Vi propongo i libri letti in questo anno ormai arrivato alla fine. Un bilancio che poteva essere migliore ma comunque molto importante; all'insegna di alcuni saggi davvero illuminanti e che, nell'anno che comincia domani, mi aiuteranno a terminare un lavoro, in ritardo rispetto alla marcia che mi ero imposto.
Come lo scorso anno, ho lavorato lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. In blu trovate i saggi di politica e sociologia; in arancione quelli sull'editoria. Poi c'è anche altro. Di ogni libro troverete il mio commento, la mia recensione. Spero la cosa possa essere utile per qualcuno.
Se poi avete capito i miei interessi, lo spazio commenti è come aperto per i vostri suggerimenti.
Buon 2013 a tutti.
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lunedì 31 dicembre 2012
lunedì 17 dicembre 2012
pesa di più il 99% di Internet o il 99% di una Intranet?
Non so davvero da che lato prendere l'articolo di stamattina nella sezione Economia e Finanza di Repubblica: Dall’impresa alla società il grande contagio della rivoluzione digitale.
Non so, potrei esclamare: "alla buon'ora!". La storia del 99% è vecchia più di un anno (almeno): Zuccotti Park e #occupywallstreet risalgono al 17 Settembre del 2011. È dal 17 Settembre 2011 che "il popolo dei non ricchi usa le comunità web per alzare la voce contro le iniquità"; anzi, da prima. Ed è, quindi, da più di un anno che ci si occupa di questo fenomeno.
Oppure, magari, potrei esultare: "bene!" perchè condivido l'auspicio di vedere quel 99% entrare dentro le mura dell'impresa per partecipare all'iter decisionale. Putroppo, però, dentro le imprese, almeno quelle italiane, conta ancora molto (esclusivamente?) quel cavolo di 1%.
Ma anche un "cosa?" ci starebbe bene. Cosa vuol dire che il "Social Capitalism" si annuncia dirompente? Sappiamo davvero cos'è il Capitale Sociale?
A Marco Camisani Calzolari, grazie al quale sono giunto, da Facebook, a questo articolo, quando dice che «Il trend è segnato, di fatto già in atto, ma perché possa veramente diventare “democratizzante” la tecnologia dovrà essere accessibile a tutti: solo con una effettiva distribuzione della tecnologia potremo avere una distribuzione e condivisione delle conoscenze e della partecipazione», vorrei dire che questo, prima ancora che per le imprese, dovrebbe valere in un ecosistema molto piu' vasto (di cui spesso le imprese sono metafora, almeno in Italia); questo ecosistema si chiama Stato. Poi, soltanto poi, le Imprese. O no?
Voglio dire: quando ho cominciato a leggere di Social Capital and Information Technology, ho sempre pensato all'Internet, non all'Intranet.
Va bene, c'è da ragionare con calma. Perchè l'argomento è delicato: di mezzo c'è una questione culturale.
È ovvio che, quando parlo di metafora, mi riferisco al fatto che quel 99% tanto non è ascoltato dai Governi, quanto non entra nei processi decisionali delle Imprese.
Ora: in che relazione sono questi due fenomeni? Il 99% come la combatte la sua battaglia culturale? La inizia cercando di entrare nelle decisioni dell'Impresa in cui lavora (quindi, tecnologicamente, agendo a livello di Intranet) oppure cerca di fare massa per farsi ascoltare dai Governi, fuori dalle Imprese (agendo, tecnologicamente, a livello di Internet)?
Quale 99% pesa di più: il 99% in una Impresa o il 99% in una intera Nazione? il 99% di Intranet o il 99% di una Internet? Numericamente, ovviamente, il secondo. Ma se, invece, dovessimo considerare l'efficacia? E cosa ci sarebbe da dire se guardassimo anche all'efficienza? Forse l'azione Intranet-based è piu' efficiente perchè, per le ridotte dimensioni, riesce a raccogliere meglio e piu' velocemente le istanze; d'altra parte, però, che efficacia può avere, se l'obiettivo è globale? Così viene da pensare alle azioni Internet-based (anche se, poi: il divario digitale? e le infrastrutture per tutti?).
Qui, tra grilli e santori, tra chi, solo per fare un esempio, fa di piattaforme come LiquidFeedback una merce di scambio per ottenere voti e audience, non è che tiri aria fresca.
Non so, potrei esclamare: "alla buon'ora!". La storia del 99% è vecchia più di un anno (almeno): Zuccotti Park e #occupywallstreet risalgono al 17 Settembre del 2011. È dal 17 Settembre 2011 che "il popolo dei non ricchi usa le comunità web per alzare la voce contro le iniquità"; anzi, da prima. Ed è, quindi, da più di un anno che ci si occupa di questo fenomeno.
Oppure, magari, potrei esultare: "bene!" perchè condivido l'auspicio di vedere quel 99% entrare dentro le mura dell'impresa per partecipare all'iter decisionale. Putroppo, però, dentro le imprese, almeno quelle italiane, conta ancora molto (esclusivamente?) quel cavolo di 1%.
Ma anche un "cosa?" ci starebbe bene. Cosa vuol dire che il "Social Capitalism" si annuncia dirompente? Sappiamo davvero cos'è il Capitale Sociale?
A Marco Camisani Calzolari, grazie al quale sono giunto, da Facebook, a questo articolo, quando dice che «Il trend è segnato, di fatto già in atto, ma perché possa veramente diventare “democratizzante” la tecnologia dovrà essere accessibile a tutti: solo con una effettiva distribuzione della tecnologia potremo avere una distribuzione e condivisione delle conoscenze e della partecipazione», vorrei dire che questo, prima ancora che per le imprese, dovrebbe valere in un ecosistema molto piu' vasto (di cui spesso le imprese sono metafora, almeno in Italia); questo ecosistema si chiama Stato. Poi, soltanto poi, le Imprese. O no?
Voglio dire: quando ho cominciato a leggere di Social Capital and Information Technology, ho sempre pensato all'Internet, non all'Intranet.
Va bene, c'è da ragionare con calma. Perchè l'argomento è delicato: di mezzo c'è una questione culturale.
È ovvio che, quando parlo di metafora, mi riferisco al fatto che quel 99% tanto non è ascoltato dai Governi, quanto non entra nei processi decisionali delle Imprese.
Ora: in che relazione sono questi due fenomeni? Il 99% come la combatte la sua battaglia culturale? La inizia cercando di entrare nelle decisioni dell'Impresa in cui lavora (quindi, tecnologicamente, agendo a livello di Intranet) oppure cerca di fare massa per farsi ascoltare dai Governi, fuori dalle Imprese (agendo, tecnologicamente, a livello di Internet)?
Quale 99% pesa di più: il 99% in una Impresa o il 99% in una intera Nazione? il 99% di Intranet o il 99% di una Internet? Numericamente, ovviamente, il secondo. Ma se, invece, dovessimo considerare l'efficacia? E cosa ci sarebbe da dire se guardassimo anche all'efficienza? Forse l'azione Intranet-based è piu' efficiente perchè, per le ridotte dimensioni, riesce a raccogliere meglio e piu' velocemente le istanze; d'altra parte, però, che efficacia può avere, se l'obiettivo è globale? Così viene da pensare alle azioni Internet-based (anche se, poi: il divario digitale? e le infrastrutture per tutti?).
Qui, tra grilli e santori, tra chi, solo per fare un esempio, fa di piattaforme come LiquidFeedback una merce di scambio per ottenere voti e audience, non è che tiri aria fresca.
sabato 26 maggio 2012
I Firewall [ancora] da abbattere #ilsabatodimdplab #29
Come segnalato da PierLuca Santoro e riportato da i-dome, la ricerca di Millward Brown per conto di Google, dimostra che i Social Media non costituiscono affatto una distrazione e/o una perdita di tempo per i lavoratori in Azienda.
L'analisi ha dato delle indicazioni molto interessanti:
Un'approvazione, quindi, che - almeno in qualche caso - potrebbe definirsi di facciata e che, per ragioni che ritengo di carattere culturale, testimonia la grossa fatica che spesso si fa nella valutazione delle risorse umane. È facile fare la semplice misurazione dei risultati di produzione. Molto più difficile - ma al tempo stesso fondamentale - sarebbe stimare la soddisfazione/qualità percepita della vita sul posto di lavoro dai lavoratori stessi. I firewall da abbattere, evidentemente, non sono soltanto tecnologici.
Questa ricerca è senza dubbio incoraggiante ma la dicotomia di cui parla PierLuca lascia pensare che probabilmente si è ancora lontani dal considerare una variabile essenziale anche all'interno delle Aziende: il capitale sociale. La cosa, in effetti, non deve stupire in una società come la nostra che solo da pochissimi anni sta cercando di sovrapporre alla visione materiale (i.e. PIL) anche una, come dire, di carattere più umanistico.
È stato ampiamente discusso e dimostrato che il Capitale Sociale cresce tanto più quanto maggiori sono le connessioni che si abilitano verso legami deboli ovvero verso il mondo esterno a quello che quotidianamente si vive. Per quanto siano lodevoli le iniziative delle aziende che predispongono gli spazi e i mezzi migliori per la connessione tra lavoratori (attraverso le Intranet e addirittura - nei casi come quello dell'Azienda in cui lavoro - Social Network interni), il blocco del benefico effetto delle connessioni verso l'esterno (abilitato, per l'appunto, dai firewall) ritengo sia la negazione di ulteriori fattori di benessere e di crescita delle Persone, cioè dei Lavoratori, cioè - per dare la necessaria soddisfazione ai responsabili d'Azienda - delle Aziende stesse.
I punti di vista dai quali osservare il fenomeno non si esauriscono in questa brevissime riflessioni che andrebbero, quindi, completate e integrate. Conto di tornarci su.
L'analisi ha dato delle indicazioni molto interessanti:
- il 38% del campione (2700 dipendenti di aziende appartenenti a diversi mercati) che interagiscono sui Social Media sul luogo di lavoro si sentono più soddisfatti dei loro colleghi bloccati dai firewall aziendali;
- i social network sarebbero in grado di fare risparmiare fino a 3 ore lavorative su base settimanale;
- la sostanziale dicotomia, come l'ha definita PierLuca Santoro, tra le potenzialità riconosciute alle piattaforme sociali e l'effettivo impiego nelle aziende.
