta un vantaggio e uno svantaggio. Il vantaggio sarebbe per le testate giornalistiche più conosciute [attraverso il canale abituale/classico] che, ovviamente, dovrebbero comunque cimentarsi su questo terreno [non ho gli strumenti per capire se questo avviene già; lo svantaggio invece sarebbe per quelli che si affacciano al mercato online delle notizie soltanto adesso e che non possono godere della rendita di posizione dell'essere già stati su carta.

Ho imparato a leggere il giornale su carta grazie al mio Papà che lo acquista ancora oggi regolarmente; se non fossi stato abituato a questo, probabilmente ora non mi interesserebbe [come invece mi interessa] nemmeno leggerlo online. Voglio dire: cimentarsi oggi [online] con il target dei genitori, potrebbe fare, domani, dell'online il canale distributivo a pagamento delle notizie anche per i figli.

E, dal mio punto di vista, il profitto dell'Editore sarebbe soltanto un effetto collaterale!



Update 4 Marzo 2011
Una ricerca eMarketer: Increasing Digital Exposure for America’s Biggest Spenders: Grandparents

Grandparents are a large and influential consumer segment

Grandparents are a powerful force in the US economy. According to Nielsen, grandparent households spend 4.4% more each year than all other households. And, it’s no secret they love to spend on their grandkids. Almost 40% of grandparents in the Nielsen data said they provided support such as clothing or food for their grandchildren. During the next few years, grandparents are set to become an even more powerful consumer segment. Nielsen reports the population of 69.6 million grandparents currently in the US will rise 11% by 2015.

One effect of the recession has been a rise in the number of grandparents living with younger family members. According to a March 2010 Pew Research Center study, the number of Americans living in multigenerational households rose to 49 million in 2008, representing 16.1% of the population. Those are households with at least two adult generations or grandparents and another generation. This trend had been in motion ever since the proportion of multigenerational households hit a low of 12% in 1980, though economic conditions have certainly contributed to recent rises.

Additionally, Pew reported in September 2010 a sharp rise in the number of children being raised by their grandparents since the start of the recession, to 2.9 million in 2008. Overall, one in 10 children, or 7.1 million, live with a grandparent.

These trends, while unfortunately due in part to a poor economy, may also be helping expose grandparents to more digital media. Traditionally, older adults and seniors have been laggards of internet use. With computers now in most households, and children and teens highly immersed online, grandparents will learn by proximity. Baby boomers, soon to be the next generation of grandparents, also show a more general proclivity for computers than their predecessors.

According to Nielsen, “expecting” grandparents were involved in a variety of online activities. Four out of five were exchanging email, while nearly a third or more were accessing health info, visiting social networks, or getting weather and directions on the web. One-half were paying bills online.




Pew also reported that social networking usage had doubled from 2009 to 2010 among boomer and senior internet users overall. eMarketer estimates that 49% of 55- to-64-year-old internet users will use social networks in 2011 and forecasts that boomers and seniors will continue to be among the fastest-growing segments in terms of social network usage.




Youth marketers should be aware of the growing grandparent population and their proclivity to make purchases on behalf of the younger set, while marketers targeting older adults should note the growing role digital plays in their lives, boosted by the increased numbers of grandparents living with children.

domenica 1 agosto 2010

World Wide We [Grazie Mafe!]

Apro questo post innanzi tutto con un “Grazie!” a Mafe. A Mafe anche un “Scusami!” perchè, tra i tanti personaggi che a fine Giugno erano da PierLuca, quasi mi sono sentito un ladro. Davvero poca cosa, infatti, una stretta di mano per ringraziare di un regalo simile, il suo libro World Wide We. Alla fine, però, superato il senso di colpa, ho iniziato a leggerlo. E poi anche finito!

E’ stato come preparare un esame all’Università. Alla fine, ogni pagina ha la sua sottolineatura, la sua nota, il suo post-it. Ed ogni volta che ho ripreso la lettura [durata un mesetto tra impegni di lavoro e primi cazzeggi e sonnellini estivi] ogni sottolineatura, ogni nota ed ogni post-it mi hanno aiutato a riprendere il filo. E ad ogni ripresa mi sono scoperto a rimandare a mente quanto avevo letto per essere poi sicuro di comprendere ciò che mi apprestavo a leggere.