Un'approvazione, quindi, che - almeno in qualche caso - potrebbe definirsi di facciata e che, per ragioni che ritengo di carattere culturale, testimonia la grossa fatica che spesso si fa nella valutazione delle risorse umane. È facile fare la semplice misurazione dei risultati di produzione. Molto più difficile - ma al tempo stesso fondamentale - sarebbe stimare la soddisfazione/qualità percepita della vita sul posto di lavoro dai lavoratori stessi. I firewall da abbattere, evidentemente, non sono soltanto tecnologici.
Questa ricerca è senza dubbio incoraggiante ma la dicotomia di cui parla PierLuca lascia pensare che probabilmente si è ancora lontani dal considerare una variabile essenziale anche all'interno delle Aziende: il capitale sociale. La cosa, in effetti, non deve stupire in una società come la nostra che solo da pochissimi anni sta cercando di sovrapporre alla visione materiale (i.e. PIL) anche una, come dire, di carattere più umanistico.
È stato ampiamente discusso e dimostrato che il Capitale Sociale cresce tanto più quanto maggiori sono le connessioni che si abilitano verso legami deboli ovvero verso il mondo esterno a quello che quotidianamente si vive. Per quanto siano lodevoli le iniziative delle aziende che predispongono gli spazi e i mezzi migliori per la connessione tra lavoratori (attraverso le Intranet e addirittura - nei casi come quello dell'Azienda in cui lavoro - Social Network interni), il blocco del benefico effetto delle connessioni verso l'esterno (abilitato, per l'appunto, dai firewall) ritengo sia la negazione di ulteriori fattori di benessere e di crescita delle Persone, cioè dei Lavoratori, cioè - per dare la necessaria soddisfazione ai responsabili d'Azienda - delle Aziende stesse.
I punti di vista dai quali osservare il fenomeno non si esauriscono in questa brevissime riflessioni che andrebbero, quindi, completate e integrate. Conto di tornarci su.
sabato 31 marzo 2012
Up and Down #ilsabatodimdplab #21
Che fosse solo una trovata pubblicitaria era scontato. Che, quindi, passata l'onda, si decida di andare via, non deve stupire. Vorrei tranquillizzare i tanti che si stanno preoccupando della sua salute: Fiorello non è morto. Per quanto mi riguarda credo che, almeno da un punto di vista ecologico, si tratti di una bellissima notizia.
Che, per protesta, assisteremo ad una cancellazione di altri account? Per esempio quelli dei giornalisti che hanno visto minacciata la loro posizione dagli spifferi giunti dalla delicata riunione del PD di inizio settimana? Ma forse, chi s'è lamentato, "su Twitter nemmeno ci sta" e quindi: saremo forse, con un sorriso amaro, spettatori di un oscuramento dei tweet che fanno notizia? Come fece quel professore all'Università che minò il percorso di un suo studente, resosi conto di quanto fossero minacciose le idee contenute nella tesi di cui era relatore? Ma, è ovvio, il punto non è questo. Lo spiega bene Luca Sofri concludendo il suo articolo di martedì.
Oppure sarà oscurantismo? Pericolo che stiamo correndo veramente se l'esercizio del Governo dovesse alla fine risultare un provvedimento definitivo: l'informazione online è un bene comune e l'accesso alla Rete è più prezioso del diritto d'autore; lasciare tali materie nelle mani di cinque persone sarebbe davvero un colpo mortale all'idea stessa di Rete. Il quadro prospettato da Guido Scorza (via), però, è proprio tetro e la richiesta di trasparenza, quindi, diventa quanto mai opportuna.
Per una volta, con queste brutte notizie che giungevano da fuori, mi sono rasserenato con una bella notizia arrivata da dentro. La mia Azienda ha proposto in settimana OnBoard, un social network interno. Obiettivi: condivisione delle conoscenze e spinta alla comunicazione interna. Siamo all'inizio e ci sono ampi margini di miglioramento ma il messaggio è stato, almeno per me, oltre che coinvolgente, molto positivo. A più di due anni di distanza, vedo cosìrealizzato, anche nella pratica, l'Obiettivo 1 di mdplab.
Riparto alla caccia degli altri due.
sabato 31 dicembre 2011
i Libri del 2011
Il 2011, per me, è stato l'anno dei libri, prevalentemente offline, i.e. cartacei. Quasi cinquanta saggi che hanno ispirato, insieme con le tante segnalazioni e riflessioni lette, condivise e fatte online, il mio Modello Fotovoltaico, presentato poi a Settembre al RomagnaCamp, indiscutibilmente la più bella esperienza dell'anno legata alla mia vita in Rete.
Ispirato da Caterina, voglio quindi proporvi i libri letti in questo 2011. La soluzione non è elegante quanto quella utilizzata dalla prof ma, mi auguro, sufficientemente efficace.
Ho soltanto lavorato un pochino lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. Trovate il titolo del libro, l'autore e il mio commento. Ho voluto evidenziare in blu i saggi di carattere politico/sociologico. In arancio quelli legati all'editoria e in viola quelli legati ad un altro importantissimo tema trattato quest'anno nel mio laboratorio, lo schema WIKiD (questo il link alla mia presentazione al ParmaCamp, altra tappa importante di questo 2011, in cui ho cercato di spiegarne il senso e il funzionamento).
Spero possa essere di qualche aiuto. Da domani si comincia una nuova sfida con l'obiettivo di fare meglio; sia nelle letture sia nella scrittura.
Ispirato da Caterina, voglio quindi proporvi i libri letti in questo 2011. La soluzione non è elegante quanto quella utilizzata dalla prof ma, mi auguro, sufficientemente efficace.
Ho soltanto lavorato un pochino lo sheet prodotto con l'Export della mia libreria su Anobii. Trovate il titolo del libro, l'autore e il mio commento. Ho voluto evidenziare in blu i saggi di carattere politico/sociologico. In arancio quelli legati all'editoria e in viola quelli legati ad un altro importantissimo tema trattato quest'anno nel mio laboratorio, lo schema WIKiD (questo il link alla mia presentazione al ParmaCamp, altra tappa importante di questo 2011, in cui ho cercato di spiegarne il senso e il funzionamento).
Spero possa essere di qualche aiuto. Da domani si comincia una nuova sfida con l'obiettivo di fare meglio; sia nelle letture sia nella scrittura.
sabato 24 dicembre 2011
Crowd #ilsabatodimdplab #7
Twitter ci racconta il passato e predice il futuro. Questa la sintesi del pezzo di Riccardo Luna su R2 di Repubblica di ieri segnalato all'online da Vincenzo Cosenza, ormai punto di riferimento insostituibile per tutto ciò che riguarda i fenomeni del Web e la loro affascinante traduzione in grafici e numeri.
L'analisi presenta il nostro come un Paese, nonostante tutto, felice [attacca proprio così Luna]. Ci sarebbe, in effetti da capire, se il dato rispecchia una reale condizione o, piuttosto, "solo" la speranza di una Nazione. Sperare non è poca cosa ma è un sentimento che, in qualche modo, mi sa tanto di delega ad altri [a chi?] della responsabilità di uscire fuori da una situazione evidentemente non buona.
Cosa si può prevedere dagli stati che ogni persona riporta sui Social Network? Gli indici di borsa e i risultati elettorali. Basteranno queste due variabili osservate per poter dire quanto saremo felici? Non ne sono convinto. Per capirlo, però, se ci si pensa un pò, basterebbe monitorare la crescita delle Persone, dei Cittadini connessi alla Rete e, soprattutto, tra loro attraverso le Piattaforme Sociali. Ancora una volta ci aiuta Vincenzo Cosenza nel suo osservatorio Facebook. E' questione di Capitale Sociale; del Bridging soprattutto.
Perchè [solo] Facebook? Perchè pare che, almeno negli Stati Uniti, il 95% del tempo trascorso online sia dedicato proprio alla creatura [?] di Mark Zuckerberg. E se è vero per gli USA, ho motivo di credere che questo sia ancora più vero per l'Italia.
Perchè non anche Twitter? Perchè ho l'impressione che qui da noi sia ancora un fenomeno di nicchia e che, dalla nicchia, cerchi penosamente (almeno per il momento) di uscire con delle dinamiche che, brillantemente, sono state definite di accattonaggio digitale. Questo, credo, anche grazie al proliferare della tecnologia mobile. E sono fermamente convinto che l'accattonaggio sia dovuto ad una spasmodica ricerca di visibilità, di vendere qualcosa di se. [Se in TV si può/deve comprare, sul Web si può/deve guadagnare]. A differenza di quanto dice Luca De Biase che, analizzando il fenomeno delle maggiori vendite di strumenti mobili di accesso alla rete rispetto a quelli fissi, teme invece una Rete vissuta più da consumatori che da produttori.
Detto delle Persone Fisiche, cosa accade nel mondo delle Persone Giuridiche?
Sembra che il fenomeno dei Social Network stia iniziando ad essere monitorato con maggiore attenzione. Più del 50% delle Imprese che lavorano nel B2C e B2B in America ritengono, ora, infatti, importante la misurazione delle campagne condotte sui Social. E sembra anche che il Like sia il criterio maggiormente utilizzato. Non c'è quindi da scandalizzarsi di fronte a chi propone un indice, l'LPM (numero di like per ogni milione di revenue), di popolarità del Brand. Non si tratta, ovviamente, di un vero ROI; non credo abbia nemmeno molto a che vedere con la quota di felicità che quel Brand può creare; ma questi tentativi testimoniano una sempre più crescente sensibilità rispetto ad un fenomeno ormai consolidato e, se è vero - come è vero - che le Aziende ritengono il Like anche una richiesta di attenzione da parte del Consumatore/Cittadino, c'è da aspettarsi anche un miglioramento di performance in termini di qualità dei prodotti e dei servizi offerti. E, quindi, anche di felicità.
Dice Kashen, su GigaOm, a proposito della startup: In the startup world, thousands of entrepreneurs focus their ingenuity on finding ways to make millions of dollars. They look for market inefficiencies and focus on questions like: "Will consumers pay for this?" without asking "Will this make people’s lives meaningfully better?" It’s not that we shouldn’t try to make money, it’s just that money should be merely one of many factors we strive for, and it’s played far too central a role for far too long.
Dovrà però valere, nella dinamica di dentro-fuori, quello che Keith Ferrazzi, intervistato su inc.com, dice a proposito della dinamica dentro-dentro, della collaborazione; e, quindi, prima ancora di gestire una community fuori, sarà forse megli attrezzarsi per gestirne una dentro [magari Giacomo, magari!].
La parola d'ordine è, dunque, Collaborazione e siccome collaborazione significa felicità (di TUTTE le parti coinvolte) mi piacerebbe diventasse superfluo connotare con il termine "Sociale" una Iniziativa [Imprenditoriale] perchè ogni Iniziativa [Imprenditoriale] dovrebbe avere il risvolto sociale (dentro e fuori).
Non manco, quindi, di riferirmi anche oggi all'Editoria Sociale, al Modello intorno al quale ruotano gran parte dei miei ragionamenti.
Una previsione del Center for Digital future della Annenberg School dice che entro 5 anni la gran parte dei quotidiani cartacei scomparirà. A sopravvivere, secondo Jeffrey I. Cole, insieme alle quattro maggiori testate americane (New York Times, USA Today, Washington Post e Wall Street Journal), saranno anche le testate ultralocali [forse questo è il migliore aggettivo da contrapporre a "(iper)locale" con il quale ci si continua ostinatamente a riferire a testate che localizzate e destinate ad un ristretto bacino di utenza proprio non sono]. Non so quale tipo di analisi si basi questa previsione; posso dire, però, che non smentisce le conclusioni alle quali, con una ardita aggregazione di dati offline/online, giunsi qualche mese fa.
Cosa fare quindi, visto che tra - pare - poco "saremo tutti online"? L'azione, di indubbia ispirazione sociale, di stimolo dei Cittadini alla crescita, prevista dal Modello Fotovoltaico non si esaurisce soltanto nella richiesta di garanzia dell'infrastruttura di connessione, ma prevende anche la ricompensa ai Cittadini che si fanno parte attiva di tale crescita. Il nome tecnico è microguadagno; una sua possibile implementazione potrebbe chiamarsi Pointification e Badgification. La logica è di premio per chi ha IL ruolo fondamentale in un ecosistema in cui i guadagni sembrano essere ancora concentrati nelle mani del carrier. Una redistribuzione dei redditi può iniziare proprio da qui.
Come potrebbe altrimenti essere riconosciuto il merito ad iniziative come Year in Hashtag? E a tutta la folla che ne ha permesso la realizzazione?
L'analisi presenta il nostro come un Paese, nonostante tutto, felice [attacca proprio così Luna]. Ci sarebbe, in effetti da capire, se il dato rispecchia una reale condizione o, piuttosto, "solo" la speranza di una Nazione. Sperare non è poca cosa ma è un sentimento che, in qualche modo, mi sa tanto di delega ad altri [a chi?] della responsabilità di uscire fuori da una situazione evidentemente non buona.
Cosa si può prevedere dagli stati che ogni persona riporta sui Social Network? Gli indici di borsa e i risultati elettorali. Basteranno queste due variabili osservate per poter dire quanto saremo felici? Non ne sono convinto. Per capirlo, però, se ci si pensa un pò, basterebbe monitorare la crescita delle Persone, dei Cittadini connessi alla Rete e, soprattutto, tra loro attraverso le Piattaforme Sociali. Ancora una volta ci aiuta Vincenzo Cosenza nel suo osservatorio Facebook. E' questione di Capitale Sociale; del Bridging soprattutto.
Perchè [solo] Facebook? Perchè pare che, almeno negli Stati Uniti, il 95% del tempo trascorso online sia dedicato proprio alla creatura [?] di Mark Zuckerberg. E se è vero per gli USA, ho motivo di credere che questo sia ancora più vero per l'Italia.
Perchè non anche Twitter? Perchè ho l'impressione che qui da noi sia ancora un fenomeno di nicchia e che, dalla nicchia, cerchi penosamente (almeno per il momento) di uscire con delle dinamiche che, brillantemente, sono state definite di accattonaggio digitale. Questo, credo, anche grazie al proliferare della tecnologia mobile. E sono fermamente convinto che l'accattonaggio sia dovuto ad una spasmodica ricerca di visibilità, di vendere qualcosa di se. [Se in TV si può/deve comprare, sul Web si può/deve guadagnare]. A differenza di quanto dice Luca De Biase che, analizzando il fenomeno delle maggiori vendite di strumenti mobili di accesso alla rete rispetto a quelli fissi, teme invece una Rete vissuta più da consumatori che da produttori.
Detto delle Persone Fisiche, cosa accade nel mondo delle Persone Giuridiche?
Sembra che il fenomeno dei Social Network stia iniziando ad essere monitorato con maggiore attenzione. Più del 50% delle Imprese che lavorano nel B2C e B2B in America ritengono, ora, infatti, importante la misurazione delle campagne condotte sui Social. E sembra anche che il Like sia il criterio maggiormente utilizzato. Non c'è quindi da scandalizzarsi di fronte a chi propone un indice, l'LPM (numero di like per ogni milione di revenue), di popolarità del Brand. Non si tratta, ovviamente, di un vero ROI; non credo abbia nemmeno molto a che vedere con la quota di felicità che quel Brand può creare; ma questi tentativi testimoniano una sempre più crescente sensibilità rispetto ad un fenomeno ormai consolidato e, se è vero - come è vero - che le Aziende ritengono il Like anche una richiesta di attenzione da parte del Consumatore/Cittadino, c'è da aspettarsi anche un miglioramento di performance in termini di qualità dei prodotti e dei servizi offerti. E, quindi, anche di felicità.
Dice Kashen, su GigaOm, a proposito della startup: In the startup world, thousands of entrepreneurs focus their ingenuity on finding ways to make millions of dollars. They look for market inefficiencies and focus on questions like: "Will consumers pay for this?" without asking "Will this make people’s lives meaningfully better?" It’s not that we shouldn’t try to make money, it’s just that money should be merely one of many factors we strive for, and it’s played far too central a role for far too long.
Dovrà però valere, nella dinamica di dentro-fuori, quello che Keith Ferrazzi, intervistato su inc.com, dice a proposito della dinamica dentro-dentro, della collaborazione; e, quindi, prima ancora di gestire una community fuori, sarà forse megli attrezzarsi per gestirne una dentro [magari Giacomo, magari!].
La parola d'ordine è, dunque, Collaborazione e siccome collaborazione significa felicità (di TUTTE le parti coinvolte) mi piacerebbe diventasse superfluo connotare con il termine "Sociale" una Iniziativa [Imprenditoriale] perchè ogni Iniziativa [Imprenditoriale] dovrebbe avere il risvolto sociale (dentro e fuori).
Non manco, quindi, di riferirmi anche oggi all'Editoria Sociale, al Modello intorno al quale ruotano gran parte dei miei ragionamenti.
Una previsione del Center for Digital future della Annenberg School dice che entro 5 anni la gran parte dei quotidiani cartacei scomparirà. A sopravvivere, secondo Jeffrey I. Cole, insieme alle quattro maggiori testate americane (New York Times, USA Today, Washington Post e Wall Street Journal), saranno anche le testate ultralocali [forse questo è il migliore aggettivo da contrapporre a "(iper)locale" con il quale ci si continua ostinatamente a riferire a testate che localizzate e destinate ad un ristretto bacino di utenza proprio non sono]. Non so quale tipo di analisi si basi questa previsione; posso dire, però, che non smentisce le conclusioni alle quali, con una ardita aggregazione di dati offline/online, giunsi qualche mese fa.
Cosa fare quindi, visto che tra - pare - poco "saremo tutti online"? L'azione, di indubbia ispirazione sociale, di stimolo dei Cittadini alla crescita, prevista dal Modello Fotovoltaico non si esaurisce soltanto nella richiesta di garanzia dell'infrastruttura di connessione, ma prevende anche la ricompensa ai Cittadini che si fanno parte attiva di tale crescita. Il nome tecnico è microguadagno; una sua possibile implementazione potrebbe chiamarsi Pointification e Badgification. La logica è di premio per chi ha IL ruolo fondamentale in un ecosistema in cui i guadagni sembrano essere ancora concentrati nelle mani del carrier. Una redistribuzione dei redditi può iniziare proprio da qui.
Come potrebbe altrimenti essere riconosciuto il merito ad iniziative come Year in Hashtag? E a tutta la folla che ne ha permesso la realizzazione?
sabato 26 novembre 2011
Mi Riguarda, Ci Riguarda #ilsabatodimdplab #3
Tutto ciò che ci riguarda ha un prezzo da pagare e, dopo alcuni anni di esperienza che ciascuno di noi ha fatto qui in Rete, sa che questo prezzo non è soltanto una quantità. Non è soltanto il tempo (in qualche caso anche denaro). C'è chi pensa che il prezzo da pagare sia anche in termini di privacy. Non sono completamente d'accordo [non è certo questo lo spazio in cui annoiarsi ed annoiare con questa questione].
Brian Solis ha, però, sicuramente ragione nel dire che un prezzo da pagare è quello delle emozioni.
Del resto, se quello che leggiamo e che scriviamo (e le motivazioni per cui lo facciamo) non ci emozionassero, non saremmo qui a parlarci tutti i santi giorni. Non saremmo davanti ad un display se non ci sentissimo coinvolti dal semplice fatto di poter essere connessi. E quindi (credo questo valga per tutto e per tutti) quello delle emozioni è un prezzo che pago più che volentieri.
Perchè con le connessioni trovo ciò che mi riguarda; ognuno di noi va incontro a ciò a cui tiene (e, in tanti casi, anche al proprio stipendio!).
Mi riguarda e mi interessa l'insano fenomeno delle Star Italiane su Twitter. Anche Jerry Scotti ora, dopo Fiorello e il suo patetico battibecco con Sabina Guzzanti. A differenza di quello che succede coi politici che, in media, non curano personalmente i profili (quanto li vorrei conoscere questi mitici stagisti!), sono pronto a scommettere che, una volta terminati gli spettacoli in TV, Jerry e Rosario andranno via abbandonando i tanti che solo grazie (per colpa?) loro sono atterrati qui. Disorientati, i nuovi twitteros, avranno una scelta: diventare curiosi d'altro o aggiungersi alla folta colonia di quelli che i Guru amano chiamare bimbiminkia.
Di sicuro il fenomeno è interessante, di sicuro la contaminazione è ormai certificata. La speranza è che sia occasione di crescita e che non subisca le distorsioni già discusse a proposito della strumentalizzazione di Facebook in ServizioPubblico.
Mi riguarda il fenomeno dei Social Network in Azienda. E non soltanto perchè vorrei che cambiasse la policy che abbiamo da noi, non solo perchè l'argomento mi ha sempre interessato. Ma proprio perchè è ormai provato (e ri-provato direi) che l'utilizzo dei Social durante le ore di lavoro aumenta la produttività. La connessione aumenta la felicità e il benessere e, per parlare della mia esperienza personale, sono contento che FriendFeed rimanga ancora una piattaforma di nicchia e, quindi, non ritenuta minacciosa (ah, se invece sapessero!). Mi incuriosisce, poi, sempre rimanendo in Aziende (ma dando uno sguardo fuori) che ci sia ancora bisogno di dimostrare quanto utili siano i blog. Niente di nuovo per noi, perchè sappiamo che la crescita delle Imprese passa online (dentro e fuori).