E’ stato un piacere! Mi sono lasciato trasportare dalla passione per la materia e sono rimasto affascinato dai numerosissimi link e riferimenti; ciascuno in grado di aprire un mondo. Con questo libro ho arricchito il mio background, sistematizzato informazioni, fissato conoscenze e acquisito metodo.

Ciò che mi ha fatto leggere con ancora più passione ed interesse questo manuale è il riferimento ad un paio di temi a me molto cari e sui quali in questo blog ho insistito parecchio: il Capitale Sociale e la Comunicazione [Interna/Esterna].

La crescita umana che si ricava dalle relazioni in rete è innegabile. Se a tale crescita si associa anche la comunicazione di un Prodotto o un Servizio in grado di rendere migliore la vita di chi appartiene ad una Community, si raggiunge l’obiettivo di un Marketing Etico; anzi, semplicemente del Marketing. La comunicazione, resa bidirezionale e personalizzata da tecnologie Web-based sempre più evolute [odio il termine Web 2.0, è una marketta e niente di più!], diventa quindi una discussione, uno scambio, una relazione; tutti fiori germogliati da un seme [Mafe lo definisce Social Object], che uno spirito etico e [lasciatemi dire] da educatore inquadra [o almeno dovrebbe] in un Concept Narrativo che appassiona e coinvolge: Capitale Sociale che cresce, insomma!


Il punto cruciale è il metodo di semina che solo un buon contadino può avere [o, forse meglio, che un buon contadino deve avere]. Fuori dalla metafora, cioè, il punto cruciale è la Comunicazione [in primis Interna] e l’appartenenza ad una Community: se si sa ben comunicare internamente si saprà comunicare sul Web; se al di qua della presenza online dell’Azienda c’è una Community [i.e. un Gruppo di Lavoro] che funziona, funzionerà anche la Community a cui si sarà appartenuto [o che si sarà creata] online. Un tuttuno [tra al di qua e al di là della presenza online - MCC direbbe tra il dentro e il fuori] che rafforza ancora di più una mia convinzione: il distinguo che si fa tra reale e virtuale è del tutto fuori luogo. La connessione che si crea in una Community online [a prescidere dal medium su cui la Community si basa] è fatta realmente tra persone; se tali connessioni non ci fossero, se l’amicizia su Facebook o il following su Twitter o l’iscrizione su FriendFeed non esistessero, non sarebbero nemmeno reali.


Uno spunto interessante, poi, considerando i tanti post dedicati in questo mio spazio all’argomento, è il parallelismo proposto da Mafe tra il metodo da utilizzare per captare/creare Community e il metodo per il posizionamento sui Motori di Ricerca. Per questi ultimi, su mdplab, ho sempre sostenuto il buon senso: nessun particolare stratagemma nello scrivere per il Web, nessun artificio, mai troppi calcoli sulla keyword density e bla bla bla... Mafe propone lo stesso concetto per il Social Network: basta parlare del Social Object, basta inquadrarlo in un ragionevole e coinvolgente Concept Narrativo. Così anche chi non è mai comparso online potrà essere raggiunto. A tal proposito, la stessa Mafe risponde con la findability [pagina 118] ad un dubbio di cui ho spesso discusso: come fanno le piccole imprese a imporre la propria presenza online? Per usare termini ricorrenti nel libro/manuale: come fare quando il proprio Social Object non può essere il marchio [perchè ancora non conosciuto]? La risposta, per l’appunto, è: usare buon senso, raccontare la propria storia senza nessuna forzatura. E sarà più facile essere trovati!


Concludo queste mie riflessioni [per le quali sono, come sempre, graditi i commenti] consigliando di leggere il Capitolo 9, La progettazione della Socialità: il tema di come si sono evolute le pratiche sul Web non costituisce soltanto una base per il metodo di lavoro ma, ancora prima, un background culturale che [anche per la chiarezza con cui è presentato] dovrebbe essere in grado di aprire gli occhi anche a chi è più scettico.

Buona lettura e grazie a Mafe!