E Online passa, quindi, anche il futuro di una particolare Impresa, quella dell'Editoria.
Mashable, questa settimana, ha concluso un'analisi dicendo che il prezzo che i quotidiani fanno pagare online è fuori dal mercato. Il problema, a mio avviso, non sta nel pagamento online, ma nel Mercato stesso. Fin quando si continuerà a ritenere quello dell'Editoria un prodotto da vendere e non una strada da condividere, ogni Business Model sarà fallimentare. Il Modello Fotovoltaico da me proposto non nega il valore economico del contenuto, anzi!, ma riconosce nella condivisione (orientata alla crescita) il punto nodale. Con mashable, quindi, puntualizzerei dicendo che il prezzo che i quotidiani fanno pagare online è fuori da QUEL Mercato. Il solito Mercato.
Di QUEL mercato, però, è comunque utile (direi indispensabile!) seguire le evoluzioni. Perchè non si può trascurare nè il "Sorpasso" dei ricavi pubblicitari online ad opera del "The Atlantic" [51 a 49 le percentuali della raccolta pubblicitaria online e tradizionale, rispettivamente], nè l'indicazione di Bloomberg che punta all'innovazione "distribuita su tutte le piattaforme tecnologiche disponibili".
Indicazioni, queste, che instraderebbero verso il modello Freemium + Advertising ogni Editore di buon senso. [E nella parte Premium, fatta di Long Journalism, vedrei bene le mie "celle solari"].
Una strada percorribile, quindi, ma che non può prescindere da una visione eco-sistemica in cui tanto gli Scrittori quanto i Lettori siano consapevoli del ruolo che svolgono. Una proposta, questa, che la Lipperini propone per i libri (a proposito, un buon caso è quello di Erica/EmmaT che ha costruito il suo successo - non soltanto in termini di promozione - anche grazie alle piattaforme social) ma che a me viene naturale estendere ai Quotidiani.
Una proposta che, però, andrebbe a mio parere vista solo come una metafora di ciò che dovrebbe accadere in ogni campo, in ogni settore. Perchè è evidente che...siamo tutti coinvolti. Non a caso, Mike Brown in Brainzooming, a proposito dei passaggi necessari all'innovazione, parla di Inclusione e di Integrazione. Se traducessi tutto con "Condivisione" non credo nessuno rimarrebbe scandalizzato.
E' di condivisione che, del resto, credo parli Luca De Biase quando, nel presentare la sua RoadMap, dice che le imprese devono "contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica" e di rilancio del "meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Perchè, continua Luca De Biase [ed è questo il punto di fondo!] "Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare". Il pezzo è sull'Agenda Digitale, su cui ha provato a sistematizzare Alessandro Longo su Apogeonline.
Ma proverei a dare credito anche a Roberta Milano: il Turismo in Italia è un'autentica risorsa. Che, per il momento, può fare anche a meno di una rivoluzione digitale. Perchè prima, ormai lo sappiamo, occorre una strategia: senza strategia - dice a ragione Roberta - la tecnologia non si trasforma in innovazione!
Ed ora emozionatemi con i vosti commenti!
Brian Solis ha, però, sicuramente ragione nel dire che un prezzo da pagare è quello delle emozioni.
Del resto, se quello che leggiamo e che scriviamo (e le motivazioni per cui lo facciamo) non ci emozionassero, non saremmo qui a parlarci tutti i santi giorni. Non saremmo davanti ad un display se non ci sentissimo coinvolti dal semplice fatto di poter essere connessi. E quindi (credo questo valga per tutto e per tutti) quello delle emozioni è un prezzo che pago più che volentieri.
Perchè con le connessioni trovo ciò che mi riguarda; ognuno di noi va incontro a ciò a cui tiene (e, in tanti casi, anche al proprio stipendio!).
Mi riguarda e mi interessa l'insano fenomeno delle Star Italiane su Twitter. Anche Jerry Scotti ora, dopo Fiorello e il suo patetico battibecco con Sabina Guzzanti. A differenza di quello che succede coi politici che, in media, non curano personalmente i profili (quanto li vorrei conoscere questi mitici stagisti!), sono pronto a scommettere che, una volta terminati gli spettacoli in TV, Jerry e Rosario andranno via abbandonando i tanti che solo grazie (per colpa?) loro sono atterrati qui. Disorientati, i nuovi twitteros, avranno una scelta: diventare curiosi d'altro o aggiungersi alla folta colonia di quelli che i Guru amano chiamare bimbiminkia.
Di sicuro il fenomeno è interessante, di sicuro la contaminazione è ormai certificata. La speranza è che sia occasione di crescita e che non subisca le distorsioni già discusse a proposito della strumentalizzazione di Facebook in ServizioPubblico.
Mi riguarda il fenomeno dei Social Network in Azienda. E non soltanto perchè vorrei che cambiasse la policy che abbiamo da noi, non solo perchè l'argomento mi ha sempre interessato. Ma proprio perchè è ormai provato (e ri-provato direi) che l'utilizzo dei Social durante le ore di lavoro aumenta la produttività. La connessione aumenta la felicità e il benessere e, per parlare della mia esperienza personale, sono contento che FriendFeed rimanga ancora una piattaforma di nicchia e, quindi, non ritenuta minacciosa (ah, se invece sapessero!). Mi incuriosisce, poi, sempre rimanendo in Aziende (ma dando uno sguardo fuori) che ci sia ancora bisogno di dimostrare quanto utili siano i blog. Niente di nuovo per noi, perchè sappiamo che la crescita delle Imprese passa online (dentro e fuori).
E Online passa, quindi, anche il futuro di una particolare Impresa, quella dell'Editoria.
Mashable, questa settimana, ha concluso un'analisi dicendo che il prezzo che i quotidiani fanno pagare online è fuori dal mercato. Il problema, a mio avviso, non sta nel pagamento online, ma nel Mercato stesso. Fin quando si continuerà a ritenere quello dell'Editoria un prodotto da vendere e non una strada da condividere, ogni Business Model sarà fallimentare. Il Modello Fotovoltaico da me proposto non nega il valore economico del contenuto, anzi!, ma riconosce nella condivisione (orientata alla crescita) il punto nodale. Con mashable, quindi, puntualizzerei dicendo che il prezzo che i quotidiani fanno pagare online è fuori da QUEL Mercato. Il solito Mercato.
Di QUEL mercato, però, è comunque utile (direi indispensabile!) seguire le evoluzioni. Perchè non si può trascurare nè il "Sorpasso" dei ricavi pubblicitari online ad opera del "The Atlantic" [51 a 49 le percentuali della raccolta pubblicitaria online e tradizionale, rispettivamente], nè l'indicazione di Bloomberg che punta all'innovazione "distribuita su tutte le piattaforme tecnologiche disponibili".
Indicazioni, queste, che instraderebbero verso il modello Freemium + Advertising ogni Editore di buon senso. [E nella parte Premium, fatta di Long Journalism, vedrei bene le mie "celle solari"].
Una strada percorribile, quindi, ma che non può prescindere da una visione eco-sistemica in cui tanto gli Scrittori quanto i Lettori siano consapevoli del ruolo che svolgono. Una proposta, questa, che la Lipperini propone per i libri (a proposito, un buon caso è quello di Erica/EmmaT che ha costruito il suo successo - non soltanto in termini di promozione - anche grazie alle piattaforme social) ma che a me viene naturale estendere ai Quotidiani.
Una proposta che, però, andrebbe a mio parere vista solo come una metafora di ciò che dovrebbe accadere in ogni campo, in ogni settore. Perchè è evidente che...siamo tutti coinvolti. Non a caso, Mike Brown in Brainzooming, a proposito dei passaggi necessari all'innovazione, parla di Inclusione e di Integrazione. Se traducessi tutto con "Condivisione" non credo nessuno rimarrebbe scandalizzato.
E' di condivisione che, del resto, credo parli Luca De Biase quando, nel presentare la sua RoadMap, dice che le imprese devono "contare su uno scenario chiaro e stabile, nel quale possono credere di poter giocare a loro volta una partita strategica" e di rilancio del "meccanismo di ascolto delle istanze sociali, culturali ed economiche della popolazione andrà rilanciato. Perchè, continua Luca De Biase [ed è questo il punto di fondo!] "Monti vince solo se informa molto bene sulle compatibilità della situazione economica e delle scelte da operare". Il pezzo è sull'Agenda Digitale, su cui ha provato a sistematizzare Alessandro Longo su Apogeonline.
Ma proverei a dare credito anche a Roberta Milano: il Turismo in Italia è un'autentica risorsa. Che, per il momento, può fare anche a meno di una rivoluzione digitale. Perchè prima, ormai lo sappiamo, occorre una strategia: senza strategia - dice a ragione Roberta - la tecnologia non si trasforma in innovazione!
Ed ora emozionatemi con i vosti commenti!
giovedì 10 marzo 2011
Apparati, Formaggi, Libri e Comunicazione [Interna ed Esterna]
Il mio lavoro mi ha portato in questi giorni ad Amsterdam all'ATC Global 2011; per diletto e per passione, invece, in quest'ultimo anno sono stato a Torino al Salone Internazionale del Libro e al Salone Internazionale del Gusto.
Ciò che lega questi appuntamenti sono la presenza di stand e l'opportunità di seguire seminari e partecipare a workshop. Altrettanto evidenti sono le differenze.

Gli espositori dell'ATC Global sono le industrie del cosiddetto ATC (Air Traffic Control) e gli enti governativi (per l'Italia c'era ENAV - mamma mia quant'è brutto il sito!). Si tratta di una fiera che definirei del B2B.


I Saloni del Libro e del Gusto, invece, sono anche B2C (ho acquistato direttamente negli stand formaggi e libri!)
Mentre oggi, tra un seminario e l'altro, mi aggiravo tra gli stand di Boing o Airbus facevo delle riflessioni che, sicuramente, avevano (ed hanno) un impianto sbagliato ma che mi hanno portato ad una conclusione difficilmente confutabile.
Parlo di impianto sbagliato perchè è vero, è sbagliato paragonare una fiera B2B ad una B2C; è altrettanto sbagliato paragonare un apparato da installare nella cabina pilotaggio di un aereo ad un formaggio o un libro; conseguentemente è del tutto fuori luogo mettere sullo stesso piano un Customer di Airbus e un Cliente di un caseificio svizzero.
Ma ciò che è evidente è quanta differenza passi tra il formalismo della giacca e cravatta di un Sales Manager e il calore dell'accoglienza di un maestro formaggiaio e parannanza annessa.
Così come è altrettanto evidente la differenza tra la freddezza con cui l'uomo dalle mani curate descrive il suo Prodotto e la passione con cui l'altro, che le mani curate non ha, ne offre un pò del suo (Prodotto) prima di convincere il fortunato assaggiatore ad un conveniente acquisto.
Di fronte a tali (scontate) verità ho riflettuto sulle ragioni di queste diversità di approccio alla Persona (il Customer o il Cliente) e di atteggiamento (freddezza e calore). All'ATC Global è come se le Persone agli Stand conoscessero poco l'oggetto che avevano il compito di descrivere e vendere; al Salone del Gusto e alla Fiera del Libro, invece, chi vendeva, il Prodotto, lo conosceva benissimo (il maestro formaggiaio aveva le mani unte; di alcuni libri mi è capitato di ascoltare la presentazione dell'autore; di un altro ho addirittura l'autografo).
Da cosa potrebbe dipendere la mancata conoscenza di un prodotto presentato ad una B2B con la conoscenza di un prodotto venduto ad una B2C (sono convinto che questa non sia la regola)? La mia risposta è: una deficitaria (o assente) comunicazione interna.
Questo ragionamento, fatto partendo dall'evidenza e concluso su un punto sicuramente discutibile [perchè sono consapevole che l'approccio alla persona e l'atteggiamento fatti di formalismo e freddezza di una grande azienda che firma contratti per svariati milioni di euro siano opportuni e necessari; così come sono convinto che non sia una regola avere in uno stand di una fiera B2B un Vendiore che non conosce ciò che vende] mi serve come strumento per affermare un concetto (banale solo nella teoria):
se non funziona la comunicazione interna, si è condannati (quantomeno) a fare più fatica nella comunicazione verso l'esterno. E non sono certo io a dover dire delle conseguenze di una fallimentare strategia di comunicazione esterna.

Di un'altra cosa sono certo: in una società come la nostra basata sulla conoscenza, e che (quindi) sulla conoscenza stessa basa l'economia, quanto meglio potrebbero andare le cose se il travaso di informazioni, dati e (per l'appunto) conoscenza tra Reparti, fosse più sistematico e fluido di quanto invece (in media) non sembra essere!
Ciò che lega questi appuntamenti sono la presenza di stand e l'opportunità di seguire seminari e partecipare a workshop. Altrettanto evidenti sono le differenze.
Gli espositori dell'ATC Global sono le industrie del cosiddetto ATC (Air Traffic Control) e gli enti governativi (per l'Italia c'era ENAV - mamma mia quant'è brutto il sito!). Si tratta di una fiera che definirei del B2B.
I Saloni del Libro e del Gusto, invece, sono anche B2C (ho acquistato direttamente negli stand formaggi e libri!)
Mentre oggi, tra un seminario e l'altro, mi aggiravo tra gli stand di Boing o Airbus facevo delle riflessioni che, sicuramente, avevano (ed hanno) un impianto sbagliato ma che mi hanno portato ad una conclusione difficilmente confutabile.
Parlo di impianto sbagliato perchè è vero, è sbagliato paragonare una fiera B2B ad una B2C; è altrettanto sbagliato paragonare un apparato da installare nella cabina pilotaggio di un aereo ad un formaggio o un libro; conseguentemente è del tutto fuori luogo mettere sullo stesso piano un Customer di Airbus e un Cliente di un caseificio svizzero.
Ma ciò che è evidente è quanta differenza passi tra il formalismo della giacca e cravatta di un Sales Manager e il calore dell'accoglienza di un maestro formaggiaio e parannanza annessa.
Così come è altrettanto evidente la differenza tra la freddezza con cui l'uomo dalle mani curate descrive il suo Prodotto e la passione con cui l'altro, che le mani curate non ha, ne offre un pò del suo (Prodotto) prima di convincere il fortunato assaggiatore ad un conveniente acquisto.
Di fronte a tali (scontate) verità ho riflettuto sulle ragioni di queste diversità di approccio alla Persona (il Customer o il Cliente) e di atteggiamento (freddezza e calore). All'ATC Global è come se le Persone agli Stand conoscessero poco l'oggetto che avevano il compito di descrivere e vendere; al Salone del Gusto e alla Fiera del Libro, invece, chi vendeva, il Prodotto, lo conosceva benissimo (il maestro formaggiaio aveva le mani unte; di alcuni libri mi è capitato di ascoltare la presentazione dell'autore; di un altro ho addirittura l'autografo).
Da cosa potrebbe dipendere la mancata conoscenza di un prodotto presentato ad una B2B con la conoscenza di un prodotto venduto ad una B2C (sono convinto che questa non sia la regola)? La mia risposta è: una deficitaria (o assente) comunicazione interna.
Questo ragionamento, fatto partendo dall'evidenza e concluso su un punto sicuramente discutibile [perchè sono consapevole che l'approccio alla persona e l'atteggiamento fatti di formalismo e freddezza di una grande azienda che firma contratti per svariati milioni di euro siano opportuni e necessari; così come sono convinto che non sia una regola avere in uno stand di una fiera B2B un Vendiore che non conosce ciò che vende] mi serve come strumento per affermare un concetto (banale solo nella teoria):
se non funziona la comunicazione interna, si è condannati (quantomeno) a fare più fatica nella comunicazione verso l'esterno. E non sono certo io a dover dire delle conseguenze di una fallimentare strategia di comunicazione esterna.
Di un'altra cosa sono certo: in una società come la nostra basata sulla conoscenza, e che (quindi) sulla conoscenza stessa basa l'economia, quanto meglio potrebbero andare le cose se il travaso di informazioni, dati e (per l'appunto) conoscenza tra Reparti, fosse più sistematico e fluido di quanto invece (in media) non sembra essere!
domenica 21 novembre 2010
Parola d'Ordine: Fiducia!
Ho finito di leggere in questi giorni il libro Homo Oeconomicus? Dinamiche Imprenditoriali in Laboratorio, curato da Giuseppe Garofalo e Fabio Sabatini.
Un trattato davvero interessante che mette sulla buona strada chi, come me, è alla ricerca di un'equivalenza [oserei dire matematica] tra Capitale Sociale e Capitale Materiale (i.e. Euri). La risposta precisa nel libro non c'è ma sicuramente tanto la trattazione teorica quanto quella pratica [esperimenti di laboratorio con la Teoria dei Giochi] portano sulla buona strada o almeno confortano alcune mie convinzioni.
Non si parla di Web, non ci si riferisce ai contatti online, ma ogni qualvolta ho letto le parole rete, network, connessione, è stato per me immediato pensare a Internet come possibile tecnologia abilitante. La mancanza di riferimenti al mondo che tanto amiamo non ha rappresentato assolutamente un limite; anzi mi permette, ora, di avere una visione generale e per nulla polarizzata su posizioni che, altrimenti, apparirebbero a chi sceglie ancora di starne fuori [da questo mondo] di parte.
Non mi sono, quindi, per niente meravigliato nel ritrovare un punto di fondo che Castells evidenziava già qualche anno fa nel suo Galassia Internet:
Utilizzando Internet come mezzo fondamentale di comunicazione ed elaborazione delle informazioni, l'azienda adotta il network come propria forma organizzativa. Questa trasformazione sociotecnologica permea l'intero sistema economico e influenza tutti i processi di creazione, scambio e distribuzione di valore.
E non credo di distorcere il senso del discorso se lo completo riferendomi nuovamente ad alcuni passi del libro di Rosco, Il Marketing dell'Informazione e della Conoscenza, che individuava [ai tempi in cui Castells scriveva il suo Galassia Internet] nelle Biblioteche [meglio se sul Web] l'abilitatore di tali dinamiche di accesso alla conoscenza come base per decisioni di carattere imprenditoriale.
In Homo Oeconomicus, infatti, si dice anche:
Un’efficiente rete di relazioni tra unità produttive locali può così costituire elemento di slancio per l’economia di un territorio e fornire una valida spiegazione alle migliori performance delle imprese in essa inserite, rispetto a quelle esterne alla rete stessa.
Mi verrebbe da parlare quindi, riassumendo [la terminologia - di sicuro impropria - è mia], di: Connessioni Verticali [quelle tra Impresa e Conoscenza servendosi, eventualmente, di una Biblioteca Online] e Orizzontali [quelle tra Colleghi all'Interno di un'Impresa e, meglio ancora, tra Imprenditori di Aziende diverse].
Una cosa è certa: la presenza di Capitale Sociale [opportunamente abilitato] migliora le performance del sistema economico. Definirlo come un circolo virtuoso che, in un certo senso riesce ad alimentare se’ stesso, non mi sembra sbagliato [e credo che questa affermazione non sia in contrasto con la raccomandazione degli autori di non considerare il Capitale Sociale come la sua misura.].
Un circolo virtuoso fatto di connessioni, di rete, di scambio di comunicazioni, di accesso alle informazioni, alla conoscenza e, soprattutto, di fiducia reciproca.
Ed è proprio quello della fiducia il tema maggiormente trattato nel libro; un tema poi sviscerato - come anticipavo all’inizio - anche tramite esperimenti di laboratorio condotti nel mondo imprenditoriale e non, della Tuscia Viterbese.
Mafe, nel suo World Wide We ha già presentato alla perfezione il potenziale effetto benefico delle Reti Sociali Online per le Imprese introducendo un elemento ulteriore, quello che poi in effetti fa la differenza: la connessione con i Clienti [odio questo termine ma se avessi detto Persone forse avrei generato - ulteriore!? - confusione].
Un diverso o complementare punto di vista mi ha permesso di ritrovare in Homo Oeconomicus anche degli elementi che possono tornare utili nella questione dell’Editoria.

Uno su tutti: la fiducia! La fiducia è quella che, nell’ambito del modello micropagamenti/microguadagni, oltre a stabilirsi tra Giornalista/Autore [non a caso non parlo di Editore], si dovrebbe stabilire tra lettori. Un elemento che, in qualche modo, dovrebbe tenere il sistema lontano dal pericolo potenziale di predominio di logiche commerciali di compravendita di contenuti e notizie. Della serie: io lettore mi fido di te (lettore come me); non mi stai soltanto vendendo una notizia ma il piacere di discuterla con me! [discussione è da leggersi come processo di generazione di senso]
E la fiducia potrebbe rivelarsi il cardine di un altro meccanismo. L’innesco del processo di generazione di senso potrebbe/dovrebbe essere visto come un atto di fiducia di un responsabile del Pubblico nei confronti sia dell’Autore sia del Lettore. E la traduzione di questo meccanismo non è, a mio parere, la mera sovvenzione all’Editoria da parte dello Stato. Vedrei bene, ad esempio, un credito regalato dallo Stato al Lettore [in questo caso non in valuta sociale ma valuta materiale - i.e. Euri per acquistare un contenuto].
Uno studio del modello che includa il Capitale Sociale credo lo si possa affrontare anche inserendo, nel gioco affascinante di equazioni di cui il libro è ricco, alcune variabili specifiche che descrivano le azioni [quelle già in essere e quelle potenziali] tutti gli stakeholder e l’ecosistema nel quale essi si muovono.
Spero di trovare tempo per farlo. Mi fermo qui ansioso, come al solito, di ascoltare il vostro parere.
domenica 1 agosto 2010
World Wide We [Grazie Mafe!]
E’ stato come preparare un esame all’Università. Alla fine, ogni pagina ha la sua sottolineatura, la sua nota, il suo post-it. Ed ogni volta che ho ripreso la lettura [durata un mesetto tra impegni di lavoro e primi cazzeggi e sonnellini estivi] ogni sottolineatura, ogni nota ed ogni post-it mi hanno aiutato a riprendere il filo. E ad ogni ripresa mi sono scoperto a rimandare a mente quanto avevo letto per essere poi sicuro di comprendere ciò che mi apprestavo a leggere.
E’ stato un piacere! Mi sono lasciato trasportare dalla passione per la materia e sono rimasto affascinato dai numerosissimi link e riferimenti; ciascuno in grado di aprire un mondo. Con questo libro ho arricchito il mio background, sistematizzato informazioni, fissato conoscenze e acquisito metodo.
Ciò che mi ha fatto leggere con ancora più passione ed interesse questo manuale è il riferimento ad un paio di temi a me molto cari e sui quali in questo blog ho insistito parecchio: il Capitale Sociale e la Comunicazione [Interna/Esterna].
La crescita umana che si ricava dalle relazioni in rete è innegabile. Se a tale crescita si associa anche la comunicazione di un Prodotto o un Servizio in grado di rendere migliore la vita di chi appartiene ad una Community, si raggiunge l’obiettivo di un Marketing Etico; anzi, semplicemente del Marketing. La comunicazione, resa bidirezionale e personalizzata da tecnologie Web-based sempre più evolute [odio il termine Web 2.0, è una marketta e niente di più!], diventa quindi una discussione, uno scambio, una relazione; tutti fiori germogliati da un seme [Mafe lo definisce Social Object], che uno spirito etico e [lasciatemi dire] da educatore inquadra [o almeno dovrebbe] in un Concept Narrativo che appassiona e coinvolge: Capitale Sociale che cresce, insomma!
Il punto cruciale è il metodo di semina che solo un buon contadino può avere [o, forse meglio, che un buon contadino deve avere]. Fuori dalla metafora, cioè, il punto cruciale è la Comunicazione [in primis Interna] e l’appartenenza ad una Community: se si sa ben comunicare internamente si saprà comunicare sul Web; se al di qua della presenza online dell’Azienda c’è una Community [i.e. un Gruppo di Lavoro] che funziona, funzionerà anche la Community a cui si sarà appartenuto [o che si sarà creata] online. Un tuttuno [tra al di qua e al di là della presenza online - MCC direbbe tra il dentro e il fuori] che rafforza ancora di più una mia convinzione: il distinguo che si fa tra reale e virtuale è del tutto fuori luogo. La connessione che si crea in una Community online [a prescidere dal medium su cui la Community si basa] è fatta realmente tra persone; se tali connessioni non ci fossero, se l’amicizia su Facebook o il following su Twitter o l’iscrizione su FriendFeed non esistessero, non sarebbero nemmeno reali.
Uno spunto interessante, poi, considerando i tanti post dedicati in questo mio spazio all’argomento, è il parallelismo proposto da Mafe tra il metodo da utilizzare per captare/creare Community e il metodo per il posizionamento sui Motori di Ricerca. Per questi ultimi, su mdplab, ho sempre sostenuto il buon senso: nessun particolare stratagemma nello scrivere per il Web, nessun artificio, mai troppi calcoli sulla keyword density e bla bla bla... Mafe propone lo stesso concetto per il Social Network: basta parlare del Social Object, basta inquadrarlo in un ragionevole e coinvolgente Concept Narrativo. Così anche chi non è mai comparso online potrà essere raggiunto. A tal proposito, la stessa Mafe risponde con la findability [pagina 118] ad un dubbio di cui ho spesso discusso: come fanno le piccole imprese a imporre la propria presenza online? Per usare termini ricorrenti nel libro/manuale: come fare quando il proprio Social Object non può essere il marchio [perchè ancora non conosciuto]? La risposta, per l’appunto, è: usare buon senso, raccontare la propria storia senza nessuna forzatura. E sarà più facile essere trovati!
Concludo queste mie riflessioni [per le quali sono, come sempre, graditi i commenti] consigliando di leggere il Capitolo 9, La progettazione della Socialità: il tema di come si sono evolute le pratiche sul Web non costituisce soltanto una base per il metodo di lavoro ma, ancora prima, un background culturale che [anche per la chiarezza con cui è presentato] dovrebbe essere in grado di aprire gli occhi anche a chi è più scettico.
Buona lettura e grazie a Mafe!
giovedì 8 ottobre 2009
Fuga verso l'Azione. Obiettivo 1 raggiunto!
Nelle note di Marzo, nelle quali esplicitavo meglio le mie intenzioni, a proposito dell'Obiettivo 1, avevo accennato alla stesura di un Documento in cui dimostrare anche con numeri e testimonianze l'Utilità e funzionalità della condivisione delle Informazioni, delle Conoscenze, delle Esperienze professionali e degli obiettivi Aziendali e l'Utilità di una piattaforma di Condivisione Documenti per la redazione in tempi ridotti di documenti interni e verso il Cliente.
Sono riuscito a produrre il Documento, considerando le fonti indicate e integrando in essa anche alcuni dei post che hanno trovato spazio da queste parti, per presentarlo nell'Azienda in cui lavoro nell'ambito di un concorso interno che premierà le idee più innovative.
Purtroppo le tante cose accadute in questi mesi non mi hanno permesso di lavorare al meglio. Ma sono comunque soddisfatto.
Molto soddisfatto!
Voglio condividere con Voi questo Traguardo perchè è anche e soprattutto a Voi che devo dire Grazie. Senza la condivisione e senza i contributi che Voi stessi mi avete segnalato, l'Obiettivo 1 non sarebbe stato alla mia portata.
Lunedì scorso, il 5 Ottobre, c'era la scadenza per la consegna ma ieri è stata prorogata e la cosa mi ha un pò infastidito. Con qualche giorno in più avrei di sicuro inserito nella mia Proposta qualche dato in più e avrei potuto citare un interessante articolo su i-dome. Ma va bene lo stesso!
Cosa ho proposto?
Beh, l'adozione di un Wiki Aziendale per la redazione di Documentazione Cliente e Interna e l'implementazione di un Internal Corporate Blog per il miglioramento dei Rapporti interni tra Lavoratori e Top/Management funzionale anche ad una costruttiva condivisione degli Obiettivi Aziendali. In se, ovviamente, la Proposta non ha nulla di innovativo se si guarda a tante altre realtà [soprattutto quelle oltreoceano]. Sono sicuro, però, che innovativo sarebbe dare finalmente seguito alle buone intenzioni che comunque nella mia Aziendasembra ci siano!!!
Ho voluto perciò mandare un messaggio chiaro sia con motivazioni di carattere culturale [la lettura di Economia della Felicità, quella del Cluetrain Manifesto e lo studio che online porto avanti praticamente da sempre sono state un supporto utilissimo] sia con considerazioni di tipo economico sulla sensibile cost-reduction che si otterrebbe.
Nella proposta ho anche inserito un paio di provocazioni: il Facebook Aziendale e il Twitter Aziendale come possibili sviluppi. Non mi sono voluto spingere oltre indicando FriendFeed anche se lo ritengo, considerando l'utilissimo servizio che a mio parere potrebbe ottenersi [*], la soluzione migliore.
Adesso l'Azione prosegue. Di Obiettivi ce ne sono altri due anche se per questi non ho particolari scadenze! Non è detto poi che un positivo impatto della Proposta in Azienda non si traduca in ulteriore impegno da parte mia [cosa che ovviamente mi auguro!].
Aggiornamento ore 21.00
E con un po' di tempo in più avrei potuto anche citare questo post Build a Social Network for Your Business!!!
[*] Si pensi alla presenza di un Lavoratore in un meeting e che, in tale meeting, ci sia la necessità di acquisire con urgenza un’informazione; per essere sicuri di poter acquisire l’informazione si pensi al caso in cui la richiesta debba essere fatta a più Colleghi contemporanemente. Un Twitter Aziendale permetterebbe la pubblicazione della richiesta che, per come il servizio è già concepito sul Web, sarebbe visibile a tutti i Colleghi. Questi ultimi, purchè ovviamente in grado di fornire un contributo, pubblicherebbero la riposta stessa sulla piattaforma. In questo modo il Lavoratore fruirebbe in real-time della risposta desiderata proseguendo il Meeting senza problemi.
domenica 5 luglio 2009
Economia della Felicità [i miei Post-It]
Non si gioca bene se in una squadra non si coltiva una propria identità personale.
Media Tradizionali e Rete [I Mezzi del Dono e del Denaro]
Come reinventare i media tradizionali considerando quanto accade in Rete? Come convertire il media verticale [quello che cioè detiene tutta la filiera: dalla produzione della notizia al mezzo che la diffonde] e sfruttare la rivoluzione orizzontale? La risposta a queste domande Luca la fornisce nel Paragrafo "Alla ricerca dell'armonia". L'Armonia cui si riferisce è quella tra l'orizzontale e il verticale e il compito dei grandi media dovrebbe esplicitarsi, con questo obiettivo, in tre azioni: trasparenza e intelligenza di selezione delle notizie, verifica e dimostrazione della credibilità delle fonti e design dell'accesso alle notizie in modo adatto a ogni esigenza del pubblico.Con questo Luca non vuole negare l'opera di filtraggio delle fonti e delle notizie che, su base orizzontale, si consuma fortunatamente ogni giorno in Rete e, allo stesso tempo, parla di una riqualifica del compito dei media professionali. Personalmente penso che un aiuto che il riqualificato compito del mezzo professionale dovrebbe conferire ad un pubblico più pigro [in altre parole un Servizio] sarebbe semplicemente quello di mettere a disposizione una selezione di notizie verificate e attendibili.
Information Overload [l'Informazione come Problema (1)]
Il costo di transazione è quello che viene riconosciuto al dovere di acquisizione di informazione per l'auspicato raggiungimento dell'equilibrio economico. Con Internet si è pensato che questo costo fosse annullato e che si potesse evitare l'asimmetria delle informazioni riproposta [quest'ultima] però dal fenomeno dell'Information Overload.Si ripropone, quindi, il tema della necessità di una riqualifica dei media professionali. A questo aggiungo io anche la necessità del potenziamento delle Biblioteche e uno sforzo perchè esse operino anche e soprattutto sul Web. Come? Beh, attuando un servizio alla comunità locale sia per attuare strategie di Marketing Territoriale [avendo come target le Imprese] sia per aprire una nuova strada verso la ricostruzione di una identità locale [avendo come target la gente del luogo].
la Pubblicità [l'Informazione come Problema (2)]
La pubblicità sui Media a struttura gerarchica è più che altro comunicazione che può essere fraudolenta ma va comunque a vantaggio di chi la semina. La pubblicità sul Web [o media digitali] per funzionare deve semplicemente informare perchè ci sia vantaggio [almeno percepito] per chi la raccoglie.Il tema dell'Informazione e della Comunicazione Luca lo affrontava un paio di anni e mezzo fa sul suo Blog [agli albori di mdplab mi divertii anche a farne delle slide interessato alle dinamiche dei Corporate Blog]. La ragione è da ricercare nella diversa modalità di fruizione del contenuto online rispetto a quello del contenuto del mezzo verticale. Insomma, senza scomodare i mezzi di esclusione degli annunci pubblicitari con i Plug-In dei Browser, è ovvio che gli utenti della rete abbiano un potere molto più alto di quello che con il telecomando hanno gli utenti della TV. Perchè quindi la pubblicità online [anche se forse è riduttivo definirla così in questo caso] abbia successo, e se si vuole invertire una tendenza in atto, occorre renderle una dignità informativa più che comunicativa.
Utilizzo della crescita di produttività [il Fine dei Mezzi (1)]
Luca riporta delle riflessioni di Bertolini: perchè le società sviluppate destinano la maggior parte della propria crescita di produttività all'aumento delle produzione invece che usarla per ridurre il tempo dedicato al lavoro? Il problema, così come lo sintetizza Luca, è che l'aumento della ricchezza di qualcuno si trasforma immediatamente in una riduzione del benessere di qualcun altro. Anche per questa ragione, dunque, la crescita economica determina infelicità.Capisco che questo ragionamento è molto ampio ma la riflessione che mi viene da fare d'istinto è questa: ma se si destinasse un pò di quella capacità produttiva [che definirei anche creativa] ad una qualche forma di condivisione? Non sarebbe possibile innescare un circolo virtuoso? Penso, riducendo ancora di più il campo di applicazione di tali riflessioni, all'ambiente Aziendale. L'infelicità è molto spesso quella provata dai Lavoratori per il non sentirsi parte integrante di un progetto vincente e che vincente, io credo, potrebbe essere ancora di più se solo si facesse informazione interna e si tracciasse in modo evidente il lavoro di ciascuno verso l'obiettivo finale [si desse, cioè, evidenza di quanto il lavoro di ciascuno sia parte di un progetto]. Ma cosa sono l'informazione interna e quello che sto definendo tracciamento del lavoro se non una gratificante condivisione?
Cultura Tradizionale e Internet [il Fine dei Mezzi (2)]
Che senso avrebbe una cultura tradizionale se non fosse inquadrata in una visione cosmopolita/universale? Non si differenzierebbe e, quindi, di quella cultura tradizionale, verrebbe meno il senso!La necessaria e, direi, inevitabile conseguenza è l'aprirsi; passo difficile da compiere soprattutto per chi è integralista ma Internet è il mezzo a disposizione perchè tale passo possa essere compiuto. Internet va cioè visto come uno strumento perchè si realizzi l'affermazione di ogni cultura e perchè di essa se ne rilanci il senso. è una diversa declinazione di una stessa voce: condivisione perchè si affermi l'identità di ciascuno; mi verrebbe da pronunciare la parola Intercultura!
"Core" e "Context" [Idee Guida (1)]
Luca riporta il concetto di Moore. Il "Core" è ciò che differenzia un soggetto dall'altro e lo rende migliore, eccellente. Il "Context" invece è l'insieme delle attività che si devono svolgere per soddisfare gli impegni che si delegherebbero volentieri se fosse possibile.Calando questa visione nella realtà Aziendale credo che la condivisione potrebbe essere vista come delega [cioè fiducia] per incentivare la creatività "utile". Si attuerebbe uno scambio di "Core" e "Context" e, io credo, si metterebbe in moto un circolo virtuoso da cui le Aziende trarebbero beneficio per via del più concreto e consapevole operato di ciascun lavoratore stimolato dal sentirsi finalmente parte di un Progetto. Insomma uno sviluppo di "Core" personale che si rifletterebbe su quello Aziendale.
Città di Successo [Idee Guida (2)]
In alcune Stanze, un simile manifesto con scritto Azienda invece di Città, avrebbe un effetto dirompente!
La formazione della perfetta conoscenza degli strumenti tecnologici più adatti alla generazione di innovazione, la cura dei talenti e la tolleranza nei confronti della diversità culturale e degli stili di vita personali sono i segreti delle città che hanno successo.
il Dono [Idee Guida (3)]
Il Dono non è solo ciò che non si paga. è anche un elemento di ciò che si paga ma che non fa parte del prezzo.Non si arriva a ciò solo su base volontaria, ma occorre un sistema incentivante.In Azienda la collaborazione è una possibile declinazione di questo ragionamento e, in tale declinazione, sono convinto che l'incentivo è rappresentato da un comportamento esemplare dei Respondabili di Funzione, Reparto.
domenica 31 maggio 2009
Riflessioni Interculturali
Intercultura? Che?
Perdonerete la mia ironia ma è proprio ironicamente, e con un po' di orgoglio, che ho letto le parole con cui, via e-mail, Stefano mi segnalava il BarCamp Intercultur@. A dir la verità devo per questo ringraziare Luigi che ha segnalato il mio nome.
Stefano, insieme ad Enio, dirige Trickster, rivista online di Studi Inteculturali, che organizza il BarCamp in collaborazione con il Master di Studi Interculturali di Padova. Il BarCamp si terrà a Padova nei prossimi 11 e 12 Giugno ed ho deciso che qualche chilometro me lo faccio volentieri.
Ma a fare che? Con quali motivazioni?
L'ironia ed il sorriso compiaciuto che mi hanno accompagnato, insieme da un chiedermi "ma cosa c'entro?", nella lettura della mail di Stefano, scaturivano dalla consapevolezza della mia ignoranza in materia. Ma molto mi ha richiamato quel che Stefano scriveva su un mio potenziale interesse verso discorsi legati al Web ed al miglioramento del Sistema Sociale [qui c'è lo zampino di Luigi!]. Sicuramente è un modo pomposo di porre i termini della questione ma penso di poter dire che il miglioramento del Sistema Sociale [raccomando di utilizzare una chiave di lettura rigorosamente light] è uno degli obiettivi di questo nuovo corso di mdplab.
Il Sistema Sociale [con la chiave di lettura light che vi ho raccomandato di utilizzare] che vedo io è il mondo Aziendale con le figure che, a vari livelli, lo popolano umanamente e professionalmente. La pratica Web che potrebbe migliorare tale Sistema è rappresentato dall'insieme delle tecnologie abilitanti della Condivisione: Wiki Aziendale e Internal Corporate Blog sono quelle che ho individuato.
Nella sezione degli approfondimenti del Wiki del Camp ho trovato dei ragionamenti che molto si avvicinano a quanto dicevo qualche tempo fa. Condivido con voi delle riflessioni con la speranza che l'eventuale successiva discussione possa poi generarne una proficua tra qualche giorno in quel di Padova.
Si dice nel documento che l'Intercultura è come dire uno spazio aperto, complesso e mai saturo di relazioni. Si dice poi che Internet [...] si propone come spazio di confronto fra linguaggi e competenze diverse [...]. Da ciò la necessità di unire in un'iniziativa unica intercultura e modalità di lavoro della rete.
Credo che il confronto tra linguaggi e competenze diverse sia una occasione unica di crescita umana e professionale; penso anche che, nel Sistema Sociale dato da una realtà Aziendale, tale confronto contribuisca [direi addirittura come logica conseguenza] a migliorare la qualità di vita sul posto di lavoro. Banalmente la ragione va ricercata tanto nell'arricchimento umano dovuto allo stabilirsi di nuove relazioni Personali quanto nell'aumento delle proprie conoscenze Tecnico-Professionali. La qualità di vita sul posto di lavoro aumenta anche grazie alle minori difficoltà che si incontrano, proprio grazie all'acquisizione di nuove conoscenze [o semplicemente al loro sistematizzarsi per l'essere riusciti finalmente ad inquadrarle in termini anche pratici oltre che teorici], nel raggiungimento dei propri obiettivi con conseguenti soddisfazione e sensazione di benessere. E il raggiungimento degli obiettivi di Ciascuno non è altro che il raggiungimento di un obiettivo Aziendale. Come dire, sintetizzando al massimo, che un processo di condivisione della Conoscenza non fa altro che innescare un circolo virtuoso, una spirale positiva da cui "ogniUno" [ed "ogniCosa"] può ricavare benefici.
Si dice poi che Ciò che si vorrebbe mettere in gioco attraverso l'organizzazione del barcamp è esattamente il carattere relazionale delle pratiche. [...]. L'esperienza dell'Open Space è diffusa da decenni nelle ricerche di antropologia, di sociologia e pedagogia. Meno sviluppato è il legame di queste modalità con internet, talvolta anche a causa di resistenze al lavoro con l'informatica.
In queste parole viene posto l'accento su quella che avevo definito resistenza culturale da superare. Un altro punto di incontro insomma. Con un elemento in più: il riconoscere all'Online la capacità di sapersi relazionare anche Offline. E questa relazione Offline, che si esplicita in questo specifico caso nel BarCamp, la si può vedere come una palestra [o, forse meglio, una pratica] svolta da chi ha già la cognizione dell'utilità di questa tecnologia [il Web, per l'appunto] perchè la si possa [la tecnologia] poi rivendere a chi questo mondo non lo conosce. Sintetizzando ancora una volta e leggendo il ragionamento contenuto nell'approfondimento del Wiki con una mia personale lente: molti di quelli che avranno partecipato al BarCamp condivideranno esperienze ascoltando voci e stringendo mani per avere, quasi sicuramente, la conferma della bontà delle relazioni delle pratiche e delle conoscenze. Queste relazioni vorrei, per quanto mi riguarda, portassero a mettere insieme una serie di ragionamenti e motivazioni che riescano a proporre, con un approccio di tipo anche didattico [siamo in un'Università, non dovrebbero esserci problemi!] il Web a chi il Web non lo conosce. Insomma: se devo convincere un CEO che vale la pena investire su un Internal Corporate Blog e un Wiki Aziendale, devo dimostrargli che il ROI dell'operazione è positivo; a chi invece nell'Azienda lavora, a chi del Blog e del Wiki sarà "semplice" utente, del ROI non interessa niente. Su queste persone bisogna far leva utilizzando altri argomenti. In questo post li sto appena accennando ed esponendo in modo non troppo organico. Il BarCamp vorrei servisse a sistematizzare il tutto magari in un documento condiviso.
Si dice infine che Per quanto riguarda gli operatori dell'intercultura, è molto evidente come le professioni che si sviluppano in questo ambito si caratterizzino per capacità di mediazione, essendo chiamate a creare ponti e relazioni tra culture e linguaggi diversi.
Queste parole mi servono per una riflessione finale: vedo la capacità di mediazione necessaria a creare ponti tra culture e linguaggi diversi come il fine ed il mezzo allo stesso tempo. Quello che voglio dire è che sarebbe bello arrivare ad insegnare [con un insieme di motivazioni di carattere culturale al fine di giustificare l'utilizzo della Tecnologia abilitante di cui parlavo] a costruire ponti e relazioni tra le culture ed i linguaggi di diversi dipartimenti di una realtà Aziendale. L'obiettivo, cioè, scendendo nel pratico, sarebbe quello di insegnare e motivare un Progettista Elettronico a condividere le proprie conoscenze con un Collega dello stesso reparto prima e di un altro reparto poi.
E chi può insegnare e motivare a costuire ponti se non chi i ponti li fa di mestiere?
Per questo occorre uno sforzo che, nella mia personale e piccola esperienza sul Web, poche volte ho visto [per non dire mai]: uscire fuori. Il BarCamp è motivo di crescita [anche qui ci sarebbe da dire personale e professionale] per chi ne è protagonista ma perchè tale crescita abbia un suo risvolto pratico penso [riferendomi almeno a questo specifico BarCamp] sia necessario raccoglierne i frutti e tradurli in un linguaggio comprensibile a chi dal Web è distante.
A discapito, ne sono assolutamente convinto, di se' e del Sistema Sociale cui appartiene!
Perdonerete la mia ironia ma è proprio ironicamente, e con un po' di orgoglio, che ho letto le parole con cui, via e-mail, Stefano mi segnalava il BarCamp Intercultur@. A dir la verità devo per questo ringraziare Luigi che ha segnalato il mio nome.
Stefano, insieme ad Enio, dirige Trickster, rivista online di Studi Inteculturali, che organizza il BarCamp in collaborazione con il Master di Studi Interculturali di Padova. Il BarCamp si terrà a Padova nei prossimi 11 e 12 Giugno ed ho deciso che qualche chilometro me lo faccio volentieri.
Ma a fare che? Con quali motivazioni?
L'ironia ed il sorriso compiaciuto che mi hanno accompagnato, insieme da un chiedermi "ma cosa c'entro?", nella lettura della mail di Stefano, scaturivano dalla consapevolezza della mia ignoranza in materia. Ma molto mi ha richiamato quel che Stefano scriveva su un mio potenziale interesse verso discorsi legati al Web ed al miglioramento del Sistema Sociale [qui c'è lo zampino di Luigi!]. Sicuramente è un modo pomposo di porre i termini della questione ma penso di poter dire che il miglioramento del Sistema Sociale [raccomando di utilizzare una chiave di lettura rigorosamente light] è uno degli obiettivi di questo nuovo corso di mdplab.
Il Sistema Sociale [con la chiave di lettura light che vi ho raccomandato di utilizzare] che vedo io è il mondo Aziendale con le figure che, a vari livelli, lo popolano umanamente e professionalmente. La pratica Web che potrebbe migliorare tale Sistema è rappresentato dall'insieme delle tecnologie abilitanti della Condivisione: Wiki Aziendale e Internal Corporate Blog sono quelle che ho individuato.
Nella sezione degli approfondimenti del Wiki del Camp ho trovato dei ragionamenti che molto si avvicinano a quanto dicevo qualche tempo fa. Condivido con voi delle riflessioni con la speranza che l'eventuale successiva discussione possa poi generarne una proficua tra qualche giorno in quel di Padova.
Si dice nel documento che l'Intercultura è come dire uno spazio aperto, complesso e mai saturo di relazioni. Si dice poi che Internet [...] si propone come spazio di confronto fra linguaggi e competenze diverse [...]. Da ciò la necessità di unire in un'iniziativa unica intercultura e modalità di lavoro della rete.
Credo che il confronto tra linguaggi e competenze diverse sia una occasione unica di crescita umana e professionale; penso anche che, nel Sistema Sociale dato da una realtà Aziendale, tale confronto contribuisca [direi addirittura come logica conseguenza] a migliorare la qualità di vita sul posto di lavoro. Banalmente la ragione va ricercata tanto nell'arricchimento umano dovuto allo stabilirsi di nuove relazioni Personali quanto nell'aumento delle proprie conoscenze Tecnico-Professionali. La qualità di vita sul posto di lavoro aumenta anche grazie alle minori difficoltà che si incontrano, proprio grazie all'acquisizione di nuove conoscenze [o semplicemente al loro sistematizzarsi per l'essere riusciti finalmente ad inquadrarle in termini anche pratici oltre che teorici], nel raggiungimento dei propri obiettivi con conseguenti soddisfazione e sensazione di benessere. E il raggiungimento degli obiettivi di Ciascuno non è altro che il raggiungimento di un obiettivo Aziendale. Come dire, sintetizzando al massimo, che un processo di condivisione della Conoscenza non fa altro che innescare un circolo virtuoso, una spirale positiva da cui "ogniUno" [ed "ogniCosa"] può ricavare benefici.
Si dice poi che Ciò che si vorrebbe mettere in gioco attraverso l'organizzazione del barcamp è esattamente il carattere relazionale delle pratiche. [...]. L'esperienza dell'Open Space è diffusa da decenni nelle ricerche di antropologia, di sociologia e pedagogia. Meno sviluppato è il legame di queste modalità con internet, talvolta anche a causa di resistenze al lavoro con l'informatica.
In queste parole viene posto l'accento su quella che avevo definito resistenza culturale da superare. Un altro punto di incontro insomma. Con un elemento in più: il riconoscere all'Online la capacità di sapersi relazionare anche Offline. E questa relazione Offline, che si esplicita in questo specifico caso nel BarCamp, la si può vedere come una palestra [o, forse meglio, una pratica] svolta da chi ha già la cognizione dell'utilità di questa tecnologia [il Web, per l'appunto] perchè la si possa [la tecnologia] poi rivendere a chi questo mondo non lo conosce. Sintetizzando ancora una volta e leggendo il ragionamento contenuto nell'approfondimento del Wiki con una mia personale lente: molti di quelli che avranno partecipato al BarCamp condivideranno esperienze ascoltando voci e stringendo mani per avere, quasi sicuramente, la conferma della bontà delle relazioni delle pratiche e delle conoscenze. Queste relazioni vorrei, per quanto mi riguarda, portassero a mettere insieme una serie di ragionamenti e motivazioni che riescano a proporre, con un approccio di tipo anche didattico [siamo in un'Università, non dovrebbero esserci problemi!] il Web a chi il Web non lo conosce. Insomma: se devo convincere un CEO che vale la pena investire su un Internal Corporate Blog e un Wiki Aziendale, devo dimostrargli che il ROI dell'operazione è positivo; a chi invece nell'Azienda lavora, a chi del Blog e del Wiki sarà "semplice" utente, del ROI non interessa niente. Su queste persone bisogna far leva utilizzando altri argomenti. In questo post li sto appena accennando ed esponendo in modo non troppo organico. Il BarCamp vorrei servisse a sistematizzare il tutto magari in un documento condiviso.
Si dice infine che Per quanto riguarda gli operatori dell'intercultura, è molto evidente come le professioni che si sviluppano in questo ambito si caratterizzino per capacità di mediazione, essendo chiamate a creare ponti e relazioni tra culture e linguaggi diversi.
Queste parole mi servono per una riflessione finale: vedo la capacità di mediazione necessaria a creare ponti tra culture e linguaggi diversi come il fine ed il mezzo allo stesso tempo. Quello che voglio dire è che sarebbe bello arrivare ad insegnare [con un insieme di motivazioni di carattere culturale al fine di giustificare l'utilizzo della Tecnologia abilitante di cui parlavo] a costruire ponti e relazioni tra le culture ed i linguaggi di diversi dipartimenti di una realtà Aziendale. L'obiettivo, cioè, scendendo nel pratico, sarebbe quello di insegnare e motivare un Progettista Elettronico a condividere le proprie conoscenze con un Collega dello stesso reparto prima e di un altro reparto poi.
E chi può insegnare e motivare a costuire ponti se non chi i ponti li fa di mestiere?
Per questo occorre uno sforzo che, nella mia personale e piccola esperienza sul Web, poche volte ho visto [per non dire mai]: uscire fuori. Il BarCamp è motivo di crescita [anche qui ci sarebbe da dire personale e professionale] per chi ne è protagonista ma perchè tale crescita abbia un suo risvolto pratico penso [riferendomi almeno a questo specifico BarCamp] sia necessario raccoglierne i frutti e tradurli in un linguaggio comprensibile a chi dal Web è distante.
A discapito, ne sono assolutamente convinto, di se' e del Sistema Sociale cui appartiene!
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